Prime volte: ” Il volo dell’aquilone “

Nei ricordi di un autore c’è sempre posto per una prima volta importante.

La mia risale all’autunno 2008, periodo in cui decido di inviare un mio racconto breve al XII  Concorso letterario Nazionale della Biblioteca di Poggio dei Pini di Capoterra (CA). Come buona parte delle mie storie il racconto nasce di getto prendendo spunto dalla rielaborazione di ricordi d’infanzia di una persona amica. Questo mio secondo tentativo “concorsuale” va a buon fine: a fine novembre ricevo una mail in cui mi si comunica che sono tra i finalisti del contest letterario e vengo invitata alla premiazione. Non parteciperò mai a quell’evento ma lo stimolo ad andare avanti per questa strada è troppo invitante perché io non sia tentata di coglierlo e di farlo mio.

Per voi, oggi, questa storia legata al filo sottilissimo ma robusto di un aquilone: quello di Valerio e del suo primo giorno di scuola.

 

 

Il volo dell’ aquilone 

Valerio era il terzo di quattro figli. Era arrivato in sordina all’ alba di  un mattino di dicembre, terzogenito di una tipica famiglia di una città di provincia come tante. Una famiglia in cui spiccavano il rigore di un padre che si era fatto da sé  e la docilità di una madre che si era sposata per sistemazione e forse con poco amore. Valerio era stato accolto con la naturalezza con cui si accoglievano tutti i figli nati sotto la solidità di un tetto coniugale; sua madre gli si era dedicata con la dovuta devozione, quella che ci si aspetta da una brava madre, crescendolo con affetto contenuto alternato a momenti di tenerezza estrema in cui lui diventava centro del suo fragile universo femminile e fulcro verso cui pareva si accentrassero  tutte le aspettative di moglie palesemente insoddisfatta. Quindi, inaspettatamente, a distanza di circa quattro anni era nato Tancredi, spodestandolo del privilegio di piccolo di casa e portando con sé altri elementi destabilizzanti nella serenità e nelle certezze, poche, di quella “ donna del dovere “.

Valerio aveva gestito con apparente piena accettazione la nascita di quel bimbo. A lui era subito sembrato troppo piccolo e un po’ bruttino, inspiegabilmente circondato dalle cure continue della zia paterna, ufficialmente giunta in quella casa per dare una mano ma in realtà anche per aggiungere  il peso della propria autorità a quella paterna, appesantendo l’animo di quella mamma già greve di stanchezza non solo fisica. I suoi fratelli maggiori, invece, avevano preso l’intera faccenda con disposizione diversa; Alberto con la leggerezza che stemperava in tutte le cose che faceva e le iniziative che intraprendeva,  Maria Paola  con il giudizio e la saggezza che la caratterizzavano da sempre e la rendevano figlia prediletta in modo indiscusso del papà. Al bimbo non era rimasto altro che dissimulare un profondo e antico dolore con l’ apparente pacatezza che pareva tutti si aspettassero da lui. In quella famiglia, simile ad una compagnia di guitti, a ciascuno era richiesto di ricoprire un ruolo ben preciso e costante nel tempo; e il suo, appunto, era quello di figliolo incredibilmente disponibile e buono, pronto a modellarsi al canovaccio necessario al momento riproponendo comportamenti pregressi già con successo sperimentati senza improvvisazioni di sorta.

Le sue giornate di bimbo sensibile e creativo procedevano sempre nello stesso modo, segnate dal carattere burbero di quel padre dalla personalità ingombrante e dall’apparente duttilità di quella donna  affannosamente presa dalle mille incombenze proprie del ruolo che le era stato chiesto di impersonare; in un sottofondo dai colori tendenti al cupo, delineato dall’irruenza dei modi paterni, fatto di tempeste vere o presunte e mai mitigato dalla vivacità di un arcobaleno femminile che potesse addolcirlo.

A un certo punto della sua giovanissima vita aveva scoperto le infinite potenzialità racchiuse in una matita e una manciata di colori,  prendendo a dare sfogo, attraverso disegni complicatissimi e ricchi di particolari minuziosamente tratteggiati, a quel groviglio di sentimenti inespressi presente nel suo cuore infantile che mai nessuno aveva pensato di portare in superficie con parole amorevolmente invitanti al dialogo. Immagini vivaci e coloratissime avevano assunto infinite forme nello spazio quadrettato di un foglio, contribuendo a rasserenare i suoi momenti più critici e sublimando energie vitali che altrimenti sarebbero andate a sfociare in frustrazione, impotenza e rabbia. Sua madre aveva notato questo cambiamento, soffermandosi per un po’ sulle cause che lo avevano prodotto. Concludendo, infine, velocemente le sue riflessioni con una carezza lieve e distrattamente conciliante. Un’ abitudine, quella di pasticciare con le matite, che portava talvolta Valerio al punto di dimenticare perfino di mangiare per dedicarsi a quel nuovo passatempo da lei giudicato oltre modo singolare con stupore e meraviglia e assecondato con materna indulgenza. Assai diverse, naturalmente, le conclusioni cui era giunto suo padre; il disegno era da quest’ ultimo sempre stato giudicato un’arte minore, superflua, minimale. Ben altro rispetto alla letteratura, alla matematica o alla storia. Forme d’espressione o discipline di maggior spessore, assolutamente non paragonabili per consistenza a pittoreschi ghirigori colorati. Ma stavolta Valerio aveva tenuto duro, riaffermando silenziosamente la sua volontà di esternazione e all’ austero genitore non era rimasto che brontolare per un periodo limitato di tempo circa l’ inutilità di coltivare precocemente simili passioni, per poi terminare con l’allinearsi, sia pure partendo da diversi presupposti, alla tollerante posizione materna. E si era giunti a quella fatidica data, a quel primo ottobre che avrebbe sancito il suo ingresso ufficiale nel mondo degli adulti con la sua entrata nella scuola elementare. Il padre l’ aveva accompagnato in silenzio in quell’ aula gremita di banchi con la pedana e segnata dai singhiozzi di qualche bambino incapace di contenere la propria paura del nuovo, lasciando che quel maestro dall’ aspetto severo, da lui conosciuto e stimato personalmente come persona integerrima e di autorità,  attribuisse a quel nuovo scolaro il posto che gli sarebbe toccato per tutto l’anno scolastico. Per un istante, un solo istante, Valerio aveva chiuso gli occhi trattenendo il fiato per evitare di indulgere in  quelle che sarebbero state considerate, ne era certo, esagerate manifestazioni emotive. Un solo istante che, però, racchiudeva un mondo di pensieri, primo tra tutti quello dell’ aquilone di carta di seta da lui confezionato il giorno precedente e che non aveva potuto far volare per la pioggia, piangendo silenziosamente e di nascosto nella rimessa per liberarsi della frustrazione di quel piccolo piacere negatogli dalle circostanze della vita.

Ci aveva lavorato con lena per ben due giorni, cercando di addolcire in tal modo il pensiero dei doveri scolastici prossimi a venire. In un cassetto del tavolino da cucito della madre aveva scovato diversi fogli di carta da modello chiedendole il permesso di utilizzarli per quella nuova impresa ed ottenutolo vi aveva riversato con impeto e passione tutta la sua energia creativa, decorandolo pazientemente e amorevolmente con le sue matite e facendo ampio uso di colla di farina e acqua. Al contadino che curava l’ orticello di casa aveva sottratto delle asticelle sottili di bambù destinate alla coltivazione degli ortaggi, incrociandole con precisione ingegneristica e legandole con lo stesso spago con cui  aveva assicurato l’ aquilone ad un rocchetto di legno.

E poi aveva atteso che una giornata di sole e tepore annunciasse il mattino successivo.

Ma così non era stato, ed un imprevisto maltempo aveva segnato il suo risveglio assieme alla proibizione assoluta di recarsi nei campi ormai fangosi e pieni di pozze d’ acqua piovana.

A lui non era rimasto che sperare inutilmente che  il tempo si rimettesse al bello, col visetto appiccicato al vetro della portafinestra del tinello. Il miracolo non si era però compiuto.

Con incredibile forza d’ animo aveva terminato di pranzare spiluzzicando distrattamente e attirandosi i commenti poco piacevoli del fratello maggiore. Ma a pasto ultimato e non appena tutti  avevano smesso di dedicargli un’ attenzione in quel frangente davvero indesiderata e scomoda, era scappato in cortile e corso via nel suo rifugio segreto. Per dare finalmente libero sfogo al suo dolore immenso.

Consapevolmente privo del conforto lieve e dell’ empatia gentile di una voce adulta qualsiasi che gli spiegasse come quella domenica era soltanto principio di autunno e non castigo divino per improbabili colpe precedentemente commesse.

Eppure ad un tratto era stato proprio il pensiero di quel mancato divertimento a tirarlo su di morale e a rendere sopportabile quella giornata di pura sofferenza.  Come un viandante assetato in un deserto inospitale  cerca di scorgere in lontananza l’immagine rarefatta dell’ oasi per rinfrescare il proprio spirito affranto, l’ idea di quell’ aquilone in paziente attesa e tuttavia pronto a  spiccare il volo in qualsiasi momento, condotto dalla sua manina e da un vento gentile e favorevole, aveva avuto il potere di rasserenarlo e di dargli speranza nuova. Portandolo con sé ed in alto, con benevolenza,  verso una concreta e possibile via di fuga, a distanza di anni luce da quel presente di così poche soddisfazioni e di molti affanni.

Lucia Guida

” Un volo di aquiloni “, Pietro Lerda

Messages in a Bottle – Messaggi in bottiglia

“ Io ti ho amato, André, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E’ scoppiata tutto d’un colpo. C’erano cocci ovunque,  e tagliavano come lame. “

A. Baricco, “ Oceano Mare ”

Si scrive sempre per una qualche ragione. Per mero “compiacimento del proprio ego” (cit.) o, all’opposto, per comunicare messaggi di varia tipologia, a livelli di partecipazione diversi dettati dalla mission (se è presente! ) dell’autore. Per la valenza terapeutica spesso contenuta nel mettere nero su bianco idee e situazioni ma anche per l’esigenza di condividere con altri stati d’animo, pensieri, riflessioni sulla vita sperando di poter raggiungere lo strato più profondo della sensibilità del lettore. Una sorta di atto estremo di egoismo o di pura generosità, a seconda della prospettiva da cui lo scrittore si pone attingendo dalla propria versatilità.

Per me è soprattutto la possibilità di provare a parlare di uomini e donne cogliendoli nella loro interiorità. Con un’attenzione particolare per una prospettiva au feminin, dovuta, forse, al fatto di trattare con maggior consapevolezza argomenti conosciuti.

Ci sono poi ragioni  inespresse, e cioè motivazioni più o meno consapevoli, che provengono dal vissuto e da tutto ciò che chi scrive ha avuto possibilità di esperienziare nell’immediato e nel tempo. Come ho già sostenuto, non credete mai  a un autore che vi racconti di aver concepito un’opera di pura fantasia. L’autobiografico c’è sempre, volenti o nolenti, costituendo il sostrato da cui partire prima di prendere il volo. Un aggancio realistico indispensabile, a mo’ di trampolino di lancio, per proseguire con scioltezza  e autonomia maggiori nell’intreccio narrativo.

Per il I Concorso Letterario “Donne che fanno testo” bandito dal Messaggero ho deciso di scrivere un racconto breve intitolato “Il mare dalla finestra” in cui le mie riflessioni scrittorie si fondono con idee, voci, immagini attinte dal quotidiano altrui e proprio, partendo dall’incipit proposto dalla giuria. Delinenando un’immagine femminile pronta a spezzare le catene prendendo le distanze da una storia affettivo-sentimentale insoddisfacente per riappropriarsi della sua vita con fragilità e insieme determinazione come spesso può accadere. Con una rinata consapevolezza personale a cui il destino ha deciso di dare una mano.

http://www.donnechefannotesto.it/pdf/Il%20mare%20dalla%20finestra%20.doc%20finale.pdf

“Viaggio in Jugoslavia. Zagabria: giovane donna in costume da bagno seduta su una delle terrazze che costeggiano gli argini del fiume Sava”, F. Patellani

Working in Progress : Editing a Short Story

From Wikipedia:

“ Editing is the process of selecting and preparing written, visual, audible, and film media used to convey information through the processes of correction, condensation, organization, and other modifications performed with an intention of producing a correct, consistent, accurate, and complete work.

The editing process often begins with the author’s idea for the work itself, continuing as a collaboration between the author and the editor as the work is created. As such, editing is a practice that includes creative skills, human relations, and a precise set of methods (…) “

 

L’editing è una delle operazioni più complesse e nel contempo più semplici della pubblicazione di un libro. Una sorta di processo di assimilazione-accomodamento di piagettiana memoria tra  autore ed editor, in cui non ci sono vinti né vincitori ma semplicemente due persone che lavorano a un unico scopo: quello, cioè, di rendere accattivante e funzionale un testo per il pubblico dei lettori. Con competenza ma un briciolo di cuore, almeno secondo la mia personale opinione.

Gli autori, è cosa arcinota, appartengono a una razza estremamente bizzarra: molto spesso ermetici e prigionieri di emozioni, stati d’animo e percorsi di pensiero e altrettanto convinti di fornire sempre chiavi di lettura piane, trasparenti al loro pubblico. Senza curarsi talvolta dei necessari traits d’union.  La loro prospettiva è quella da cui si pone un qualsiasi individuo quando dal chiuso di una stanza prova a rimirare un paesaggio, senza però liberarsi delle vestigia del luogo che lo  accoglie. Del paesaggio riuscirà a percepire tantissimo ma probabilmente non con una visione a tutto tondo offerta, invece, dall’osservazione della stessa veduta dalla sommità di una collina.

Il fatto è che l’autore, specie se esordiente, nutre nei confronti della propria  opera lo stesso atteggiamento amorevolmente protettivo di una madre alle prime armi: vorrebbe che la sua creatura muovesse i primi passi nel mondo circostante pur non essendo sempre pronta ad accettarne gli inevitabili costi emotivi.

Questo perché editare è un atto di umiltà estrema, come farsi passare da capo a piedi da una macchina a raggi X: impietosa, precisa, impersonale, professionale.

Non a caso l’editing è uno dei punti di forza delle migliori case editrici. E qui mi fermo perché di quest’ultimo discorso voglio cogliere solo l’aspetto migliore e non già la propensione, da parte di alcuni editori, a uniformare, a torto o a ragione, le opere da loro pubblicate al loro taglio (sic!) editoriale.

La mia proposta odierna di lettura per voi è l’editing di un mio racconto breve di un paio di anni fa mai pubblicato in cartaceo a cura di Pescepirata.it, un giovanissimo laboratorio di scrittura e forum letterario molto innovativo. Tra le varie proposte ricevute per la mia storia, ho scelto quella di bruno, più vicina alle mie scelte narrative, ma il mio debito di riconoscenza va anche a MasMas che del mio racconto ha fornito una versione “giornalistica” netta e scorrevolissima, e a LICETTI che è riuscita meglio a percepire quello che di evocativo mi sarebbe piaciuto trasmettere al lettore.

 

 

LA BOTTEGA DEGLI OROLOGI *

 di Lucia Guida 

 

Per Valterio il tempo si era fermato nel preciso istante in cui, un mattino di quattro anni prima, aveva aperto i battenti della sua bottega e soffermato lo sguardo incredulo sulle lancette immobili del pendolo francese. Quell’orologio imponente e bifronte, che aveva segnato la giornata di tanti orologiai prima di lui e determinato con rigore la regolazione di mille altri apparecchi, aveva deciso inspiegabilmente di tacere dopo secoli di onorato servizio. Giaceva inanimato tra una corte variegata di orologi a cucù,  su ceramica, con calendario e zodiaco, da tasca, sveglie trillanti e quant’altro serviva agli esseri umani nella loro ricerca di certezze quanto meno temporali.

E dire che  lui aveva sempre provveduto a dare corda al pendolo allo scoccare dei quattordici giorni prescritti, con la premura e il garbo di un giardiniere che si preoccupa  di  potare,  concimare, rinvasare e curare le piante che gli sono state affidate, aspettandosi che queste lo ripaghino delle sue fatiche.

Aveva tentato in mille modi di riportarlo in vita, ma non c’era stato verso. Alla fine, sconfitto,  si era apprestato a terminare la riparazione di un costosissimo cronografo d’epoca Zenith; aveva promesso di restituirlo funzionante in giornata e nell’urgenza del lavoro non si era accorto nemmeno che l’ora di pranzo era passata da un pezzo senza che Irina gli avesse portato da mangiare.

Quando era uscito di casa, come al solito prestissimo, l’aveva lasciata  addormentata sull’enorme letto Chippendale che aveva ereditato dai suoi zii con la casa e tutto il resto. Non aveva avuto cuore di svegliarla da quel sonno così profondo e a pranzo si era arrangiato sbocconcellando una mela.

A sera fatta aveva risposto al saluto del medico condotto, suo committente per lo Zenith, con un sorriso soddisfatto che la diceva lunga sull’esito dell’intervento e poi, serrate le imposte del negozio, aveva lanciato un ultimo sguardo al suo beniamino ridotto a totale inattività ripromettendosi di esaminarlo con cura raddoppiata l’indomani. 

A casa l’aveva accolto un silenzio innaturale, rotto solo dal miagolio nervoso del micio affamato che saltava liberamente da un mobile all’altro del tinello. Nella cucina, pulitissima e in ordine perfetto, niente era cambiato dalla sera prima.

La situazione si era chiarita grazie al biglietto lasciato in bella mostra al centro del tavolo: Irina se n’ era andata, comunicando la sua decisione in quattro parole e senza spiegazione alcuna su un foglio di quaderno.

Valterio si era passato una mano stanca sulla fronte. Andando a ritroso nel tempo aveva esaminato, finalmente con la dovuta attenzione, i tanti campanelli d’ allarme disseminati negli ultimi tempi del loro ménage; segnali a cui non aveva voluto fare caso, deliberatamente e caparbiamente. I lunghi silenzi di lei attribuiti sbrigativamente alla difficoltà di esprimersi in una lingua straniera; gli sguardi senza tenerezza e opachi, la fine delle tante premure che l’avevano conquistato e reso felice nei primi tempi del loro amore,  piccoli rituali scomparsi come neve al sole di marzo. 

Per qualche giorno aveva fluttuato in un’atmosfera irreale; portare a termine la minima azione gli costava un notevole sforzo fisico e mentale.  Ai vicini e ai clienti più affezionati aveva raccontato che sua moglie era dovuta partire all’improvviso per il suo Paese per assistere un familiare gravemente ammalato. Aveva sperato che la pietà e la discrezione prevalessero sulla morbosità e sul gusto del pettegolezzo; era stato accontentato, nessuno aveva messo in discussione pubblicamente quella sorta di recita imbastita alla bell’e meglio. Irina ben presto era stata considerata un’ospite di passaggio nel borgo e la sua permanenza temporanea volenterosamente archiviata.

Soltanto a distanza di più di un anno un suo lontano parente gli aveva riferito di aver intravisto in città una bionda somigliante a lei in maniera stupefacente, aggiungendo però in fretta che no, non poteva essere sua moglie, perché la donna spingeva una carrozzina con un neonato che piangeva a squarciagola. Lui l’aveva lasciato parlare senza alcun commento poi, rimasto solo, aveva ripensato a quei figli cercati lungamente e mai arrivati, frangente da lui accettato con filosofica rassegnazione e celebrato invece da sua moglie con lunghi silenzi e sguardi lucidi di pianto.

Il periodo di lutto era terminato il giorno in cui aveva ripreso in mano il suo ddu botte, l’organetto a due bassi imparato a strimpellare da bambino che era sempre stato di conforto nei momenti meno felici della sua vita. Era successo un pomeriggio di primavera: il ticchettio familiare degli orologi non era riuscito a rinfrancarlo come al solito. Incapace di concentrarsi su quanto aveva tra le mani, si era guardato attorno cercando un salvagente cui potersi aggrappare e l’ aveva finalmente scorto in un angolo del laboratorio, in paziente e muta attesa. L’ aveva afferrato con foga, carezzato con delicatezza i trafori sapientemente intagliati, i tasti candidi perfettamente allineati e il mantice non più libero come una volta di gonfiare il respiro. Aveva scoperto  con dispiacere tra le pieghe di quest’ultimo le minuscole larve dell’insetto che vi si era annidato approfittando dell’abbandono in cui versava lo strumento. Con delicatezza l’aveva ripulito, riportato alla luminosità dei tempi in cui le serenate erano tutte per quella donna dall’incarnato diafano che gli aveva toccato il cuore, quando aveva intonato saltarelli, quadriglie e canzoni popolari della sua terra, con la gioia di riportare un sorriso leggero in quegli occhi azzurri  malati di nostalgia. Era bastato un attimo per riannodare quell’antica storia d’amore; l’organetto aveva ripreso a vibrare sotto le sue dita, riempiendo nuovamente di suoni e colori vividi la stanza per ritemprarlo come un tempo nei momenti di riposo.

La musica e gli orologi erano state da sempre le sue grandi passioni. Era diventato orologiaio per caso e per necessità insieme, per il bisogno intenso di proiettarsi in qualcosa di certo e di tangibile.

I suoi genitori erano rimasti uccisi di ritorno dai campi, in una giornata piena di sole e di lavoro, travolti nel piccolo tre ruote da un camion che aveva perso il controllo in un tornante di montagna. Lui si era salvato perché in ritiro, quel giorno, per la sua prima comunione in un vicino santuario. Aveva appreso la notizia dalla voce tremante della perpetua, alla fine di una domenica di meditazione al profumo d’ incenso in chiesa e poi di giochi all’aria aperta, tra l’odore del grano appena mietuto e il ronzio dei  calabroni. Una giornata speciale che era stata spartiacque tra un passato infantile oramai sfumato e un presente di precoce maturità terribilmente concreto.

L’unico parente stretto, un fratello di suo padre, era a capo di una famiglia numerosa: per lui spazio non ce n’era. L’avevano accolto in casa degli zii in seconda della madre che non avevano figli. Aveva ricevuto comunque la prima comunione, col cuore gonfio per i due perfetti estranei che in chiesa avevano occupato il posto che sarebbe spettato ai genitori.

Quando oramai nessuno più si aspettava che quell’undicenne dagli occhi pieni di ombre potesse provare  interesse per qualcosa, il miracolo si era compiuto. Lo zio, orologiaio, l’aveva invitato più e più volte a recarsi nel suo negozio, ma lui aveva preferito continuare a rifugiarsi nei pressi di quella che un tempo era stata la sua casa, ora passata a un altro massaro, osservando con sguardo impenetrabile la nuova vita che vi si svolgeva, sordo perfino alle lusinghe di due tiri al pallone con i ragazzi del paese; nascosto dietro un cespuglio aveva masticato fili e fili d’erba dal retrogusto amaro, legato a doppio filo a un passato da cui non riusciva a staccarsi. Fino a quando la zia l’ aveva pregato per  l’ennesima volta di portare un certo involto al marito e lui, sfinito da tanta insistenza, le aveva ubbidito per mera educazione, senza una parola o un cenno di assenso.

Tuttavia, una volta giunto a destinazione, si era lasciato ammaliare dal fascino di quei sommessi ticchettii, così diversi l’uno dall’altro. Si era chiesto cosa potesse celarsi dietro la facciata rustica di un orologio a cucù o il ben più sontuoso sportello di un orologio da parete, solo apparentemente mossi dallo stesso scopo. E in questa sorta di rapimento era rimasto sino a quando, all’improvviso, quel coro di leali musici aveva deciso di celebrare l’ora esatta, all’unisono e in mille  variazioni.

Valterio si era riscosso  e con un po’ di vergogna aveva sbirciato il buon uomo, osservando con sollievo come questi fosse talmente intento, monocolo e strumenti alla mano, alla riparazione di un qualche sofisticatissimo meccanismo, da non aver percepito né il cigolio della porta né tanto meno quel tripudio di festosità. Alla  fine lo zio l’aveva salutato, gli aveva chiesto il pranzo ed era tornato in breve alle sue cose, lasciandolo nuovamente libero di esplorare quell’universo tanto accattivante. Da quel momento il ragazzo non si era più rifiutato di eseguire commissioni che avessero come meta finale la bottega e con un filo di voce aveva, tra un recapito e l’ altro, trovato anche il coraggio di chiedere spiegazioni sull’operato dello zio, sino a quando quest’ultimo, dopo diversi mesi, gli aveva proposto di passare parte del pomeriggio da lui, per essere iniziato a quella nobile arte in cui la precisione e l’abilità manuale dovevano per forza sposarsi con una certa sensibilità. 

Valterio poggiò con delicatezza la cassa dell’orologino da donna a cui aveva cambiato la pila, non senza procedere a una pulizia scrupolosa prima di riconsegnarlo alla proprietaria. Gli orologi a funzionamento meccanico continuavano a essere i suoi preferiti, ma era cosa impensabile chiudere la porta alla tecnologia. Ultimamente aveva preso l’abitudine di intervallare i lavori seri e sacrosanti di sempre, per i quali continuava a essere richiestissimo, con lavoretti di poco conto che pure l’aiutavano a sbarcare il lunario.

Chiuso a chiave il cassettino in cui custodiva tutto ciò che, in sospeso, avrebbe terminato nei giorni a venire, aveva abbracciato con gli occhi le pareti della stanza, frementi attraverso le casse di risonanza dei tanti ospiti che vi dimoravano stabilmente. Quella sera sarebbe passato dal bar in piazza per fare due mani di briscola con amici di vecchia data e decise che avrebbe portato con sé il ddu botte. Sapeva che gli avrebbero chiesto di suonarlo.

La vita gli aveva concesso tempo infinito da dedicare ai pensieri e alle riflessioni nella nicchia discreta della sua bottega; ogni istante presente, passato e futuro era prezioso e irrinunciabile.

La mascherina istoriata di un pendolo di legno e metallo gli rimandò il monito conosciuto di  Tempus Fugit  e lui pensò che davvero non era possibile tornare indietro,  ma soltanto guardare avanti. Con quella certezza, in cui erano racchiuse in egual misura residue scintille di speranza e  qualche segreto rimpianto, spense la luce della bottega, con la netta impressione che cento anime trattenessero per lui il respiro. Poi, con il ddu botte a tracolla, prese deciso la stradina che saliva verso il centro del paese pulsante di vita, nella bruma di novembre, accompagnato dal rumore amico dei suoi passi tranquilli e solitari.

 

* Editato gratuitamente dalla community di Pescepirata.it a cura di bruno

” Orologiaio “,  A. Caselli

 

 

Poetando emozioni – Poetizing Emotions

Non sono una poetessa.

Non so nulla di metrica, non l’ho mai studiata. Il mio approccio alla poesia è quello di una brava cuoca che s’ingegna a riprodurre con esercizio di buona volontà le creazioni di un grande chef. Una volta mi è capitato di condividere questa mia estrema consapevolezza con i membri di un gruppo di poesia su Facebook dopo aver postato  a beneficio della loro lettura il mio primo haiku. Immediatamente ho ricevuto due commenti: il primo sottolineava con precisione ingegneristica le caratteristiche dell’haiku ( e come il mio gli somigliasse solo di straforo ! ). Il secondo era un vero e proprio rimprovero: per la commentatrice si è poeti o non lo si è, senza se e senza ma. Magari aveva anche ragione.

Faccio ancora parte del gruppo di cui sopra ma non ho più trovato il coraggio di postare altro: forse perché al di là dei tecnicismi la poesia per me è  sentimento puro,  colore che sfuma in altro colore. Qualcosa di ineffabile che il poeta si ostina a fermare su un pezzo di carta. E l’ineffabile, si sa, non si può ingabbiare.

Le mie proposte per voi sono il famoso haiku e una poesia in versi sciolti scritta in occasione dell’8 marzo un paio di anni fa.

Buona lettura

Luce di Luna

Chiara turba anche

Notte profonda

Photo: “Luce di luna” di P. Kratochvil

Non regalateci mimose

Non regalateci mimose

comperate da fiorai distratti,

vaporosi ed effimeri

pegni di risarcimento

di amori trascurati e delusi:

dureranno una manciata di pensieri

in un giorno isolato

che non ci farà sbocciare

esplodendo di vita piena.

Non riempite il vaso del vostro rimorso

con splendidi fiori recisi di serra;

quel dito d’acqua che li terrà vitali per poche ore

non potrà sostituire

la terra grassa e bruna

di un campo all’ aria aperta.

Offriteci, invece, una pianta d’ulivo;

minuscola

ma con radici ben piantate al suolo

sferzata dal vento

blandita dalla pioggia

accarezzata dal sole.

E’ quello di cui noi donne

più abbiamo bisogno:

bellezza infinita

che traspare da sembianze semplici

e cura costante degli elementi,

l’abbraccio forte, vero

e fragile

di un uomo che è verità, forza

e fragilità.

Questo e questo soltanto

ci necessita

e non già vetro trasparente di serra

mentre fuori imperversa

la bufera.

Lucia Guida

Photo: “Luras, albero di olivo secolare” in SARDEGNA DigitalLibrary

An Excerpt from “Scelta o destino, Antologia di racconti”: Polvere di stelle

Polvere di stelle

Una notte di S. Lorenzo come quella non s’era mai vista. Lo sguardo puntato alla volta celeste rapita da quella scia finissima di stelle cadenti, mi convinsi che i desideri più segreti potessero tramutarsi in realtà. Lo pensai per me stessa e per te, creatura mia, racchiusa nel mio grembo e già così vitale. Sapevo che saresti stata una bimba e volevo per te un avvenire migliore ben diverso dal mio, lontano da un’infanzia finita precocemente ancor prima di sbocciare fatta di  privazioni, di sogni sfumati bruscamente e di continue battaglie per la sopravvivenza spicciola.

A quindici anni avevo accettato di andare a servizio in città sostituendo al verde tenue delle risaie il grigio uniforme di abitazioni scurite dal tempo dai comignoli svettanti verso cieli incerti. Il parroco, cui avevo chiesto aiuto, m’aveva raccomandata a certi conoscenti alla ricerca di una ragazza senza troppi grilli per la testa e capace nel lavoro domestico. Il mio primo viaggio in treno era durato un giorno intero offrendo ai miei occhi avidi i paesaggi veneto, lombardo e piemontese in tutta la loro opulenza autunnale. All’arrivo il padrone di casa, capo contabile in una cartiera, si era appropriato del mio poco bagaglio senza notarne l’inconsistenza. Quella notte sbirciando dalla finestra un cielo dal blu indefinito avevo pianto a lungo. L’indomani all’alba avevo in fretta raggiunto la cuoca in cucina che dopo avermi rifocillata mi aveva mostrato come accendere l’enorme cucina economica lasciando che una nuvola spessa di vapori e odori preludio dei pasti della giornata ci avvolgesse. Fianco a fianco avevamo lavorato in silenzio sino a quando la siora era venuta a salutarci e a impartire ordini. Intimidita l’avevo appena sbirciata mentre lei soppesava il mio volto diafano, le trecce color stoppa, la figurina inconsistente per poi chiedere alla Ada di darmi qualcosa con cui sostituire l’abituccio che portavo, per me il migliore. Ero stata assunta.

Ogni giorno mi levavo zelante per tempo in attesa che in quella casa di paroni ciascuno si dedicasse ai propri impegni; osservando spesso attraverso la vetrata che li separava da me la Mara, impiegata, e suo fratello Filippo, universitario, vivendo di riflesso un’esistenza dorata cui non appartenevo. E tuttavia rassettare le loro stanze non mi pesava affatto. Accarezzarne i mobili ben tenuti mi dava curiosamente la possibilità di riandare col pensiero a quanto avevo lasciato pur senza troppi rimpianti risvegliato dalla cera profumata che ne impregnava il legno lucido e che mi ricordava l’odore d’incenso della messa alla domenica. Diverso dalla costosa essenza di Mara, provata di soppiatto un pomeriggio in cui i Barberis al completo, le donne avvolte in soffici stole di volpe, si erano recati al cinematografo per vedere Amedeo Nazzari. In quel giorno di festa anch’io e la Ada avevamo  goduto di qualche ora di libertà. Con la Isa, a servizio come me, ero stata in estatica contemplazione del Valentino immerso in un’acerba primavera mentre la cuoca aveva preferito visitare alcuni parenti che abitavano in periferia in una delle tante case di ringhiera. Per un po’ avevo ripensato alla solenne processione del Venerdì Santo e alla festosità dei pianini napoletani coi loro ballabili e le canzoni popolari alla Domenica di Pasqua ridondanti per le vie del borgo mentre seduta su una panchina osservavo il passeggio permettendomi il lusso di un gelato comprato da un ambulante e accettando con la mia compagna la corte impacciata di Cesco e Beppe, operai, anche loro come noi in libera uscita a disagio nei vestiti buoni lontano dal frastuono della fabbrica. Cesco, di Noale, veneto come me anche se de mar era a Torino da pochissimo e divideva una camera con Beppe, marchigiano di Ancona. Alla fine ci eravamo salutati tutti con la speranza di rivederci e con un sorriso. La vita aveva ripreso con lentezza il solito corso sino a quando il destino non ci aveva messo lo zampino e al Cesco, cui avevo confidato il mio indirizzo, era venuto in mente di aspettarmi qualche sera dopo sotto casa in attesa che con una scusa scappassi ad incontrarlo. In men che non si dica ero diventata la sua morosa, la nostra promessa suggellata dalla visione di un film di sentimento e passione e da numerosi baci che ci eravamo concessi con ingenua e sincera prodigalità. La mia aria svagata non aveva tuttavia tratto in inganno la Ada, la quale mi aveva una domenica colta in flagrante da lui in atteggiamenti inequivocabili. Con insperata gioia l’avevo udito impegnarsi solennemente a sposarmi e la brava donna, rasserenata, aveva fatto da intermediaria presso i paroni perché ciò in breve tempo si compisse. Ed eccomi lì con una sottile fede d’oro al dito, regalo di nozze dei Barberis che così maldestramente avevano vegliato sulla mia illibatezza nonostante le molte raccomandazioni del don.

In una concisa lettera avevo spiegato le novità ai miei promettendo di visitarli quanto prima, poi mi ero trasferita nelle due stanze procurate con premura dal mio uomo gomito a gomito con altre due famiglie già avviate, l’una di operai, l’altra di anziani ambulanti.

In quella prima sera da sposa mi era sembrato di toccare il cielo con un dito; una casa tutta nostra, la mano confortevole di mio marito poggiata sul mio ventre a cercar di carpire i primi movimenti di nostro figlio. L’affettuosa indiscrezione di nuovi amici, pronti da subito a darmi con semplicità una mano. Un cielo estivo da poter rimirare con libertà in qualsiasi momento ne avessi avuto voglia.

Condividendo con te, figlia mia, attese e speranze future con le tue movenze lievi di farfalla appena sotto il mio cuore quasi a chiedermi perdono per la notte insonne procuratami.

Respirando a fondo avevo chiuso gli occhi su quella luminosità di seta marezzata. Saresti stata Stella, avevo deciso, e il tuo cammino di donna generata per salite spesso difficili da intraprendere sarebbe stato in piano, illuminato dalla benevolenza costante di un astro lontano, il tuo. *

“Polvere di stelle” in A.A.V.V. (2011), Scelta o destino, antologia di racconti, Cooperativa Tipografica degli Operai, Vicenza

 

” De sterrennacht ” by V. Van Gogh

Concorsi letterari: quando essere premiati paga

Girovagando nel web qualche giorno fa mi è capitato di imbattermi in un sondaggio; ai visitatori di un sito di scrittura e lettura veniva chiesto di indicare quanta importanza rivestissero i concorsi letterari nella scrittura. Se, cioè, servissero e in che misura a promuovere gli autori che vi partecipavano.

Ho cominciato a inviare i miei racconti brevi ( brevissimi per qualcuno, ma il mio stile è questo: periodare lunghetto compensato da racconti mini, prendere o lasciare! ) nell’autunno del 2008. Da poco avevo scoperto un sito che mi era apparso formidabile, quello di CLUB.IT: di facile consultazione, gratuito, esaustivo. E con certosina pazienza avevo iniziato a spuntare bandi dopo bandi alla ricerca dell’occasione. Mi ero incamminata per questa strada a caccia di conferme esterne che andassero oltre gli apprezzamenti amichevoli  per i  miei post dei blogger di libero,la piattaforma in cui con buona volontà e voglia di confrontarmi avevo aperto una sorta di pensatoio pubblico. La conferma arrivò con una certa celerità, al secondo tentativo: con la fortuna del principiante ero giunta in finale al  XII Concorso Letterario organizzato dalla Biblioteca Poggio dei Pini di Capoterra (CA). Col senno di poi credo che se ciò non fosse avvenuto avrei con molta probabilità continuato a scribacchiare di vita quotidiana al femminile sul mio Springfreesia.

Non credo di esagerare affermando che quella selezione cambiò il corso dei miei eventi scrittori: fui incentivata a continuare in tal senso e a partecipare ad altri eventi letterari con maggiore e minore fortuna. La cosa bella ed entusiasmante per un’aspirante affabulatrice come me è proprio nel sentire riconosciuta questa tua capacità, vera o presunta. Quella, cioè, di riuscire a trasmettere a  chi legge qualcosa di tuo, che sia impalpabile come sensazioni e stati d’animo o al contrario di sostanza come la descrizione di cose, eventi e persone

Di premi e bandi letterari il Bel Paese è stracolmo. Ce ne sono di accettabili e seri ma anche di leggeri e poco credibili. Tra questi ultimi svariate le manifestazione a premi  caratterizzate dalla velata promessa di ottenere una pubblicazione in grande stile gratuita: a spese zero per l’autore, interamente a carico della casa editrice che si è, per l’occasione, fatta promotrice dell’evento letterario in questione.

Peccato tuttavia che assai spesso alla tua non ammissione in finale segua un’interessante proposta editoriale: certamente a pagamento, certamente onerosa per chi la riceve, trasudante però gloria in fieri. Può capitare che l’autore in questione si senta lusingato da simili profferte e accetti. Intasando il ripostiglio o un paio di scaffali del proprio garage con scatoloni di cartone ricolmi della propria opera solertemente pubblicata, onerosamente pagata e ahimè invenduta, dopo aver provveduto a piazzarne presso amici, parenti e conoscenti qualche copia sporadica.

Difficilissimo orientarsi in questa moderna babele letteraria. Con un po’ di esperienza sul campo personalmente ho imparato a diffidare di quei premi letterari che prevedano onerosi contributi lasciati passare come  tasse di lettura o spese di segreteria (sic!). Ai concorsi proposti dalle case editrici con modalità simili a quelle su esposte in precedenza preferisco, magari, partecipare a un concorso organizzato da una piccola biblioteca di provincia: la locandina sarà forse meno altisonante, ma lo scopo che lo sottende sarà sicuramente più apprezzabile e stimolante se  alla base di quest’iniziativa culturale c’è la diffusione e il consolidamento del gusto per la lettura tra giovani e meno giovani.

I concorsi letterari sono, infine, un piccolo e fedele microcosmo di vita vissuta italiana, pregi e difetti. E può capitare anche di assistere alla premiazione di lavori improbabilissimi infilati dai giurati tra i selezionati all’ultimo momento per simpatia .

Morale della favola: moderazione, come sempre. E ragionevolezza nelle scelte. L’apparenza, si sa, può ingannare con facilità. La consolazione è che comunque tutto ciò che sembra è destinato  per legge di vita a dissolversi al primo soffio di vento a favore della concretezza, che poi fa l’essenza di quelle cose che nella vita  contano di più.

“pratoline” di Julia Hoersch

Maternità – Motherhood

Si nasce o si diventa madri? E ancora: quando si diventa madri: nell’atto del concepimento o forse ancora prima, nell’istante in cui si comincia a pensare progettualmente al bambino che arriverà? Senza buonismi di sorta sono davvero convinta che la maternità sia un dono immenso per una donna; diventarlo consapevolmente credo sia una preziosità unica.

Un pensiero a tutte le donne e mamme qui di passaggio attraverso i pensieri di Lucia, protagonista del mio racconto breve “Una nuova stagione di vita” in un estratto tratto dalla mia silloge Succo di melagrana.

 
(…)

Strinse lievemente il bordo della copertina di lana lavorata a mano che la avvolgeva, avvertendo un involontario brivido che non era soltanto di freddo. Pensare di essere incinta di un uomo che aveva conosciuto nello spazio di pochissimo tempo le dava le vertigini. Eppure era successo, eppure era realtà. E lo sarebbe stato ancora maggiormente col passare del tempo, quando la rotondità del suo ventre avesse deciso di evidenziarsi in tutta la sua esuberanza e piena affermazione della vita che conteneva piuttosto che celarsi con discrezione come adesso sotto l’abito nero da vedova. Passata l’estate, terminato l’autunno, avrebbero in dicembre avuto, lei e i suoi figli, il loro personale Bambinello in carne e ossa, ninnato nella culletta di legno dalla fattura essenziale che suo marito aveva intagliato prima della nascita di Annuccia e che, dopo un paio di anni, era stato nido confortevole anche per Beppe. Ce l’avrebbe fatta. Non era forse vero che quattro bocche si sfamano con la stessa facilità di tre? E che l’arrivo di un figlio, seppure non desiderato, è sempre da preferirsi a una montagna di guai? Almeno era quello che la saggezza popolare suggeriva con pietosa consolazione a tutte quelle donne che, condividendo la sua stessa sorte, si trovavano di fronte a un evento inatteso di tale portata. Ma cosa aggiungere a beneficio di quelle che, in mala tempora come lei, avevano da fare i conti col fatto di non essere legittimate in quest’attesa dall’avere un compagno che le affiancasse, magari partito per la guerra o all’estero come tanti uomini di quel paesello in cerca di fortuna ma pur sempre in odore di rimpatrio, con cui condividere anche socialmente una responsabilità così gravosa? Avrebbe potuto continuare a recarsi nel suo campicello nelle giornate festive o, da brava sarta, cucire ancora per le donne del luogo? E chi l’avrebbe aiutata a tirar su quel pupetto, le volte che lei non avesse avuto possibilità di occuparsene personalmente? Per quanto per natura fosse avvezza ad affrontare uno per volta i problemi che si prospettavano, stavolta quest’antico atteggiamento mentale, in precedenza assai risolutivo, fatto di intuizione femminile e di una buona dose di buonsenso, oltre a una notevole capacità di ottimizzare qualsiasi difficoltà le si parasse davanti, facendola fruttare anche solo in briciole di positività, le sembrava non funzionare a dovere.

Era a un bivio.

A dire il vero l’aveva addirittura superato. Perché con estrema incoscienza o speranza o qualcos’altro che non sapeva ancora ben definire, forse prematuro istinto materno verso quella creatura ancora troppo piccola per segnalare con un battito d’ali o un guizzo la propria infinitesimale presenza, e tuttavia già radicata con forza nella sua vita, aveva deciso di non chiamare la levatrice per farsi aiutare a sbarazzarsene. Di continuare a farla crescere dentro di sé. Di partorirla e di cercare un nome per lui o lei, vestendo quel neonato con coprifasce e vestitini cuciti a mano che erano stati quelli dei suoi ragazzi da piccolissimi e che sarebbero appartenuti anche a quel nuovo fratellino o sorellina figlio di un semisconosciuto soldato americano.

 

Guida Lucia ( 2012), “ Una nuova stagione di vita “ in Succo di melagrana, Piazza Armerina, Nulla Die

“Sweet Lullaby” by Sascalia 

Inspiration Point. Quando l’ispirazione prende il volo Riflessioni personali e semiserie su frammenti di genesi scrittoria

Le belle idee cui dare  forma narrativa ti arrivano quando meno te l’aspetti e se non le afferri prontamente ti abbandonano con altrettanta velocità. Come dire passato il treno, sprecata un’occasione. Per un’aspirante scrittrice part-time come me a volte è difficile anche mettere nero su bianco pensieri e spunti sul moleskine. Una volta mi è capitato di pensare a come sciogliere un nodo narrativo che mi impediva di progredire nella stesura di un racconto mentre guidavo in autostrada con i miei figli alla volta di Roma, in visita a persone care. Impossibile fermarmi su un cavalcavia a strapiombo su un viadotto lunghissimo senza piazzole di sosta. Provare, una volta giunta alla meta, a riprendere le fila del discorso non è stato semplice.  Altro sarebbe stato se avessi avuto a portata di mano il mio pc nel confortevole bozzolo di un luogo familiare e protetto. A parlare semplicisticamente rinunciare a uno spunto ispirativo è un po’ come fare la spesa cercando di tenere a mente quello che devi comprare: non sempre il risultato finale è quello che ti aspettavi. Una volta terminato di stilare la lista della spesa se pure dovesse capitarti di lasciarla  a casa da qualche parte ( come a me immancabilmente accade! ) la tua mente ha comunque messo in moto dei meccanismi cerebrali tali da permetterti, una volta nel supermercato, di ricordarne senza sforzo almeno l’80%. Ben altra cosa se, invece, hai pensato di affidarti completamente alle tue capacità mnemoniche: finirai inesorabilmente per acquistare, se ti va bene, un terzo di ciò che ti occorre, dirottando le tue energie su un’infinità di cose di cui potresti tranquillamente fare a meno.

” Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé. “ E’ uno degli aforismi pluricitati di Virginia Woolf e mi sento di condividerlo in toto. Perché a mio avviso rispecchia allora come oggi quella che è la situazione di molte di noi. Per me scrivere richiede serenità mentale, una dose generosa di tempo a disposizione, la libertà di gestire quest’attività lontana da affanni contingenti come la preparazione del pranzo, l’accompagno di un figlio in palestra o la relazione commissionata dal capo che hai portato con te a casa per terminarla e consegnarla a lui in tempo. Ma quanti scrittori, aspiranti o veterani del campo, possono vantare di possedere una tale ampiezza di manovra? Pochissimi, certamente i più affermati; quelli che hanno avuto la possibilità di trasformare un passatempo rubato alle incombenze routinarie in un mestiere legittimato e consacrato dal favore dei lettori.

La mia unica consolazione, autentica e realmente sentita, alla comparsa di contrattempi simili a quello su citato, è che uno scrittore-lavoratore possieda, forse, maggiori chance di mantenersi con i piedi per terra. Può tastare con maggiore obiettività il polso della situazione e provare ad affabulare il suo pubblico con maggior verosimiglianza.

A patto, naturalmente, di concepire la scrittura come ciò che io chiamo “riflesso” della realtà più compiuta. Una dimensione in certo qual senso attendibile, arricchita tuttavia dal tuo miglior estro creativo. Una sfumatura di colore sui generis su una stoffa di sostanza, tessuta con un filo apparentemente  sottilissimo ma in realtà di ottima tenuta.

A proposito di pubblicità

Il booktrailer è uno strumento di ultima generazione per pubblicizzare opere letterarie di genere diverso. In un formato accattivante e maggiormente fruibile qual è quello di un video fatto di immagini e non di sole parole ( come è diversamente in una recensione o nel testo riportato dalla quarta di copertina ) il potenziale lettore può brevi manu farsi un’idea certamente vicina alla realtà del libro propostogli accettando di proseguire nell’esplorazione scaricandolo come ebook oppure recandosi in libreria ad acquistarlo.
In questo post vi presento il booktrailer homemade della mia silloge di racconti “Succo di melagrana” realizzato da mia figlia Roberta su mie indicazioni sperando di incontrare il vostro favore tanto da spingervi a leggerlo in versione integrale

 

Dietro le quinte – On the Backstage

Scrivere e pubblicare un libro non è un atto automatico. Richiede tempo, lavoro, coinvolgimento affettivo-emotivo, impegno tecnico, un pizzico di intraprendenza. E’ un lavoro a tempo pieno che io ho gestito come fosse corollario di un grande teorema: la mia vita di genitore single, il mio lavoro, le mie amicizie, la mia quotidianità più spicciola. Collocare  in questo algoritmo ben architettato preesistente il tempo necessario per condurre quest’impresa in modo decoroso non è stato semplice. Più di una volta mi sono chiesta con consapevolezza e forse un po’ di stanchezza se fosse ancora il caso di continuare per questa strada. Decidendo poi di andare comunque avanti con dignità, entusiasmo rinnovato e molto olio di gomito, cercando di non deludere chi aveva creduto in me regalandomi con generosità stima e apprezzamento.Qui di seguito qualche momento di questo percorso in progress. Ancora tutto da costruire, ancora tutto da equilibrare

 

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Il pc per un autore è punto di arrivo e punto di partenza. Il mio è affettuosamente obsoleto ma non riesco a staccarmene; come non riesco a fare a meno del paio di occhiali parcheggiati sulla tastiera: un regalo dei miei figli per il mio compleanno, segno del tempo che trascorre incessantemente.  E che mi ha resa, oggi, nella scrittura allodola e non più  pipistrello

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Un paio di foto commissionate a professionisti sono il tormentone delle prime volte di ogni autore. Com’era prevedibile mi ci sono imbattuta anch’io scegliendo alla fine di pubblicare foto “vivibili”: più sentite, meno preconfezionate

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Prove tecniche di trasmissione per l’acquisto su uno store on-line di libri del mio “Succo”. La foto, gentilmente scattata da mio fratello, ne attesta la buona riuscita!

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Pensare a qualcosa di piccolo ma di importante per il pubblico che è in sala ad assistere a una tua Presentazione: una pergamena con una poesia al femminile, in cui il concetto di Donna non è mero optional

 

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I fuoriprogramma. L’affetto di amici e colleghi   per i quali la presentazione del tuo libro non è un momento come un altro

 

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Una lettera che è un attestato di stima ma anche una piccola recensione

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I sentieri più battuti, si sa, sono fatti di piccoli ma significativi passi.