Morire d’amore no

Nuova settimana e nuovo articolo su Casa di Parole di Substack.
Stavolta parlo di un attraversamento più intimo e letterario, nato dal ricordo di mio nonno Mario e dalla storia di Madama Butterfly ascoltata da bambina.
Buona lettura


Morire d’amore no

Da bambina la storia di Madama Butterfly me l’aveva raccontata Mario, il mio nonno materno appassionato di melodramma.

Non ricordo esattamente quanti anni avessi, né dove fossimo. Ricordo però l’impressione che mi fece quella vicenda: una giovane donna che aveva creduto all’amore, alla promessa di un uomo venuto da lontano, e che si ritrovava sola, con un figlio, dentro un’attesa diventata destino.
Pinkerton era partito. Aveva lasciato dietro di sé una moglie bellissima, una casa, una promessa, una vita sospesa. E quando era tornato, non l’aveva fatto per riparare. Era ricomparso con un’altra donna, con un altro futuro, con un altro ordine del mondo.

Da bambina, forse, non potevo capire tutto. Non potevo capire il peso dell’abbandono, della disparità, della solitudine, dell’attesa. Non potevo comprendere davvero che cosa significhi restare immobili dentro una promessa mentre l’altro, altrove, continua a vivere la sua vita con leggerezza.

Ma qualcosa mi arrivò con una chiarezza quasi fisica: l’idea che l’amore potesse chiedere la vita mi sembrò terribile.

Mi sembrava enorme, e insieme ingiusta, quella fine. Come se l’amore, a un certo punto, potesse diventare una stanza senza porte. Come se essere lasciati significasse non avere più un posto nel mondo. Come se l’altro, andandosene, potesse portarsi via non soltanto la propria presenza, ma anche il diritto dell’abbandonato a continuare i suoi giorni.

Forse è questo che mi ferì allora, anche se non possedevo parole e strumenti sufficienti per esplicitarlo.

Crescendo ho continuato a pensare a Butterfly non solo come a un personaggio d’opera, ma come a una figura che appartiene a un immaginario più grande: quello delle donne educate all’attesa, alla fedeltà assoluta, alla dedizione senza misura. Donne a cui, per secoli, la cultura ha raccontato che amare significasse annullarsi, restare, perdonare, sopportare, sacrificarsi.

E invece no.

Da bambina forse mi commossi per Butterfly. Da adulta non riesco più a guardare quella fine senza sentire anche un’intima ribellione.

Perché la fine di un amore può devastare. Può togliere il sonno, l’appetito, la fiducia. Può farci sentire sostituibili, inadeguati, ridotti a un prima che non torna. Ci sono addii che lasciano macerie, silenzi che consumano, promesse tradite che restano a lungo dentro di noi.

Ci sono storie che, quando finiscono, non smettono subito di parlarci. Permangono nei luoghi, nelle abitudini, nelle ore vuote. Ma proprio lì comincia il lavoro più difficile: separare il dolore dal valore che attribuiamo a noi stessi. E spesso la domanda più feroce non riguarda nemmeno l’altro ma noi stessi. Il nostro valore. La nostra amabilità. La nostra possibilità di essere scelti, riconosciuti, custoditi.

Ma morire d’amore no.

Nessun amore merita la distruzione di sé. Nessuna assenza può diventare una sentenza definitiva sul nostro valore. Nessun abbandono può autorizzare l’idea che la nostra vita sia finita insieme a quella relazione.

Chi non ci ha saputo amare non può diventare il giudice ultimo della nostra esistenza.

L’amore può finire. Può deludere. Può tradire la promessa che sembrava contenere. Può rivelarsi più fragile, più opaco, più vile di quanto avessimo sperato. Può non essere all’altezza della fiducia che gli avevamo consegnato.

Ma noi non siamo sic et simpliciter ciò che qualcuno ha scelto di lasciare.

Non siamo la misura dell’amore che non ci è stato dato. Non siamo il vuoto creato dall’assenza di un altro. Non siamo la persona che non è stata scelta, o è stata scelta male, o è stata tenuta in sospeso, o è stata dimenticata troppo in fretta.

Siamo anche tutto ciò che resta dopo.

Il dolore, certo. La ferita. La stanchezza. Ma anche la possibilità, magari lentissima, di tornare a noi. Di riprendere possesso della nostra voce. Di smettere, un giorno alla volta, di abitare solo il punto in cui qualcuno ci ha fatto del male.

Forse diventare adulti significa anche questo: continuare a commuoversi per Butterfly ma smettere di confondere la sua fine con una forma di grandezza epica.

La grandezza non è morire per chi se ne va.

La grandezza, semmai, è sopravvivere al crollo. Restare. Curarsi. Chiedere aiuto, se occorre. Lasciarsi tenere da chi sa restare senza invadere. Fare piccoli gesti quotidiani mentre dentro ci sembra di essere devastati.

Alzarsi. Aprire una finestra. Mangiare qualcosa. Rispondere a un messaggio. Uscire a camminare. Scrivere una pagina. Accettare una telefonata. Tornare lentamente nella propria casa interiore.

Non sempre ci si riesce subito. A volte si resta a lungo sulla soglia, con il cuore ancora voltato indietro. A volte la quotidianità sembra più piccola, più muta, meno abitabile. A volte ci si sente ridicoli per avere ancora nostalgia di ciò che ci ha feriti.

Ma il dolore non è una colpa. La nostalgia non è una vergogna. L’amore finito non ci rende meno degni.

Ci vuole tempo per capire che non tutto è stato portato via. Che qualcosa, dentro, respira ancora. Che la nostra vita non coincide con lo sguardo di chi non ha saputo vederci davvero.

Butterfly continuerà a commuoverci. Continuerà a ricordarci la potenza del canto, della ferita, della promessa tradita. Continuerà a stare lì, nel suo dolore estremo, come una figura fragile e immensa. Ieratica.

Ma forse oggi possiamo guardarla anche da un altro punto.

Non per giudicarla. Non per sottrarle compassione. Non per semplificare la sua tragedia.

Ma per liberare noi stesse, e noi stessi, da quella antica narrazione secondo cui l’amore, quando finisce, può pretendere tutto.

Non è così.

Rattristarsi per la fine di un amore è umano. Piangere è umano. Sentirsi smarriti è umano. Avere bisogno di tempo è umano.

Perdersi per sempre, no.

Morire d’amore no.

Vivere, nonostante tutto, sì.

Ph. credit: cartellone dell’opere di Leopoldo Metlicovitz su wikipediadotorg

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Madri imperfette, amori necessari.

Custodire senza trattenere

Ci sono riflessioni che arrivano tardi. O forse no: arrivano nel solo tempo possibile, quando i figli sono ormai abbastanza grandi da non aver più bisogno di noi nello stesso modo di prima, e noi possiamo guardarli — e guardarci — con una verità meno ansiosa, meno presa dal fare.

Non sono mai stata una madre perfetta. Non credo, del resto, che esistano madri perfette. Esistono donne che provano, giorno dopo giorno, ad abitare quel ruolo complesso con gli strumenti che hanno, con il loro carattere, con la storia da cui vengono, con le ferite che si portano dentro e con l’amore, spesso impacciato ma reale, che riescono a dare.

Io ho cercato di essere così con i miei figli.

Ho cercato di esserci senza occupare tutto lo spazio. Di amarli senza farne un possesso. Di accompagnarli senza trattenerli. Non sempre ci sarò riuscita nel modo migliore, ma so di avere custodito con convinzione una cosa che per me è sempre stata essenziale: la loro autonomia. La loro libertà di diventare sé stessi, anche quando questo significava accettare differenze, distanze, modi di pensare e di vivere non sovrapponibili ai miei.

Sono stata, probabilmente, una madre atipica. Poco tradizionale per molti versi. Ma non per questo meno presente. Anzi. Credo di avere intuito abbastanza presto che educare non significa plasmare un figlio a propria immagine, né costruirgli intorno una protezione così fitta da impedirgli di respirare. Significa, piuttosto, offrirgli una base abbastanza solida da permettergli, un giorno, di andare via da te senza per questo perderti davvero.

Con il tempo si capisce che molte cose si possono riparare. Una parete si ridipinge. Un oggetto rotto si sostituisce. Una giornata storta si assorbe. Anche certe fatiche quotidiane, viste da lontano, perdono il loro carattere assoluto. Restano invece impresse altre cose, più sottili e più profonde: il tono della voce, la qualità degli abbracci, il modo in cui un figlio si è sentito guardato, accolto, corretto, rispettato.

Forse è questo che conta davvero.

Non la casa perfetta. Non l’organizzazione impeccabile. Non la madre sempre all’altezza di tutto. Ma la possibilità, per un figlio, di crescere sentendo che l’amore non era una gabbia, che la cura non coincideva con il controllo, che l’affetto non chiedeva in cambio una fedeltà assoluta o un debito eterno.

Custodire senza trattenere, per me, ha significato questo.

Accettare che i figli non ci appartengono. Che passano attraverso di noi, ma non sono una nostra estensione. Che possono amarci profondamente senza assomigliarci. Che possono allontanarsi senza tradirci. Che la misura del nostro essere state madri non sta nell’averli tenuti vicini a ogni costo, ma nell’aver dato loro abbastanza amore e abbastanza fiducia da permettere loro di stare nel mondo con una loro postura.

È una forma d’amore meno appariscente di altre, forse. Meno teatrale. Ma a me sembra necessaria.

Anche perché l’infanzia passa in fretta. Mentre noi lavoriamo, sparecchiamo, sistemiamo, rincorriamo scadenze, affrontiamo i nostri problemi di adulte, loro crescono. E spesso ci accorgiamo del tempo trascorso solo dopo, quando certi gesti non sono più così naturali, quando le mani cercano meno le nostre, quando gli abbracci si fanno più rari non per mancanza d’amore, ma perché la vita cambia forma.

Eppure qualcosa resta.

Resta il modo in cui li abbiamo fatti sentire dentro il nostro sguardo. Resta il ricordo di una madre che, pur imperfetta, ha provato a non ferire inutilmente. A non umiliare. A non soffocare. A esserci, anche male qualche volta, ma con buona fede. Con coscienza. Con amore.

Forse è questo che oggi sento di poter dire, senza trionfalismi e senza false modestie: non sono stata una madre perfetta, ma ho cercato di essere una madre viva. Una madre capace di affetto, di presenza, di rispetto. Una madre che ha considerato l’indipendenza dei propri figli non come una perdita, ma come una conquista.

E se c’è una cosa che ancora mi commuove, pensando a tutto questo, è proprio la semplicità di certe verità: i figli crescono una volta sola. Noi, invece, continuiamo a imparare a essere madri per tutta la vita.

Konstantin Alekseev su Unsplash

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A trip to Bologna

Metti una città che è nel tuo cuore da quando l’hai conosciuta e apprezzata. una kermesse familiare a cui hai deciso di partecipare con entusiasmo, un weekend decisamente primaverile fatto di aria frizzantina, cielo azzurro e tanto sole. Mescola con equilibrio tutti questi elementi e aggiungi come ingrediente consueto pochi scatti col cellulare, rigorosamente di “pancia”. Fatti con l’idea di conservarli nella memoria guardandoli con un sorriso. Otterrai come risultato finale il resoconto di un fine settimana bolognese, molto scelto e molto vissuto.
Buona visione
Lucia

Quando acquisto un biglietto ferroviario è raro che scelga il posto. Mi lascio un po’ guidare dal caso, forse per pigrizia o forse per un leggero senso di fatalità. E così capita – com’è accaduto stavolta – che io debba sedere al lato del finestrino. Una soluzione che non mi entusiasma troppo perché mi dà poca libertà di movimento incastrata in un angolo, ma che stavolta però mi ha consentito di guardare il panorama soleggiato e primaverile che mi sfilava davanti agli occhi. Una piccola promessa di apertura dopo la mia partenza da una città avvolta nel grigio chiaro delle nuvole.

 

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Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Seconda mia intervista per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Stavolta è il turno di Elisa Kirsch, autrice expat, saggiatrice e prosatrice, italianista.

Con lei abbiamo parlato di Gastarbeiterliteraturdi club librari, di stereotipi di genere, identità non solo scrittoria e vita da expat.

«Scrivere significa anche abitare più luoghi contemporaneamente».
Anche stavolta siamo entrate nel dettaglio dell’universo letterario, coniugandolo con le esperienze concrete che la vita ci chiede di intraprendere. Ne emerge il ritratto di un’autrice che vive la scrittura come attraversamento di confini: linguistici, cultirali ed esistenziali.
Buona lettura.

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Nata a Torino nel 1988, Elisa Kirsch vive in Germania stabilmente dal 2013 nella regione della Ruhr in equilibrio perfetto tra due sponde fatte di radici e nuove appartenenze. Membro storico e caporedattrice de Il Club del Libro, community on line di lettori, si è formata e ha lavorato come italianista e comparatista alla Ruhr-Universität Bochum. Ha esordito nella scrittura con un romanzo intitolato E lucevan le stelle, Miraggi (2018), seguito dai saggi editi da Divergenze Primo Levi e la coscienza poetica del 2021 e Gastarbeiterliteratur del 2023. A oggi la sua ultima pubblicazione è il racconto autobiografico Il paese dove (s)fioriscono i limoni vincitore della I edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding per la categoria “nuova emigrazione” parte dell’antologia di AAVV Sconfinamenti edita da Ianieri nel 2024.

Data la par condicio con cui si è dedicata a entrambi questi ambiti, si sente più una saggista o una prosatrice?

I miei saggi sono nati entrambi – non a caso – negli anni in cui ero immersa nel mondo accademico. Si tratta infatti di ricerche compiute in ambito universitario a cui poi ho rimesso mano per pubblicarli in forma di saggi agevoli, divulgativi. Il tipo di approccio rispetto alla stesura di un romanzo o un racconto è completamente diverso: i miei lavori in prosa nascono da una sorta di urgenza interiore, qualcosa di cuore e di pancia che poi, certo, per trovare una forma compiuta ha bisogno anche della testa, ma resta sempre di base poco razionale (…)

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Voci Letterarie. Una conversazione con Paolo Zardi

Voci letterarie è la nuova rubrica della rivista indipendente on line Mentinfuga  , uno spazio dedicato alle interviste ad autori e autrici contemporanei. Conversazioni a tutto tondo sulla scrittura, sugli autori e sulle loro opere.
Ad aprire la rubrica è Paolo Zardi, autore che ha attraversato con successo  le forme del racconto e del romanzo, arrivando tra i finalisti del Premio Strega 2015.
Una conversazione che invita a entrare nella sua idea di letteratura e nel senso profondo del narrare oggi.
Buona lettura

Voci letterarie. Una conversazione con Paolo Zardi

Nato a Padova nel 1970, Paolo Zardi è ingegnere elettronico e lavora nel settore dell’informatica, ma gli piace scrivere e, come dice, «questo mi definisce come essere umano».
Vorrei che lei qui commentasse brevemente questa sua affermazione programmatica così forte, con riferimento al Paolo narratore e al Paolo professionista dell’informatica
Quando ho finito il liceo, avevo davanti a me diverse possibili strade, ciascuna delle quali avrebbe soddisfatto una specifica passione: la storia, la biologia, l’economia, l’informatica. In un mondo ideale, le giornate avrebbero così tante ore, e le vite così tanti anni, da consentire a ciascuno di noi di non dover rinunciare a qualcosa di importante; in questo mondo, invece, dove il tempo è sempre poco, si deve scegliere qualcosa, sapendo che tutto il resto dovrà essere abbandonato. La mia decisione di iscrivermi a ingegneria fu dettata da diversi motivi, non ultima la convinzione che una scelta più pragmatica mi avrebbe dato maggiori possibilità lavorative; e così per anni tutto il resto è passato in secondo piano. Una volta che mi sono assestato, però, sono riemerse le antiche passioni; ad alcune non sono riuscito a dare seguito, come la biologia (se potessi, mi iscriverei all’Università per approfondire certi argomenti), ma altre, invece, forse meno esose in termini di impegno, hanno trovato un loro spazio.
(…)

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                                                                  Paolo Zardi

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 3rd Lesson

On writing.

 

Writing is not a way to escape life.

It is a way to enter it more deeply.

 

 

Scrivere non è un modo per sfuggire alla vita.

È un modo per entrarvi più in

profondità.

L. Guida

 

Visione d’Autore: “Le cose non dette” di Gabriele Muccino

L’incomunicabilità nei rapporti interpersonali è da sempre uno dei mali più grandi del genere umano. Scegliere di non entrare in relazione con l’altro trincerandosi in una miriade di non detti in nome di un silenzio disumanizzante e mortifero una sorta di anticamera della non-vita.
Su 𝘔𝘦𝘯𝘵𝘪𝘯𝘧𝘶𝘨𝘢 la mia recensione de “Le cose non dette”di Gabriele Muccino,in cui questa tematica così attuale e pregnante è trattata con grande lucidità. Il film è tratto dal romanzo “Siracusa” della scrittrice americana Delia Ephron, autrice col regista della sceneggiatura, ed è la mia nuova proposta cinematografica per voi
Buona lettura
A presto

Le cose non dette di Gabriele Muccino

Quanto conta l’incomunicabilità in una relazione affettivo-sentimentale e nella vita più ampia? Le cose non dette, tratto liberamente dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, scrittrice americana che ne ha firmato la sceneggiatura assieme al regista, e ultima opera cinematografica di Gabriele Muccino, lascia allo spettatore il compito di ricavarne il peso specifico, proponendo una storia estremamente calata nella realtà e molto vicina alla quotidianità della gente comune.

Il resto dell’articolo è qui 

“Oltre la porta socchiusa”, dentro l’Amore – quando un libro diventa dialogo tra autore e lettore

Quando Evelina Frisa, giornalista e coordinatrice didattica del progetto “Università della Libera Età” Valle del Fino elaborato dall’Associazione Tramand’Arti mi ha chiesto nel luglio 2025 di incentrare la mia lectio sull’amore (“L’amore e le relazioni affettivo-sentimentali, Oltre la porta socchiusa” il titolo previsto) programmandola per gennaio 2026 confesso con onestà di aver leggermente sottovalutato la sua richiesta. In fondo cosa mai significherà parlare di amore? In un’epoca in cui la quotidianità di un sentimento così inclusivo annaspa nella liquidità imperante infarcita di pura virtualità (social docent) dietro paraventi digitali compiacenti?, mi sono detta.

E ho rimandato a data da venire il doveroso compito di sviluppare in poco più di un’ora l’argomento del mio intervento continuando a godermi le mie vacanze, il mio viaggio a Exeter e le giornate di mare al sole.
Ma i nodi, si sa, al pettine ci arrivano sempre. Ed è capitato che le mie parole di relatrice dovessero trovare ancoraggio in un periodo per me complesso, in una fase di ricalibratura esistenziale in cui mi sentivo tirata da una parte all’altra senza avere possibilità di muovermi per un verso o per l’altro. “Oltre la porta socchiusa” per i tipi di Arkadia (2024), mio ultimo romanzo dato alle stampe, è stato un formidabile assist per organizzare un intervento ad hoc per gli iscritti all’a.a. 2025-2026. Ed è stato un bene, perché ha impedito di cadere in inutili tecnicismi e psicologie da bar a una come me che prova a difendersi bene come prosatrice ma non ha ricette da proporre a nessuno di nessun tipo.

Ne è venuta fuori una chiacchierata empatica centrata su Alice e sugli uomini della sua vita, Carlo e Paride, protagonista e personaggi secondari ma comunque significativi di una danza affettivo-relazionale atemporale quando è imperniata su un sentimento vissuto con il principio di non tradirsi mai, neanche sull’onda di impulsi meravigliosi ma potenzialmente rischiosi. Nella penombra di un’aula dell’ex edificio scolastico di Appignano (TE), sede dell’Ule, ho parlato a cuore e mente aperti di Amore (questa volta lo scrivo con l’iniziale maiuscola) dividendo la mia dissertazione in questi sei segmenti su un filo scrittorio diacronico basandomi sulla successione degli eventi così come si presentano nel romanzo:

  • L’Amore come esperienza comune
  • Alice, una donna comune non un’eroina
  • Le relazioni socchiuse: quando non è “sì” ma non è neanche “no”
  • Quando l’amore chiede di essere fermato
  • Quando l’amore smette di essere relazione e diventa possesso
  • L’amore maturo, non bisogno ma possibilità: perché la riconciliazione non è una fiaba.

ph. credit: pinterestdotcom

 

Alla fine di questa mia ipotesi di lettura del mio libro è seguito un vivace dibattito che ha visto la partecipazione in assoluta par condicio di studenti e studentesse. Con gratitudine ho apposto la mia firma sul libretto di tutti loro, felice di questa possibilità di interpretazione di un sottotesto ulteriore (per me inimmaginabile, ai tempi della stesura di questo lavoro) racchiuso tra un’interlinea e l’altra. Perché il discorso di fondo è sempre lo stesso: un libro si fa in due, in una sinergia completa tra autore e lettore, in cui ciascuno di questi due termini di paragone dà ciò che può realmente dare. Il risultato finale è un’opera che si trasforma e si arricchisce del contributo personale di entrambi acquisendo significati sottesi che non vedono l’ora di essere con pazienza disvelati. Un approfondimento assolutamente paritario, direi democratico, che arricchisce in maniera reciproca il narratore e il ricevente rafforzando l’idea di circolarità del testo narrativo scritto.

Visione d’Autore: “Primavera” di D. Michieletto

Prima recensione dell’anno, stavolta filmica, per il sito mentinfuga . In deciso e voluto slow motion rispetto all’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche il mio POV sul film “Primavera” per la regia di Damiano Michieletto, liberamente tratto dal romanzo premio Strega 2009 Stabat Mater di  Tiziano Scarpa.
Buona lettura e buona visione a tutti
Lucia

Primavera di Damiano Michieletto

Cecilia (Tecla Insolia) è un’orfana dalle origini incerte ospite dell’Ospedale della Pietà, celeberrimo orfanotrofio veneziano. L’unico elemento che ne individua la provenienza è il frammento di un’immagine custodita in un librone che reca le tracce delle madri biologiche di ciascuna di loro e che potrebbe costituire un elemento probante nel caso qualcuno venisse a reclamarle. Con sua madre Cecilia conserva un rapporto epistolare unilaterale e molto tormentato; scrive, infatti, nottetempo con amarezza e veemenza le sue considerazioni su un abbandono che l’ha segnata in modo indelebile (…)

la recensione in originale è qui  

Ph. credit: filmitaliadotorg

Reading Tips: “Il futuro dei sogni” di Carlo Palazzi e “Clementina” di Giuliana Salvi

Ultimi miei “Reading tips” dell’anno 2025 due romanzi corposi di narrativa italiana da me letti per diletto e per svago; “Il futuro dei sogni” di Carlo Palazzi e “Clementina” di Giuliana Salvi che hanno un comun denominatore, la narrazione di percorsi personali attraverso un tracciato storico consistente ricco di trasformazioni e cambiamenti
Buona lettura come sempre
Noi ci rileggiamo presto, promesso

Lucia

Il futuro dei sogni di Carlo Palazzi

“Il futuro dei sogni” di Carlo Palazzi, romanzo edito da Bolis Edizioni, è ambientato a Pescara pur potendo svolgersi in una qualsiasi città di media densità abitativa di provincia; narra la città che  fa gli da sfondo assieme alle vicissitudini di  Raimondo D’Amico, per tutti Ray, protagonista e narratore in prima persona di questo spaccato di vita durante un arco di tempo che va dagli anni Settanta sino ai giorni nostri. La trama colloca l’agito spazialmente per buona parte nella città ivi menzionata lasciando tuttavia spazio a un epilogo finale negli States. In questo frangente storico importante la società italiana fa grandi passi trasformandosi in modo radicale così come la maturità del suo protagonista che si evolve, anche attraverso due personaggi femminili di spicco, Selene e Chantal, che a mo’ di traghettatrici e sia pure da presupposti ben distinti seppur complementari contribuiscono al raggiungimento di un assetto personale di Ray maggiorente definito. “Il futuro dei sogni” racchiude un piano di metanarrazione importante nel momento in cui Ray quasi per gioco all’inizio scrive un romanzo, Amorazzi, sulla sua vita che poi decide di proporre per una eventuale pubblicazione a una casa editrice importante, una major, che lo darà alle stampe e in seguito provvederà a tradurlo per presentarlo all’estero dopo la candidatura dell’opera a un premio di levatura nazionale. Altro elemento rimarchevole la colonna sonora del romanzo scandita dai gusti musicali di Ray che ripercorre circa cinquant’anni di musica straniera per la maggior parte. Il ritmo scrittorio di Palazzi, godibile e scorrevole, induce il lettore a terminare senza affanno la lettura di quest’opera corposa.


Carlo Palazzi, Il futuro dei sogni, ISBN  9788878276512

Clementina di Giuliana Salvi

“Clementina”, Einaudi,  è il titolo del romanzo d’esordio di Giuliana Salvi e il nome completo di  Tina,  giovane e colta donna di origine leccese che a un certo punto della sua vita mette a punto ciò che ha di più caro per offrire alle due sorelle single a cui si è ricongiunta e ai suoi figli un cespite concreto di guadagno mettendo a frutto una cultura personale conquistata con sacrificio in un’epoca in cui alle donne non era sempre garantito di portare a termine un percorso di arricchimento personale. Diventa quindi precettrice e mentore di un numero consistente di ragazzi trasformando lo studio paterno dell’appartamento natale in una sorta di doposcuola “illuminato” per offrire sostegno e cura e preparare i suoi allievi scolasticamente e ad affrontare con coraggio e determinazione le vicissitudini esistenziali a loro più prossime. Anche in questo romanzo gli eventi si susseguono in un lasso di tempo cospicuo che va dal secondo decennio del secolo scorso sino agli anni sessanta mentre la protagonista modula con efficacia e sapienza  au feminin, con cuore e testa, la promessa espressa a Cesare suo marito, morto prematuramente, di offrire un’esistenza qualitativamente accettabile a se stessa e a chi ha accanto barcamenandosi con forza d’animo anche attraverso gli avvicendamenti storici  che inevitabilmente segnano la sua strada. Il romanzo si avvale di flaskback potenti che sottolineano l’intreccio regalando al lettore punti di snodo interessanti e pregnanti da parte di una donna “tutta gesti” espressi con altrettanta consapevolezza come impeccabilmente riporta la quarta di copertina.

Giuliana Salvi, Clementina, ISBN 9788806266110