Recensioni post ferragostane

Dopo la pausa ferragostana su Mentinfuga è uscita la mia recensione di Un’estate di Claire Keegan per i tipi di Einaudi Stile Libero BIG

Un romanzo in cui l’autrice parla con molta delicatezza e una scrittura essenziale e mai sentimentale del valore dell’accoglienza, dei gesti quotidiani e di quella rete di relazioni che talvolta può affiancare una famiglia quando le sue risorse non bastano.

Da oggi condivido anche su questa mia pagina di autrice la recensione che in originale trovate qui .
Buona lettura a tutti
Lucia

Una cura regalata a fondo perduto: Un’estate di Claire Keegan

È una domenica mattina presto quando il padre della protagonista di Un’estate di Claire Keegan la conduce verso la costa della contea di Wexford, a casa dei Kinsella. La bambina appartiene a una famiglia irlandese numerosa e povera. La madre sta per partorire e non può occuparsi anche di lei insieme agli altri figli. Per questo viene affidata temporaneamente a una coppia di agricoltori in condizioni più agiate che la accoglierà per alcuni mesi.
Il padre riparte portando con sé, dimenticata nel bagagliaio, anche la valigia della figlia. È un gesto che racconta immediatamente la trascuratezza nella quale la bambina è cresciuta e il carattere provvisorio attribuito dalla famiglia a quella separazione. Apparentemente la piccola accetta la decisione senza opporsi. Cerca di fare buon viso a cattivo gioco e teme persino di diventare un peso per le persone che hanno deciso di ospitarla.
Edna e John Kinsella sono una coppia segnata da un dolore profondo. Hanno perso il loro unico figlio, annegato in circostanze tragiche. La sua assenza continua ad abitare la casa e affiora nei silenzi, negli oggetti e nei vestiti che per necessità vengono inizialmente dati alla bambina. Eppure il lutto non ha chiuso i due alla vita né ha impedito loro di offrire a un’altra creatura una cura autentica.

A cavallo con i poeti. Viaggio nel Giappone di Igort

Su Mentinfuga è uscita la mia recensione di A cavallo con i poeti, Einaudi (2026) di Igort.

Un libro fatto di immagini, incontri, poesia e attraversamenti, capace di procedere per suggestioni più che per strade lineari.

Da oggi ne lascio traccia anche qui, nel mio spazio personale.
Buona lettura a tutti

A cavallo con i poeti. Viaggio nel Giappone con Igort

Ci sono libri che non si limitano a offrirsi alla mera decodifica del lettore: sono vere e proprie trine. La loro bellezza non trattiene lo sguardo sulla superficie ma possiede la capacità intrinseca di spingerlo oltre la trama.
A cavallo con i poeti di Igort appartiene a questa specie. È un graphic novel nato dalla contaminazione fra parola e immagine, ma definirlo soltanto come un incontro fra linguaggi sarebbe riduttivo. La parola, il pensiero, il tratto e il colore si combinano con tale naturalezza che il lettore non avverte mai la necessità di scegliere a quale elemento affidarsi. L’immagine diventa pensiero concretizzato; la parola acquista una propria temperatura visiva; il colore suggerisce soste, silenzi e mutamenti interiori.
Ancora una volta dopo i celebri Quaderni giapponesi Igort prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso la propria personale rivisitazione di un Paese denso di contraddizioni: il Giappone. Un luogo nel quale la tecnologia più avanzata potrebbe sembrare in conflitto con una memoria antica, tradizionale e intima. Ma non è così. Queste dimensioni non si escludono e non sono costrette a convivere artificialmente: appartengono alla stessa trama.

Il resto dell’articolo lo trovate qui 

In foto il Grande Buddha di Kamakura – scatto dell'autrice, maggio 2026
 





L’altra parte della Luna

L’altra me abita con sistematicità anche Casa di Parole, la pagina Substack in cui scrivo di tutto quello che mi passa per la testa e in cui condivido cartoline illustrate della mia vita spicciola.
L’altra parte della Luna  è l’articolo di apertura di questa settimana. Racconta di ciò che abbiamo immaginato, che non abbiamo scelto, che non abbiamo potuto vivere. E che comunque resta parte di noi aiutandoci a essere ciò che nel presente siamo.
Buona lettura

Lucia

L’altra parte della Luna
Vita segreta di ciò che non si è compiuto

Ci sono cose che non appariranno mai visibilmente.

Non troveranno la luce, non si compiranno, non lasceranno dietro di sé una traccia concreta che ci permetta di riconoscerle e dire ecco, è accaduto davvero.

Non ci arrabbieremo per loro. Non gioiremo. Non ne parleremo con qualcuno cercando le parole giuste per raccontarle. Non sapremo quali conseguenze avrebbero potuto produrre perché non saranno mai entrate fino in fondo nella realtà.

Rimarranno sospese nel tempo e nello spazio. Apparterranno a un’altra dimensione che non è propriamente la nostra pur continuando a popolare il nostro presente.

Il resto dell’articolo lo trovate qui 

Foto di Julija V. su Unsplash Continua a leggere  "L’altra parte della Luna"

Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

È online su Mentinfuga la mia intervista a Dacia Maraini.

Una conversazione sulla memoria come responsabilità, sulla scrittura, sulla libertà della parola, sulla violenza ancora difficile da raccontare e sul ruolo della letteratura nel leggere il nostro tempo.

Buona lettura

Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

Ci sono autrici che non appartengono soltanto alla storia della letteratura ma continuano a interrogare il presente con una voce riconoscibile, libera, necessaria.
Dacia Maraini è una di queste presenze. La sua opera attraversa generi, stagioni, linguaggi mantenendo sempre vivo un rapporto profondo e sentito con il mondo: non come semplice materia narrativa, ma come esperienza da ascoltare, comprendere, mettere in parola.
Questa intervista nasce dal desiderio di entrare in dialogo con una scrittura che da decenni osserva la realtà senza ridurla e che continua a ricordarci quanto la letteratura possa essere insieme conoscenza, testimonianza e apertura.
Da qui prende avvio la nostra conversazione.

Dacia, nei suoi libri la memoria non è mai soltanto ricordo, ma spesso diventa responsabilità. Che rapporto ha oggi con la memoria, personale e collettiva?
In effetti per me memoria vuol dire pensiero, consapevolezza e quindi responsabilità. Soprattutto in questa epoca di consumismo in cui tutto si prende e si butta, compreso il senso del tempo e la coscienza storica, penso che la memoria abbia funzione di resistenza etica.

Il resto dell’articolo lo trovate qui

Ph. credit: Luca Mariani. Tutti i diritti riservati.

Voci letterarie. Una conversazione con Marisa Salabelle

Su Mentinfuga, per la rubrica Voci letterarie, la mia intervista di luglio a Marisa Salabelle.

Un dialogo intorno alla scrittura e a un universo narrativo popolato da personaggi imperfetti, luoghi di provincia, memorie familiari e ferite del vivere.

Buona lettura

Voci letterarie. Una conversazione con Marisa Salabelle

Marisa Salabelle è nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia. Laureata in Storia all’Università di Firenze, ha insegnato per molti anni nella scuola statale. Nel 2015 ha esordito nella narrativa con L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme) seguito da L’ultimo dei Santi nel 2019 e Il ferro da calza nel 2022, entrambi pubblicati da Tarka. Per Arkadia ha dato alle stampe il romanzo storico-familiare Gli ingranaggi dei ricordi nel 2020, La scrittrice obesa nel 2022 e La bella virtù, sequel della vicenda familiare già narrata ne Gli ingranaggi dei ricordi. Ha inoltre pubblicato articoli, recensioni e racconti in antologie cartacee e riviste online.

Nei suoi romanzi torna spesso l’attenzione per le vite laterali, per le figure non perfettamente integrate; per quei personaggi che sembrano abitare una soglia tra appartenenza ed esclusione. Da dove nasce questo sguardo?
In parte credo che nasca da una mia condizione personale: per varie ragioni ho sempre percepito un certo disagio, un disallineamento rispetto alle aspettative di familiari, coetanei e società in genere. Sono una privilegiata: figlia di insegnanti, ho vissuto senza preoccupazioni economiche e ho avuto un buon rendimento scolastico, ma il mio aspetto non avvenente, la mia passione esagerata per la lettura, la mia scarsa attitudine alle attività pratiche e sportive mi hanno sempre fatto provare una sensazione di disagio. Anche nell’esperienza di moglie, di madre e di insegnante ho spesso provato un senso di inadeguatezza. Per questo, credo, mi interessano le figure che provano difficoltà a integrarsi nella società e che sembrano deludere le aspettative di coloro che le circondano. Oltre a questo, c’è da dire che anni di attivismo nel mondo cattolico e nel volontariato mi hanno resa attenta nei confronti delle persone marginali, infine aggiungerei la mia curiosità e l’attrazione che provo verso tutto ciò che è strano, bizzarro, non conforme.

L’intervista completa la trovate qui

Morire d’amore no

Nuova settimana e nuovo articolo su Casa di Parole di Substack.
Stavolta parlo di un attraversamento più intimo e letterario, nato dal ricordo di mio nonno Mario e dalla storia di Madama Butterfly ascoltata da bambina.
Buona lettura


Morire d’amore no

Da bambina la storia di Madama Butterfly me l’aveva raccontata Mario, il mio nonno materno appassionato di melodramma.

Non ricordo esattamente quanti anni avessi, né dove fossimo. Ricordo però l’impressione che mi fece quella vicenda: una giovane donna che aveva creduto all’amore, alla promessa di un uomo venuto da lontano, e che si ritrovava sola, con un figlio, dentro un’attesa diventata destino.
Pinkerton era partito. Aveva lasciato dietro di sé una moglie bellissima, una casa, una promessa, una vita sospesa. E quando era tornato, non l’aveva fatto per riparare. Era ricomparso con un’altra donna, con un altro futuro, con un altro ordine del mondo.

Da bambina, forse, non potevo capire tutto. Non potevo capire il peso dell’abbandono, della disparità, della solitudine, dell’attesa. Non potevo comprendere davvero che cosa significhi restare immobili dentro una promessa mentre l’altro, altrove, continua a vivere la sua vita con leggerezza.

Ma qualcosa mi arrivò con una chiarezza quasi fisica: l’idea che l’amore potesse chiedere la vita mi sembrò terribile.

Mi sembrava enorme, e insieme ingiusta, quella fine. Come se l’amore, a un certo punto, potesse diventare una stanza senza porte. Come se essere lasciati significasse non avere più un posto nel mondo. Come se l’altro, andandosene, potesse portarsi via non soltanto la propria presenza, ma anche il diritto dell’abbandonato a continuare i suoi giorni.

Forse è questo che mi ferì allora, anche se non possedevo parole e strumenti sufficienti per esplicitarlo.

Crescendo ho continuato a pensare a Butterfly non solo come a un personaggio d’opera, ma come a una figura che appartiene a un immaginario più grande: quello delle donne educate all’attesa, alla fedeltà assoluta, alla dedizione senza misura. Donne a cui, per secoli, la cultura ha raccontato che amare significasse annullarsi, restare, perdonare, sopportare, sacrificarsi.

E invece no.

Da bambina forse mi commossi per Butterfly. Da adulta non riesco più a guardare quella fine senza sentire anche un’intima ribellione.

Perché la fine di un amore può devastare. Può togliere il sonno, l’appetito, la fiducia. Può farci sentire sostituibili, inadeguati, ridotti a un prima che non torna. Ci sono addii che lasciano macerie, silenzi che consumano, promesse tradite che restano a lungo dentro di noi.

Ci sono storie che, quando finiscono, non smettono subito di parlarci. Permangono nei luoghi, nelle abitudini, nelle ore vuote. Ma proprio lì comincia il lavoro più difficile: separare il dolore dal valore che attribuiamo a noi stessi. E spesso la domanda più feroce non riguarda nemmeno l’altro ma noi stessi. Il nostro valore. La nostra amabilità. La nostra possibilità di essere scelti, riconosciuti, custoditi.

Ma morire d’amore no.

Nessun amore merita la distruzione di sé. Nessuna assenza può diventare una sentenza definitiva sul nostro valore. Nessun abbandono può autorizzare l’idea che la nostra vita sia finita insieme a quella relazione.

Chi non ci ha saputo amare non può diventare il giudice ultimo della nostra esistenza.

L’amore può finire. Può deludere. Può tradire la promessa che sembrava contenere. Può rivelarsi più fragile, più opaco, più vile di quanto avessimo sperato. Può non essere all’altezza della fiducia che gli avevamo consegnato.

Ma noi non siamo sic et simpliciter ciò che qualcuno ha scelto di lasciare.

Non siamo la misura dell’amore che non ci è stato dato. Non siamo il vuoto creato dall’assenza di un altro. Non siamo la persona che non è stata scelta, o è stata scelta male, o è stata tenuta in sospeso, o è stata dimenticata troppo in fretta.

Siamo anche tutto ciò che resta dopo.

Il dolore, certo. La ferita. La stanchezza. Ma anche la possibilità, magari lentissima, di tornare a noi. Di riprendere possesso della nostra voce. Di smettere, un giorno alla volta, di abitare solo il punto in cui qualcuno ci ha fatto del male.

Forse diventare adulti significa anche questo: continuare a commuoversi per Butterfly ma smettere di confondere la sua fine con una forma di grandezza epica.

La grandezza non è morire per chi se ne va.

La grandezza, semmai, è sopravvivere al crollo. Restare. Curarsi. Chiedere aiuto, se occorre. Lasciarsi tenere da chi sa restare senza invadere. Fare piccoli gesti quotidiani mentre dentro ci sembra di essere devastati.

Alzarsi. Aprire una finestra. Mangiare qualcosa. Rispondere a un messaggio. Uscire a camminare. Scrivere una pagina. Accettare una telefonata. Tornare lentamente nella propria casa interiore.

Non sempre ci si riesce subito. A volte si resta a lungo sulla soglia, con il cuore ancora voltato indietro. A volte la quotidianità sembra più piccola, più muta, meno abitabile. A volte ci si sente ridicoli per avere ancora nostalgia di ciò che ci ha feriti.

Ma il dolore non è una colpa. La nostalgia non è una vergogna. L’amore finito non ci rende meno degni.

Ci vuole tempo per capire che non tutto è stato portato via. Che qualcosa, dentro, respira ancora. Che la nostra vita non coincide con lo sguardo di chi non ha saputo vederci davvero.

Butterfly continuerà a commuoverci. Continuerà a ricordarci la potenza del canto, della ferita, della promessa tradita. Continuerà a stare lì, nel suo dolore estremo, come una figura fragile e immensa. Ieratica.

Ma forse oggi possiamo guardarla anche da un altro punto.

Non per giudicarla. Non per sottrarle compassione. Non per semplificare la sua tragedia.

Ma per liberare noi stesse, e noi stessi, da quella antica narrazione secondo cui l’amore, quando finisce, può pretendere tutto.

Non è così.

Rattristarsi per la fine di un amore è umano. Piangere è umano. Sentirsi smarriti è umano. Avere bisogno di tempo è umano.

Perdersi per sempre, no.

Morire d’amore no.

Vivere, nonostante tutto, sì.

Ph. credit: cartellone dell’opere di Leopoldo Metlicovitz su wikipediadotorg

L’articolo originale è qui

Madri imperfette, amori necessari.

Custodire senza trattenere

Ci sono riflessioni che arrivano tardi. O forse no: arrivano nel solo tempo possibile, quando i figli sono ormai abbastanza grandi da non aver più bisogno di noi nello stesso modo di prima, e noi possiamo guardarli — e guardarci — con una verità meno ansiosa, meno presa dal fare.

Non sono mai stata una madre perfetta. Non credo, del resto, che esistano madri perfette. Esistono donne che provano, giorno dopo giorno, ad abitare quel ruolo complesso con gli strumenti che hanno, con il loro carattere, con la storia da cui vengono, con le ferite che si portano dentro e con l’amore, spesso impacciato ma reale, che riescono a dare.

Io ho cercato di essere così con i miei figli.

Ho cercato di esserci senza occupare tutto lo spazio. Di amarli senza farne un possesso. Di accompagnarli senza trattenerli. Non sempre ci sarò riuscita nel modo migliore, ma so di avere custodito con convinzione una cosa che per me è sempre stata essenziale: la loro autonomia. La loro libertà di diventare sé stessi, anche quando questo significava accettare differenze, distanze, modi di pensare e di vivere non sovrapponibili ai miei.

Sono stata, probabilmente, una madre atipica. Poco tradizionale per molti versi. Ma non per questo meno presente. Anzi. Credo di avere intuito abbastanza presto che educare non significa plasmare un figlio a propria immagine, né costruirgli intorno una protezione così fitta da impedirgli di respirare. Significa, piuttosto, offrirgli una base abbastanza solida da permettergli, un giorno, di andare via da te senza per questo perderti davvero.

Con il tempo si capisce che molte cose si possono riparare. Una parete si ridipinge. Un oggetto rotto si sostituisce. Una giornata storta si assorbe. Anche certe fatiche quotidiane, viste da lontano, perdono il loro carattere assoluto. Restano invece impresse altre cose, più sottili e più profonde: il tono della voce, la qualità degli abbracci, il modo in cui un figlio si è sentito guardato, accolto, corretto, rispettato.

Forse è questo che conta davvero.

Non la casa perfetta. Non l’organizzazione impeccabile. Non la madre sempre all’altezza di tutto. Ma la possibilità, per un figlio, di crescere sentendo che l’amore non era una gabbia, che la cura non coincideva con il controllo, che l’affetto non chiedeva in cambio una fedeltà assoluta o un debito eterno.

Custodire senza trattenere, per me, ha significato questo.

Accettare che i figli non ci appartengono. Che passano attraverso di noi, ma non sono una nostra estensione. Che possono amarci profondamente senza assomigliarci. Che possono allontanarsi senza tradirci. Che la misura del nostro essere state madri non sta nell’averli tenuti vicini a ogni costo, ma nell’aver dato loro abbastanza amore e abbastanza fiducia da permettere loro di stare nel mondo con una loro postura.

È una forma d’amore meno appariscente di altre, forse. Meno teatrale. Ma a me sembra necessaria.

Anche perché l’infanzia passa in fretta. Mentre noi lavoriamo, sparecchiamo, sistemiamo, rincorriamo scadenze, affrontiamo i nostri problemi di adulte, loro crescono. E spesso ci accorgiamo del tempo trascorso solo dopo, quando certi gesti non sono più così naturali, quando le mani cercano meno le nostre, quando gli abbracci si fanno più rari non per mancanza d’amore, ma perché la vita cambia forma.

Eppure qualcosa resta.

Resta il modo in cui li abbiamo fatti sentire dentro il nostro sguardo. Resta il ricordo di una madre che, pur imperfetta, ha provato a non ferire inutilmente. A non umiliare. A non soffocare. A esserci, anche male qualche volta, ma con buona fede. Con coscienza. Con amore.

Forse è questo che oggi sento di poter dire, senza trionfalismi e senza false modestie: non sono stata una madre perfetta, ma ho cercato di essere una madre viva. Una madre capace di affetto, di presenza, di rispetto. Una madre che ha considerato l’indipendenza dei propri figli non come una perdita, ma come una conquista.

E se c’è una cosa che ancora mi commuove, pensando a tutto questo, è proprio la semplicità di certe verità: i figli crescono una volta sola. Noi, invece, continuiamo a imparare a essere madri per tutta la vita.

Konstantin Alekseev su Unsplash

L’articolo in originale è qui 

A trip to Bologna

Metti una città che è nel tuo cuore da quando l’hai conosciuta e apprezzata. una kermesse familiare a cui hai deciso di partecipare con entusiasmo, un weekend decisamente primaverile fatto di aria frizzantina, cielo azzurro e tanto sole. Mescola con equilibrio tutti questi elementi e aggiungi come ingrediente consueto pochi scatti col cellulare, rigorosamente di “pancia”. Fatti con l’idea di conservarli nella memoria guardandoli con un sorriso. Otterrai come risultato finale il resoconto di un fine settimana bolognese, molto scelto e molto vissuto.
Buona visione
Lucia

Quando acquisto un biglietto ferroviario è raro che scelga il posto. Mi lascio un po’ guidare dal caso, forse per pigrizia o forse per un leggero senso di fatalità. E così capita – com’è accaduto stavolta – che io debba sedere al lato del finestrino. Una soluzione che non mi entusiasma troppo perché mi dà poca libertà di movimento incastrata in un angolo, ma che stavolta però mi ha consentito di guardare il panorama soleggiato e primaverile che mi sfilava davanti agli occhi. Una piccola promessa di apertura dopo la mia partenza da una città avvolta nel grigio chiaro delle nuvole.

 

Continua a leggere “A trip to Bologna”

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Seconda mia intervista per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Stavolta è il turno di Elisa Kirsch, autrice expat, saggiatrice e prosatrice, italianista.

Con lei abbiamo parlato di Gastarbeiterliteraturdi club librari, di stereotipi di genere, identità non solo scrittoria e vita da expat.

«Scrivere significa anche abitare più luoghi contemporaneamente».
Anche stavolta siamo entrate nel dettaglio dell’universo letterario, coniugandolo con le esperienze concrete che la vita ci chiede di intraprendere. Ne emerge il ritratto di un’autrice che vive la scrittura come attraversamento di confini: linguistici, cultirali ed esistenziali.
Buona lettura.

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Nata a Torino nel 1988, Elisa Kirsch vive in Germania stabilmente dal 2013 nella regione della Ruhr in equilibrio perfetto tra due sponde fatte di radici e nuove appartenenze. Membro storico e caporedattrice de Il Club del Libro, community on line di lettori, si è formata e ha lavorato come italianista e comparatista alla Ruhr-Universität Bochum. Ha esordito nella scrittura con un romanzo intitolato E lucevan le stelle, Miraggi (2018), seguito dai saggi editi da Divergenze Primo Levi e la coscienza poetica del 2021 e Gastarbeiterliteratur del 2023. A oggi la sua ultima pubblicazione è il racconto autobiografico Il paese dove (s)fioriscono i limoni vincitore della I edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding per la categoria “nuova emigrazione” parte dell’antologia di AAVV Sconfinamenti edita da Ianieri nel 2024.

Data la par condicio con cui si è dedicata a entrambi questi ambiti, si sente più una saggista o una prosatrice?

I miei saggi sono nati entrambi – non a caso – negli anni in cui ero immersa nel mondo accademico. Si tratta infatti di ricerche compiute in ambito universitario a cui poi ho rimesso mano per pubblicarli in forma di saggi agevoli, divulgativi. Il tipo di approccio rispetto alla stesura di un romanzo o un racconto è completamente diverso: i miei lavori in prosa nascono da una sorta di urgenza interiore, qualcosa di cuore e di pancia che poi, certo, per trovare una forma compiuta ha bisogno anche della testa, ma resta sempre di base poco razionale (…)

Trovate il resto dell’articolo qui 

 

Voci Letterarie. Una conversazione con Paolo Zardi

Voci letterarie è la nuova rubrica della rivista indipendente on line Mentinfuga  , uno spazio dedicato alle interviste ad autori e autrici contemporanei. Conversazioni a tutto tondo sulla scrittura, sugli autori e sulle loro opere.
Ad aprire la rubrica è Paolo Zardi, autore che ha attraversato con successo  le forme del racconto e del romanzo, arrivando tra i finalisti del Premio Strega 2015.
Una conversazione che invita a entrare nella sua idea di letteratura e nel senso profondo del narrare oggi.
Buona lettura

Voci letterarie. Una conversazione con Paolo Zardi

Nato a Padova nel 1970, Paolo Zardi è ingegnere elettronico e lavora nel settore dell’informatica, ma gli piace scrivere e, come dice, «questo mi definisce come essere umano».
Vorrei che lei qui commentasse brevemente questa sua affermazione programmatica così forte, con riferimento al Paolo narratore e al Paolo professionista dell’informatica
Quando ho finito il liceo, avevo davanti a me diverse possibili strade, ciascuna delle quali avrebbe soddisfatto una specifica passione: la storia, la biologia, l’economia, l’informatica. In un mondo ideale, le giornate avrebbero così tante ore, e le vite così tanti anni, da consentire a ciascuno di noi di non dover rinunciare a qualcosa di importante; in questo mondo, invece, dove il tempo è sempre poco, si deve scegliere qualcosa, sapendo che tutto il resto dovrà essere abbandonato. La mia decisione di iscrivermi a ingegneria fu dettata da diversi motivi, non ultima la convinzione che una scelta più pragmatica mi avrebbe dato maggiori possibilità lavorative; e così per anni tutto il resto è passato in secondo piano. Una volta che mi sono assestato, però, sono riemerse le antiche passioni; ad alcune non sono riuscito a dare seguito, come la biologia (se potessi, mi iscriverei all’Università per approfondire certi argomenti), ma altre, invece, forse meno esose in termini di impegno, hanno trovato un loro spazio.
(…)

Trovate il resto dell’articolo  qui   

                                                                  Paolo Zardi