Recensioni post ferragostane

Dopo la pausa ferragostana su Mentinfuga è uscita la mia recensione di Un’estate di Claire Keegan per i tipi di Einaudi Stile Libero BIG

Un romanzo in cui l’autrice parla con molta delicatezza e una scrittura essenziale e mai sentimentale del valore dell’accoglienza, dei gesti quotidiani e di quella rete di relazioni che talvolta può affiancare una famiglia quando le sue risorse non bastano.

Da oggi condivido anche su questa mia pagina di autrice la recensione che in originale trovate qui .
Buona lettura a tutti
Lucia

Una cura regalata a fondo perduto: Un’estate di Claire Keegan

È una domenica mattina presto quando il padre della protagonista di Un’estate di Claire Keegan la conduce verso la costa della contea di Wexford, a casa dei Kinsella. La bambina appartiene a una famiglia irlandese numerosa e povera. La madre sta per partorire e non può occuparsi anche di lei insieme agli altri figli. Per questo viene affidata temporaneamente a una coppia di agricoltori in condizioni più agiate che la accoglierà per alcuni mesi.
Il padre riparte portando con sé, dimenticata nel bagagliaio, anche la valigia della figlia. È un gesto che racconta immediatamente la trascuratezza nella quale la bambina è cresciuta e il carattere provvisorio attribuito dalla famiglia a quella separazione. Apparentemente la piccola accetta la decisione senza opporsi. Cerca di fare buon viso a cattivo gioco e teme persino di diventare un peso per le persone che hanno deciso di ospitarla.
Edna e John Kinsella sono una coppia segnata da un dolore profondo. Hanno perso il loro unico figlio, annegato in circostanze tragiche. La sua assenza continua ad abitare la casa e affiora nei silenzi, negli oggetti e nei vestiti che per necessità vengono inizialmente dati alla bambina. Eppure il lutto non ha chiuso i due alla vita né ha impedito loro di offrire a un’altra creatura una cura autentica.

A cavallo con i poeti. Viaggio nel Giappone di Igort

Su Mentinfuga è uscita la mia recensione di A cavallo con i poeti, Einaudi (2026) di Igort.

Un libro fatto di immagini, incontri, poesia e attraversamenti, capace di procedere per suggestioni più che per strade lineari.

Da oggi ne lascio traccia anche qui, nel mio spazio personale.
Buona lettura a tutti

A cavallo con i poeti. Viaggio nel Giappone con Igort

Ci sono libri che non si limitano a offrirsi alla mera decodifica del lettore: sono vere e proprie trine. La loro bellezza non trattiene lo sguardo sulla superficie ma possiede la capacità intrinseca di spingerlo oltre la trama.
A cavallo con i poeti di Igort appartiene a questa specie. È un graphic novel nato dalla contaminazione fra parola e immagine, ma definirlo soltanto come un incontro fra linguaggi sarebbe riduttivo. La parola, il pensiero, il tratto e il colore si combinano con tale naturalezza che il lettore non avverte mai la necessità di scegliere a quale elemento affidarsi. L’immagine diventa pensiero concretizzato; la parola acquista una propria temperatura visiva; il colore suggerisce soste, silenzi e mutamenti interiori.
Ancora una volta dopo i celebri Quaderni giapponesi Igort prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso la propria personale rivisitazione di un Paese denso di contraddizioni: il Giappone. Un luogo nel quale la tecnologia più avanzata potrebbe sembrare in conflitto con una memoria antica, tradizionale e intima. Ma non è così. Queste dimensioni non si escludono e non sono costrette a convivere artificialmente: appartengono alla stessa trama.

Il resto dell’articolo lo trovate qui 

In foto il Grande Buddha di Kamakura – scatto dell'autrice, maggio 2026
 





Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

È online su Mentinfuga la mia intervista a Dacia Maraini.

Una conversazione sulla memoria come responsabilità, sulla scrittura, sulla libertà della parola, sulla violenza ancora difficile da raccontare e sul ruolo della letteratura nel leggere il nostro tempo.

Buona lettura

Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

Ci sono autrici che non appartengono soltanto alla storia della letteratura ma continuano a interrogare il presente con una voce riconoscibile, libera, necessaria.
Dacia Maraini è una di queste presenze. La sua opera attraversa generi, stagioni, linguaggi mantenendo sempre vivo un rapporto profondo e sentito con il mondo: non come semplice materia narrativa, ma come esperienza da ascoltare, comprendere, mettere in parola.
Questa intervista nasce dal desiderio di entrare in dialogo con una scrittura che da decenni osserva la realtà senza ridurla e che continua a ricordarci quanto la letteratura possa essere insieme conoscenza, testimonianza e apertura.
Da qui prende avvio la nostra conversazione.

Dacia, nei suoi libri la memoria non è mai soltanto ricordo, ma spesso diventa responsabilità. Che rapporto ha oggi con la memoria, personale e collettiva?
In effetti per me memoria vuol dire pensiero, consapevolezza e quindi responsabilità. Soprattutto in questa epoca di consumismo in cui tutto si prende e si butta, compreso il senso del tempo e la coscienza storica, penso che la memoria abbia funzione di resistenza etica.

Il resto dell’articolo lo trovate qui

Ph. credit: Luca Mariani. Tutti i diritti riservati.

Voci letterarie. Una conversazione con Marisa Salabelle

Su Mentinfuga, per la rubrica Voci letterarie, la mia intervista di luglio a Marisa Salabelle.

Un dialogo intorno alla scrittura e a un universo narrativo popolato da personaggi imperfetti, luoghi di provincia, memorie familiari e ferite del vivere.

Buona lettura

Voci letterarie. Una conversazione con Marisa Salabelle

Marisa Salabelle è nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia. Laureata in Storia all’Università di Firenze, ha insegnato per molti anni nella scuola statale. Nel 2015 ha esordito nella narrativa con L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme) seguito da L’ultimo dei Santi nel 2019 e Il ferro da calza nel 2022, entrambi pubblicati da Tarka. Per Arkadia ha dato alle stampe il romanzo storico-familiare Gli ingranaggi dei ricordi nel 2020, La scrittrice obesa nel 2022 e La bella virtù, sequel della vicenda familiare già narrata ne Gli ingranaggi dei ricordi. Ha inoltre pubblicato articoli, recensioni e racconti in antologie cartacee e riviste online.

Nei suoi romanzi torna spesso l’attenzione per le vite laterali, per le figure non perfettamente integrate; per quei personaggi che sembrano abitare una soglia tra appartenenza ed esclusione. Da dove nasce questo sguardo?
In parte credo che nasca da una mia condizione personale: per varie ragioni ho sempre percepito un certo disagio, un disallineamento rispetto alle aspettative di familiari, coetanei e società in genere. Sono una privilegiata: figlia di insegnanti, ho vissuto senza preoccupazioni economiche e ho avuto un buon rendimento scolastico, ma il mio aspetto non avvenente, la mia passione esagerata per la lettura, la mia scarsa attitudine alle attività pratiche e sportive mi hanno sempre fatto provare una sensazione di disagio. Anche nell’esperienza di moglie, di madre e di insegnante ho spesso provato un senso di inadeguatezza. Per questo, credo, mi interessano le figure che provano difficoltà a integrarsi nella società e che sembrano deludere le aspettative di coloro che le circondano. Oltre a questo, c’è da dire che anni di attivismo nel mondo cattolico e nel volontariato mi hanno resa attenta nei confronti delle persone marginali, infine aggiungerei la mia curiosità e l’attrazione che provo verso tutto ciò che è strano, bizzarro, non conforme.

L’intervista completa la trovate qui

La sete leggera del tè. Dentro il Sadō a Kyoto

Ci sono esperienze di viaggio che non restano soltanto nella memoria, ma continuano a lavorare dentro, in silenzio.

La cerimonia del tè a Kyoto è stata una di queste.

Ne è nato questo pezzo, pubblicato su Mentinfuga, che condivido anche qui:

La sete leggera del tè – Dentro il Sadō a Kyoto


A Kyoto, prima ancora del tè, c’è stato il silenzio.
Non un silenzio vuoto, ma una soglia. Il momento in cui il passo rallenta, la voce si abbassa, lo sguardo comincia a posarsi sulle cose con una precisione diversa. La stanza, il tatami, gli utensili disposti con cura, la postura di chi prepara e quella di chi riceve: tutto sembrava sottratto alla fretta, ricondotto a una misura più esatta.
Assistere a una cerimonia del tè in Giappone significa entrare in un tempo altro. Non è semplicemente bere una tazza di tè, né partecipare a una parentesi folkloristica dentro un itinerario turistico. La cerimonia del tè – chanoyu, oppure sadō/chadō, la via del tè – è una pratica codificata in cui la preparazione del matcha, il tè verde in polvere, diventa gesto estetico, disciplina interiore, forma dell’ospitalità.


Il resto dell’articolo lo trovate qui




Ph. credit: scatti di Lucia Guida e Kanae Takei, tutti i diritti riservati

Voci letterarie. Una conversazione con Fabio Ivan Pigola

Intervista di giugno per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Questa volta incontro Fabio Ivan Pigola, un visionario della carta stampata — di quelli che ci piacciono: creativi, laterali, appassionati. Fabio ci racconta Divergenze, casa editrice indipendente, lenta e non commerciale: un progetto culturale che difende libri necessari, giovani talenti e visioni fuori dal mercato.

Buona lettura a tutti.

Voci letterarie. Una conversazione con Fabio Ivan Pigola

Fabio Ivan Pigola, politologo ma non troppo, cultore di teorie eversive dell’utopia, ha fondato e collabora a magazine di satira e di attualità con l’ostinazione di un marxista. Consulente letterario, editore, studioso di scienze sociali e storiche, ghost writer «perché il mio nome in copertina suona male», si occupa di letteratura da quando ha capito di non avere i numeri per la matematica. È direttore editoriale di Divergenze, casa editrice no eap.

In home page del sito della casa editrice da lei diretta leggo testualmente “Divergenze promuove opere di autori classici e contemporanei, riscoperte del passato, esplorazioni della tradizione e di una letteratura che agisce sull’attualità. Dunque romanzi ma anche teatro, novelle, poesie, saggi ed altre provocanti esperienze dell’immaginazione”. Una mission articolata e impegnativa, ci racconti qualcosa.

Anzitutto, grazie per la curiosità. La vocazione di noi divergenti, come amo definirla, è identica a quella di tanti altri editori, ma con qualcosa in meno: il denaro. Siamo privi di scopi di lucro e non impieghiamo neppure un centesimo per acquistare le vetrine, i favori, la réclame e le opinioni che servono a rendere bello e simpatico un marchio. Abbiamo un seguito? Può darsi, ma è una tribù affezionata o incidentale, senza inquadramenti né pedagogia. Ci sono opere che a due, quattro o dieci anni dall’arrivo in libreria continuano a circolare, nonostante molti dicano che il mercato odierno è un circuito in cui la gara deve finire alla svelta per fare spazio alle nuove proposte. Noi di quella fretta non sentiamo il bisogno, e poi error filius temporis più della verità, che alla lunga non c’è modo di occultare. L’azione che la letteratura ha sull’attualità, per giunta, è innegabile: benché tanti la concepiscano – e tendano a pianificarla – come un intrattenimento a fini commerciali, è la biografia degli uomini narrata dall’occhio e dalla sensibilità di altri. Il suo contributo perciò è fondamentale nell’arte e nella scienza, nella storia e in tutte quelle attività poco simpatiche al potere privo di fantasia.

Sul sito di Divergenze colpisce molto l’attenzione all’oggetto-libro, quasi pensato come esperienza anche tattile e visiva. Quanto conta, oggi, questa dimensione materiale del libro, e per il potenziale lettore e per l’editore che ne promuove la realizzazione?

Ci hanno fatto notare come le copertine monocromatiche siano un handicap, nell’epoca delle immagini. Ci hanno segnalata anche l’assenza di plastificazione, che rende più corruttibili i volumi dagli elementi o dal naturale logorio dell’uso, ma per chi, come noi, non ama parlare di istituzione, di progetto, o peggio ancora di strategia, il contenitore è parte dell’insieme tanto quanto i contenuti. L’oggetto-libro infatti ha una veste che nelle nostre umane, quindi anche fallibili intenzioni, deve rimandare idealmente all’anima dell’opera, perché ogni chicco è la parte di un grappolo. E a differenza dell’anima qualunque organismo è fisico, muta, si logora: è l’esperienza necessaria per esistere.

Il resto dell’intervista è qui


Ph. credit: Daria Benzi

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Seconda mia intervista per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Stavolta è il turno di Elisa Kirsch, autrice expat, saggiatrice e prosatrice, italianista.

Con lei abbiamo parlato di Gastarbeiterliteraturdi club librari, di stereotipi di genere, identità non solo scrittoria e vita da expat.

«Scrivere significa anche abitare più luoghi contemporaneamente».
Anche stavolta siamo entrate nel dettaglio dell’universo letterario, coniugandolo con le esperienze concrete che la vita ci chiede di intraprendere. Ne emerge il ritratto di un’autrice che vive la scrittura come attraversamento di confini: linguistici, cultirali ed esistenziali.
Buona lettura.

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Nata a Torino nel 1988, Elisa Kirsch vive in Germania stabilmente dal 2013 nella regione della Ruhr in equilibrio perfetto tra due sponde fatte di radici e nuove appartenenze. Membro storico e caporedattrice de Il Club del Libro, community on line di lettori, si è formata e ha lavorato come italianista e comparatista alla Ruhr-Universität Bochum. Ha esordito nella scrittura con un romanzo intitolato E lucevan le stelle, Miraggi (2018), seguito dai saggi editi da Divergenze Primo Levi e la coscienza poetica del 2021 e Gastarbeiterliteratur del 2023. A oggi la sua ultima pubblicazione è il racconto autobiografico Il paese dove (s)fioriscono i limoni vincitore della I edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding per la categoria “nuova emigrazione” parte dell’antologia di AAVV Sconfinamenti edita da Ianieri nel 2024.

Data la par condicio con cui si è dedicata a entrambi questi ambiti, si sente più una saggista o una prosatrice?

I miei saggi sono nati entrambi – non a caso – negli anni in cui ero immersa nel mondo accademico. Si tratta infatti di ricerche compiute in ambito universitario a cui poi ho rimesso mano per pubblicarli in forma di saggi agevoli, divulgativi. Il tipo di approccio rispetto alla stesura di un romanzo o un racconto è completamente diverso: i miei lavori in prosa nascono da una sorta di urgenza interiore, qualcosa di cuore e di pancia che poi, certo, per trovare una forma compiuta ha bisogno anche della testa, ma resta sempre di base poco razionale (…)

Trovate il resto dell’articolo qui 

 

Visione d’Autore: “Le cose non dette” di Gabriele Muccino

L’incomunicabilità nei rapporti interpersonali è da sempre uno dei mali più grandi del genere umano. Scegliere di non entrare in relazione con l’altro trincerandosi in una miriade di non detti in nome di un silenzio disumanizzante e mortifero una sorta di anticamera della non-vita.
Su 𝘔𝘦𝘯𝘵𝘪𝘯𝘧𝘶𝘨𝘢 la mia recensione de “Le cose non dette”di Gabriele Muccino,in cui questa tematica così attuale e pregnante è trattata con grande lucidità. Il film è tratto dal romanzo “Siracusa” della scrittrice americana Delia Ephron, autrice col regista della sceneggiatura, ed è la mia nuova proposta cinematografica per voi
Buona lettura
A presto

Le cose non dette di Gabriele Muccino

Quanto conta l’incomunicabilità in una relazione affettivo-sentimentale e nella vita più ampia? Le cose non dette, tratto liberamente dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, scrittrice americana che ne ha firmato la sceneggiatura assieme al regista, e ultima opera cinematografica di Gabriele Muccino, lascia allo spettatore il compito di ricavarne il peso specifico, proponendo una storia estremamente calata nella realtà e molto vicina alla quotidianità della gente comune.

Il resto dell’articolo è qui 

Visione d’Autore: “Primavera” di D. Michieletto

Prima recensione dell’anno, stavolta filmica, per il sito mentinfuga . In deciso e voluto slow motion rispetto all’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche il mio POV sul film “Primavera” per la regia di Damiano Michieletto, liberamente tratto dal romanzo premio Strega 2009 Stabat Mater di  Tiziano Scarpa.
Buona lettura e buona visione a tutti
Lucia

Primavera di Damiano Michieletto

Cecilia (Tecla Insolia) è un’orfana dalle origini incerte ospite dell’Ospedale della Pietà, celeberrimo orfanotrofio veneziano. L’unico elemento che ne individua la provenienza è il frammento di un’immagine custodita in un librone che reca le tracce delle madri biologiche di ciascuna di loro e che potrebbe costituire un elemento probante nel caso qualcuno venisse a reclamarle. Con sua madre Cecilia conserva un rapporto epistolare unilaterale e molto tormentato; scrive, infatti, nottetempo con amarezza e veemenza le sue considerazioni su un abbandono che l’ha segnata in modo indelebile (…)

la recensione in originale è qui  

Ph. credit: filmitaliadotorg

Recensioni d’antan. “Questo indomito cuore” di Pearl S. Buck

Secondo anno consecutivo come articolista freelance per Mentinfuga, rivista web  indipendente con la prima recensione di un romanzo della scrittrice americana Pearl S. Buck.
Buona lettura a tutti
A presto


RECENSIONI D’ANTAN. “QUESTO INDOMITO CUORE” DI PEARL S. BUCK

Che cosa accade quando in una vecchia libreria domestica trovi libri di grande narrativa straniera nelle loro prime edizioni italiane? Incuriosita provi a leggerli. E scopri che accanto alla traduzione che rispecchia fedelmente gli standard linguistici dell’epoca c’è la freschezza e l’attualità di capolavori senza tempo. Ecco Questo indomito cuore di Pearl S. Buck.*
(…)

*Letto nell’edizione del 1940 di Arnaldo Mondadori per la collana Medusa

Note biografiche su Pearl S. Buck (ndr)

Pearl S. Buck nasce nel 1892 a Hillsboro, West Virginia. Figlia di migranti di origine europea si trasferisce da bambina con i suoi genitori missionari della chiesa presbiteriana in Cina dove assorbe molto della civiltà del popolo con cui vive a stretto contatto. Nonostante i frequenti rientri in America conserva un legame forte con la Cina ritornandovi più volte dopo aver conseguito negli Stati Uniti la laurea in letteratura inglese che le varrà la docenza in quest’ambito all’Università di Nanchino prima di riparare successivamente in Giappone. Vincitrice dell’ American Academy of Arts and Letters , del premio Pulitzer nel 1932 per il romanzo The Good Earth e successivamente nel 1938 del premio Nobel per la letteratura. Sensibile a tematiche sociali con riferimento soprattutto all’infanzia deprivata dei bambini di tutto il mondo fonda la “Pearl S. Buck International”. Lascia un’eredità letteraria consistente pari a oltre ottanta opere di varia tipologia di cui alcune scritte sotto pseudonimo. Muore nel Vermont nel 1973 di cancro chiedendo che il suo nome venga riportato sulla lapide in caratteri cinesi come omaggio alla sua patria di elezione.

NB: L’articolo in originale è qui