Dentro l’onda, tra blu di Prussia, impermanenza e destino.
Su Mentinfuga il mio articolo dedicato a Hokusai e alla forma del limite.
La grande onda. Hokusai e la forma del limite
Ci sono immagini che crediamo di conoscere perché le abbiamo viste dappertutto. Le abbiamo incontrate nei libri, nei cataloghi, sui manifesti, sulle copertine, sugli oggetti nelle riproduzioni infinite che trasformano un’opera d’arte in un segno decisamente familiare. Può però accadere che di fronte all’originale si scopra che le riduzioni giunte sino a noi non erano diventate oggetto di mera semplificazione quanto, piuttosto, una versione ahimè troppo nota. Accade anche con La grande onda di Kanagawa (1830-1831) di Katsushika Hokusai, forse una delle immagini più riconoscibili dell’arte giapponese e, insieme, una delle più consumate dallo sguardo contemporaneo. La si crede acquisita, quasi risolta. Un’onda, tre barche, il Monte Fuji sul fondo. Il blu, la spuma, il movimento. Eppure basta sostare un poco davanti all’originale per accorgersi che quella rappresentazione non ha smesso di agire.
Ci sono esperienze di viaggio che non restano soltanto nella memoria, ma continuano a lavorare dentro, in silenzio.
La cerimonia del tè a Kyoto è stata una di queste.
Ne è nato questo pezzo, pubblicato su Mentinfuga, che condivido anche qui:
La sete leggera del tè – Dentro il Sadō a Kyoto
A Kyoto, prima ancora del tè, c’è stato il silenzio. Non un silenzio vuoto, ma una soglia. Il momento in cui il passo rallenta, la voce si abbassa, lo sguardo comincia a posarsi sulle cose con una precisione diversa. La stanza, il tatami, gli utensili disposti con cura, la postura di chi prepara e quella di chi riceve: tutto sembrava sottratto alla fretta, ricondotto a una misura più esatta. Assistere a una cerimonia del tè in Giappone significa entrare in un tempo altro. Non è semplicemente bere una tazza di tè, né partecipare a una parentesi folkloristica dentro un itinerario turistico. La cerimonia del tè – chanoyu, oppure sadō/chadō, la via del tè – è una pratica codificata in cui la preparazione del matcha, il tè verde in polvere, diventa gesto estetico, disciplina interiore, forma dell’ospitalità.
Intervista di giugno per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Questa volta incontro Fabio Ivan Pigola, un visionario della carta stampata — di quelli che ci piacciono: creativi, laterali, appassionati. Fabio ci racconta Divergenze, casa editrice indipendente, lenta e non commerciale: un progetto culturale che difende libri necessari, giovani talenti e visioni fuori dal mercato.
Buona lettura a tutti.
Voci letterarie. Una conversazione conFabio Ivan Pigola
Fabio Ivan Pigola, politologo ma non troppo, cultore di teorie eversive dell’utopia, ha fondato e collabora a magazine di satira e di attualità con l’ostinazione di un marxista. Consulente letterario, editore, studioso di scienze sociali e storiche, ghost writer «perché il mio nome in copertina suona male», si occupa di letteratura da quando ha capito di non avere i numeri per la matematica. È direttore editoriale di Divergenze, casa editrice no eap.
In home page del sito della casa editrice da lei diretta leggo testualmente “Divergenze promuove opere di autori classici e contemporanei, riscoperte del passato, esplorazioni della tradizione e di una letteratura che agisce sull’attualità. Dunque romanzi ma anche teatro, novelle, poesie, saggi ed altre provocanti esperienze dell’immaginazione”. Una mission articolata e impegnativa, ci racconti qualcosa.
Anzitutto, grazie per la curiosità. La vocazione di noi divergenti, come amo definirla, è identica a quella di tanti altri editori, ma con qualcosa in meno: il denaro. Siamo privi di scopi di lucro e non impieghiamo neppure un centesimo per acquistare le vetrine, i favori, la réclame e le opinioni che servono a rendere bello e simpatico un marchio. Abbiamo un seguito? Può darsi, ma è una tribù affezionata o incidentale, senza inquadramenti né pedagogia. Ci sono opere che a due, quattro o dieci anni dall’arrivo in libreria continuano a circolare, nonostante molti dicano che il mercato odierno è un circuito in cui la gara deve finire alla svelta per fare spazio alle nuove proposte. Noi di quella fretta non sentiamo il bisogno, e poi error filius temporis più della verità, che alla lunga non c’è modo di occultare. L’azione che la letteratura ha sull’attualità, per giunta, è innegabile: benché tanti la concepiscano – e tendano a pianificarla – come un intrattenimento a fini commerciali, è la biografia degli uomini narrata dall’occhio e dalla sensibilità di altri. Il suo contributo perciò è fondamentale nell’arte e nella scienza, nella storia e in tutte quelle attività poco simpatiche al potere privo di fantasia.
Sul sito di Divergenze colpisce molto l’attenzione all’oggetto-libro, quasi pensato come esperienza anche tattile e visiva. Quanto conta, oggi, questa dimensione materiale del libro, e per il potenziale lettore e per l’editore che ne promuove la realizzazione?
Ci hanno fatto notare come le copertine monocromatiche siano un handicap, nell’epoca delle immagini. Ci hanno segnalata anche l’assenza di plastificazione, che rende più corruttibili i volumi dagli elementi o dal naturale logorio dell’uso, ma per chi, come noi, non ama parlare di istituzione, di progetto, o peggio ancora di strategia, il contenitore è parte dell’insieme tanto quanto i contenuti. L’oggetto-libro infatti ha una veste che nelle nostre umane, quindi anche fallibili intenzioni, deve rimandare idealmente all’anima dell’opera, perché ogni chicco è la parte di un grappolo. E a differenza dell’anima qualunque organismo è fisico, muta, si logora: è l’esperienza necessaria per esistere.