Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

È online su Mentinfuga la mia intervista a Dacia Maraini.

Una conversazione sulla memoria come responsabilità, sulla scrittura, sulla libertà della parola, sulla violenza ancora difficile da raccontare e sul ruolo della letteratura nel leggere il nostro tempo.

Buona lettura

Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

Ci sono autrici che non appartengono soltanto alla storia della letteratura ma continuano a interrogare il presente con una voce riconoscibile, libera, necessaria.
Dacia Maraini è una di queste presenze. La sua opera attraversa generi, stagioni, linguaggi mantenendo sempre vivo un rapporto profondo e sentito con il mondo: non come semplice materia narrativa, ma come esperienza da ascoltare, comprendere, mettere in parola.
Questa intervista nasce dal desiderio di entrare in dialogo con una scrittura che da decenni osserva la realtà senza ridurla e che continua a ricordarci quanto la letteratura possa essere insieme conoscenza, testimonianza e apertura.
Da qui prende avvio la nostra conversazione.

Dacia, nei suoi libri la memoria non è mai soltanto ricordo, ma spesso diventa responsabilità. Che rapporto ha oggi con la memoria, personale e collettiva?
In effetti per me memoria vuol dire pensiero, consapevolezza e quindi responsabilità. Soprattutto in questa epoca di consumismo in cui tutto si prende e si butta, compreso il senso del tempo e la coscienza storica, penso che la memoria abbia funzione di resistenza etica.

Il resto dell’articolo lo trovate qui

Ph. credit: Luca Mariani. Tutti i diritti riservati.

Voci letterarie. Una conversazione con Marisa Salabelle

Su Mentinfuga, per la rubrica Voci letterarie, la mia intervista di luglio a Marisa Salabelle.

Un dialogo intorno alla scrittura e a un universo narrativo popolato da personaggi imperfetti, luoghi di provincia, memorie familiari e ferite del vivere.

Buona lettura

Voci letterarie. Una conversazione con Marisa Salabelle

Marisa Salabelle è nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia. Laureata in Storia all’Università di Firenze, ha insegnato per molti anni nella scuola statale. Nel 2015 ha esordito nella narrativa con L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme) seguito da L’ultimo dei Santi nel 2019 e Il ferro da calza nel 2022, entrambi pubblicati da Tarka. Per Arkadia ha dato alle stampe il romanzo storico-familiare Gli ingranaggi dei ricordi nel 2020, La scrittrice obesa nel 2022 e La bella virtù, sequel della vicenda familiare già narrata ne Gli ingranaggi dei ricordi. Ha inoltre pubblicato articoli, recensioni e racconti in antologie cartacee e riviste online.

Nei suoi romanzi torna spesso l’attenzione per le vite laterali, per le figure non perfettamente integrate; per quei personaggi che sembrano abitare una soglia tra appartenenza ed esclusione. Da dove nasce questo sguardo?
In parte credo che nasca da una mia condizione personale: per varie ragioni ho sempre percepito un certo disagio, un disallineamento rispetto alle aspettative di familiari, coetanei e società in genere. Sono una privilegiata: figlia di insegnanti, ho vissuto senza preoccupazioni economiche e ho avuto un buon rendimento scolastico, ma il mio aspetto non avvenente, la mia passione esagerata per la lettura, la mia scarsa attitudine alle attività pratiche e sportive mi hanno sempre fatto provare una sensazione di disagio. Anche nell’esperienza di moglie, di madre e di insegnante ho spesso provato un senso di inadeguatezza. Per questo, credo, mi interessano le figure che provano difficoltà a integrarsi nella società e che sembrano deludere le aspettative di coloro che le circondano. Oltre a questo, c’è da dire che anni di attivismo nel mondo cattolico e nel volontariato mi hanno resa attenta nei confronti delle persone marginali, infine aggiungerei la mia curiosità e l’attrazione che provo verso tutto ciò che è strano, bizzarro, non conforme.

L’intervista completa la trovate qui

Voci letterarie. Una conversazione con Fabio Ivan Pigola

Intervista di giugno per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Questa volta incontro Fabio Ivan Pigola, un visionario della carta stampata — di quelli che ci piacciono: creativi, laterali, appassionati. Fabio ci racconta Divergenze, casa editrice indipendente, lenta e non commerciale: un progetto culturale che difende libri necessari, giovani talenti e visioni fuori dal mercato.

Buona lettura a tutti.

Voci letterarie. Una conversazione con Fabio Ivan Pigola

Fabio Ivan Pigola, politologo ma non troppo, cultore di teorie eversive dell’utopia, ha fondato e collabora a magazine di satira e di attualità con l’ostinazione di un marxista. Consulente letterario, editore, studioso di scienze sociali e storiche, ghost writer «perché il mio nome in copertina suona male», si occupa di letteratura da quando ha capito di non avere i numeri per la matematica. È direttore editoriale di Divergenze, casa editrice no eap.

In home page del sito della casa editrice da lei diretta leggo testualmente “Divergenze promuove opere di autori classici e contemporanei, riscoperte del passato, esplorazioni della tradizione e di una letteratura che agisce sull’attualità. Dunque romanzi ma anche teatro, novelle, poesie, saggi ed altre provocanti esperienze dell’immaginazione”. Una mission articolata e impegnativa, ci racconti qualcosa.

Anzitutto, grazie per la curiosità. La vocazione di noi divergenti, come amo definirla, è identica a quella di tanti altri editori, ma con qualcosa in meno: il denaro. Siamo privi di scopi di lucro e non impieghiamo neppure un centesimo per acquistare le vetrine, i favori, la réclame e le opinioni che servono a rendere bello e simpatico un marchio. Abbiamo un seguito? Può darsi, ma è una tribù affezionata o incidentale, senza inquadramenti né pedagogia. Ci sono opere che a due, quattro o dieci anni dall’arrivo in libreria continuano a circolare, nonostante molti dicano che il mercato odierno è un circuito in cui la gara deve finire alla svelta per fare spazio alle nuove proposte. Noi di quella fretta non sentiamo il bisogno, e poi error filius temporis più della verità, che alla lunga non c’è modo di occultare. L’azione che la letteratura ha sull’attualità, per giunta, è innegabile: benché tanti la concepiscano – e tendano a pianificarla – come un intrattenimento a fini commerciali, è la biografia degli uomini narrata dall’occhio e dalla sensibilità di altri. Il suo contributo perciò è fondamentale nell’arte e nella scienza, nella storia e in tutte quelle attività poco simpatiche al potere privo di fantasia.

Sul sito di Divergenze colpisce molto l’attenzione all’oggetto-libro, quasi pensato come esperienza anche tattile e visiva. Quanto conta, oggi, questa dimensione materiale del libro, e per il potenziale lettore e per l’editore che ne promuove la realizzazione?

Ci hanno fatto notare come le copertine monocromatiche siano un handicap, nell’epoca delle immagini. Ci hanno segnalata anche l’assenza di plastificazione, che rende più corruttibili i volumi dagli elementi o dal naturale logorio dell’uso, ma per chi, come noi, non ama parlare di istituzione, di progetto, o peggio ancora di strategia, il contenitore è parte dell’insieme tanto quanto i contenuti. L’oggetto-libro infatti ha una veste che nelle nostre umane, quindi anche fallibili intenzioni, deve rimandare idealmente all’anima dell’opera, perché ogni chicco è la parte di un grappolo. E a differenza dell’anima qualunque organismo è fisico, muta, si logora: è l’esperienza necessaria per esistere.

Il resto dell’intervista è qui


Ph. credit: Daria Benzi

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Seconda mia intervista per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Stavolta è il turno di Elisa Kirsch, autrice expat, saggiatrice e prosatrice, italianista.

Con lei abbiamo parlato di Gastarbeiterliteraturdi club librari, di stereotipi di genere, identità non solo scrittoria e vita da expat.

«Scrivere significa anche abitare più luoghi contemporaneamente».
Anche stavolta siamo entrate nel dettaglio dell’universo letterario, coniugandolo con le esperienze concrete che la vita ci chiede di intraprendere. Ne emerge il ritratto di un’autrice che vive la scrittura come attraversamento di confini: linguistici, cultirali ed esistenziali.
Buona lettura.

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Nata a Torino nel 1988, Elisa Kirsch vive in Germania stabilmente dal 2013 nella regione della Ruhr in equilibrio perfetto tra due sponde fatte di radici e nuove appartenenze. Membro storico e caporedattrice de Il Club del Libro, community on line di lettori, si è formata e ha lavorato come italianista e comparatista alla Ruhr-Universität Bochum. Ha esordito nella scrittura con un romanzo intitolato E lucevan le stelle, Miraggi (2018), seguito dai saggi editi da Divergenze Primo Levi e la coscienza poetica del 2021 e Gastarbeiterliteratur del 2023. A oggi la sua ultima pubblicazione è il racconto autobiografico Il paese dove (s)fioriscono i limoni vincitore della I edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding per la categoria “nuova emigrazione” parte dell’antologia di AAVV Sconfinamenti edita da Ianieri nel 2024.

Data la par condicio con cui si è dedicata a entrambi questi ambiti, si sente più una saggista o una prosatrice?

I miei saggi sono nati entrambi – non a caso – negli anni in cui ero immersa nel mondo accademico. Si tratta infatti di ricerche compiute in ambito universitario a cui poi ho rimesso mano per pubblicarli in forma di saggi agevoli, divulgativi. Il tipo di approccio rispetto alla stesura di un romanzo o un racconto è completamente diverso: i miei lavori in prosa nascono da una sorta di urgenza interiore, qualcosa di cuore e di pancia che poi, certo, per trovare una forma compiuta ha bisogno anche della testa, ma resta sempre di base poco razionale (…)

Trovate il resto dell’articolo qui 

 

Voci Letterarie. Una conversazione con Paolo Zardi

Voci letterarie è la nuova rubrica della rivista indipendente on line Mentinfuga  , uno spazio dedicato alle interviste ad autori e autrici contemporanei. Conversazioni a tutto tondo sulla scrittura, sugli autori e sulle loro opere.
Ad aprire la rubrica è Paolo Zardi, autore che ha attraversato con successo  le forme del racconto e del romanzo, arrivando tra i finalisti del Premio Strega 2015.
Una conversazione che invita a entrare nella sua idea di letteratura e nel senso profondo del narrare oggi.
Buona lettura

Voci letterarie. Una conversazione con Paolo Zardi

Nato a Padova nel 1970, Paolo Zardi è ingegnere elettronico e lavora nel settore dell’informatica, ma gli piace scrivere e, come dice, «questo mi definisce come essere umano».
Vorrei che lei qui commentasse brevemente questa sua affermazione programmatica così forte, con riferimento al Paolo narratore e al Paolo professionista dell’informatica
Quando ho finito il liceo, avevo davanti a me diverse possibili strade, ciascuna delle quali avrebbe soddisfatto una specifica passione: la storia, la biologia, l’economia, l’informatica. In un mondo ideale, le giornate avrebbero così tante ore, e le vite così tanti anni, da consentire a ciascuno di noi di non dover rinunciare a qualcosa di importante; in questo mondo, invece, dove il tempo è sempre poco, si deve scegliere qualcosa, sapendo che tutto il resto dovrà essere abbandonato. La mia decisione di iscrivermi a ingegneria fu dettata da diversi motivi, non ultima la convinzione che una scelta più pragmatica mi avrebbe dato maggiori possibilità lavorative; e così per anni tutto il resto è passato in secondo piano. Una volta che mi sono assestato, però, sono riemerse le antiche passioni; ad alcune non sono riuscito a dare seguito, come la biologia (se potessi, mi iscriverei all’Università per approfondire certi argomenti), ma altre, invece, forse meno esose in termini di impegno, hanno trovato un loro spazio.
(…)

Trovate il resto dell’articolo  qui   

                                                                  Paolo Zardi

Interviste (Im)perfette: Giulietta Iannone intervista Lucia Guida

“Interviste (Im)perfette, A tu per tu con gli scrittori” in formato kindle nasce da un’idea concreta di Giulietta Iannone e del portale Liberi di scrivere per aiutare a finanziare Medici senza Frontiere Italia Onlus (di cui sono sostenitrice da qualche anno) impegnato in prima linea a Gaza e laddove nel mondo da oramai più di 50 anni ci sia bisogno di assistenza medica specialistica, al di là di schieramento politici, religiosi e di qualsiasi altra tipologia.  Dal nucleo originario composto da dodici autori si è arrivati a quello finale di venti in cui ci sono anch’io. Con il placet di Giulietta vi propongo il mio contributo che è una conversazione a tutto tondo su scrittura, editoria e vita in senso ampio.
Buona lettura a tutti e buon ferragosto
A risentirci presto
Lucia

Interviste (im)perfette: a tu per tu con gli scrittori  – Un’intervista con Lucia Guida

1. Benvenuta Lucia, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.


Grazie a te, Giulietta. Lucia Guida, classe 1965, acquario ascendente gemelli, lo dico non semplicemente per fornire un dato di tipo astrologico ma per sottolineare la mia attitudine “aerea”, chiamiamola così. Dopo la maturità magistrale conseguita all’età di diciassette anni mi sono iscritta alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere laureandomi esattamente quattro anni dopo. Nel frattempo ho continuato a studiare e mi sono abilitata per insegnare nella scuola d’infanzia e per conseguire un’idoneità in quella primaria. Una breve ma intensa esperienza annuale di docenza all’estero nelle scuole statali italiane dipendenti dal Maeci e poi il rientro in Italia come vincitrice di concorso nella scuola pubblica statale italiana in cui ho insegnato continuativamente sino a quest’anno scolastico 2024/25. Ho poi conseguito un master di II livello per l’insegnamento dell’italiano lingua seconda, un’idoneità per insegnare sempre per il Maeci all’estero come docente e lettrice e un corso di perfezionamento sull’Unione Europea non necessariamente nell’ordine in cui te ne ho parlato. Dal I settembre sarò in quiescenza dopo aver ricoperto la mansione di docente di lingua inglese e italiano L2 nella secondaria di I grado per più di trent’anni. Una vita lavorativa intensa, insomma…

2. Come è nato il tuo amore per i libri? Quando hai deciso di diventare
scrittrice?

Da bambina, non appena ho imparato a leggere grazie agli stimoli ricevuti in famiglia e alla mia curiosità di adolescente, tanto da preferire per le ricorrenze i libri come tipologia di regalo. Jo March di Little Women della Alcott mi ha molto ispirata all’epoca: mi piacevano tantissimo la sua indipendenza e quel senso di libertà che trasudava dal suo personaggio. Per scrivere in maniera continuativa e seria, diciamo così, ho tuttavia dovuto attendere un bel po’ : ho scelto di farlo con consapevolezza e non semplicemente per fini terapeutici quando i riscontri positivi dell’apertura di un blog nella community di libero nel 2006 mi hanno indotta a pensare che, magari, le cose su cui soffermavo la mia attenzione di autrice potevano interessare anche altri. Dopo le conferme ricevute dai primi concorsi nazionali e internazionali di prosa cui ho partecipato ho collaborato ad antologie di autori vari e finalmente nel 2012 deciso di pubblicare come solista solo ed esclusivamente per case editrici non a pagamento.

3. Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Decisamente la pazienza e la perseveranza. Mi spiego: scrivere non è tout court avere a disposizione un’idea felice ma piuttosto la capacità di tradurla in un linguaggio “comunicativo”, diciamo così. Di arrivare al lettore, toccare la sua sensibilità. Per me è una fatica notevole: le idee ci sono e sono tante; svilupparle in maniera decorosa, quello è il vero lavoro, la vera fatica. Un autore dovrebbe possedere il dono di mettersi a confronto con gli altri, non dare nulla per scontato, essere di continuo pronto a mettersi e rimettersi in discussione. Soprattutto quando pensa, compreso com’è nel suo mondo interiore, di essere intelligibile per tutti quando in realtà non lo è sempre pienamente: a questo punto il lavoro di un editor competente, assertivo ma non debordante, diventa fondamentale nelle fasi di pubblicazione di un’opera.

4. Oltre la porta socchiusa di Arkadia Editore è il tuo ultimo libro. Ce ne vuoi parlare? Di cosa parla più nel dettaglio?

Oltre la porta socchiusa del 2024 è il terzo romanzo di una trilogia intitolata
“Prospettive Urbane” cha ha avuto inizio nel 2016 con Romanzo Popolare edito da Amarganta e poi prosecuzione con Come gigli di mare tra la sabbia pubblicato da Alcheringa nel 2021. La mia idea era di parlare di donne e uomini in cammino e in crescita partendo da una prospettiva ampia come quella di quartiere per il primo, circoscrivere questa disamina nel microcosmo rappresentato da un condominio di semiperiferia nel secondo e poi continuare con Oltre delimitando ulteriormente il punto di vista per scavare in profondità soprattutto nella psiche dei protagonisti. Di tematiche attuali in ballo in quest’ultimo romanzo ce ne sono parecchie: la difficoltà di legarsi e impegnarsi dal punto di vista affettivo-sentimentale in una società caratterizzata dalla liquidità (Bauman docet) dei sentimenti. Il senso di possesso esasperato nei confronti delle donne da parte di uomini incapaci di lasciarle andare da sole per la propria strada alla fine di un rapporto sino a sfociare nel fenomeno dello stalking. Lo stesso ghosting che è un’altra criticità dei nostri tempi visto che spesso si preferisce scomparire dalla vita di persone care con cui si condividono momenti di intimità senza una spiegazione o un riscontro minimo. Affidando talvolta il compito di definire una relazione, se va bene!, ad applicazioni di messaggeria istantanea invece di preferire un confronto sincero de visu. Oppure scomparendo senza una parola di spiegazione, cosa ancora peggiore

5. Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Circa due anni. Nella scrittura sono piuttosto lenta (rileggo dall’inizio sempre tutto prima di iniziare una nuova pagina) e c’è da considerare che sino a oggi non è stata la mia occupazione principale. Poi credo che si debba narrare quando si ha realmente necessità di comunicare qualcosa: la scrittura secondo me è un atto di consapevolezza estrema che non può essere ridotta a questioni di tipo quantitativo. Ammiro comunque chi in pochi mesi riesce a confezionare un prodotto librario. Io non ne sono capace, ho bisogno di sentire che ho dentro di me davvero qualcosa di incisivo da trasmettere agli altri per farlo.

6. Parlaci dei personaggi principali.

Iniziamo con Alice Bellucci, single poco più che quarantenne, che deve in un sol colpo affrontare diversi bivi esistenziali, sua sorella Betty, felicemente sposata e con la mania di dirigere la vita degli altri. Carlo e Paride, uomini emblematici anche se sotto aspetti diversi l’uno dall’altro ma anche Davide, cognato di Alice e marito di  Betty, e Matias, adolescente e nipote dalla protagonista, funzionale al percorso di  ripresa a tutto tondo di Alice. Sullo sfondo una città di provincia non bene identificata con i suoi pro e contro e diverse situazioni di quotidianità “non ordinaria”, come la definisco io.

7. Scrivi solo romanzi o anche racconti? Ti piace la narrativa breve?

Sono nata come autrice di racconti brevi e questo genere letterario, che è poi quello con cui nel 2012 ho esordito con una silloge, appunto di novelle, resta il mio percorso preferito scrittoriamente parlando. Oltre a costituire un ottimo banco di prova per chiunque voglia cimentarsi nell’arte dell’affabulazione perché in una tempistica ben precisa devi saper dare forma a una trama e un intreccio che abbiano significato e pregnanza più che accettabili

8. Ami leggere? Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo
comodino?

La lettura è un passatempo che come già ti dicevo coltivo da tempo immemore.
Leggo parecchio perché è giusto farlo per comprendere degli altri e della vita aspetti che diversamente andrebbero persi. Perché è importante badare alla “concorrenza” cercando di capire dove va il mercato editoriale. Lo reputo doveroso per un autore: non ci si può limitare a scrivere tralasciando un utile e importante rovescio della medaglia come questo. La lettura ci permette di mantenere i piedi ben piantati per terra ed è un ottimo banco di prova e di confronto, c’è sempre da imparare qualcosa da qualcuno che scrive e crea a volte meglio di noi.
Paradossalmente anche un libro brutto è in grado di insegnarci qualcosa. Se capita di avere tra le mani una pubblicazione che non mi entusiasma la metto da parte senza sensi di colpa ringraziando Pennac per avermelo autorevolmente suggerito. Confesso di avere una bella pila di libri in camera da letto, per me concludere una giornata con qualcosa di bello è fondamentale. L’ultimo in ordine di tempo è stato  “Inventario di quello che resta mentre la foresta brucia” di Ruol, che ho conosciuto personalmente per il tramite di uno scrittore amico al SalTo 2024, candidato finalista allo Strega e da me acquistato però in tempi non sospetti.

9. Hai relazioni di amicizia con altri scrittori?

Qualcuna, sì, ed è un tipo di amicizia molto calata nel personale: non riesco a coltivare un rapporto amichevole se non stimo e non sono empaticamente in contatto con chi mi sta di fronte. C’è tuttavia molta competitività in questo ambiente: la sensazione fallace di essere arrivati per il sol fatto di aver pubblicato a volte può spingere a isolarsi nella propria torre eburnea. Una sensazione ingannevole perché il mercato editoriale è talmente vasto da non offrire certezze sotto questo profilo. Accettare di continuare a crescere potrebbe, forse, aiutare a costruire meglio e in maniera più duratura la propria professionalità anche in questo settore. La parola d’ordine è sempre la stessa: consapevolezza, di ciò che si è nell’attimo presente, di ciò che si è capaci di raggiungere e di quanto ancora c’è da fare per migliorarsi

10. Come cerchi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’odierno mondo letterario?

Evitando prese di posizione snob, come ho già detto, cercando di non essere
opportunista per spianarmi la strada e mantenendomi per quanto posso onesta mentalmente. Conservando la mia autonomia e non legandomi a nessun entourage a varie tinte connotato pur continuando ad avere idee molto chiare su tante cose; e, quindi, mostrandomi per ciò che nella realtà sono, punti di forza e punti di debolezza, senza millantare sfaccettature che non fanno parte del mio modo di essere per mere questioni di tornaconto personale e/o professionale

11. Cosa pensi del legame tra cinema e letteratura? 

Ne penso soltanto bene, al punto tale da essere stata definita da più di un relatore che mi ha affiancata nel corso degli anni nelle varie presentazioni dei miei libri una “prosatrice” dal taglio filmico, essenziale. La versione cinematografica ben articolata di un libro può aiutarlo nella sua pubblicizzazione avvicinando alla lettura target di persone che diversamente non si sarebbero mai cimentate in questo passatempo. Credo sia ipocrita pensare una cosa diversa, soprattutto in un frangente storico come il nostro in cui la nostra esistenza spicciola è popolata di continuo da immagini.

12. Quale è il significato del talento per te?

Bella domanda. Scrivere non è semplicemente mettere in fila parole sapienti né rincorrere effetti speciali a tutti i costi o attenersi con scrupolo a tecniche e strategie narrative di varia natura; il talento se lo possiedi è la sfumatura che differenzia la tua capacità affabulatoria da quella di un altro. Padroneggiare l’aspetto formale per uno scrittore è una dote essenziale, al di là dell’incontro e della sinergia che si instaura con un bravo editor, ma senza talento questa abilità resta un guscio vuoto destinato a infrangersi.

13. Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Considero le presentazioni una necessità da parte dell’autore che proattivamente vuol mettersi nella condizione di farsi conoscere da più persone possibili, oltre a offrire a potenziali lettori chiavi di lettura extra della sua opera. Seleziono con attenzione gli eventi a cui partecipo scegliendo con cura il relatore che è la persona deputata a evidenziare al meglio le caratteristiche del mio lavoro di narratrice. Preferisco le persone empatiche agli eccellenti oratori interessati forse a mettere in risalto la propria cultura invece di accontentarsi di fare da “spalla” all’autore. Soprattutto apprezzo chi il mio libro lo ha letto davvero: sembra una provocazione ma non lo è, tu non hai idea di chi accetta di presentarti senza essersi letto nemmeno un rigo di ciò che hai scritto. Non so se questa cosa possa definirsi divertente ma di sicuro in questi anni a volte mi è capitato. In quel caso ho dovuto far buon viso a cattivo gioco.

14. Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Un romanzo ad ampio respiro iniziato a principio del 2025 di cui per il momento non dirò per scaramanzia nulla, anche perché non mi piace vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato; il prosieguo, anche per quest’anno della mia collaborazione con la rivista mentinfuga con articoli di cultura e recensioni freelance di romanzi e opere scelte da me. Un paio di lavori a progetto per mantenermi in esercizio anche in questo filone. Nei miei impegni prediligo la varietà: posso affermare con certezza di essermi raramente annoiata nella mia vita. La creatività e la voglia di sperimentare me lo hanno impedito, oltre ad avermi fornito la possibilità di reinventarmi di continuo come autrice e come donna. Come Persona.

Anno Nuovo, Interviste Nuove: “Oltre la porta socchiusa” ospite di Segnalazioni Letterarie

Con il 2025 riprende il paziente lavoro di propaganda del mio ultimo libro, il romanzo di narrativa “Oltre la porta socchiusa” pubblicato da Arkadia Editore a luglio 2024. La cosa bella è stata per me essere la prima autrice a inaugurare il nuovo ciclo di interviste in diretta on line della pagina fb Segnalazioni Letterarie dedicata ai libri a tutto tondo e nata dall’intuizione felice di Alberto Raffaelli. Nell’intervista, che qui vi propongo in differita, ho parlato di me come autrice e di scrittura, lettura, editoria

Buona visione a tutti

Quattro chiacchiere con Lucia Guida oltre la porta (socchiusa), intervista di Mario Borghi

In attesa dell’imminente prossima presentazione di “Oltre” rebloggo qui la bella intervista di Mario Borghi, scrittore e critico sul suo blog di lettura e scrittura. Come di sua tradizione Mario non ha badato a spese, rivolgendomi domande estremamente mirate formulate con precisione chirurgica.
L’intervista completa la trovate in originale qui


A presto




QUATTRO CHIACCHIERE CON LUCIA GUIDA OLTRE LA PORTA (SOCCHIUSA)

Ho letto la terza opera di Lucia Guida e, prima di scriverne, ho voluto scambiare con lei qualche parola.
Lucia, sempre garbata e gentile, ha accettato.

Lucia, ci conosciamo da anni, ma l’ultima volta che ci siamo sentiti “ufficialmente” sul mio blog, è stato circa dieci anni fa. Cosa è successo nel frattempo?

Ciao, Mario. In questo decennio ho pubblicato per altre tre case editrici, (Amarganta, Alcheringa e di recente Arkadia, curioso che inizino tutte per A… ), ho preso un master in italianistica, studiato parecchio per una selezione professionale. Letto tantissimo (secondo me, oltre che un piacere infinito è preciso dovere di un autore farlo in modo sistematico). Scritto tre romanzi: Romanzo Popolare, Come gigli di mare tra la sabbia e Oltre la porta socchiusa, una silloge di poesie in versi sciolti, “Interlinee”. Ho anche accettato di collaborare con piccoli contributi in prosa e poesia per antologie di autori vari. Recensito libri come freelance. Ho soprattutto riflettuto moltissimo sull’editoria contemporanea e sulla strada da quest’ultima di recente intrapresa, idealizzandola molto di meno che agli inizi. Provato a scrivere con maggior cognizione di causa (spero) e con il giusto ritmo, continuando a sondare con attenzione tutto ciò che mi circonda, dalle iscrizioni sul muro di cinta del parco che oltrepasso ogni giorno per andare al lavoro sino a ciò che mi tormenta ad altezza di cuore e di testa. Soprattutto non ho mai dato niente per scontato  mettendomi di continuo in discussione; ho con serenità anche valutato la possibilità di continuare a scrivere e di quanto questa cosa potesse ancora incidere nel mare magnum dei libri che continuano a essere stampati.

Da poco è arrivato il tuo Oltre la porta socchiusa, edito da Arkadia, sotto lo sguardo severo e inflessibile di Patrizio Zurru. Prima domanda: l’autrice da che parte guarda rispetto a quella porta? E cosa rappresenta quella porta?

Intanto permettimi di fare un plauso al team di SideKar, la collana per cui ho esordito in Arkadia coordinata da Patrizio Zurru, Mariela Peritore Fabbri e Ivana Peritore Fabbri che mi hanno scelta e continuano a seguirmi con grande e doverosa attenzione anche in questi primi passi del post pubblicazione. Attraverso una qualsiasi porta metaforicamente socchiusa io guardo sempre con diligente circospezione, chiamiamola così. Sono, cioè, sempre d’emblée propensa a cogliere il senso di apertura che una nuova circostanza mi prospetta. Da bravo acquario la cosa mi entusiasma parecchio ma poi nella fase successiva passo tutto con accuratezza al vaglio della ragione. Se, infatti, per me è importante mantenere sempre uno spiraglio di disponibilità è altrettanto però necessario provare a intravedere al di là delle apparenze. Caratterialmente è raro che chiuda in maniera definitiva porte ma quando lo faccio non torno più sui miei passi.

In questo romanzo si muovono due sorelle l’una l’opposto dell’altra e due uomini, anch’essi l’uno l’opposto dell’altro (oltre a un terzo uomo, marito di una delle sue sorelle). Come mai questa scelta?

Senza farne un romanzo corale ho provato a sondare l’animo umano da varie prospettive, da quella più solare e luminosa a quella decisamente più dark. Del resto, la realtà di tutti i giorni ci propone di continuo modelli variegati di comportamento e tipologie di umanità assai differenti le une dalle altre; conoscere significa anche prevenire, come un vecchio slogan un tempo recitava. L’esperienza è una grande maestra, va coltivata. Ed è sbagliato pensare (e concepire anche scrittoriamente) il mondo in termini di bianco in contrapposizione al nero. Il male esiste, è molto più diffuso di quanto non si pensi perché secondo me si nutre e prolifera anche grazie a una certa passività, all’indifferenza e alla superficialità da tanti praticata. Non mi interessa e quindi non vedo. Poi però mi stupisco se la quotidianità è piena di situazioni limite, per me inconcepibili. Dovremmo imparare nuovamente a praticare l’empatia, a provare a metterci poco alla volta nuovamente nei panni degli altri. E invece troppo spesso tiriamo dritto per comodità, per pigrizia.

La tua opera tocca alcuni argomenti, purtroppo, hot di questo periodo: stalking, femminicidio, condizione della donna, e altro. Come ti poni, nella tua vita, di fronte a queste problematiche?

In maniera estremamente assertiva, di manifesta condanna. Lo stalker e il femminicida per me non hanno scusanti né giustificazioni di nessun tipo. Bisognerebbe ricordarlo di più a qualche giornalista malato di benaltrismo che continua con pervicacia a parlare di “drammi d’amore” (sic!) in questioni in cui c’è un palese abuso di questo termine. Chi ti vuol realmente bene vuole per te il meglio a costo di sacrificare sé stesso rinunciando a un sentimento che non ha più rispondenza nella controparte. Limitare a qualsiasi titolo la libertà dell’altro è un delitto. Ciascuno di noi ha il sacrosanto diritto di poter cambiare idea in qualsiasi momento: in amore, in amicizia, nei rapporti di lavoro. I comportamenti debordanti non sono mai indice di equilibrio. Purtroppo viviamo in un’epoca in cui il voyerismo attraverso il web e i social ha trovato una sorta di consacrazione. Ciascuno di noi deve, a mio avviso, poter conservare una zona di propria ed esclusiva pertinenza e poter scegliere se permettere a qualcuno di accedervi o no. L’ho già detto e lo ripeto: pensare che una persona possa essere “cosa totalmente nostra” con atteggiamenti marcati di possesso non va bene. Chiedere rispetto per darne altrettanto a chi abbiamo di fronte è un atto dovuto, profondamente umano, e quindi da coltivare e incentivare in qualsiasi ambito.

Cosa ci racconti della genesi di questo romanzo? Senza paura di spoilerare, posso dire che inizia con un brutto incidente stradale, apparentemente “casuale.

Nel prologo, la protagonista, Alice Bellucci, resta vittima di un incidente che ne mette a repentaglio la vita. Quanto sia di sua responsabilità l’accaduto o debba ascriversi ad altro lo scoprirà il lettore nel prosieguo della storia… Posso soltanto dire che a volte il peggio arriva per aiutarci a sovvertire un ordine percepito e agito negativamente in vista di un bene maggiore futuro. Chiariamo: non è giusto accettare supinamente tutto ciò che di avverso e contrario ci accade, ma forse potrebbe esserci di conforto riflettere sulle potenzialità che anche il momento peggiore della nostra vita in nuce possiede. Oggi vado di adagio in adagio, e quindi potrei dirti che “non tutto il male viene per nuocere”, ad avere occhi per ben vedere…

Le due sorelle: una estroversa, sempre attiva, un po’ invadente, dinamica e sempre di classe; l’altra esattamente l’opposto. Interagiscono e spesso il lettore percepisce un certo fastidio da parte della seconda nei confronto della prima (che, detto fra noi, vorrebbe solo aiutarla). Tu da che parte stai? Voglio dire: l’aiuto di cui una persona, e nella fattispecie una donna, come andrebbe gestito?

Alice trova eccessiva la volontà ferrea di Betty di collocarla sentimentalmente parlando, però poi cede di continuo alle sue profferte e partecipa alle occasioni d’incontro da questa preconfezionate con uomini papabili a ricoprire il ruolo di fidanzati della sorella. A me non è mai capitato che qualcuno si prodigasse in tal senso per me. Sono, quindi, indulgente nei confronti di Betty che per affetto vorrebbe un happy ending affettivo-relazionale per tutti ma strizzo l’occhio in maniera solidale ad Alice. Non è peccato camminare in solitaria se al momento non hai avuto la possibilità di farlo con una persona che ti piaccia davvero, che ti sia affine e con cui hai voglia di procedere di pari passo

Abbiamo anche uno stalker, te lo chiedo secco: hai mai avuto a che fare con uno di loro? La tua descrizione di questo personaggio è talmente fatta bene che il lettore rimane perplesso.

Le relazioni vissute a ridottissima distanza non hanno mai fatto per me, probabilmente perché sono stata cresciuta da genitori iperprotettivi che in nome dell’affetto che per me nutrivano pretendevano di conoscere (e per certi versi dirigere) la mia vita. D’istinto scappo da tutto ciò che percepisco come soffocante, eccessivo perché penso che un sentimento autentico non sia fatto di controllo continuo ma di fiducia reciproca e di rispetto reale, come ho già espresso.  Una persona a me assai vicina ha avuto a che fare con un’altra persona che le ha rivolto attenzioni eccessive perché non accettava la fine della loro relazione. È stato un periodo pesante e profondamente infelice per tutti coloro legati alla questione più o meno indirettamente. Lo stalker di Alice, tuttavia, si muove nell’ombra all’insaputa della sua vittima sino alla fine. Siamo nel patologico conclamato. Per descrivere in maniera accurata questo stato di cose estremo e particolare mi sono andata a documentare leggendo studi scientifici sull’argomento e chiedendo un parere a chi queste dinamiche per professione le affronta quotidianamente. Mi lusinga che il principio di verosimiglianza sia stato pienamente rispettato: volevo provare a mettere nero su bianco i meccanismi che scattano nella mente di un individuo ossessionato da un suo simile. Probabilmente la mia sensibilità anche scrittoria e l’amore per il particolare hanno fatto il resto, ma ti assicuro che di autobiografico c’è davvero poco. Fortunatamente, aggiungo.

Riesci a descrivere scene e situazioni “forti” e “piccanti” sempre senza eccedere nel linguaggio e usando sempre un registro privo di termini volgari. Ci sveli il tuo segreto? E dire che sei insegnante e, anche non volendo, in classe credo che tu senta di tutto (e ti venga da rispondere per le rime).

Io credo che una scena di sesso non abbia bisogno di esser illustrata nei minimi particolari se questi non sono indispensabili all’economia della narrazione, a meno che io non sia un’autrice di  narrativa erotica. Deve, quindi, essere funzionale all’intreccio quanto basta, senza esagerazioni. Così anche nelle scene di contrappunto a quelle di Alice dedicate all’operato del suo stalker. Anche in questo caso non penso aggiunga una virgola in più di realismo esagerare nella ”mise en place”, diciamo così. Reputo sia il contenuto a farla da padrone più che il contenitore.
In classe come prof cerco di mantenere sempre un linguaggio e un comportamento ortodossi: se redarguisco una studentessa per un capo di abbigliamento forse più consono per una serata in discoteca o con gli amici che per un’occasione di lavoro a scuola cerco di vestirmi adeguatamente anch’io, altrimenti dal punto di vista educativo la mia richiesta di riflessione da parte sua non avrebbe senso. Ricordo anche di continuo che le imprecazioni peggiori le conosco benissimo e talvolta in privato le uso specie se arrabbiata ma ho troppo rispetto per il luogo in cui mi trovo e per loro stessi per esprimermi così anche in pubblico


Prima di concludere e di dedicarmi a una recensione, ti chiedo a quale fascia di pubblico e di età consiglieresti il tuo libro.

Credo che tutti i miei romanzi, dal primo all’ultimo, siano più adatti a un pubblico maturo, non tanto per le descrizioni elaborate con quello che tu hai definito “garbo” quanto invece per gli argomenti trattati. In ogni caso sottolineerei comunque l’importanza per un ragazzo in crescita del supporto e del filtro di un adulto di riferimento anche in ambito di lettura. Lo dico senza inutili pruderie e in qualità di educatrice, visto che ne abbiamo parlato poco fa. Ricordo con tenerezza di aver letto Flaubert o i romanzi di Colette di nascosto, prendendoli dalla libreria di mio padre a quattordici anni perché sapevo di attingere a qualcosa di artisticamente ineccepibile ma di proibito, di certo non adatto a un’adolescente. Forse mi sarebbe stato di grande aiuto avere accanto una persona di esperienza di famiglia pronta all’ascolto e al dialogo a cui comunicare con fiducia, apertamente, le tante impressioni suscitate in me da entrambi gli autori    

Grazie Lucia, ad maiora.

L’autrice
Nata a San Severo, abita e lavora a Pescara, città in cui insegna Inglese. Nel 2012 ha esordito con la silloge di racconti Succo di melagrana. Storie e racconti di vita quotidiana al femminile, menzione speciale al Premio Nazionale “Donne e così sia” (2014). Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo La casa dal pergolato di glicine, premiato alla XIV Edizione del Premio Internazionale “Val di Vara-Alessandra Marziale” e al Concorso Letterario Nazionale “Urbe Parthenicum” (2015). Segue Romanzo popolare (2016), vincitore di diversi premi letterari di prestigio. Ha inoltre pubblicato la silloge di poesie Interlinee (2018). Con Come gigli di mare tra la sabbia (2021) è stata tra i finalisti del Premio Internazionale Samnium, riportando la menzione d’onore nei Premi Internazionali Cygnus Aureus e Navarro nel 2022 e la segnalazione nel IV Concorso Letterario Tre Colori per la sezione Bianco Avorio opere edite. Già curatrice di rubriche letterarie su siti di arte, musica e spettacolo, al momento si occupa di un blog sulla piattaforma WordPress e di alcune pagine su Facebook di scrittura e lettura dedicate ai suoi libri e alla propria attività di autrice. Per Arkadia Editore ha pubblicato Oltre la porta socchiusa (2024).

Mario Borghi

13220638_1142426682476639_7379951671705840034_oCon Mario Borghi al SalTo 2016




Interviste a bordo: L’intervista del martedì

Trovo sempre molto stimolante sottopormi alle domande di interviste interessanti come queste, anche quando forse si va molto in profondità fino a sondare territori inaccessibili ai più. Un grazie di cuore ad Antonio Fagnani, presidente dell’Associazione Culturale I Borghi della Riviera Dannunziana e responsabile di Arethusa, rivista  dell’Associazione medesima.

𝐋’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐞𝐝𝐢̀

𝗟𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗚𝘂𝗶𝗱𝗮

𝑑𝑖 𝑇𝑜𝑛𝑖 𝐹𝑎𝑔𝑛𝑎𝑛𝑖

• 𝐏𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐞𝐬𝐬𝐚, 𝐩𝐨𝐞𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞?

  Tutte e tre le cose, visto che contribuiscono a rendermi ciò che sono nella realtà quotidiana: una donna che non si coniuga a compartimenti stagni, che ha un unico volto e un’unica parola

• 𝐏𝐞𝐫 𝐥𝐞𝐢 𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞?

  Io sono figlia d’arte e rappresento la terza generazione in famiglia di donne insegnanti, facendo seguito a mia nonna materna e poi a mia madre. Spero di essere stata e di continuare a essere una professionista che sa dosare bene in ciò che fa mente e cuore amando il suo lavoro

• 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐢 𝐬𝐢 𝐨𝐭𝐭𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐢𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐨?

  Da ragazza ho avuto insegnanti severi ed esigenti e genitori che lo erano altrettanto. Ho, quindi, punti di riferimento importanti alle mie spalle cui guardare in tal senso. L’autorevolezza è un ingrediente necessario nel lavoro che faccio sempre, soprattutto per alunni della fascia d’età con cui mi relaziono (10/11 anni fino ai 14) ma anche perché viviamo in tempi in cui un NO detto con ragionevolezza da un adulto nei confronti di un minore (spiegando, cioè, il perché di quella negazione e non imponendola tout court) sta diventando merce rara. I ragazzi hanno un bisogno innato, viscerale, di poter avere di fronte a sé adulti che parlano e agiscono compiutamente: consapevoli, coerenti che chiedono loro di comportarsi con correttezza e a loro volta lo fanno con grande concretezza. Il male di questi tempi è nella superficialità con cui ci si lascia travolgere dal falso e ingannevole pensiero che un padre, una madre possano essere amici a 360° dei propri figli: non è così, i ruoli vanno ben distinti e definiti e poi proposti a un figlio che deve averne comunque e sempre gran rispetto, anche quando gli pare di non essere d’accordo con le scelte fatte da un genitore.

• 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚?

  In tutti questi decenni di docenza nella scuola pubblica statale italiana ho conosciuto moltissimi genitori. In quelli con cui mi sono più trovata in sintonia ho ravvisato in primis il massimo rispetto per il mio ruolo (rispetto da me ampiamente contraccambiato nei loro confronti) e condivisione degli stessi valori e obiettivi di tipo esistenziale. Voglio parlare soprattutto di questi genitori che hanno reso il mio compito a scuola meno complesso e gravoso di quanto a oggi non venga richiesto a noi docenti, della loro capacità di aver afferrato che una qualsiasi mia sottolineatura fosse realmente finalizzata ad accendere una luce su un aspetto che in una situazione di quotidianità familiare può andare perso per mancanza di tempo, non voglio imputarla ad altro. Viviamo in una società perennemente in corsa in cui il rischio di lasciare qualcuno indietro, anche una persona a cui teniamo molto, è assai elevato. Il suggerimento (non il giudizio, chiariamolo) di un insegnante, se ascoltato e magari ponderato, può fare a volte la differenza

• 𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐞𝐢 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐥𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐠𝐢𝐨 𝐨 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨?

  Malinconia e tristezza sono sentimenti che arricchiscono la sensibilità di tutti, anche di chi si ostina a negarli in pubblico. Pensare con un filo di malinconia o di tristezza è fisiologico; ben altra cosa lasciarsi trascinare dall’una o dall’altra a senso unico. Il ricordo e magari il rimpianto di qualcosa che non si è compiuto non possono bloccare la vita di un essere umano in un limbo infruttuoso: la vita va avanti. Per fortuna, aggiungerei

• 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐨𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢?

  C’è stato un tempo in cui con la generosa ingenuità degli autori emergenti ho pensato di regalare indistintamente a chi reputavo potesse gradirli qualcuno dei miei libri (a oggi cinque pubblicazioni da solista ma tantissimi contributi ad antologie di prosa e poesia di autori vari). Adesso sono più meritocratica: se capisco che la persona con cui sto interagendo potrebbe apprezzarlo magari cedo anche all’impulso di regalargli qualcosa di mio. Ci metto però più testa, come si suol dire. O forse più cuore, se guardiamo da una diversa prospettiva. Certamente pondero moltissimo se farlo o meno.

• 𝐒𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐜𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐚 𝐩𝐚𝐠𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨. 𝐋𝐞𝐢 𝐥𝐨 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨?

  Le recensioni a pagamento vanno di pari passo con le pubblicazioni per cui si paga. La mia risposta è no a entrambe le cose, senza se e senza ma.

• 𝐋𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐢 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐧𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐜𝐢𝐚𝐫𝐩𝐞 𝐨 𝐬𝐜𝐢𝐚𝐥𝐥𝐢. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐡𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐨?

  Da bambina da questa nonna materna, Signora di altri tempi e molto ma molto creativa. Per un sacco di tempo non ho più pensato al crochet. L’ho riscoperto qualche anno fa e devo dire che mi ha regalato conferme e certezze: una su tante, secondo me fondamentale, è quella di poter impiegare positivamente energie extra, magari filtrandole e trasformandole in qualcosa di bello e particolare. La giusta ricompensa alla fine di giornate che, magari, non sono andate così bene come ci aspettavamo. Una sorta di meditazione che alla fine porta a frutti certi. E che frutti…

• 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝑆𝑢𝑐𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑙𝑎𝑔𝑟𝑎𝑛𝑎 𝑒 𝐿𝑎 𝑐𝑎𝑠𝑎 𝑑𝑎𝑙 𝑝𝑒𝑟𝑔𝑜𝑙𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑔𝑙𝑖𝑐𝑖𝑛𝑒, 𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢, 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞?

  Io non la metterei su questo piano. Se, cioè, Succo di melagrana, storie e racconti di vita quotidiana al femminile è prevalentemente narrazione di donne a un bivio in bilico tra passato e presente (come del resto il titolo recita con puntualità), La casa dal pergolato di glicine ma anche Romanzo Popolare e Come gigli di mare tra la sabbia sono opere che io definirei corali: si parte da vicissitudini al femminile ma c’è anche tantissimo mondo al maschile. Ci sono personaggi che agiscono non su piani paralleli che non si incontrano mai ma in situazioni di vita vissuta estremamente “di sostanza”, come si suol dire. Certo è che raccontare la Donna per me è sempre e comunque valore aggiunto in un’epoca in cui questa per qualcuno è ancora associata all’idea di oggetto da possedere e da cui non separarsi se non a sprezzo della sua vita. Una concezione deviata dell’umanità a cui non si è ancora pensato in maniera efficace. Non c’è giorno in cui le pagine di cronaca nera non riportano episodi di femminicidio. È una cosa terribile a mio avviso: ti elimino perché tu non sei più copia conforme dell’idea femminile che io mi sono fatto di te. Terribile e raccapricciante. Una mattanza continua che grida vendetta al cielo

• 𝐀 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐭𝐚̀ 𝐡𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐞𝐬𝐢𝐚?

  Dopo gli anni dell’adolescenza passati a scrivere come per il crochet ho sondato altri terreni per poi riapprodare alla scrittura (e a farlo in maniera palese, condividendo con terzi in web i miei pensieri in veste di blogger) dagli inizi del terzo millennio. Non avrei mai pensato di pubblicare; si immagini che dal ricevimento del primo contratto editoriale da solista (fine 2011) alla firma in calce allo stesso sono passati due mesi in cui mi sono ripetutamente chiesta se avessi realmente voglia di regalare un pezzo di me a perfetti sconosciuti.

• 𝐂𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐝’𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐞 𝐏𝐞𝐬𝐜𝐚𝐫𝐚, 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐡𝐚 𝐚𝐝𝐨𝐭𝐭𝐚𝐭𝐚?

  Sono grata alla Puglia per avermi partorita e altrettanto grata all’Abruzzo per avermi accolta stabilmente, ma i miei legami con la terra che a oggi mi ospita sono precedenti alla mia nascita. Nina, la nonna citata in precedenza più volte e protagonista di un mio piccolo contributo nell’antologia “Raccontami l’Abruzzo”, volume 1, Tabula Fati, a cura di Rita La Rovere, era con suo marito e i suoi figli assidua frequentatrice della spiaggia di Francavilla al mare (CH) e ha continuato a farlo sino allo scoppio della II guerra mondiale per poi riprendere a frequentare spiagge come Pineto o Silvi Marina o luoghi di montagna come Scanno a conflitto mondiale concluso. Un po’ di Abruzzo in me c’è stato sempre, da prima che io nascessi. Alla Puglia devo forse la tenacia e la forza che mi ha accompagnata anche nei momenti meno felici; il fatto di non considerare nella mia vita nulla di scontato. Di rimettermi sempre in discussione, conservando anche nei periodi migliori la capacità di mantenermi con i piedi ben piantati per terra

• 𝐄̀ 𝐥𝐞𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐨 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐥𝐞𝐢?

  Io amo definirmi solitaria ma non sola e quindi posso affermare che la solitudine non mi è mai appartenuta né mi appartiene. Sono di sicuro un “cane sciolto”: non faccio parte di gruppi di scrittura e/o lettura. Non ho una tessera di partito. Non frequento comitive à la page. C’è stato un tempo in cui forse mostravo un po’ di più della mia vita pubblica fino a quando non ho capito che fondamentalmente agli altri interessa poco di ciò che faccio. Per “altri” intendo i conoscenti, non gli amici veri, pochi ma buoni, con cui mi piace condividere il mio tempo extra. Non necessariamente dandone di continuo testimonianza su una pagina social

• 𝐋’𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐥’𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞?

  Un uomo e una donna non possono vivere senza Amore con la A maiuscola. Possono, al contrario, fare a meno benissimo di sentimenti amorosi fatti di reciproca convenienza, poca o nulla trasparenza, mancanza di rispetto. Com’era quell’adagio popolare? Meglio soli che male accompagnati. Sentirsi soli al fianco di qualcuno è la cosa peggiore che possa accaderci.

• 𝐒𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨?

  Una cosa bella e importante di cui al momento per scaramanzia ma anche per regole contrattuali non posso dare notizia. E quindi chi ha il piacere di seguirmi può pensare che Lucia Guida continuerà a narrare storie

• 𝐈𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐢 𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐨𝐫𝐫𝐢𝐝𝐞.

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐟𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨?

  Perché il sorriso è meritocratico: si regala a chi se lo merita, Antonio… Farlo su una pagina social di continuo e per posa per me ha poca importanza. Sbaglia chi pensa a torto che io sia una musona

• 𝐐𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐢𝐞𝐬𝐜𝐞 𝐚 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞?

  Il mio primo viaggio a Lisbona, una città dal fascino sottile, discreto. Forse per qualcuno un po’ malinconica, ma di una malinconia potente, quella di fasti appartenenti al suo passato di città a capo di un impero coloniale. Ci tornerei o ci andrei addirittura a vivere, potendo

• 𝐋𝐞𝐢 𝐡𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐀𝐫𝐞𝐭𝐡𝐮𝐬𝐚. 𝐇𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐠𝐠𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐚𝐫𝐥𝐚?

  Io credo che Arethusa vada bene così come è stata concepita dai suoi ideatori: uno sguardo rapido ma ampio a opere di varia consistenza e natura che la compongono. Una vetrina essenziale ma completa che deve invitare il lettore ad approfondire la conoscenza di chi l’ha scelta per proporsi

• 𝐀 𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚?

  Ai miei figli, Roberta ed Emanuele, che nati in Abruzzo ora vivono da expat all’estero nella Svizzera tedesca dove hanno portato (lo dico immodestamente e in maniera compiaciutissima da madre!) la nostra italianità migliore unita a competenza, bravura e determinazione personale. A lei, Antonio, grazie per quest’intervista bella e stimolante.

L’intervista originale è qui 

foto estiva Lucy
i miei libri

L’amore vero per la scrittura: incontro senza filtri con la scrittrice Lucia Guida

In attesa di novità editoriali da parte mia ecco una bella intervista di quattro anni fa su WP a cura di Ilaria Grasso a un anno esatto dalla pubblicazione del mio “Romanzo Popolare” per i tipi di Amarganta.
È bello pensare come riguardo alle cose importanti della vita e della scrittura io la pensi esattamente nello stesso modo
Buona lettura a tutti
A presto

Lucia

 

Avatar di ilariafaithfullLiberi Libri e non solo

lucia-new-2Oggi sul mio blog è venuta a trovarmi una carissima amica ed una grande scrittrice, che ho accolto con grande trepidazione ed entusiasmo: si è raccontata, come sempre, con sincerità e senza filtri.

Come è avvenuto il tuo incontro con la scrittura?

In modo piuttosto comune a molti altri autori. Ho iniziato con un blog nel 2007 nella community di libero e poi, a partire dal 2008, ho tentato la strada dei concorsi letterari nazionali di scrittura. Il primo piazzamento l’ho ottenuto in un premio di narrativa organizzato dalla biblioteca di Capoterra (CA) con un racconto elaborato sul ricordo del primo giorno di scuola di un mio amico. Una storia a cui sono ancora oggi molto legata. È stato il mio esordio letterario ufficiale e mi ha spinta a continuare per questa strada. Nel 2011 ho pubblicato per la prima volta da solista per la casa editrice Nulla Die di…

View original post 936 altre parole