Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

È online su Mentinfuga la mia intervista a Dacia Maraini.

Una conversazione sulla memoria come responsabilità, sulla scrittura, sulla libertà della parola, sulla violenza ancora difficile da raccontare e sul ruolo della letteratura nel leggere il nostro tempo.

Buona lettura

Responsabilità e memoria: una conversazione con Dacia Maraini

Ci sono autrici che non appartengono soltanto alla storia della letteratura ma continuano a interrogare il presente con una voce riconoscibile, libera, necessaria.
Dacia Maraini è una di queste presenze. La sua opera attraversa generi, stagioni, linguaggi mantenendo sempre vivo un rapporto profondo e sentito con il mondo: non come semplice materia narrativa, ma come esperienza da ascoltare, comprendere, mettere in parola.
Questa intervista nasce dal desiderio di entrare in dialogo con una scrittura che da decenni osserva la realtà senza ridurla e che continua a ricordarci quanto la letteratura possa essere insieme conoscenza, testimonianza e apertura.
Da qui prende avvio la nostra conversazione.

Dacia, nei suoi libri la memoria non è mai soltanto ricordo, ma spesso diventa responsabilità. Che rapporto ha oggi con la memoria, personale e collettiva?
In effetti per me memoria vuol dire pensiero, consapevolezza e quindi responsabilità. Soprattutto in questa epoca di consumismo in cui tutto si prende e si butta, compreso il senso del tempo e la coscienza storica, penso che la memoria abbia funzione di resistenza etica.

Il resto dell’articolo lo trovate qui

Ph. credit: Luca Mariani. Tutti i diritti riservati.

Voci letterarie. Una conversazione con Fabio Ivan Pigola

Intervista di giugno per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Questa volta incontro Fabio Ivan Pigola, un visionario della carta stampata — di quelli che ci piacciono: creativi, laterali, appassionati. Fabio ci racconta Divergenze, casa editrice indipendente, lenta e non commerciale: un progetto culturale che difende libri necessari, giovani talenti e visioni fuori dal mercato.

Buona lettura a tutti.

Voci letterarie. Una conversazione con Fabio Ivan Pigola

Fabio Ivan Pigola, politologo ma non troppo, cultore di teorie eversive dell’utopia, ha fondato e collabora a magazine di satira e di attualità con l’ostinazione di un marxista. Consulente letterario, editore, studioso di scienze sociali e storiche, ghost writer «perché il mio nome in copertina suona male», si occupa di letteratura da quando ha capito di non avere i numeri per la matematica. È direttore editoriale di Divergenze, casa editrice no eap.

In home page del sito della casa editrice da lei diretta leggo testualmente “Divergenze promuove opere di autori classici e contemporanei, riscoperte del passato, esplorazioni della tradizione e di una letteratura che agisce sull’attualità. Dunque romanzi ma anche teatro, novelle, poesie, saggi ed altre provocanti esperienze dell’immaginazione”. Una mission articolata e impegnativa, ci racconti qualcosa.

Anzitutto, grazie per la curiosità. La vocazione di noi divergenti, come amo definirla, è identica a quella di tanti altri editori, ma con qualcosa in meno: il denaro. Siamo privi di scopi di lucro e non impieghiamo neppure un centesimo per acquistare le vetrine, i favori, la réclame e le opinioni che servono a rendere bello e simpatico un marchio. Abbiamo un seguito? Può darsi, ma è una tribù affezionata o incidentale, senza inquadramenti né pedagogia. Ci sono opere che a due, quattro o dieci anni dall’arrivo in libreria continuano a circolare, nonostante molti dicano che il mercato odierno è un circuito in cui la gara deve finire alla svelta per fare spazio alle nuove proposte. Noi di quella fretta non sentiamo il bisogno, e poi error filius temporis più della verità, che alla lunga non c’è modo di occultare. L’azione che la letteratura ha sull’attualità, per giunta, è innegabile: benché tanti la concepiscano – e tendano a pianificarla – come un intrattenimento a fini commerciali, è la biografia degli uomini narrata dall’occhio e dalla sensibilità di altri. Il suo contributo perciò è fondamentale nell’arte e nella scienza, nella storia e in tutte quelle attività poco simpatiche al potere privo di fantasia.

Sul sito di Divergenze colpisce molto l’attenzione all’oggetto-libro, quasi pensato come esperienza anche tattile e visiva. Quanto conta, oggi, questa dimensione materiale del libro, e per il potenziale lettore e per l’editore che ne promuove la realizzazione?

Ci hanno fatto notare come le copertine monocromatiche siano un handicap, nell’epoca delle immagini. Ci hanno segnalata anche l’assenza di plastificazione, che rende più corruttibili i volumi dagli elementi o dal naturale logorio dell’uso, ma per chi, come noi, non ama parlare di istituzione, di progetto, o peggio ancora di strategia, il contenitore è parte dell’insieme tanto quanto i contenuti. L’oggetto-libro infatti ha una veste che nelle nostre umane, quindi anche fallibili intenzioni, deve rimandare idealmente all’anima dell’opera, perché ogni chicco è la parte di un grappolo. E a differenza dell’anima qualunque organismo è fisico, muta, si logora: è l’esperienza necessaria per esistere.

Il resto dell’intervista è qui


Ph. credit: Daria Benzi

Interviste (Im)perfette: Giulietta Iannone intervista Lucia Guida

“Interviste (Im)perfette, A tu per tu con gli scrittori” in formato kindle nasce da un’idea concreta di Giulietta Iannone e del portale Liberi di scrivere per aiutare a finanziare Medici senza Frontiere Italia Onlus (di cui sono sostenitrice da qualche anno) impegnato in prima linea a Gaza e laddove nel mondo da oramai più di 50 anni ci sia bisogno di assistenza medica specialistica, al di là di schieramento politici, religiosi e di qualsiasi altra tipologia.  Dal nucleo originario composto da dodici autori si è arrivati a quello finale di venti in cui ci sono anch’io. Con il placet di Giulietta vi propongo il mio contributo che è una conversazione a tutto tondo su scrittura, editoria e vita in senso ampio.
Buona lettura a tutti e buon ferragosto
A risentirci presto
Lucia

Interviste (im)perfette: a tu per tu con gli scrittori  – Un’intervista con Lucia Guida

1. Benvenuta Lucia, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.


Grazie a te, Giulietta. Lucia Guida, classe 1965, acquario ascendente gemelli, lo dico non semplicemente per fornire un dato di tipo astrologico ma per sottolineare la mia attitudine “aerea”, chiamiamola così. Dopo la maturità magistrale conseguita all’età di diciassette anni mi sono iscritta alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere laureandomi esattamente quattro anni dopo. Nel frattempo ho continuato a studiare e mi sono abilitata per insegnare nella scuola d’infanzia e per conseguire un’idoneità in quella primaria. Una breve ma intensa esperienza annuale di docenza all’estero nelle scuole statali italiane dipendenti dal Maeci e poi il rientro in Italia come vincitrice di concorso nella scuola pubblica statale italiana in cui ho insegnato continuativamente sino a quest’anno scolastico 2024/25. Ho poi conseguito un master di II livello per l’insegnamento dell’italiano lingua seconda, un’idoneità per insegnare sempre per il Maeci all’estero come docente e lettrice e un corso di perfezionamento sull’Unione Europea non necessariamente nell’ordine in cui te ne ho parlato. Dal I settembre sarò in quiescenza dopo aver ricoperto la mansione di docente di lingua inglese e italiano L2 nella secondaria di I grado per più di trent’anni. Una vita lavorativa intensa, insomma…

2. Come è nato il tuo amore per i libri? Quando hai deciso di diventare
scrittrice?

Da bambina, non appena ho imparato a leggere grazie agli stimoli ricevuti in famiglia e alla mia curiosità di adolescente, tanto da preferire per le ricorrenze i libri come tipologia di regalo. Jo March di Little Women della Alcott mi ha molto ispirata all’epoca: mi piacevano tantissimo la sua indipendenza e quel senso di libertà che trasudava dal suo personaggio. Per scrivere in maniera continuativa e seria, diciamo così, ho tuttavia dovuto attendere un bel po’ : ho scelto di farlo con consapevolezza e non semplicemente per fini terapeutici quando i riscontri positivi dell’apertura di un blog nella community di libero nel 2006 mi hanno indotta a pensare che, magari, le cose su cui soffermavo la mia attenzione di autrice potevano interessare anche altri. Dopo le conferme ricevute dai primi concorsi nazionali e internazionali di prosa cui ho partecipato ho collaborato ad antologie di autori vari e finalmente nel 2012 deciso di pubblicare come solista solo ed esclusivamente per case editrici non a pagamento.

3. Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Decisamente la pazienza e la perseveranza. Mi spiego: scrivere non è tout court avere a disposizione un’idea felice ma piuttosto la capacità di tradurla in un linguaggio “comunicativo”, diciamo così. Di arrivare al lettore, toccare la sua sensibilità. Per me è una fatica notevole: le idee ci sono e sono tante; svilupparle in maniera decorosa, quello è il vero lavoro, la vera fatica. Un autore dovrebbe possedere il dono di mettersi a confronto con gli altri, non dare nulla per scontato, essere di continuo pronto a mettersi e rimettersi in discussione. Soprattutto quando pensa, compreso com’è nel suo mondo interiore, di essere intelligibile per tutti quando in realtà non lo è sempre pienamente: a questo punto il lavoro di un editor competente, assertivo ma non debordante, diventa fondamentale nelle fasi di pubblicazione di un’opera.

4. Oltre la porta socchiusa di Arkadia Editore è il tuo ultimo libro. Ce ne vuoi parlare? Di cosa parla più nel dettaglio?

Oltre la porta socchiusa del 2024 è il terzo romanzo di una trilogia intitolata
“Prospettive Urbane” cha ha avuto inizio nel 2016 con Romanzo Popolare edito da Amarganta e poi prosecuzione con Come gigli di mare tra la sabbia pubblicato da Alcheringa nel 2021. La mia idea era di parlare di donne e uomini in cammino e in crescita partendo da una prospettiva ampia come quella di quartiere per il primo, circoscrivere questa disamina nel microcosmo rappresentato da un condominio di semiperiferia nel secondo e poi continuare con Oltre delimitando ulteriormente il punto di vista per scavare in profondità soprattutto nella psiche dei protagonisti. Di tematiche attuali in ballo in quest’ultimo romanzo ce ne sono parecchie: la difficoltà di legarsi e impegnarsi dal punto di vista affettivo-sentimentale in una società caratterizzata dalla liquidità (Bauman docet) dei sentimenti. Il senso di possesso esasperato nei confronti delle donne da parte di uomini incapaci di lasciarle andare da sole per la propria strada alla fine di un rapporto sino a sfociare nel fenomeno dello stalking. Lo stesso ghosting che è un’altra criticità dei nostri tempi visto che spesso si preferisce scomparire dalla vita di persone care con cui si condividono momenti di intimità senza una spiegazione o un riscontro minimo. Affidando talvolta il compito di definire una relazione, se va bene!, ad applicazioni di messaggeria istantanea invece di preferire un confronto sincero de visu. Oppure scomparendo senza una parola di spiegazione, cosa ancora peggiore

5. Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Circa due anni. Nella scrittura sono piuttosto lenta (rileggo dall’inizio sempre tutto prima di iniziare una nuova pagina) e c’è da considerare che sino a oggi non è stata la mia occupazione principale. Poi credo che si debba narrare quando si ha realmente necessità di comunicare qualcosa: la scrittura secondo me è un atto di consapevolezza estrema che non può essere ridotta a questioni di tipo quantitativo. Ammiro comunque chi in pochi mesi riesce a confezionare un prodotto librario. Io non ne sono capace, ho bisogno di sentire che ho dentro di me davvero qualcosa di incisivo da trasmettere agli altri per farlo.

6. Parlaci dei personaggi principali.

Iniziamo con Alice Bellucci, single poco più che quarantenne, che deve in un sol colpo affrontare diversi bivi esistenziali, sua sorella Betty, felicemente sposata e con la mania di dirigere la vita degli altri. Carlo e Paride, uomini emblematici anche se sotto aspetti diversi l’uno dall’altro ma anche Davide, cognato di Alice e marito di  Betty, e Matias, adolescente e nipote dalla protagonista, funzionale al percorso di  ripresa a tutto tondo di Alice. Sullo sfondo una città di provincia non bene identificata con i suoi pro e contro e diverse situazioni di quotidianità “non ordinaria”, come la definisco io.

7. Scrivi solo romanzi o anche racconti? Ti piace la narrativa breve?

Sono nata come autrice di racconti brevi e questo genere letterario, che è poi quello con cui nel 2012 ho esordito con una silloge, appunto di novelle, resta il mio percorso preferito scrittoriamente parlando. Oltre a costituire un ottimo banco di prova per chiunque voglia cimentarsi nell’arte dell’affabulazione perché in una tempistica ben precisa devi saper dare forma a una trama e un intreccio che abbiano significato e pregnanza più che accettabili

8. Ami leggere? Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo
comodino?

La lettura è un passatempo che come già ti dicevo coltivo da tempo immemore.
Leggo parecchio perché è giusto farlo per comprendere degli altri e della vita aspetti che diversamente andrebbero persi. Perché è importante badare alla “concorrenza” cercando di capire dove va il mercato editoriale. Lo reputo doveroso per un autore: non ci si può limitare a scrivere tralasciando un utile e importante rovescio della medaglia come questo. La lettura ci permette di mantenere i piedi ben piantati per terra ed è un ottimo banco di prova e di confronto, c’è sempre da imparare qualcosa da qualcuno che scrive e crea a volte meglio di noi.
Paradossalmente anche un libro brutto è in grado di insegnarci qualcosa. Se capita di avere tra le mani una pubblicazione che non mi entusiasma la metto da parte senza sensi di colpa ringraziando Pennac per avermelo autorevolmente suggerito. Confesso di avere una bella pila di libri in camera da letto, per me concludere una giornata con qualcosa di bello è fondamentale. L’ultimo in ordine di tempo è stato  “Inventario di quello che resta mentre la foresta brucia” di Ruol, che ho conosciuto personalmente per il tramite di uno scrittore amico al SalTo 2024, candidato finalista allo Strega e da me acquistato però in tempi non sospetti.

9. Hai relazioni di amicizia con altri scrittori?

Qualcuna, sì, ed è un tipo di amicizia molto calata nel personale: non riesco a coltivare un rapporto amichevole se non stimo e non sono empaticamente in contatto con chi mi sta di fronte. C’è tuttavia molta competitività in questo ambiente: la sensazione fallace di essere arrivati per il sol fatto di aver pubblicato a volte può spingere a isolarsi nella propria torre eburnea. Una sensazione ingannevole perché il mercato editoriale è talmente vasto da non offrire certezze sotto questo profilo. Accettare di continuare a crescere potrebbe, forse, aiutare a costruire meglio e in maniera più duratura la propria professionalità anche in questo settore. La parola d’ordine è sempre la stessa: consapevolezza, di ciò che si è nell’attimo presente, di ciò che si è capaci di raggiungere e di quanto ancora c’è da fare per migliorarsi

10. Come cerchi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’odierno mondo letterario?

Evitando prese di posizione snob, come ho già detto, cercando di non essere
opportunista per spianarmi la strada e mantenendomi per quanto posso onesta mentalmente. Conservando la mia autonomia e non legandomi a nessun entourage a varie tinte connotato pur continuando ad avere idee molto chiare su tante cose; e, quindi, mostrandomi per ciò che nella realtà sono, punti di forza e punti di debolezza, senza millantare sfaccettature che non fanno parte del mio modo di essere per mere questioni di tornaconto personale e/o professionale

11. Cosa pensi del legame tra cinema e letteratura? 

Ne penso soltanto bene, al punto tale da essere stata definita da più di un relatore che mi ha affiancata nel corso degli anni nelle varie presentazioni dei miei libri una “prosatrice” dal taglio filmico, essenziale. La versione cinematografica ben articolata di un libro può aiutarlo nella sua pubblicizzazione avvicinando alla lettura target di persone che diversamente non si sarebbero mai cimentate in questo passatempo. Credo sia ipocrita pensare una cosa diversa, soprattutto in un frangente storico come il nostro in cui la nostra esistenza spicciola è popolata di continuo da immagini.

12. Quale è il significato del talento per te?

Bella domanda. Scrivere non è semplicemente mettere in fila parole sapienti né rincorrere effetti speciali a tutti i costi o attenersi con scrupolo a tecniche e strategie narrative di varia natura; il talento se lo possiedi è la sfumatura che differenzia la tua capacità affabulatoria da quella di un altro. Padroneggiare l’aspetto formale per uno scrittore è una dote essenziale, al di là dell’incontro e della sinergia che si instaura con un bravo editor, ma senza talento questa abilità resta un guscio vuoto destinato a infrangersi.

13. Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Considero le presentazioni una necessità da parte dell’autore che proattivamente vuol mettersi nella condizione di farsi conoscere da più persone possibili, oltre a offrire a potenziali lettori chiavi di lettura extra della sua opera. Seleziono con attenzione gli eventi a cui partecipo scegliendo con cura il relatore che è la persona deputata a evidenziare al meglio le caratteristiche del mio lavoro di narratrice. Preferisco le persone empatiche agli eccellenti oratori interessati forse a mettere in risalto la propria cultura invece di accontentarsi di fare da “spalla” all’autore. Soprattutto apprezzo chi il mio libro lo ha letto davvero: sembra una provocazione ma non lo è, tu non hai idea di chi accetta di presentarti senza essersi letto nemmeno un rigo di ciò che hai scritto. Non so se questa cosa possa definirsi divertente ma di sicuro in questi anni a volte mi è capitato. In quel caso ho dovuto far buon viso a cattivo gioco.

14. Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Un romanzo ad ampio respiro iniziato a principio del 2025 di cui per il momento non dirò per scaramanzia nulla, anche perché non mi piace vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato; il prosieguo, anche per quest’anno della mia collaborazione con la rivista mentinfuga con articoli di cultura e recensioni freelance di romanzi e opere scelte da me. Un paio di lavori a progetto per mantenermi in esercizio anche in questo filone. Nei miei impegni prediligo la varietà: posso affermare con certezza di essermi raramente annoiata nella mia vita. La creatività e la voglia di sperimentare me lo hanno impedito, oltre ad avermi fornito la possibilità di reinventarmi di continuo come autrice e come donna. Come Persona.

Interviste a bordo: L’intervista del martedì

Trovo sempre molto stimolante sottopormi alle domande di interviste interessanti come queste, anche quando forse si va molto in profondità fino a sondare territori inaccessibili ai più. Un grazie di cuore ad Antonio Fagnani, presidente dell’Associazione Culturale I Borghi della Riviera Dannunziana e responsabile di Arethusa, rivista  dell’Associazione medesima.

𝐋’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐞𝐝𝐢̀

𝗟𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗚𝘂𝗶𝗱𝗮

𝑑𝑖 𝑇𝑜𝑛𝑖 𝐹𝑎𝑔𝑛𝑎𝑛𝑖

• 𝐏𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐞𝐬𝐬𝐚, 𝐩𝐨𝐞𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞?

  Tutte e tre le cose, visto che contribuiscono a rendermi ciò che sono nella realtà quotidiana: una donna che non si coniuga a compartimenti stagni, che ha un unico volto e un’unica parola

• 𝐏𝐞𝐫 𝐥𝐞𝐢 𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞?

  Io sono figlia d’arte e rappresento la terza generazione in famiglia di donne insegnanti, facendo seguito a mia nonna materna e poi a mia madre. Spero di essere stata e di continuare a essere una professionista che sa dosare bene in ciò che fa mente e cuore amando il suo lavoro

• 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐢 𝐬𝐢 𝐨𝐭𝐭𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐢𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐨?

  Da ragazza ho avuto insegnanti severi ed esigenti e genitori che lo erano altrettanto. Ho, quindi, punti di riferimento importanti alle mie spalle cui guardare in tal senso. L’autorevolezza è un ingrediente necessario nel lavoro che faccio sempre, soprattutto per alunni della fascia d’età con cui mi relaziono (10/11 anni fino ai 14) ma anche perché viviamo in tempi in cui un NO detto con ragionevolezza da un adulto nei confronti di un minore (spiegando, cioè, il perché di quella negazione e non imponendola tout court) sta diventando merce rara. I ragazzi hanno un bisogno innato, viscerale, di poter avere di fronte a sé adulti che parlano e agiscono compiutamente: consapevoli, coerenti che chiedono loro di comportarsi con correttezza e a loro volta lo fanno con grande concretezza. Il male di questi tempi è nella superficialità con cui ci si lascia travolgere dal falso e ingannevole pensiero che un padre, una madre possano essere amici a 360° dei propri figli: non è così, i ruoli vanno ben distinti e definiti e poi proposti a un figlio che deve averne comunque e sempre gran rispetto, anche quando gli pare di non essere d’accordo con le scelte fatte da un genitore.

• 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚?

  In tutti questi decenni di docenza nella scuola pubblica statale italiana ho conosciuto moltissimi genitori. In quelli con cui mi sono più trovata in sintonia ho ravvisato in primis il massimo rispetto per il mio ruolo (rispetto da me ampiamente contraccambiato nei loro confronti) e condivisione degli stessi valori e obiettivi di tipo esistenziale. Voglio parlare soprattutto di questi genitori che hanno reso il mio compito a scuola meno complesso e gravoso di quanto a oggi non venga richiesto a noi docenti, della loro capacità di aver afferrato che una qualsiasi mia sottolineatura fosse realmente finalizzata ad accendere una luce su un aspetto che in una situazione di quotidianità familiare può andare perso per mancanza di tempo, non voglio imputarla ad altro. Viviamo in una società perennemente in corsa in cui il rischio di lasciare qualcuno indietro, anche una persona a cui teniamo molto, è assai elevato. Il suggerimento (non il giudizio, chiariamolo) di un insegnante, se ascoltato e magari ponderato, può fare a volte la differenza

• 𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐞𝐢 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐥𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐠𝐢𝐨 𝐨 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨?

  Malinconia e tristezza sono sentimenti che arricchiscono la sensibilità di tutti, anche di chi si ostina a negarli in pubblico. Pensare con un filo di malinconia o di tristezza è fisiologico; ben altra cosa lasciarsi trascinare dall’una o dall’altra a senso unico. Il ricordo e magari il rimpianto di qualcosa che non si è compiuto non possono bloccare la vita di un essere umano in un limbo infruttuoso: la vita va avanti. Per fortuna, aggiungerei

• 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐨𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢?

  C’è stato un tempo in cui con la generosa ingenuità degli autori emergenti ho pensato di regalare indistintamente a chi reputavo potesse gradirli qualcuno dei miei libri (a oggi cinque pubblicazioni da solista ma tantissimi contributi ad antologie di prosa e poesia di autori vari). Adesso sono più meritocratica: se capisco che la persona con cui sto interagendo potrebbe apprezzarlo magari cedo anche all’impulso di regalargli qualcosa di mio. Ci metto però più testa, come si suol dire. O forse più cuore, se guardiamo da una diversa prospettiva. Certamente pondero moltissimo se farlo o meno.

• 𝐒𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐜𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐚 𝐩𝐚𝐠𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨. 𝐋𝐞𝐢 𝐥𝐨 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨?

  Le recensioni a pagamento vanno di pari passo con le pubblicazioni per cui si paga. La mia risposta è no a entrambe le cose, senza se e senza ma.

• 𝐋𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐢 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐧𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐜𝐢𝐚𝐫𝐩𝐞 𝐨 𝐬𝐜𝐢𝐚𝐥𝐥𝐢. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐡𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐨?

  Da bambina da questa nonna materna, Signora di altri tempi e molto ma molto creativa. Per un sacco di tempo non ho più pensato al crochet. L’ho riscoperto qualche anno fa e devo dire che mi ha regalato conferme e certezze: una su tante, secondo me fondamentale, è quella di poter impiegare positivamente energie extra, magari filtrandole e trasformandole in qualcosa di bello e particolare. La giusta ricompensa alla fine di giornate che, magari, non sono andate così bene come ci aspettavamo. Una sorta di meditazione che alla fine porta a frutti certi. E che frutti…

• 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝑆𝑢𝑐𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑙𝑎𝑔𝑟𝑎𝑛𝑎 𝑒 𝐿𝑎 𝑐𝑎𝑠𝑎 𝑑𝑎𝑙 𝑝𝑒𝑟𝑔𝑜𝑙𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑔𝑙𝑖𝑐𝑖𝑛𝑒, 𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢, 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞?

  Io non la metterei su questo piano. Se, cioè, Succo di melagrana, storie e racconti di vita quotidiana al femminile è prevalentemente narrazione di donne a un bivio in bilico tra passato e presente (come del resto il titolo recita con puntualità), La casa dal pergolato di glicine ma anche Romanzo Popolare e Come gigli di mare tra la sabbia sono opere che io definirei corali: si parte da vicissitudini al femminile ma c’è anche tantissimo mondo al maschile. Ci sono personaggi che agiscono non su piani paralleli che non si incontrano mai ma in situazioni di vita vissuta estremamente “di sostanza”, come si suol dire. Certo è che raccontare la Donna per me è sempre e comunque valore aggiunto in un’epoca in cui questa per qualcuno è ancora associata all’idea di oggetto da possedere e da cui non separarsi se non a sprezzo della sua vita. Una concezione deviata dell’umanità a cui non si è ancora pensato in maniera efficace. Non c’è giorno in cui le pagine di cronaca nera non riportano episodi di femminicidio. È una cosa terribile a mio avviso: ti elimino perché tu non sei più copia conforme dell’idea femminile che io mi sono fatto di te. Terribile e raccapricciante. Una mattanza continua che grida vendetta al cielo

• 𝐀 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐭𝐚̀ 𝐡𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐞𝐬𝐢𝐚?

  Dopo gli anni dell’adolescenza passati a scrivere come per il crochet ho sondato altri terreni per poi riapprodare alla scrittura (e a farlo in maniera palese, condividendo con terzi in web i miei pensieri in veste di blogger) dagli inizi del terzo millennio. Non avrei mai pensato di pubblicare; si immagini che dal ricevimento del primo contratto editoriale da solista (fine 2011) alla firma in calce allo stesso sono passati due mesi in cui mi sono ripetutamente chiesta se avessi realmente voglia di regalare un pezzo di me a perfetti sconosciuti.

• 𝐂𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐝’𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐞 𝐏𝐞𝐬𝐜𝐚𝐫𝐚, 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐡𝐚 𝐚𝐝𝐨𝐭𝐭𝐚𝐭𝐚?

  Sono grata alla Puglia per avermi partorita e altrettanto grata all’Abruzzo per avermi accolta stabilmente, ma i miei legami con la terra che a oggi mi ospita sono precedenti alla mia nascita. Nina, la nonna citata in precedenza più volte e protagonista di un mio piccolo contributo nell’antologia “Raccontami l’Abruzzo”, volume 1, Tabula Fati, a cura di Rita La Rovere, era con suo marito e i suoi figli assidua frequentatrice della spiaggia di Francavilla al mare (CH) e ha continuato a farlo sino allo scoppio della II guerra mondiale per poi riprendere a frequentare spiagge come Pineto o Silvi Marina o luoghi di montagna come Scanno a conflitto mondiale concluso. Un po’ di Abruzzo in me c’è stato sempre, da prima che io nascessi. Alla Puglia devo forse la tenacia e la forza che mi ha accompagnata anche nei momenti meno felici; il fatto di non considerare nella mia vita nulla di scontato. Di rimettermi sempre in discussione, conservando anche nei periodi migliori la capacità di mantenermi con i piedi ben piantati per terra

• 𝐄̀ 𝐥𝐞𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐨 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐥𝐞𝐢?

  Io amo definirmi solitaria ma non sola e quindi posso affermare che la solitudine non mi è mai appartenuta né mi appartiene. Sono di sicuro un “cane sciolto”: non faccio parte di gruppi di scrittura e/o lettura. Non ho una tessera di partito. Non frequento comitive à la page. C’è stato un tempo in cui forse mostravo un po’ di più della mia vita pubblica fino a quando non ho capito che fondamentalmente agli altri interessa poco di ciò che faccio. Per “altri” intendo i conoscenti, non gli amici veri, pochi ma buoni, con cui mi piace condividere il mio tempo extra. Non necessariamente dandone di continuo testimonianza su una pagina social

• 𝐋’𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐥’𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞?

  Un uomo e una donna non possono vivere senza Amore con la A maiuscola. Possono, al contrario, fare a meno benissimo di sentimenti amorosi fatti di reciproca convenienza, poca o nulla trasparenza, mancanza di rispetto. Com’era quell’adagio popolare? Meglio soli che male accompagnati. Sentirsi soli al fianco di qualcuno è la cosa peggiore che possa accaderci.

• 𝐒𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨?

  Una cosa bella e importante di cui al momento per scaramanzia ma anche per regole contrattuali non posso dare notizia. E quindi chi ha il piacere di seguirmi può pensare che Lucia Guida continuerà a narrare storie

• 𝐈𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐢 𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐨𝐫𝐫𝐢𝐝𝐞.

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐟𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨?

  Perché il sorriso è meritocratico: si regala a chi se lo merita, Antonio… Farlo su una pagina social di continuo e per posa per me ha poca importanza. Sbaglia chi pensa a torto che io sia una musona

• 𝐐𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐢𝐞𝐬𝐜𝐞 𝐚 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞?

  Il mio primo viaggio a Lisbona, una città dal fascino sottile, discreto. Forse per qualcuno un po’ malinconica, ma di una malinconia potente, quella di fasti appartenenti al suo passato di città a capo di un impero coloniale. Ci tornerei o ci andrei addirittura a vivere, potendo

• 𝐋𝐞𝐢 𝐡𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐀𝐫𝐞𝐭𝐡𝐮𝐬𝐚. 𝐇𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐠𝐠𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐚𝐫𝐥𝐚?

  Io credo che Arethusa vada bene così come è stata concepita dai suoi ideatori: uno sguardo rapido ma ampio a opere di varia consistenza e natura che la compongono. Una vetrina essenziale ma completa che deve invitare il lettore ad approfondire la conoscenza di chi l’ha scelta per proporsi

• 𝐀 𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚?

  Ai miei figli, Roberta ed Emanuele, che nati in Abruzzo ora vivono da expat all’estero nella Svizzera tedesca dove hanno portato (lo dico immodestamente e in maniera compiaciutissima da madre!) la nostra italianità migliore unita a competenza, bravura e determinazione personale. A lei, Antonio, grazie per quest’intervista bella e stimolante.

L’intervista originale è qui 

foto estiva Lucy
i miei libri

Lucia intervista Lucia

Qualche tempo fa nacque in web una bella esperienza, quella de ‘Il Tendone’, un sito indipendente a cura di un gruppo di blogger appassionati di lettura e scrittura tra cui Alberto Zuccalà, bravo medico nella vita e ottimo grafico inventore de ‘Le graforecensioni-un disegno per un libro’, rubrica di pubblicità libraria.

‘Il Tendone’ aveva lo scopo meritevole di aiutare autori esordienti ed emergenti a farsi pubblicità in maniera innovativa e non scontata. Tra gli autori interpellati a fornire un po’ di materiale c’ero anch’io. Presa tra le promozioni di ‘Romanzo Popolare’, all’epoca nato da poco, sono riuscita a ricontattarli quando, ahimè, Alberto e gli altri avevano deciso di mettere in stand-by questo progetto che al momento non è più attivo.
L’intervista è finita in un file in un angolino della memoria del mio pc fino a quando, qualche giorno fa, non l’ho riletta e ho pensato di proporvela qui, sul mio blog.
Buona lettura
A presto


Quello che nessuno mi ha mai chiesto ( e che mi sarebbe piaciuto dire in risposta a una intervista)

Nelle interviste  seguite a tre pubblicazioni da solista, conversazioni stimolanti e sicuramente interessanti, può accadere che i tuoi interlocutori  decidano di incentrare il proprio lavoro su alcuni aspetti del tuo universo di autrice e di donna tralasciandone altri. E che tu ti chieda come sarebbe stato se, al contrario, qualcuno avesse  pensato di dirigersi con te verso altri lidi, scrittorii e non.
L’intervista che voi leggerete è stata interamente realizzata da Lucia Guida per Lucia Guida; nessun trucco e nessun inganno, unicamente la voglia di mettersi a nudo con sincerità e un pizzico di autoironia. Da una prospettiva autoreferenziale, certamente; di sicuro sui generis.

Buona lettura.

 

 

Lucia Guida intervista Lucia Guida

 

  1. Guida: Ciao e benvenuta sulle pagine de ‘Il Tendone’. Mi sono appuntata delle domande che credo possa farti piacere ricevere. Ma prima di tutto una tua breve presentazione. Lucia Guida, autrice pescarese d’adozione, Acquario ascendente Gemelli, prestata alla scrittura dal mondo della scuola in cui sei docente di Lingua Inglese. Hai pubblicato tre lavori, una raccolta di racconti, ‘Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile’ per Nulla Die nel 2012, un romanzo nel 2013 sempre per Nulla Die intitolato ‘La casa dal pergolato di glicine’ e nel febbraio di quest’anno hai deciso di dare alle stampe per Amarganta Editrice il tuo secondo romanzo, un lavoro di narrativa dal titolo ‘Romanzo Popolare’. Per te non valgono, quindi, gli algoritmi annui e la regola aurea secondo la quale bisognerebbe scrivere sempre e di continuo se nella tua progressione di autrice di annualità ne hai saltate ben due …

 

Lucia Guida:   In realtà in questo biennio di apparente ‘riflessione’ ho pubblicato due racconti in opere collettive: ‘Destini’, edito da Fefé e vincitore del III premio al concorso ‘Streghe d’Italia2’ organizzato dalla medesima casa editrice e ‘In un campo d’orzo e di papaveri’ vincitore del II posto al Premio Lupo. Per il resto non ho mai smesso di scrivere. Ho continuato a farlo in sordina, portando avanti un nuovo progetto che è poi cresciuto e diventato ‘Romanzo Popolare’. L’algoritmo scrittorio di cui parli è stato più che ampiamente rispettato, sia pure con tempi morbidi ma a me consoni: poco per volta, il giusto. Il piacere di scrivere, almeno per me, è anche questo.

 

  1. Guida: Si dice che camminare a passo lento dia la possibilità di guardare con attenzione particolari difficili da scorgere in fase di corsa. E’ stato così anche per te? Cosa hai potuto mettere in chiaro o guardare con attenzione e precisione maggiori in questi due anni di scrittura ‘ponderata’?

 

Lucia Guida: Intanto mi sono chiesta se per me fosse più importante scrivere o pubblicare. Concludendo, senza falsi pudori, come il valore di queste due azioni sia assolutamente paritario. E’ importante scrivere per noi stessi ma diventa un atto solipsistico se gli input che abbiamo necessità di proporre agli altri restano su carta solo ed esclusivamente a nostro beneficio.  C’è anche da dire che una volta pubblicato un libro va pubblicizzato. Preparare un ottimo pranzo e lasciarlo freddarsi in forno non ha alcun senso. Ma questa, forse, è un’altra storia …

 

  1. Guida: Quanto conta per un’autrice emergente non conosciutissima l’occasione d’oro? La possibilità, cioè, di accedere al grande pubblico attraverso una sapiente opera di propaganda e pubblicizzazione?

 

Lucia Guida: Tantissimo. Tempo fa in web mi è capitato di imbattermi in una citazione che suonava più o meno così, parlando di libri validi ben pubblicizzati che vendono; di ottimi libri propagandati che non vendono; di opere mediocri ben pubblicizzate che vendono e di libri mediocri non pubblicizzati che fatalmente non vendono’. Sono totalmente d’accordo con chi le ha scritte. Sintetizzano in modo illuminante l’editoria odierna, pregi e difetti. Un libro, checché se ne dica, è un bene di consumo, un prodotto anche commerciale e come tale va di conseguenza considerato.

Aggiungo, poi, che quella che tu chiami ‘l’occasione d’oro’, la possibilità, cioè, di imbroccare per caso o in modo mirato la strada giusta può di sicuro rivelarsi vincente. Le sponsorizzazioni intelligenti e ben fatte non hanno mai danneggiato nessuno. Bisogna, però valutarne le contropartite: nessuno di solito ti regala niente in cambio di niente.

 

  1. Guida: Cosa saresti capace di fare pur di svoltare scrittorialmente parlando?

 

Lucia Guida:  Parli degli eventuali compromessi che sarei capace di accettare? Niente che non abbia sino a  ora voluto o, viceversa, evitato di fare. Se avessi voluto impostare la mia vita secondo l’adagio ‘minima spesa, massimo rendimento’ avrei, probabilmente, scelto altre prospettive. Potrei, però, dirti a cosa non ho mai dato spazio: all’editoria a pagamento. Meglio affidarsi a una piccola e decorosa casa editrice indipendente piuttosto che pubblicare pagando. Anche se c’è ancora nel pubblico dei lettori qualcuno che non è capace di distinguere tra un libro pubblicato pagando e un testo su cui l’editore ha voluto investire in prima persona. È ancora diffusa l’abitudine di congratularsi con l’autore che ha speso fior di quattrini come se avesse dato alle stampe il proprio libro per pura meritocrazia. Sui meccanismi editoriali c’è ancora moltissima ignoranza.

 

  1. Guida : Qual è la cosa che ti scoccia maggiormente fare all’indomani della pubblicazione di un libro?

 

Lucia Guida: Regalarlo come se fosse un gadget. Se, come me, hai pubblicato con una ce noeap e hai voglia di comperare dall’editore qualche copia del tuo lavoro, lo acquisti con uno sconto minimo pagandolo regolarmente. Poi, se credi, ne fai l’uso che vuoi. Anche donarlo, se lo desideri. Discorso diverso è, invece, quando gli altri ti chiedono  tout court una copia, pensando erroneamente che l’autore ne possegga casse intere, magari in garage. Che, poi, è realtà di ciò che accade quando ci si rivolge all’editoria a pagamento. Ma per chi come me ha deciso di impostare un discorso totalmente diverso un libro ‘è lavoro’: è tempo speso per idearlo, scriverlo, editarlo, proporlo a un editore che ne intraveda la stoffa e sia disposto a farlo nascere, nero su bianco o in versione digitale. E’ lacrime e sangue, in primis del suo creatore. Un dato inconfutabile e un particolare che non può essere sottovalutato o deprezzato.

 

  1. Guida : Se un autore esordiente ti chiedesse qualche consiglio per iniziare, cosa gli diresti?

 

Lucia Guida : Di pubblicare bene ( ma credo che ciò vada da sé se l’autore è di suo capace ). Di affidare la propria creatura possibilmente a un’agenzia letteraria, avendone disponibilità anche economica, dal momento che non è una cosa scontata e accessibile a tutti dal punto di vista finanziario. La caccia all’editore serio e competente richiede tantissima pazienza. Se, poi, si punta in alto, a una major, per esempio, entrare nel raggio d’azione di quest’ultima è cosa complessa se si è sprovvisti  di un biglietto da visita autorevole costituito da qualcuno che ti rappresenti al meglio e che possieda un certo potere contrattuale.

 

  1. Guida: Ultima domanda, al vetriolo: qual è la cosa che dei colleghi scrittori affermati sopporti di meno?

 

Lucia Guida: L’aver dimenticato di aver cominciato dalla base e quanto ciò comporti, anche in termini di spesa emotiva e fisica. Sono davvero pochi quelli che si voltano indietro a guardare con favore e benevolenza, in modo paritario, chi arranca alle loro spalle. Molto spesso la chance scrittoria, quella che diventa opportunità di pubblicare ‘felicemente’ è frutto indiscusso di bravura personale ma anche di attimi carpiti al momento e al punto giusto. Un’altra cosa che fatico ad accettare in un creativo di scrittura e/o altro è quella sorta di aura dorata di cui a volte si circonda isolandosi dal mondo esterno. L’Arte è un ponte formidabile e dovrebbe unire le persone e non separarle. Per questo motivo adoro artisti come Michelangelo Pistolotto che si pongono come trait d’union tra la gente e non come depositari di saggezza esclusiva ed elitaria.

Lucia Guida

 

 

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Presentazioni: Ilaria Grasso intervista Lucia Guida sulle pagine di PescaraNews.net

La sorpresa di ferragosto è la pubblicazione in web della mia ultima intervista rilasciata a Ilaria Grasso, giornalista freelance abruzzese.
Argomenti di questa bella chiacchierata estiva il mio ‘Romanzo Popolare’ e le tematiche sottese alla storia che ho narrato. Assieme con una buona fetta, manco a dirlo, delle mie prospettive esistenziali.
Buona lettura

A presto

Intervista alla scrittrice Lucia Guida

(…)

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Ciao Lucia, ben trovata, e buon’estate, un’estate popolare, tra impegni e iniziative letterarie, grazie al tuo romanzo, uscito alcuni mesi fa, dal titolo, appunto, Romanzo Popolare …
 

Salve, Ilaria. In realtà è stata un’estate complessa, dedicata agli affetti e alle persone care, in cui per forza di cose ho dovuto rallentare la promozione di ‘Romanzo’ che, tuttavia, è alla sua seconda ristampa, con buon successo di pubblico, e la cosa, com’è facilmente intuibile, mi riempie di piacere. In autunno, però, ci sono in serbo molte novità, e a livello scrittorio e come parte della promozione del mio romanzo che intendo riprendere a pieno ritmo. Del resto un libro non ha mai scadenza: la pregnanza di una storia realmente sentita non perde di sostanza o di validità se si provvede a centellinarla nel tempo …

 

Un romanzo corale, dove la presenza femminile è preponderante, la storia di un’amicizia ben salda, radicata nel tempo e nel cuore, quella fra Teresa e Maria …

Sai che a me continua a piacere parlare al femminile. Sono più che convinta che non se ne discuta mai abbastanza. E che si abbia, oggi come mai prima, bisogno di storie ‘vere’ e non epidermiche. Abbiamo tutti necessità di orientarci godendo di prospettive esistenziali che ci offrano qualcosa di reale e concreto. Nella vera amicizia tra due persone non c’è bisogno di ritmi temporali serrati, conta la qualità. La possibilità di sentirsi anche a distanza di tempo con lo stesso affetto di sempre. La consapevolezza di poter contare su chi non è fisicamente presente al momento: nell’attimo del bisogno o semplicemente per scambiare quattro chiacchiere. Ciò nel rispetto della propria individualità. Teresa e Maria si incontrano a un crocevia esistenziale per entrambe, diventando una il puntello dell’altra, nelle occasioni liete e in quelle che lo sono meno. Riescono a superare le piccole incomprensioni che costellano il loro cammino con buonsenso e lungimiranza. La vera amicizia, quella unica e molto rara.

Storie d’amore e d’amicizia, in Romanzo Popolare, come l’amore fra Giselda e il bel Matteo, un amore travagliato, forse unilaterale …

Tra le diverse tematiche Romanzo Popolare affronta anche quella dell’incapacità di amare, della cosiddetta immaturità affettiva che affonda le sue radici nei primi anni di vita del bambino. Nel caso di Matteo, uno dei protagonisti maschili del mio lavoro, scaturisce da una mancata identificazione con una figura paterna, ingombrante e anaffettiva, e dall’eccessiva indulgenza di una madre che fa del proprio figlio l’unica ragione di vita per se stessa. Maria cerca di compensare con un surplus di dedizione materna la disaffezione paterna. Matteo cresce in balia di grandi contraddizioni, senza nessun tipo di indicazioni affettivo-sentimentali. In questo contesto si innesta la sua relazione amorosa con Giselda, pronta, come sua madre, ad accettarlo incondizionatamente. Giselda è incapace di distaccarsi emotivamente da lui, vivendo quest’intermezzo per quello che è: una relazione di letto e basta. E Matteo ci sta, almeno fino a quando l’entusiasmo per lei non viene meno. Di recente, parlando con una mia amica psicoterapeuta, ho saputo che almeno l’80% delle relazioni odierne è impostata su parametri squilibrati, o se vogliano non del tutto sani. Il cosiddetto ‘rapporto paritario’, quello in cui si cresce e si evolve insieme, rischia di diventare sempre di più un miraggio in una società come la nostra fortemente egocentrata e individualista in cui nessuno è disposto a rinunciare per l’altro a parte del suo campicello per affrontarsi su un terreno comune, in una sorta di porto franco.

 

Storie anche di violenze domestiche, spesso misconosciute, perché ci si vergogna di parlarne …

La violenza di genere, fisica e psichica, è ancora tabu nelle società occidentali e nel nostro Paese. Non dipende da questioni legate a longitudine e latitudine, né al tipo di educazione e/o istruzione possedute. Ha un effetto devastante per chi la subisce in termini di autostima anche perché chi ne è oggetto molto spesso tenta di ‘giustificare’ il proprio partner, convincendosi di poterlo cambiare o, peggio, che le sopraffazioni subite abbiano una durata temporale limitata. Addossandosi colpe inesistenti per mancanze vere o presunte commesse. Isolandosi dal mondo intero e, per tale ragione, precludendosi l’aiuto anche di persone di famiglia. E’ un circolo vizioso, quello della violenza domestica. Difficile da spezzare senza un aiuto opportuno da parte di specialisti del settore e autorità preposte che possano fornire un giusto supporto a 360°. Una donna che scappa da un compagno che ha minacciato di ucciderla se non si adeguerà a lui, spesso lo fa solo con ciò che ha addosso e con il terrore, non infondato, che il proprio partner possa rivalersi sui figli.  Personalmente trovo che in Italia i femminicidi, in crescita esponenziale, tragica conclusione di storie familiari involute, siano tanti, troppi. Frutto di una visione distorta della figura femminile, percepita ancora oggi come ‘oggetto’ di conquista e, quindi, in pieno possesso alla figura maschile. Un fenomeno culturale ed educativo, indubbiamente. Si potrebbe fare anche moltissimo a livello mediatico, giacché tutto concorre alla crescita personale di ciascuno di noi, se, ad esempio, nel corpo e nella titolazione degli articoli giornalistici si eliminassero diciture come ‘amore’. In un episodio di violenza di genere di amore non ce n’è mai. Trovo pretestuoso e quasi criminale evocare un sentimento che, di per sé, dovrebbe spingere chiunque di noi a desiderare il meglio per la persona amata e non la sua soppressione fisica.

 

 

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Il decennio che va dal 1965 al 1975, nel quartiere San Donato di Pescara, come mai, per te, pugliese, la scelta di questa collocazione temporo-spaziale?

Ogni collocazione spazio-temporale scrittoria non va mai presa alla lettera. Serve a dare una cornice opportuna a ciò che un autore vuol trasmettere attraverso la storia che narra. Nel mio caso ho, però, ‘derogato’ a questo parametro scientemente: volevo raccontare una vicenda che fosse imperniata sulla città in cui vivo da tempo, Pescara, in un’epoca che fa parte di me (sono nata nel 1965 e ricordo benissimo l’atmosfera dei primi anni 70). Un’altra concessione che mi sono data è stata quella di scegliere come spazio ideale il quartiere popolare di San Donato, che conosco abbastanza nei suoi punti di forza e punti di debolezza, che in quel lasso di tempo conobbe una grande espansione per chi, da varie parti della regione, aveva deciso di insediarsi in città per motivi diversi. Mi è sembrata la collocazione ideale per le vicende personali delle famiglie Terrenzi e De Carlo, orientate anche loro, come la stragrande parte degli abitanti di questo quartiere all’epoca di estrema periferia, a conquistarsi un avvenire che offrisse loro opportunità di vita maggiori.

 

Finale aperto, quello del romanzo: stai pensando ad un seguito?

Non sono mai tornata ‘sul luogo del delitto’: non ho, cioè, mai pensato di dare un sequel ai racconti e ai due romanzi che ho scritto.  Mi piacciono le storie dal ‘finale aperto’, come tu le hai definite. Una trama troppo definita non può essere, secondo me, di stimolo al lettore. Sono felice quando riesco a innescare in chi mi legge percorsi di pensiero che possano portare dovunque. Lettura e scrittura sono attività strettamente interconnesse, sinergiche. Confesso, tuttavia, di essere stata interpellata da più di un lettore in tal senso. E’ una bellissima sensazione: significa che sono riuscita a incuriosire e a far affezionare alle vicissitudini dei miei personaggi.

 

Tra le diverse tematiche le donne che studiano: quanto potevano “far paura” negli anni 60?

Credo abbastanza, allora come ora. In generale temo  che ancora oggi una donna competente, intelligente e preparata faccia sempre  paura, specialmente se ha deciso di realizzarsi da sé, senza scegliere figure extra che la puntellino, a eccezione di una famiglia che la supporti adeguatamente ( che le dia, cioè, la possibilità di impegnarsi in qualcosa in cui crede, per poterla raggiungere e potersi realizzare anche professionalmente) . Pensando alla mia storia personale, e al fatto di avere avuto una nonna materna con una famiglia ‘illuminata’ alle spalle, mandata a Napoli, dopo aver conseguito il diploma magistrale,  per un corso di perfezionamento in ‘Economia Domestica’ nel primo ventennio del 900; a mia madre e alle mie zie materne e paterne, tutte autosufficienti dal punto di vista economico perché lavoratrici, proprio nel frangente storico illustrato da ‘Romanzo’, pochissima.
Evidentemente  il motto di mia nonna Nina, maestra di scuola primaria, ‘Studia e cerca di renderti economicamente indipendente, per te stessa in primis’ con cui sono cresciuta, tramandato a mia figlia  e a tutte le mie studentesse, ha funzionato e bene. Del resto, non è un’opinione che anche nella famiglia più standard accontentarsi di vivere ‘di gloria riflessa’, dipendendo da un capofamiglia anche per le decisioni più spicciole, non porti sempre bene.

 

I tuoi progetti letterari per il futuro prossimo…

Più di un progetto di scrittura, uno piuttosto corposo di cui non dirò nulla un po’ per scaramanzia; chi mi conosce sa che avviso di essere in procinto di pubblicare se non dopo aver ricevuto il fatidico ‘visto si stampi’ dalla casa editrice che se ne occuperà. Non amo vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato.

 

Siamo in chiusura, lascia un messaggio, un pensiero, per i nostri lettori …

Alla luce di ciò che mi è capitato di recente, direi che è sacrosanto, per ciascuno di noi, cercare di vivere la nostra vita il più possibile calati nel presente. Si alla progettualità futura, un briciolo senza esagerare serve a mantenerci vivi. No alle recriminazioni che ci trattengono ancorati al passato, impedendoci di agire.

 

Ilaria Grasso per PescaraNews.net del 16 agosto 2016

 

L’intervista originale la trovate qui

 

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Intervista – Lucia Guida tra donne e amicizia parla di Pescara

Cari amici, in occasione dell’uscita e delle prime presentazioni al grande pubblico del mio ‘Romanzo Popolare’ ho avuto il piacere di conversare a cuore aperto con Ilaria Grasso per la testata on line l’Opinionista. Di che, direte voi? Del libro innanzi tutto, ma anche di un sacco di cose, scrittorie e non. Vi propongo questa bella intervista anche qui, approfittando della vostra pazienza e disponibilità anche stavolta, sperando di farvi cosa gradita.

Buona lettura e a presto

 

P.s. Per gli amici bolognesi amanti delle chiacchierate letterarie segnalo che la prossima presentazione di ‘Romanzo’ si terrà sabato 9 aprile 2016 a cura della scrittrice Angela Di Bartolo presso il Caffè Letterario Notturno Sud di via del Borgo di San Pietro 123/G, posticino niente male a un passo dalla Stazione centrale.
Inutile dire che siete tutti invitati 🙂

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Lucia Guida tra donne e amicizia parla di Pescara

 

Ben trovata Lucia, grazie per aver accettato questa nostra intervista: perché un romanzo su Pescara?

“Per una serie di buoni motivi: volevo narrare una storia ambientata nella città in cui vivo e lavoro da qualche decennio. Dare al lettore la possibilità di vederla da una prospettiva realmente empatica quale potrebbe essere la mia, dal momento che non vi sono nata e non posseggo filtri protettivi di nessun tipo. Raccontare di un quartiere, quello di San Donato, situato nella zona a sud-ovest della città, che è attualmente parte del mio vissuto e in cui, a suo tempo ho lavorato. Parlare, infine, delle inquietudini sottili di una città di provincia in un periodo, quello del boom economico italiano, in cui tutti avevano l’illusione e la speranza che tutto fosse possibile e ogni sogno potesse avverarsi …”.


Romanzo Popolare è un romanzo sulle donne e sull’amicizia…

“ È di sicuro un romanzo che parla di donne, nel bene e nel male. La solidarietà femminile è un miracolo quando la si incontra realmente. Teresa e Maria diventano amiche accomunate l’una alla sofferenza dell’altra. A ogni modo non c’è mai da parte di nessuna delle due la pretesa di prevaricare sull’altra, facendo leva sulle debolezze della più fragile. L’Amicizia di spessore dovrebbe essere sempre così, avulsa da qualsiasi tipo di manipolazione e/o di prepotenza affettivo-sentimentale”.

Che cosa rappresenta, nel tuo vissuto storico, il quartiere di San Donato di Pescara?

“Come dicevo poc’anzi il mio presente, dal punto di vista logistico ed emotivo; un quartiere di grandi potenzialità molto spesso trascurate. Una tra tutti? Il Centro Polivalente Britti, sorto dalla riqualificazione dell’ex Mercato Rionale di Via Rio Sparto: potrebbe davvero rappresentare un elemento portante di accentramento e di socializzazione per la vita del quartiere se sfruttato a pieno regime. É per questa ragione che ho deciso di partire con il tour delle presentazioni di ‘Romanzo Popolare’ da lì: per far vedere come anche un quartiere di semiperiferia, spesso associato solo ed esclusivamente alla Casa Circondariale omonima, sa indossare con dignità “l’abito buono” e non soltanto per occasioni speciali o rare”.

La scuola nel tuo libro…

” … è legata al ricordo del primo giorno di frequenza scolastica di Lidia e Giacomo, appena arrivati a Pescara da Sant’Eufemia, e al loro incontro ufficiale con Matteo, primo compagno di giochi pescarese, un bambino con un destino pieno di tante carenze e manchevolezze educative che non gli daranno la possibilità di crescere, anche affettivamente, al meglio. Per Giacomo e Lidia studiare rappresenterà la possibilità di guadagnare in modo concreto una strada migliore per il futuro. A ogni modo da docente non posso non sottolineare come un buon imprinting scolastico da sempre rappresenti un’occasione unica per non farsi fagocitare dal sistema. Io ci credo davvero e cerco di trasmettere ai miei studenti questa mia riflessione, facendo leva sull’aspetto di essere pensante che è in ciascuno di noi e che va messo nel giusto risalto e coltivato ad ampio spettro”.

Un romanzo sulle rinunce che spesso le donne compiono, nel nome della famiglia…

“Certamente legato al contesto storico cui fa riferimento, un arco di tempo in cui non c’erano molte possibilità per le donne di derogare dalle scelte personali in precedenza intraprese. A distanza di mezzo secolo mi viene, però, talvolta da pensare che, poi, tutto questo ventaglio di occasioni ‘al femminile’ alla fine non è che a oggi ci sia sempre: se c’è da scegliere a chi rivolgersi per ‘battere cassa’ è alla donna che si chiede in primis di farlo. E sto parlando di maternità non garantita, di scelte professionali sempre in bilico tra la realizzazione professionale e quella familiare, del cumulo di sensi di colpa con cui anche ai nostri tempi una donna, stretta tra se stessa e i proprio cari, debba far conto”.

La storia si snoda nel decennio che va dal 1965 al 1975: come mai questa scelta?

“Mi piaceva scrivere di un periodo da me vissuto in prima persona (sono nata nel 1965) in cui, davvero, tantissima gente aveva la sensazione di potercela fare, di essere in grado di conquistarsi un futuro migliore attraverso i propri sacrifici, forse spesso dolorosi e notevoli ma sempre e comunque ripagati. Una speranza di riscatto e di crescita che, ai giorni nostri, si è tramutata per i giovani in una grandissima illusione …”.

Una storia sulla maternità e sul riscatto che da essa proviene…

“Teresa e Maria cercano per quanto possibile di operare in base a ciò che per generazioni è stato loro trasmesso: fare di necessità virtù, difendendo i propri figli a sprezzo della propria vita. Una reazione se vogliamo basilare ma caratteristica di ogni madre che ha lottato e sofferto per la propria prole. La prima rinuncerà all’amore della sua vita, quello che l’ha svelata come Donna, l’altra rimedierà con extrema ratio a un matrimonio infelice che non è cresciuto e che sta annientando pian piano la sua vita e quella di Matteo”.

I tuoi progetti letterari per il futuro prossimo…

“Al momento c’è la promozione del romanzo che mi porterà in giro per l’Abruzzo e per l’Italia. E a tal proposito, un evento che ho piacere di partecipare in anteprima ai lettori de ‘l’Opinionista’ è la partecipazione con altri autori a una presentazione collettiva per conto di Amarganta, casa editrice rietina indipendente no eap, presso il XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino, sabato 14 maggio. Siete tutti invitati”.

Lascia un messaggio ai lettori de L’Opinionista…

“Un messaggio di speranza nelle infinite potenzialità che sono in noi: darsi sempre un’ultima chance e soprattutto crederci. Farlo con coerenza, dignità e rispetto, cosa non semplice ma necessaria per poter, alla fine, camminare per le vie del mondo con andatura sempre più sciolta e spedita. Grazie”.

 

a cura di Ilaria Grasso per l’Opinionista, articolo del 1° aprile 2016. L’intervista integrale la trovate qui

 

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L’è ‘n gran bel Proust! Oggi in compagnia di Lucia Guida.

Un’intervista sui generis del 21 novembre 2015 di Gaia Conventi, scrittrice e blogger ferrarese, alla sottoscritta sul suo blog “Giramenti” . Con leggerezza (ma anche no!)  si parla di cose importanti e altre che lo sono un po’ meno. Nella vita, scrittoria e non.
Buona lettura e a presto

L’È ‘N GRAN BEL PROUST!

L’è ‘n gran bel Proust! Oggi in compagnia di Lucia Guida.

Torna “L’è ‘n gran bel Proust”, oggi pigliamo uno spritz con Lucia Guida: «Acquario ascendente Gemelli, nativa di S. Severo (FG), vive e lavora a Pescara come docente di Lingua Inglese. Ha pubblicato racconti brevi in collane di autori vari e come solista per Nulla Die nel 2012 la raccolta di racconti Succo di melagrana e poi nel 2013 il suo romanzo d’esordio La casa dal pergolato di glicine. Cura un blog nella piattaforma di WordPress, una pagina di autrice su LiberArti Reader Social Artist e due pagine dedicate ai suoi libri su Facebook. È alla ricerca dell’editore e dell’uomo ideale ed è pronta a scommettere su chi dei due incontrerà per primo».
Donna interessante, mi spiace non poterla sposare e pubblicare… ma voi candidatevi. Anche per rispondere al Questionario di Proust, ovviamente.

Il Questionario di Proust e Lucia Guida

1. Qual è il colmo della miseria?
Sforzarmi di essere semiseria. Io sono serissima, sempre e comunque.

2. Dove le piacerebbe vivere?
In un paese caldo d’estate. In un paese nordico d’inverno. Giusto per contraddire i meteopatici e le signore di età alle fermate dell’autobus.

3. Il suo ideale di felicità terrena?
Nutella a colazione, pranzo e cena. E una bilancia compiacente come alleata.

4. Per quali errori ha più indulgenza?
Per i miei, manco a dirlo. E per quelli dei miei amici.

5. Qual è il suo personaggio storico preferito?
Anita Garibaldi, donna assai paziente col suo Giuseppe. La pazienza non è mai stata il mio forte con gli uomini.

6. I suoi pittori preferiti?
Kandisky, lo trovo molto trendy e bonton. Perfetto nei salotti bene cittadini.

7. I suoi musicisti preferiti?
Quelli ascoltati nei salotti bene di cui sopra. Fanno molto pendant con la pittura astratta.

8. Quale qualità predilige in un uomo?
La concretezza. Se ho voglia di giocare con le parole, so benissimo farlo da sola.

9. Quale sport pratica?
Relaxing a oltranza sul divano di casa. Almeno per tre serate a settimana.

10. Sarebbe capace di uccidere qualcuno?
Sì, se fosse possibile farlo con un sorriso a trentadue denti.

11. Qual è la sua occupazione preferita?
Prendere in giro con intelligenza e ironia la gente. Ma solo quella che se lo merita.

12. Chi le sarebbe piaciuto essere?
Giovanna d’Arco. Senza rogo, però. Sono intollerante all’odore della legna bruciata.

13. Qual è il tratto distintivo del suo carattere?
La tolleranza zero verso i rompiscatole (ma non lo diciamo all’uomo di cui sopra…).

14. Qual è il suo principale difetto?
Sono troppo buona. Lo dico sul serio, eh…

15. Qual è la prima cosa che la colpisce in un uomo?
Diciamo che degli uomini ho una visione d’emblée. In genere è alla fine che focalizzo i particolari. Alcune volte porta bene, altre un po’ meno.

16. Qual è il colore che preferisce?
Azzurro grigiolino e grigio azzurrino.

17. Qual è il suo fiore preferito?
Il crisantemo. Posso giocare a “m’ama, non m’ama” più a lungo e con più soddisfazione.

18. Quali scrittori preferisce?
Quelli maledetti e maledettamente bravi.

19. Quali poeti?
Quelli malinconicamente poetici.

20. Quali sono i suoi nomi preferiti?
Debora, Pamela per le femminucce. Mi piaceva moltissimo giocare con le Barbie da bambina.
Per i maschietti vado sul tradizionale: Asdrubale e Aristide, adoro le allitterazioni.

21. Che cosa, più di tutto, detesta?
La semplicità. Amo tutto ciò che è complicato. Se non è dannatamente complicato non fa per me: nella quotidianità spicciola, in amore, nella scrittura.

22. Quale talento naturale le piacerebbe possedere?
Saperle raccontare con sapienza ed essere creduta a ogni battito di ciglia. Un talento che non ho ancora imparato a coltivare. Ma prometto d’impegnarmi a farlo. Nella vita bisogna sempre tendere a migliorarsi.

23. Crede nella sopravvivenza dell’anima?
Ci credo e questa è la mia peggior condanna. O forse salvezza, se questo significherà riuscire a togliermi qualche sassolino dalla scarpa in versione esoterica

24. Di che morte vorrebbe morire?
Dolce, dolcissima: affogata in un mare di panna screziata di cioccolata fondente e croccantino.

Gaia Conventi

 

L’intervista originale la potete trovare qui

 

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Intervista

Cari  amici, vi riporto integralmente l’intervista realizzatami dall’autore e blogger Mario Borghi sul suo “Pubblica bettola, frammenti di cobalto” che si era già occupato di recensire qui il mio romanzo d’esordio “La casa dal pergolato di glicine”. Nella chiacchierata abbiamo parlato di tante cose: di piccola editoria, dei problemi incontrati dagli autori emergenti, dei miei lavori e del mio modo di concepire la scrittura.

Se ne avete piacere ve lo propongo come lettura odierna. Questo è il link per leggerlo in versione integrale

A presto

 

Quattro chiacchiere con Lucia Guida, scrittrice pescarese

22.05.14

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Dunque, ho convinto Lucia Guida, bravissima autrice di La casa dal pergolato di glicine, edito da Nulla Die, di cui ho parlato qui, a farsi fare un po’ di domande. Eccovela.

Ciao Lucia, grazie per la disponibilità, partiamo subito con la domanda di rito: puoi dirci nel minor numero di battute, il maggior numero di cose su di te, gossip compresi?

R- Ben risentito e grazie a te! Comincio subito: tendenzialmente non omologata, sincera ( per qualcuno “scomoda”), pasionaria, chiacchierona, impulsiva, idealista … può bastare?

Certo, ora però ti chiedo qualcosa di più. A quando risale la tua passione per la scrittura?

R- All’epoca in cui compitavo le prime lettere, errori ortografici inclusi. Mi piaceva scrivere piccole fiabe e storie su tovagliolini di carta sottili di forma quadrata (quelli di solito usati nelle pasticcerie) che, poi, regalavo a persone di famiglia perché potessero leggerle.

Quando è uscito il tuo primo lavoro “serio”?

R- Il mio primo lavoro da autrice solista “seria” è stato pubblicato nei primi mesi del 2012 dalla Nulla Die, casa editrice siciliana indipendente. È una raccolta di racconti au feminin che parla di donne a 360°. Non collocatelo, però, nelle opere “di genere”, è un’etichetta che trovo limitativa. I protagonisti dei miei racconti sono certamente “personagge” perché la loro autrice ha deciso di descrivere e dar voce a una materia che conosceva molto bene, ma sono rivolti a tutti, indistintamente. Il messaggio che volevo veicolare è che ciascuno di noi può farcela. Può, cioè, riconquistare uno stile di vita che gli è maggiormente congeniale, imparare a volersi bene se non l’ha fatto in precedenza. Un augurio di tipo universale, insomma.

Hai mai ricevuto una “stroncatura”?

R- Di recente un critico letterario mi ha fatto sapere su un forum di scrittori cui mi ero iscritta che non avrebbe mai comperato il mio libro. Si riferiva al mio romanzo d’esordio, “La casa dal pergolato di glicine”, edito sempre per i tipi della Nulla Die a settembre del 2013, di cui aveva letto una breve anteprima da me postata. Alla mia replica di come ritenessi il suo giudizio riduttivo, invitandolo a leggere il mio lavoro per intero prima di esprimere un giudizio, ha ribattuto che, comunque, i 16,00 € del prezzo di copertina non li avrebbe mai spesi per un’autrice poco conosciuta come me. Trovo desolante e deprecabile un atteggiamento pseudosnobistico come questo. Non sei abbastanza conosciuta, quindi posso eventualmente giudicarti “a gratis”. Quanto, poi, a comperare il tuo libro, non se ne parla proprio. Ed è un’opinione quanto mai invalsa. Di questo passo farsi conoscere, per quelli che pubblicano per piccoli editori, diventa un’impresa erculea. Ma del resto, di cosa meravigliarsi? Se anche fiere internazionali di tutto rispetto continuano a privilegiare le major editoriali a discapito di case editrici indipendenti? Insomma, continua a piovere sul bagnato, tra l’indifferenza generale. E al lettore viene propinato di tutto, sotto l’egida di marchi famosi, purché sia di tendenza. Una sorta di consumismo scrittorio, se così si può dire. Un fenomeno che non è certamente positivo.

Quali sono, se ci sono, i temi o i soggetti sui quali ami scrivere?

R- Mi piace scrivere di anime semplici come i bambini ma anche di anime complesse, adulte. Provare a ricamare attorno a cose o eventi all’apparenza quotidiani, forse per qualcuno scontati, storie e situazioni. Parafrasando un autore inglese, William Blake, “To See a World in a Grain of Sand”, intravvedere un mondo intero in un granello di sabbia. E poi provare a costruirci un castello, magari. Credo sia la cosa più bella e appagante che possa accadere a un autore, almeno secondo me. La realtà che ci circonda è uno scrigno inesauribile di tesori; basta, appunto, saperli riconoscere. 

Hai degli scrittori preferiti?

R- Passati e presenti? Un’infinità, scelti tra generi diversi, non esclusivamente di narrativa. Diciamo che da ragazza ho avuto ottimi maestri in tal senso. Persone di riferimento di famiglia e insegnanti che potessero darmi dritte eccellenti e che non ringrazierò mai abbastanza. Attualmente sul mio comodino c’è l’opera omnia della Munro, da centellinare pian piano, “Donne che corrono coi lupi” della Pinkola Estés, un paio di romanzi di autori emergenti che conosco personalmente. Tra i grandi del passato: T. Hardy, Colette, de Maupassant. Italiani contemporanei: Cassola, Pea, la Ginzburg … 

Come ti poni di fronte alla poesia?

R- Con una sorta di timore reverenziale. Sono convinta che per prosare occorrano ottime basi linguistiche. Per la poesia, se possibile, ne occorrono ancora di più. Ciò non significa, tuttavia, che il tecnicismo debba imbrigliare il sentimento. La poesia è arte anche attraverso la sensibilità e la profondità con cui tu provi a sfumare una sensazione, un’emozione evitando di cadere nell’ovvio.

Ci fai una carrellata delle tue pubblicazioni con una piccola didascalia per ciascuna?

R- Come autrice di racconti brevi ho pubblicato per diverse case editrici in collane di autori vari. “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile”, opera prima costituita da sei racconti, tre ambientati nel Novecento e tre ai giorni nostri, in cui le protagoniste provano a vivere con compiutezza maggiore la loro vita, riuscendoci. “La casa dal pergolato di glicine”, romanzo in cui do voce a Marina Federici, una donna alla ricerca della propria identità in un’epoca, il 1970, in cui scegliere una nuova stagione esistenziale era meno semplice di oggi. In entrambe queste opere da solista ho voluto trasmettere una speranza. Come anche nell’ultimo lavoro, in fase di pubblicazione, un’opera a tre mani edita da Fefè Editore, intitolata “Streghe d’Italia 2” che raccoglie tre personali punti di vista sulla figura della “magàra”, della strega vera o presunta che sia. Io credo che ciascun autore abbia precise responsabilità in merito ai contenuti, anche valoriali, che decide di trasmettere ai suoi lettori.

Che idea ti sei fatta del panorama editoriale odierno, sulla scorta delle tue esperienze di pubblicazione?

R – La stessa idea che, quando stavo per partorire la mia primogenita Roberta, mi venne in mente, dopo essere stata ricoverata, incinta di otto mesi, in ospedale, per un malessere. All’epoca avevo della gravidanza e del parto un’idea piuttosto rosea e, diciamolo pure, ingenua e poco calata nel reale. A contatto con le altre partorienti me ne sono dovuta fare un’altra, realistica e, per certi versi, più cruda. Pubblicare sempre e comunque può soddisfare l’ego di un autore ma non lo aiuta a crescere. La mia idea è quella di scegliere consapevolmente le mani editoriali cui affidarsi, che è un po’ quello che ho fatto io nel momento in cui ho deciso di fare sul serio. Per contro c’è comunque la difficoltà di pubblicizzare e propagandare quello che hai scritto, a lavoro ultimato; le piccole case editrici, pur avendo una buona distribuzione anche online, possono arrivare fino a un certo punto. Tocca, quindi all’autore, con molto olio di gomito, fare il resto. Non è semplice, specialmente quando devi fare tutto da solo e i proventi derivanti dalle tue pubblicazione sono minimi. C’è, poi, il discorso di cui parlavo poc’anzi circa la diffidenza verso gli autori esordienti/ emergenti, anche da parte degli addetti ai lavori. Imporsi in questo mare magnum non è facile. Specialmente per chi cerca di tenersi fuori da compromissioni di vario tipo, evitando di cercarsi sponsorizzazioni del tipo “do ut des” di varia provenienza.

Cartaceo o digitale?

R- Cartaceo ma anche digitale. Ben venga la tecnologia, dalla quale è assurdo prescindere, anche nel mondo della scrittura e, soprattutto, della lettura.

Qual è l’opera, tra quelle che hai scritto, che ami di più?

R- “Succo di melagrana”, decisamente. Anche se ho dovuto pensarci parecchio e farmi supportare dal fatto che buona parte dei suoi racconti aveva raccolto recensioni positive o era arrivato in finale in concorsi letterari nazionali. Io la chiamerei l’insicurezza dello scrittore esordiente. Un male necessario, comunque, che ti aiuta senz’altro a mantenere i piedi per terra e a non montarti la testa.

Che ruolo deve avere, secondo te, una scrittrice, nella società? Pensi che esista una differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice?

R- Delle responsabilità implicite ed esplicite contenute in un atto scrittorio ho già parlato. La differenza sostanziale tra scrittore e scrittrice risiede per me in una sensibilità espressa differentemente e in modo complementare. A ogni modo entrambi sono portati a ricoprire, oggi, un ruolo che è necessariamente mediatico e che è inutile e poco onesto negare. Mi spiego: il lettore che ti ha scelto come autore ha la necessità di conoscerti “live”, di sapere come la pensi anche in questioni di quotidianità. Io credo nell’idea di un’arte fruibile e non in quella di una torre d’avorio in cui trincerarsi. Apprezzo dei grandi artisti la loro capacità di relazionarsi costruttivamente col pubblico, ricercando il giusto equilibrio con la necessità di preservare comunque il proprio spazio intimo, privato.

Hai dei progetti nel cassetto?

R- Tanti e non tutti di natura scrittoria. Per il resto non sono un’autrice esageratamente prolifica; scrivo quando mi va e quando ne ho la possibilità, tempo e impegni vari permettendo. Sono per lo slow writing, per la scrittura che porta fuori il meglio di te, a dispetto di mode o tendenze che non ti appartengono e che, per tale ragione, lasciano il tempo che trovano. Il lettore ha bisogno, per certi versi, di identificarsi in te scrittore, passare da un genere all’altro lo manda in confusione.

Cosa vuoi fare “da grande”?

R- Continuare a essere felice delle piccole e grandi cose della mia vita. Per me è stata una conquista raggiunta da “ragazza cresciuta” nel momento in cui ho cominciato a volermi bene sul serio

E ora la terribile domanda, che fa arrabbiare molti scrittori: perché scrivi?

R- Potrei dire che la scrittura ha ricoperto, nella mia via, ruoli diversi. All’inizio è stata, come blogger, terreno di conferme ma anche terapeutica. Poi è diventata piacere di scrivere fine a se stesso. Voglia di ringraziare i lettori che hanno creduto in te e che si aspettano di rileggerti ancora. Certamente mai imposizione o qualcosa di preconfezionato. Scrivere così richiede tantissimo tempo ma io non mi lamento. E aspetto che arrivi l’ispirazione giusta, quella che fa la differenza. Grazie per questa bellissima chiacchierata.

Grazie Lucia per il tempo che ci hai regalato e a buon ri-leggerci.

Mario Borghi