Eleonora Toscani, una voce in movimento

La musica come spazio di ricerca, la scrittura come strumento di espressione personale e il folk come una delle principali influenze sonore è al centro della mia nuova intervista per Mentinfuga. In questa conversazione la cantautrice Eleonora Toscani ripercorre le tappe della propria formazione artistica, le esperienze maturate in Italia e all’estero e l’evoluzione di un percorso musicale che attraversa lingue e sonorità differenti.

Una conversazione sul rapporto tra esperienza e creazione, sulle scelte artistiche e sulla necessità di trovare una voce autentica e riconoscibile.

Buona lettura a tutti

Eleonora Toscani, una voce in movimento

Eleonora Toscani è una cantautrice con profonde influenze folk che scrive da sempre sia in italiano che in inglese. Il suo percorso artistico prende il via al Conservatorio dove ottiene borse di studio che la portano fino a Chicago e Mannheim. Nel 2019 inizia a collaborare con la società editoriale di Giuseppe Anastasi, conosciuto grazie al Centro Europeo di Toscolano (CET) di Mogol, e pubblica il suo primo singolo, 17 PEZZI, esibendosi anche in contesti come il MEI di Sanremo. Nel 2022 si trasferisce a Dublino per svolgere un tirocinio al Camden Recording Studio, un’esperienza che la segna profondamente. Una volta tornata in Italia, grazie all’incontro con Monja Marrone e Rebecca Spinella, si impegna nella nascita di un nuovo progetto musicale folk. Il 31 luglio 2026 esce Maggio, primo singolo del progetto, subito selezionato fra le playlist editoriali di Spotify New Music Friday Italia e Novità Indie Italiano. Ad agosto arriva anche l’accesso alla semifinale del Premio Fabrizio De André 2026.

Eleonora Toscani
Eleonora Toscani, autoscatto

Appartiene a quella categoria di artisti per i quali definire un’identità non significa necessariamente delimitarla. La sua traiettoria sembra procedere più per attraversamenti che per appartenenze definitive: esperienze, luoghi e forme diverse che non si escludono ma si sedimentano.
Eppure dentro questo movimento continuo qualcosa rimane costante. Più che costruire un’immagine riconoscibile a tutti i costi sembra interessarle la libertà di cambiare forma senza perdere la propria essenza di musicista e continuare a cercare nella musica innanzi tutto una possibilità di contatto emotivo.
Il resto dell’articolo è qui 

Voci Letterarie. Una conversazione con Elena Rui.

Ci sono libri che aprono porte laterali sulla storia, e proprio per questo la rendono più profonda.

Con Elena Rui, a partire da Vedove di Camus, ho parlato delle donne che hanno amato Albert Camus, ma anche di memoria, desiderio, identità e scrittura.

Ripropongo qui l’intervista pubblicata su Mentinfuga.
Buona lettura a tutti

Lucia

Voci Letterarie. Una conversazione con Elena Rui.

In Vedove di Camus, L’Orma Editore (2025), Elena Rui sceglie di avvicinare Albert Camus da una prospettiva laterale e insieme profondissima: quella delle donne che lo hanno amato e che, dopo la sua morte improvvisa, si ritrovano a fare i conti con un’assenza, con una memoria, con la forma ambigua e irriducibile del legame.
Non un semplice romanzo su Camus, dunque, ma un libro sulle voci che restano. Su ciò che l’amore produce, consuma, trasforma. Su come una presenza possa continuare ad agire anche dopo la sua scomparsa, interrogando identità, desiderio, lutto e racconto.
Da qui prende avvio la nostra conversazione.

Vedove di Camus nasce da una scelta di prospettiva molto precisa: raccontare Albert Camus attraverso le donne che lo hanno amato. Da quale nucleo è nato questo romanzo?
Se intende quale dei quattro nuclei narrativi è nato per primo, non me lo ricordo più. Credo le primissime pagine del capitolo dedicato a Catherine Sellers. Molto presto, forse prima dei quattro capitoli incentrati sulle vedove, ha preso forma il capitolo introduttivo, quello sull’incidente, o quantomeno l’incipit, a cui ho lavorato senza sosta, apportando infinite microscopiche modifiche. Io scrivo sempre così e credo non sarei riuscita ad arrivare a capo di nessuno dei miei libri senza il computer: faccio troppi cambiamenti. Cerco qualcosa d’indefinibile, che non sarei in grado di razionalizzare: una fluidità, una musicalità, un’esattezza… Però è arbitrario stabilire che un capitolo o un libro inizino sulla pagina con delle frasi scritte. Tutto comincia prima in testa e, per quanto mi riguarda, vi resta in gestazione per un tempo abbastanza lungo, difficile da ricostruire a posteriori in tutte le sue fasi.

L’articolo in originale è qui 

Ph. Credit: MUSA – Fondazione Bellonci

L’acqua, il ponte, il Fuji: il Giappone nello sguardo di Monet

Iniziamo la settimana con un piccolo reblog, quello del mio articolo uscito ieri sulla rivista Mentinfuga tratto dal mio recente viaggio in Francia.

Un viaggio dentro Giverny e dentro lo sguardo di Monet tra natura, arte e suggestioni giapponesi. Un luogo che è un unicum in cui bellezza, cultura e memoria continuano ancora oggi a dialogare.

Buona lettura a tutti

Lux

L’acqua, il ponte, il Fuji: il Giappone nello sguardo di Monet

Entrare nel giardino di Claude Monet a Giverny significa, in qualche modo, entrare dentro un quadro. Prima ancora di riconoscere ciò che la pittura ha reso familiare — il ponte, l’acqua, le ninfee — si avverte una strana inversione: non è più il paesaggio a ricordare l’opera, ma l’opera ad aver modificato per sempre il nostro modo di guardare quel paesaggio.
Eppure, nel cuore della Normandia, quel giardino racconta anche una storia che conduce molto lontano. Fino al Giappone.
Monet non viaggiò mai nel Paese che tanto lo affascinava. Il Giappone arrivò però fino a lui attraverso le stampe ukiyo-e che, nella seconda metà dell’Ottocento, entrarono con forza nell’immaginario europeo. Dopo secoli di relativo isolamento, l’apertura dei porti giapponesi verso l’Occidente rese disponibili oggetti, ceramiche, tessuti e soprattutto xilografie destinate a esercitare un’influenza enorme sugli artisti europei.
Attorno al primo incontro di Monet con le stampe giapponesi è nata anche una piccola leggenda. Secondo una delle versioni più fortunate il pittore le avrebbe scoperte in Olanda, utilizzate come semplice carta da imballaggio in una bottega. Le ricostruzioni non coincidono e lo stesso Monet avrebbe raccontato diversamente quell’incontro; resta però suggestiva l’immagine di opere destinate a modificare lo sguardo della pittura europea arrivate in Occidente quasi per caso, confuse fra gli oggetti della vita quotidiana.
Monet ne fu un collezionista appassionato. Ancora oggi, nella sua casa di Giverny, le stampe giapponesi occupano le pareti quasi con la naturalezza di una presenza domestica. Hiroshige, Utamaro e, naturalmente, Katsushika Hokusai.
È forse proprio con Hokusai che il dialogo diventa più suggestivo.

L’articolo completo è qui

 

In foto particolare del giardino della Maison de Monet, scatto mio – settembre 2026

 

John Fante oltre Fante

John Fante oltre Fante.

Ventun anni di Festival, letteratura, memoria, migrazioni e territorio.

Per Mentinfuga ho incontrato Giovanna Di Lello, direttrice del John Fante Festival “Il dio di mio padre”, per ripercorrere la storia di un progetto culturale nato a Torricella Peligna e cresciuto nel tempo ben oltre la celebrazione dello scrittore.

Una conversazione sul valore della letteratura quando riesce a diventare memoria condivisa, identità e comunità.

Buona lettura.

Lux

John Fante oltre Fante

Giovanna Di Lello, nata in Canada e cresciuta in Svizzera, è giornalista culturale, documentarista, docente di francese e organizzatrice di eventi. Laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, ha conseguito un master in Economia della Cultura all’Università di Roma Tor Vergata. Dal 2006 dirige il John Fante Festival Il dio di mio padre di Torricella Peligna, nato nel paese abruzzese d’origine della famiglia paterna dello scrittore.
Si occupa da anni di migrazioni, identità e cultura degli italiani all’estero. Ha lavorato nella segreteria del Comitato per le Questioni degli Italiani all’estero del Senato della Repubblica e ha collaborato al Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes.
Nel 2003 ha realizzato il documentario John Fante. Profilo di scrittore, girato fra Italia e Stati Uniti e costruito attraverso materiali d’archivio e testimonianze di familiari, studiosi e scrittori. Ha successivamente realizzato altri lavori documentari dedicati ai temi dell’emigrazione e dell’identità e ha curato, insieme a Toni Ricciardi, il volume Dalla parte di John Fante. Scritti e testimonianze.

Giovanna, il John Fante Festival è arrivato alla ventunesima edizione. Che cosa resta oggi dell’intuizione originaria del 2006 e che cosa invece è profondamente cambiato?
Il Festival è nato per volontà del comune di Torricella Peligna, che ne è l’ente organizzatore, con l’obiettivo di omaggiare John Fante. Tuttavia, fin dall’inizio la mia intenzione è stata quella di andare oltre una semplice celebrazione, esplorando e sviluppando i temi presenti nelle opere dello scrittore. Nel corso degli anni, questo approccio ci ha permesso di crescere e attrarre ospiti di rilievo, rendendo il festival un appuntamento ormai consolidato nei circuiti nazionali.
I principali cambiamenti riguardano l’introduzione di numerosi premi all’interno del nostro festival, tra cui il Premio John Fante per l’opera prima, il Premio John Fante per l’opera prima Abruzzo, il Premio alla carriera e il Premio Italia Radici nel Mondo. Inoltre, abbiamo a disposizione un budget più consistente grazie anche al coinvolgimento di sponsor privati. Infine, c’è stato un impegno maggiore da parte della macchina amministrativa comunale che ha contribuito a rendere l’organizzazione dell’evento più importante.
Il successo delle edizioni è dovuto anche all’affiatamento del comitato organizzatore. Questo è composto da me e dagli amministratori del Comune di Torricella Peligna: il sindaco Carmine Ficca, la consigliera delegata alla cultura Loredana Piccirelli e il consigliere con delega all’organizzazione Nicola Di Pietrantonio. Con loro condivido tutte le mie scelte e c’è un dialogo costruttivo tra noi. Ho trovato a Torricella degli amministratori fantastici e molto empatici. Il sindaco, tra l’altro, è un giovane lungimirante che si muove sempre con grande rispetto e gentilezza, così come tutti i consiglieri. Questo clima di collaborazione permette di lavorare con serenità e libertà. Nei piccoli comuni si possono davvero trovare amministratori illuminati, in alcuni casi più che nelle città.

L’articolo originale è qui   

 

 

 

George Elliot Clarke, ph, credit: Joseph Di Lello

Prima che sia urgente

Ci sono cose che continuiamo a rimandare perché sembrano poter  aspettare.
Poi, a un certo punto, smettono di poterlo fare.

Una riflessione sul tempo, sulle priorità e su tutto ciò che meriterebbe attenzione prima di diventare necessario.

Da Substack, su Lusilux, Casa di Parole.

Buona lettura a tutti

Prima che sia urgente

Ieri mattina avevo un appuntamento con la prevenzione per fare una mammografia e un’ecografia mammaria.

Non è un evento che vivo con particolare leggerezza. Nella mia famiglia il tumore al seno ha lasciato tracce profonde: ho perso una zia materna alla quale ero molto legata; un’altra zia, paterna, è riuscita invece a salvarsi grazie alla prevenzione. Anche mia madre ne ha sofferto nell’ultima parte della sua vita.

Forse è anche per questo che, quando arriva il momento dei controlli annuali, non rimando.

Ma non è semplicemente perché sono madre di un medico, né soltanto per queste annotazioni così personali, che considero la prevenzione un atto fondamentale: è qualcosa che facciamo quando ancora non esiste un’emergenza.

Qualcuno potrebbe scorgervi quasi un paradosso. Perché proprio quando stiamo bene dovremmo trovare il tempo e la disciplina per occuparci di qualcosa a cui preferiremmo non pensare?

È per questo che non vorrei parlare di prevenzione ricorrendo al logoro «prevenire è meglio che curare», ma piuttosto considerarla una forma di responsabilità verso se stessi. Che, tradotto in soldoni, significa non vivere nell’angoscia della malattia di continuo ma neppure delegare tutto alla fortuna.

Il resto dell’articolo è qui   

“Cieli” è uno scatto mio

 

Recensioni post ferragostane

Dopo la pausa ferragostana su Mentinfuga è uscita la mia recensione di Un’estate di Claire Keegan per i tipi di Einaudi Stile Libero BIG

Un romanzo in cui l’autrice parla con molta delicatezza e una scrittura essenziale e mai sentimentale del valore dell’accoglienza, dei gesti quotidiani e di quella rete di relazioni che talvolta può affiancare una famiglia quando le sue risorse non bastano.

Da oggi condivido anche su questa mia pagina di autrice la recensione che in originale trovate qui .
Buona lettura a tutti
Lucia

Una cura regalata a fondo perduto: Un’estate di Claire Keegan

È una domenica mattina presto quando il padre della protagonista di Un’estate di Claire Keegan la conduce verso la costa della contea di Wexford, a casa dei Kinsella. La bambina appartiene a una famiglia irlandese numerosa e povera. La madre sta per partorire e non può occuparsi anche di lei insieme agli altri figli. Per questo viene affidata temporaneamente a una coppia di agricoltori in condizioni più agiate che la accoglierà per alcuni mesi.
Il padre riparte portando con sé, dimenticata nel bagagliaio, anche la valigia della figlia. È un gesto che racconta immediatamente la trascuratezza nella quale la bambina è cresciuta e il carattere provvisorio attribuito dalla famiglia a quella separazione. Apparentemente la piccola accetta la decisione senza opporsi. Cerca di fare buon viso a cattivo gioco e teme persino di diventare un peso per le persone che hanno deciso di ospitarla.
Edna e John Kinsella sono una coppia segnata da un dolore profondo. Hanno perso il loro unico figlio, annegato in circostanze tragiche. La sua assenza continua ad abitare la casa e affiora nei silenzi, negli oggetti e nei vestiti che per necessità vengono inizialmente dati alla bambina. Eppure il lutto non ha chiuso i due alla vita né ha impedito loro di offrire a un’altra creatura una cura autentica.

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 10th Lesson

Volere una persona

non significa accettare qualunque posto

pur di restarle vicino.

Wanting someone doesn’t mean

you have to accept whatever place

they offer you

just to stay close to them.

Lucia Guida

 

Foto di jason hu su Unsplash

A cavallo con i poeti. Viaggio nel Giappone di Igort

Su Mentinfuga è uscita la mia recensione di A cavallo con i poeti, Einaudi (2026) di Igort.

Un libro fatto di immagini, incontri, poesia e attraversamenti, capace di procedere per suggestioni più che per strade lineari.

Da oggi ne lascio traccia anche qui, nel mio spazio personale.
Buona lettura a tutti

A cavallo con i poeti. Viaggio nel Giappone con Igort

Ci sono libri che non si limitano a offrirsi alla mera decodifica del lettore: sono vere e proprie trine. La loro bellezza non trattiene lo sguardo sulla superficie ma possiede la capacità intrinseca di spingerlo oltre la trama.
A cavallo con i poeti di Igort appartiene a questa specie. È un graphic novel nato dalla contaminazione fra parola e immagine, ma definirlo soltanto come un incontro fra linguaggi sarebbe riduttivo. La parola, il pensiero, il tratto e il colore si combinano con tale naturalezza che il lettore non avverte mai la necessità di scegliere a quale elemento affidarsi. L’immagine diventa pensiero concretizzato; la parola acquista una propria temperatura visiva; il colore suggerisce soste, silenzi e mutamenti interiori.
Ancora una volta dopo i celebri Quaderni giapponesi Igort prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso la propria personale rivisitazione di un Paese denso di contraddizioni: il Giappone. Un luogo nel quale la tecnologia più avanzata potrebbe sembrare in conflitto con una memoria antica, tradizionale e intima. Ma non è così. Queste dimensioni non si escludono e non sono costrette a convivere artificialmente: appartengono alla stessa trama.

Il resto dell’articolo lo trovate qui 

In foto il Grande Buddha di Kamakura – scatto dell'autrice, maggio 2026
 





Vi ho amati lasciandovi liberi

Ripropongo anche qui il mio ultimo articolo pubblicato su Substack: una lettera ai miei figli sulla libertà, sull’amore che non trattiene e sul coraggio di lasciare agli altri lo spazio necessario per diventare pienamente se stessi.

Vi ho amati lasciandovi liberi.

Buona lettura e buon fine settimana a tutti.

Vi ho amati lasciandovi liberi.

Parlare della libertà non è semplice. Lo è ancora meno quando si desidera consegnare ai propri figli qualcosa di agito, nato da prove ed errori. Qualcosa che non si è appreso sui libri né attraverso l’esempio di chi ci ha preceduto ma vivendo, sbagliando e ricominciando.

Questa lettera la scrivo per voi che siete la cosa più bella e più compiuta della mia vita. Non lo faccio perché ci siano scadenze ad aspettarmi e neppure per scaramanzia. La scrivo perché possiate conservare un ricordo di vostra madre. Di ciò che è adesso e di ciò che è diventata attraversando situazioni costellate da sbagli felici e meno felici, camminando su terreni sterrati, perdendosi nella boscaglia fino a ritrovare sentieri più agevoli.

il resto dell’articolo è qui 

 


Foto di Annie Spratt su Unsplash

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 9th Lesson

La cosa più triste non è non essere scelti.

È scoprire di essere stati guardati

attraverso una copia

che non ci assomiglia affatto.

             The saddest thing is not being left unchosen.

It is discovering that someone has seen you

through a version of you

that does not resemble you at all.

Lucia Guida

Foto di Milada Vigerova su Unpslash