Morire d’amore no

Nuova settimana e nuovo articolo su Casa di Parole di Substack.
Stavolta parlo di un attraversamento più intimo e letterario, nato dal ricordo di mio nonno Mario e dalla storia di Madama Butterfly ascoltata da bambina.
Buona lettura


Morire d’amore no

Da bambina la storia di Madama Butterfly me l’aveva raccontata Mario, il mio nonno materno appassionato di melodramma.

Non ricordo esattamente quanti anni avessi, né dove fossimo. Ricordo però l’impressione che mi fece quella vicenda: una giovane donna che aveva creduto all’amore, alla promessa di un uomo venuto da lontano, e che si ritrovava sola, con un figlio, dentro un’attesa diventata destino.
Pinkerton era partito. Aveva lasciato dietro di sé una moglie bellissima, una casa, una promessa, una vita sospesa. E quando era tornato, non l’aveva fatto per riparare. Era ricomparso con un’altra donna, con un altro futuro, con un altro ordine del mondo.

Da bambina, forse, non potevo capire tutto. Non potevo capire il peso dell’abbandono, della disparità, della solitudine, dell’attesa. Non potevo comprendere davvero che cosa significhi restare immobili dentro una promessa mentre l’altro, altrove, continua a vivere la sua vita con leggerezza.

Ma qualcosa mi arrivò con una chiarezza quasi fisica: l’idea che l’amore potesse chiedere la vita mi sembrò terribile.

Mi sembrava enorme, e insieme ingiusta, quella fine. Come se l’amore, a un certo punto, potesse diventare una stanza senza porte. Come se essere lasciati significasse non avere più un posto nel mondo. Come se l’altro, andandosene, potesse portarsi via non soltanto la propria presenza, ma anche il diritto dell’abbandonato a continuare i suoi giorni.

Forse è questo che mi ferì allora, anche se non possedevo parole e strumenti sufficienti per esplicitarlo.

Crescendo ho continuato a pensare a Butterfly non solo come a un personaggio d’opera, ma come a una figura che appartiene a un immaginario più grande: quello delle donne educate all’attesa, alla fedeltà assoluta, alla dedizione senza misura. Donne a cui, per secoli, la cultura ha raccontato che amare significasse annullarsi, restare, perdonare, sopportare, sacrificarsi.

E invece no.

Da bambina forse mi commossi per Butterfly. Da adulta non riesco più a guardare quella fine senza sentire anche un’intima ribellione.

Perché la fine di un amore può devastare. Può togliere il sonno, l’appetito, la fiducia. Può farci sentire sostituibili, inadeguati, ridotti a un prima che non torna. Ci sono addii che lasciano macerie, silenzi che consumano, promesse tradite che restano a lungo dentro di noi.

Ci sono storie che, quando finiscono, non smettono subito di parlarci. Permangono nei luoghi, nelle abitudini, nelle ore vuote. Ma proprio lì comincia il lavoro più difficile: separare il dolore dal valore che attribuiamo a noi stessi. E spesso la domanda più feroce non riguarda nemmeno l’altro ma noi stessi. Il nostro valore. La nostra amabilità. La nostra possibilità di essere scelti, riconosciuti, custoditi.

Ma morire d’amore no.

Nessun amore merita la distruzione di sé. Nessuna assenza può diventare una sentenza definitiva sul nostro valore. Nessun abbandono può autorizzare l’idea che la nostra vita sia finita insieme a quella relazione.

Chi non ci ha saputo amare non può diventare il giudice ultimo della nostra esistenza.

L’amore può finire. Può deludere. Può tradire la promessa che sembrava contenere. Può rivelarsi più fragile, più opaco, più vile di quanto avessimo sperato. Può non essere all’altezza della fiducia che gli avevamo consegnato.

Ma noi non siamo sic et simpliciter ciò che qualcuno ha scelto di lasciare.

Non siamo la misura dell’amore che non ci è stato dato. Non siamo il vuoto creato dall’assenza di un altro. Non siamo la persona che non è stata scelta, o è stata scelta male, o è stata tenuta in sospeso, o è stata dimenticata troppo in fretta.

Siamo anche tutto ciò che resta dopo.

Il dolore, certo. La ferita. La stanchezza. Ma anche la possibilità, magari lentissima, di tornare a noi. Di riprendere possesso della nostra voce. Di smettere, un giorno alla volta, di abitare solo il punto in cui qualcuno ci ha fatto del male.

Forse diventare adulti significa anche questo: continuare a commuoversi per Butterfly ma smettere di confondere la sua fine con una forma di grandezza epica.

La grandezza non è morire per chi se ne va.

La grandezza, semmai, è sopravvivere al crollo. Restare. Curarsi. Chiedere aiuto, se occorre. Lasciarsi tenere da chi sa restare senza invadere. Fare piccoli gesti quotidiani mentre dentro ci sembra di essere devastati.

Alzarsi. Aprire una finestra. Mangiare qualcosa. Rispondere a un messaggio. Uscire a camminare. Scrivere una pagina. Accettare una telefonata. Tornare lentamente nella propria casa interiore.

Non sempre ci si riesce subito. A volte si resta a lungo sulla soglia, con il cuore ancora voltato indietro. A volte la quotidianità sembra più piccola, più muta, meno abitabile. A volte ci si sente ridicoli per avere ancora nostalgia di ciò che ci ha feriti.

Ma il dolore non è una colpa. La nostalgia non è una vergogna. L’amore finito non ci rende meno degni.

Ci vuole tempo per capire che non tutto è stato portato via. Che qualcosa, dentro, respira ancora. Che la nostra vita non coincide con lo sguardo di chi non ha saputo vederci davvero.

Butterfly continuerà a commuoverci. Continuerà a ricordarci la potenza del canto, della ferita, della promessa tradita. Continuerà a stare lì, nel suo dolore estremo, come una figura fragile e immensa. Ieratica.

Ma forse oggi possiamo guardarla anche da un altro punto.

Non per giudicarla. Non per sottrarle compassione. Non per semplificare la sua tragedia.

Ma per liberare noi stesse, e noi stessi, da quella antica narrazione secondo cui l’amore, quando finisce, può pretendere tutto.

Non è così.

Rattristarsi per la fine di un amore è umano. Piangere è umano. Sentirsi smarriti è umano. Avere bisogno di tempo è umano.

Perdersi per sempre, no.

Morire d’amore no.

Vivere, nonostante tutto, sì.

Ph. credit: cartellone dell’opere di Leopoldo Metlicovitz su wikipediadotorg

L’articolo originale è qui

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 7th Lesson

Sometimes people truly reveal themselves

when you stop being

useful to them

 

A volte le persone si rivelano davvero

quando smetti di essere loro utile

Lucia Guida

 

Foto di Alina Bondar su Unsplash

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 6th Lesson

The rarest form of Humanity is to remain able to feel,

within oneself and for others 

despite everything

 

 

La forma più rara di umanità

è restare capaci di sentire, dentro di sé e verso gli altri 

nonostante tutto

Lucia Guida 

 

 

Artem Kovalev su Unsplash

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 4th Lesson

Strong women are not made of stone.

We endure. We build.

And we still need tenderness.

 

Le donne forti non sono fatte di pietra.

Resistono. Costruiscono.

E hanno comunque bisogno di tenerezza.

L. Guida





Lo scatto "A Nice Tender Daisy" è mio.

Ricette d’autore: vitel tonnè

Questo Natale con la mia famiglia nucleare in formazione completa è stato dedicato alla preparazione di un pranzo di Natale essenziale fatto di portate ripescate dalla tradizione locale e dalla mia biografia personale. Con una sola eccezione, la preparazione di un unico secondo, il vitel tonnè, realizzata anche grazie al motto “minima spesa (temporale) massimo rendimento (energetico)” che da sempre contraddistingue le mie ricette di cuoca selfmade. Mi sono quindi ispirata a una delle proposte a tema di Benedetta Rossi, consigliatissima, che coniuga in maniera più che accettabile gusto, qualità e risparmio di energie e di tempo.
Eccola per voi in dettaglio. Buoni manicaretti come sempre e a presto.
Lucia

VITEL TONNÈ

Ingredienti

  • 1.200 gr di girello di vitello
  • 1 kg circa di sale grosso
  • quattro rametti di rosmarino fresco (o in alternativa delle foglie intere di rosmarino secco)
  • 300 gr di tonno sgocciolato di ottima qualità
  • 200 gr di maionese (io ne ho usata una bio)
  • 30 gr di filetti di alici in olio evo
  • 20 gr di capperi dissalati
  • qualche foglia di prezzemolo fresco

Preparazione

Procuratevi uno stampo da plumcake di circa 30 cm e adagiate sul fondo fino a coprirlo del sale grosso su cui posizionerete i primi due rametti o le foglie secche di rosmarino e il pezzo intero di girello  sopra cui metterete i due rametti residui di rosmarino coprendo ogni cosa con il resto della confezione da 1 kg di sale grosso. Mettete in forno ventilato a 180° per circa un’ora (naturalmente tenete conto del funzionamento del vostro forno). Mentre è in cottura preparate la salsina mettendo nel mixer il tonno sgocciolato, la maionese, i capperi, le acciughe e un po’ di prezzemolo frullando tutto sino a ottenere una salsina compatta e vellutata.  Dopo aver estratto dal forno il girello privatelo della crosta  e degli eventuali residui di sale e di rosmarino, tagliatelo a fettine sottili che adagerete su un piatto di portata e cospargerete abbondantemente della salsina tonnata già pronta, guarnendone la sommità con qualche fogliolina di prezzemolo e qualche cappero.
Buon appetito a tutti!
Enjoy!

                           © Lucia Guida (2025)

Thinking and Writing as an English Teacher – 23rd Lesson

The first impressions we get about a person are the most accurate.

We should

just follow them instead of making reason prevail over instinct.


             Muchacha en la ventana, Salvador Dalì (1925)

Le prime impressioni che riceviamo di una persona sono le più accurate.

Dovremmo semplicemente seguirle invece di far prevalere la ragione

sull’istinto.

L. Guida

Season’s Greetings with some Books under the Christmas Tree

Alla fine di questo 2021 di poche sorprese è tempo di fare qualche bilancio scrittorio e di lettura.
Organizzare e partecipare da addetta ai lavori a eventi proposti da terzi in emergenza pandemica non è stato semplice e ha richiesto scelte ben precise da parte mia. Quelle più semplici da compiere sono state di natura logistica ma le ricadute a livello socio-affettivo-relazionale sono state notevoli e inevitabili. Per ciascun autore una presentazione è il trat d’union che lo collega al suo pubblico, il feedback privilegiato da cui attingere stimoli sufficienti per continuare ad affabulare su un piano di condivisione emotiva e non semplicemente scrittoria. Il covid19 con le sue tante implicazioni ci ha privati di questa corsia preferenziale limitandola all’essenziale. 
Sono convinta che la vita di un tempo non esista più e che questa strada in cui giocoforza abbiamo dovuto incanalarci sia l’unica percorribile senza rimpianti di nessun genere: abbiamo solo la possibilità di guardare in avanti e progettare il nostro futuro con speranza e resilienza.
La lettura credo aiuti moltissimo in tal senso. Un buon libro è un amico formidabile con cui passare il nostro tempo migliore e a cui chiedere risposte alle nostre tante domande. Non ci tradisce né ci rimprovera mai; neanche quando, in ottemperanza al decalogo del lettore di Pennac, decidiamo di metterlo da parte. Affina la nostra capacità di percepire il mondo circostante e ci mantiene giovani “dentro”. Possiamo portarlo dovunque con noi, leggerlo e rileggerlo all’infinito scoprendo ogni volta sfumatore diverse per arricchirci.
Il mio saluto grato per tutti coloro che hanno la pazienza di seguirmi per il tramite di questa mia pagina  così poco sistematica e forse troppo empatica è l’elenco completo degli otto libri che, a partire dai primi mesi dell’anno, ho scelto di recensire per amore e solo amore della lettura: senza costrizioni di nessun tipo, da recensora freelance di Cyrano Factory. Di qualcuna avete già contezza perché l’ho pubblicata qui su WP, qualcun’altra, invece, è ancora tutta da leggere e da scoprire.
Sono il mio personale tesoretto da consigliare, un’interfaccia felice di Lucia autrice e lettrice realizzata sul filo della sua sensibilità.
Auguri di buonissime feste a tutti. Che possiate davvero stringere sempre il mondo nel palmo di una mano sola.

Lucia  

Le mie recensioni librarie su Cyrano Factory del 2021

Il treno dei bambini, Viola Ardone 

La signorina Crovato, Luciana Boccardi 

Lettere d’amore da Montmartre, Nicolas Barreau

Finché il caffè è caldo, Toshikazu Kawaguchi

Storia di un fiore, Claudia Casanova

Le siciliane. Storie vere, Giacomo Pilati

Oliva Denaro, Viola Ardone

Punto pieno, Simonetta Agnello Hornby

 

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