Vi ho amati lasciandovi liberi

Ripropongo anche qui il mio ultimo articolo pubblicato su Substack: una lettera ai miei figli sulla libertà, sull’amore che non trattiene e sul coraggio di lasciare agli altri lo spazio necessario per diventare pienamente se stessi.

Vi ho amati lasciandovi liberi.

Buona lettura e buon fine settimana a tutti.

Vi ho amati lasciandovi liberi.

Parlare della libertà non è semplice. Lo è ancora meno quando si desidera consegnare ai propri figli qualcosa di agito, nato da prove ed errori. Qualcosa che non si è appreso sui libri né attraverso l’esempio di chi ci ha preceduto ma vivendo, sbagliando e ricominciando.

Questa lettera la scrivo per voi che siete la cosa più bella e più compiuta della mia vita. Non lo faccio perché ci siano scadenze ad aspettarmi e neppure per scaramanzia. La scrivo perché possiate conservare un ricordo di vostra madre. Di ciò che è adesso e di ciò che è diventata attraversando situazioni costellate da sbagli felici e meno felici, camminando su terreni sterrati, perdendosi nella boscaglia fino a ritrovare sentieri più agevoli.

il resto dell’articolo è qui 

 


Foto di Annie Spratt su Unsplash

L’altra parte della Luna

L’altra me abita con sistematicità anche Casa di Parole, la pagina Substack in cui scrivo di tutto quello che mi passa per la testa e in cui condivido cartoline illustrate della mia vita spicciola.
L’altra parte della Luna  è l’articolo di apertura di questa settimana. Racconta di ciò che abbiamo immaginato, che non abbiamo scelto, che non abbiamo potuto vivere. E che comunque resta parte di noi aiutandoci a essere ciò che nel presente siamo.
Buona lettura

Lucia

L’altra parte della Luna
Vita segreta di ciò che non si è compiuto

Ci sono cose che non appariranno mai visibilmente.

Non troveranno la luce, non si compiranno, non lasceranno dietro di sé una traccia concreta che ci permetta di riconoscerle e dire ecco, è accaduto davvero.

Non ci arrabbieremo per loro. Non gioiremo. Non ne parleremo con qualcuno cercando le parole giuste per raccontarle. Non sapremo quali conseguenze avrebbero potuto produrre perché non saranno mai entrate fino in fondo nella realtà.

Rimarranno sospese nel tempo e nello spazio. Apparterranno a un’altra dimensione che non è propriamente la nostra pur continuando a popolare il nostro presente.

Il resto dell’articolo lo trovate qui 

Foto di Julija V. su Unsplash Continua a leggere  "L’altra parte della Luna"

Fare mondo

Continua la mia avventura su Substack, nello spazio di Casa di Parole.
Stavolta parlo della capacità di creare presenza e aprire piccoli varchi anche nei giorni in cui la vita sembra restringersi.

Il mio ultimo articolo della settimana è uscito questa mattina: lo ripubblico qui integralmente, con il rimando alla pagina originale.

Buona lettura e buon Primo Maggio a tutti.

Fare mondo

Piccole forme di presenza nei giorni in cui la vita sembra restringersi

 

Ci sono giorni in cui la vita sembra restringersi.

Non accade sempre in modo clamoroso. A volte non c’è un grande evento, non c’è una frattura visibile dall’esterno, non c’è una parola definitiva che spieghi il peso che sentiamo addosso. Eppure qualcosa si contrae. Lo spazio interiore si fa più piccolo, il futuro più opaco, i gesti più faticosi. Anche le cose semplici — alzarsi, uscire, rispondere a un messaggio, preparare qualcosa, aprire una finestra — sembrano richiedere una forza che non siamo certe di avere.

In quei giorni, forse, non si tratta di essere forti.

La forza, almeno come la immaginiamo di solito, è una parola troppo verticale, troppo compatta. Fa pensare a una postura salda, a una volontà intera, a qualcuno che sa sempre dove andare e come tenersi in piedi. Ma ci sono momenti in cui non siamo così. Ci muoviamo a frammenti. Procediamo per tentativi. Facciamo una cosa e poi ci fermiamo. Riprendiamo fiato. Ci perdiamo in un pensiero, poi torniamo a un gesto.

Eppure, anche così, continuiamo a fare mondo.

Fare mondo non significa riempire il vuoto a tutti i costi. Non significa tenersi occupate per non sentire. Non significa produrre, performare, dimostrare che tutto va bene. È qualcosa di più semplice e più profondo: continuare a generare presenza attorno a noi, anche quando dentro qualcosa trema.

Si fa mondo quando si rimette ordine in una stanza non perché la stanza sia il problema, ma perché il disordine esterno a volte parla troppo forte insieme a quello interiore.

Si fa mondo quando si prepara un caffè, si sceglie una crema per il corpo, si annaffia una pianta, si risponde con cura a qualcuno, si manda una locandina, si sistema una frase, si cerca una parola giusta.

Si fa mondo quando, pur essendo stanche, non rinunciamo del tutto alla Bellezza. Quando scegliamo una canzone non per lanciare un segnale, ma per farci compagnia. Quando entriamo in una libreria, in un cinema, in una conversazione, non perché siamo guarite, ma perché la vita non merita di essere consegnata interamente a ciò che ci ha ferito.

Fare mondo è una forma di fedeltà a sé stessi.

Non agli altri, non alle attese, non all’idea di dover essere sempre disponibili, comprensive, sorridenti. Fedeltà a quella parte di noi che continua a cercare senso anche nei giorni meno piani. A quella parte che sa ancora riconoscere un colore, una voce, una frase, un volto, un gesto gentile. A quella parte che non vuole diventare arida solo perché qualcosa ci ha fatto male.

Forse non sempre possiamo cambiare subito ciò che ci manca.

Non possiamo ordinare al dolore di tacere, né alla nostalgia di farsi discreta, né alla solitudine di togliersi di mezzo perché abbiamo altro da fare. Ma possiamo evitare che tutte queste cose diventino l’unico paesaggio.

Possiamo aprire un varco.

Un gesto alla volta, una parola alla volta, una stanza alla volta, una cura alla volta.

Fare mondo, allora, non è negare la ferita. È impedirle di diventare il centro del nostro presente.

È dire: sono stanca, ma non sono spenta. Sono triste, ma non sono assente. Sono attraversata, ma ancora capace di presenza.

E forse è proprio da qui che, senza clamore, la vita ricomincia a offrirci un nuovo respiro.

pure julia su Unsplash
L’articolo in originale è qui