Fare mondo

Continua la mia avventura su Substack, nello spazio di Casa di Parole.
Stavolta parlo della capacità di creare presenza e aprire piccoli varchi anche nei giorni in cui la vita sembra restringersi.

Il mio ultimo articolo della settimana è uscito questa mattina: lo ripubblico qui integralmente, con il rimando alla pagina originale.

Buona lettura e buon Primo Maggio a tutti.

Fare mondo

Piccole forme di presenza nei giorni in cui la vita sembra restringersi

 

Ci sono giorni in cui la vita sembra restringersi.

Non accade sempre in modo clamoroso. A volte non c’è un grande evento, non c’è una frattura visibile dall’esterno, non c’è una parola definitiva che spieghi il peso che sentiamo addosso. Eppure qualcosa si contrae. Lo spazio interiore si fa più piccolo, il futuro più opaco, i gesti più faticosi. Anche le cose semplici — alzarsi, uscire, rispondere a un messaggio, preparare qualcosa, aprire una finestra — sembrano richiedere una forza che non siamo certe di avere.

In quei giorni, forse, non si tratta di essere forti.

La forza, almeno come la immaginiamo di solito, è una parola troppo verticale, troppo compatta. Fa pensare a una postura salda, a una volontà intera, a qualcuno che sa sempre dove andare e come tenersi in piedi. Ma ci sono momenti in cui non siamo così. Ci muoviamo a frammenti. Procediamo per tentativi. Facciamo una cosa e poi ci fermiamo. Riprendiamo fiato. Ci perdiamo in un pensiero, poi torniamo a un gesto.

Eppure, anche così, continuiamo a fare mondo.

Fare mondo non significa riempire il vuoto a tutti i costi. Non significa tenersi occupate per non sentire. Non significa produrre, performare, dimostrare che tutto va bene. È qualcosa di più semplice e più profondo: continuare a generare presenza attorno a noi, anche quando dentro qualcosa trema.

Si fa mondo quando si rimette ordine in una stanza non perché la stanza sia il problema, ma perché il disordine esterno a volte parla troppo forte insieme a quello interiore.

Si fa mondo quando si prepara un caffè, si sceglie una crema per il corpo, si annaffia una pianta, si risponde con cura a qualcuno, si manda una locandina, si sistema una frase, si cerca una parola giusta.

Si fa mondo quando, pur essendo stanche, non rinunciamo del tutto alla Bellezza. Quando scegliamo una canzone non per lanciare un segnale, ma per farci compagnia. Quando entriamo in una libreria, in un cinema, in una conversazione, non perché siamo guarite, ma perché la vita non merita di essere consegnata interamente a ciò che ci ha ferito.

Fare mondo è una forma di fedeltà a sé stessi.

Non agli altri, non alle attese, non all’idea di dover essere sempre disponibili, comprensive, sorridenti. Fedeltà a quella parte di noi che continua a cercare senso anche nei giorni meno piani. A quella parte che sa ancora riconoscere un colore, una voce, una frase, un volto, un gesto gentile. A quella parte che non vuole diventare arida solo perché qualcosa ci ha fatto male.

Forse non sempre possiamo cambiare subito ciò che ci manca.

Non possiamo ordinare al dolore di tacere, né alla nostalgia di farsi discreta, né alla solitudine di togliersi di mezzo perché abbiamo altro da fare. Ma possiamo evitare che tutte queste cose diventino l’unico paesaggio.

Possiamo aprire un varco.

Un gesto alla volta, una parola alla volta, una stanza alla volta, una cura alla volta.

Fare mondo, allora, non è negare la ferita. È impedirle di diventare il centro del nostro presente.

È dire: sono stanca, ma non sono spenta. Sono triste, ma non sono assente. Sono attraversata, ma ancora capace di presenza.

E forse è proprio da qui che, senza clamore, la vita ricomincia a offrirci un nuovo respiro.

pure julia su Unsplash
L’articolo in originale è qui