Madri imperfette, amori necessari.

Custodire senza trattenere

Ci sono riflessioni che arrivano tardi. O forse no: arrivano nel solo tempo possibile, quando i figli sono ormai abbastanza grandi da non aver più bisogno di noi nello stesso modo di prima, e noi possiamo guardarli — e guardarci — con una verità meno ansiosa, meno presa dal fare.

Non sono mai stata una madre perfetta. Non credo, del resto, che esistano madri perfette. Esistono donne che provano, giorno dopo giorno, ad abitare quel ruolo complesso con gli strumenti che hanno, con il loro carattere, con la storia da cui vengono, con le ferite che si portano dentro e con l’amore, spesso impacciato ma reale, che riescono a dare.

Io ho cercato di essere così con i miei figli.

Ho cercato di esserci senza occupare tutto lo spazio. Di amarli senza farne un possesso. Di accompagnarli senza trattenerli. Non sempre ci sarò riuscita nel modo migliore, ma so di avere custodito con convinzione una cosa che per me è sempre stata essenziale: la loro autonomia. La loro libertà di diventare sé stessi, anche quando questo significava accettare differenze, distanze, modi di pensare e di vivere non sovrapponibili ai miei.

Sono stata, probabilmente, una madre atipica. Poco tradizionale per molti versi. Ma non per questo meno presente. Anzi. Credo di avere intuito abbastanza presto che educare non significa plasmare un figlio a propria immagine, né costruirgli intorno una protezione così fitta da impedirgli di respirare. Significa, piuttosto, offrirgli una base abbastanza solida da permettergli, un giorno, di andare via da te senza per questo perderti davvero.

Con il tempo si capisce che molte cose si possono riparare. Una parete si ridipinge. Un oggetto rotto si sostituisce. Una giornata storta si assorbe. Anche certe fatiche quotidiane, viste da lontano, perdono il loro carattere assoluto. Restano invece impresse altre cose, più sottili e più profonde: il tono della voce, la qualità degli abbracci, il modo in cui un figlio si è sentito guardato, accolto, corretto, rispettato.

Forse è questo che conta davvero.

Non la casa perfetta. Non l’organizzazione impeccabile. Non la madre sempre all’altezza di tutto. Ma la possibilità, per un figlio, di crescere sentendo che l’amore non era una gabbia, che la cura non coincideva con il controllo, che l’affetto non chiedeva in cambio una fedeltà assoluta o un debito eterno.

Custodire senza trattenere, per me, ha significato questo.

Accettare che i figli non ci appartengono. Che passano attraverso di noi, ma non sono una nostra estensione. Che possono amarci profondamente senza assomigliarci. Che possono allontanarsi senza tradirci. Che la misura del nostro essere state madri non sta nell’averli tenuti vicini a ogni costo, ma nell’aver dato loro abbastanza amore e abbastanza fiducia da permettere loro di stare nel mondo con una loro postura.

È una forma d’amore meno appariscente di altre, forse. Meno teatrale. Ma a me sembra necessaria.

Anche perché l’infanzia passa in fretta. Mentre noi lavoriamo, sparecchiamo, sistemiamo, rincorriamo scadenze, affrontiamo i nostri problemi di adulte, loro crescono. E spesso ci accorgiamo del tempo trascorso solo dopo, quando certi gesti non sono più così naturali, quando le mani cercano meno le nostre, quando gli abbracci si fanno più rari non per mancanza d’amore, ma perché la vita cambia forma.

Eppure qualcosa resta.

Resta il modo in cui li abbiamo fatti sentire dentro il nostro sguardo. Resta il ricordo di una madre che, pur imperfetta, ha provato a non ferire inutilmente. A non umiliare. A non soffocare. A esserci, anche male qualche volta, ma con buona fede. Con coscienza. Con amore.

Forse è questo che oggi sento di poter dire, senza trionfalismi e senza false modestie: non sono stata una madre perfetta, ma ho cercato di essere una madre viva. Una madre capace di affetto, di presenza, di rispetto. Una madre che ha considerato l’indipendenza dei propri figli non come una perdita, ma come una conquista.

E se c’è una cosa che ancora mi commuove, pensando a tutto questo, è proprio la semplicità di certe verità: i figli crescono una volta sola. Noi, invece, continuiamo a imparare a essere madri per tutta la vita.

Konstantin Alekseev su Unsplash

L’articolo in originale è qui 

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 6th Lesson

The rarest form of Humanity is to remain able to feel,

within oneself and for others 

despite everything

 

 

La forma più rara di umanità

è restare capaci di sentire, dentro di sé e verso gli altri 

nonostante tutto

Lucia Guida 

 

 

Artem Kovalev su Unsplash

Fiori – Flowers

Confesso, è un mio vezzo quello di fotografare fiori quando sono in viaggio di qualsiaso provenienza essi siano.  Non saprei spiegare perché; probabilmente perché da bambina mi piaceva tantissimo contornarmene. Ricordo un capriccio di quelli colossali, ero piccolissima: e mio padre che, preso dallo sconforto, si recò al mercato riuscendo a farsi regalare da un contadino fiori di campo per me.
Qui di seguito una piccola selezione di scatti a tema floreale effettuati in viaggio nella Svizzera tedesca in occasione della mia recente visita ai miei ragazzi. E qualche mio e altrui pensiero a tema.
A presto

Lucia

To him who keeps an Orchis’ heart − The swamps are pink with June
Emily Dickinsons, Poems, 1850/86

The Earth laughs in flowers

Ralph Waldo Emerson


Un bel fiore è tanto impenetrabile quanto una bella donna

Sidonie-Gabrielle Colette (1948)

 

Ridon le primule nel prato, gialle

Gianni Rodari

 

Il y a des fleurs partout pour qui veut bien les voir

 Henri Matisse

 

Ritorni in punta di piedi

Dopo la pausa pasquale dedicata agli affetti di famiglia riprendono le mie pubblicazioni sulla mia pagina Casa di Parole di Substack.

Questa volta torno su un tema che mi accompagna spesso:i rientri, e quel momento sospeso in cui ogni viaggio  può diventare una potente metafora esistenziale. Perché qualsiasi viaggio, se c’è ed è vissuto realmente, è prima di tutto un percorso interiore.
Buona lettura a tutti
A presto

Lucia

Ritorni in punta di piedi

Ci sono rientri che non fanno rumore

Il ritorno non è mai un gesto netto.

Non coincide con l’arrivo in stazione, né con l’attimo in cui il treno rallenta e qualcuno si alza, intempestivo, per prendere la valigia.

Il ritorno comincia molto prima.

Forse nel punto esatto in cui smetti di guardare fuori dal finestrino e inizi, senza accorgertene, a guardare dentro.

C’è un tempo sospeso, nei viaggi di ritorno, che non appartiene né al luogo che lasci né a quello in cui stai tornando. È un tempo intermedio, senza richieste. Non c’è nessuno che ti chieda di essere coerente, di decidere, di spiegare.
(…)
Il resto, se ne avete piacere, è qui

 

La Domenica degli Ulivi

(…)

Devi vivere con tanta dignità
da potere, a settant’anni,
piantare un ulivo,
non perché
un giorno sia dei nipoti,
ma perché, avendo paura di morire,
tu non credi nella Morte
perché
la vita trabocca.

da Nazim Hikmet, Potere, a settantanni, piantare un ulivo

Non so da cosa mi derivi tutta questa fascinazione per gli alberi d’ulivo. Forse dall’essere nata in una terra in cui la campagna era costituita da vigneti e uliveti. O magari per la grazia innata che un ramo di foglie d’ulivo, argentate e affusolate, aeree quasi, possiede. Né so esattamente perché la Domenica delle Palme sia della liturgia pasquale la giornata in assoluto che mi prende di più. È probabilmente il pensiero della calma quieta, quella che precede la tempesta, ad averla vinta sull’incalzare degli eventi drammatici che culmineranno nella morte di Cristo, prima del trionfo finale della sua Resurrezione. Della mia religiosità essenziale qualcuno sa già. Non è però a conoscenza del fatto che l’unica celebrazione religiosa canonica dell’anno a cui partecipo è quella della Domenica delle Palme. Ogni volta vissuta in una basilica della città in cui vivo in cui riesco a respirare un po’ di spiritualità genuina, nonostante l’alzataccia che mi obbliga a recarmici all’alba per assistere alla prima messa del giorno. Cosa che ho fatto anche stamattina, nonostante le poche ore di sonno e la prima giornata di ora legale, al varco per me e per tutti come a ogni  primavera. Procurandomi con una piccola offerta dei rami d’ulivo all’entrata – rami  che, poi, in chiesa verranno benedetti dal sacerdote officiante nel corso del rito. Per poi portarli a casa con me sparpagliandoli nelle camere. E, magari, offrirli come piccolo atto gentile a chi porto nel cuore.
In una sequenza fatta di buio, luce, verde delicato. Con un piccolo puntino luminoso extra: il saluto e gli auguri inaspettati, graditissimi, all’uscita della chiesa da parte dei genitori di una mia ex studentessa, prima di riprendere la strada verso il mare e verso casa.

Lucia

A trip to Bologna

Metti una città che è nel tuo cuore da quando l’hai conosciuta e apprezzata. una kermesse familiare a cui hai deciso di partecipare con entusiasmo, un weekend decisamente primaverile fatto di aria frizzantina, cielo azzurro e tanto sole. Mescola con equilibrio tutti questi elementi e aggiungi come ingrediente consueto pochi scatti col cellulare, rigorosamente di “pancia”. Fatti con l’idea di conservarli nella memoria guardandoli con un sorriso. Otterrai come risultato finale il resoconto di un fine settimana bolognese, molto scelto e molto vissuto.
Buona visione
Lucia

Quando acquisto un biglietto ferroviario è raro che scelga il posto. Mi lascio un po’ guidare dal caso, forse per pigrizia o forse per un leggero senso di fatalità. E così capita – com’è accaduto stavolta – che io debba sedere al lato del finestrino. Una soluzione che non mi entusiasma troppo perché mi dà poca libertà di movimento incastrata in un angolo, ma che stavolta però mi ha consentito di guardare il panorama soleggiato e primaverile che mi sfilava davanti agli occhi. Una piccola promessa di apertura dopo la mia partenza da una città avvolta nel grigio chiaro delle nuvole.

 

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Visione d’Autore: “La mattina scrivo” di Valérie Donzelli

Non sempre chi decide di cambiare vita trova comprensione intorno a sé. A volte accade il contrario: dubbi, resistenze, silenzi. È quello che succede a Paul, protagonista de La mattina scrivo, un fotografo che a un certo punto sceglie di abbandonare la propria strada per inseguire un desiderio più profondo: diventare scrittore a tempo pieno.

Una decisione che lo espone non solo alle difficoltà pratiche del cambiamento, ma anche allo scetticismo – quando non alla vera e propria mancanza di sostegno da parte di  chi gli è più vicino.
Ho provato a raccontare questo percorso nella mia ultima recensione pubblicata su Mentinfuga.

Buona lettura a tutti
A presto

La mattina scrivo di Valérie Donzelli

Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non garantisce la ricchezza.
Ero un fotografo e ho mollato tutto per diventare scrittore. Ma rimanere scrittore è tutta un’altra storia.

La mattina scrivo, diretto da Valérie Donzelli e vincitore per la migliore sceneggiatura all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, è la storia di Paul (Bastien Bouillon), fotografo quarantaduenne che rinuncia alla sua ben pagata e redditizia professione per dedicarsi a tutto tondo alla scrittura. I suoi primi lavori, sebbene apprezzati dalla critica, poco incontrano però il favore delle folle vendendo meno di quanto la sua casa editrice, ben attenta a precise logiche commerciali, si sarebbe aspettata. In aggiunta il nuovo romanzo una volta ultimato e sottoposto alla redazione viene considerato non pubblicabile. In profonde ristrettezze economiche Paul decide di iscriversi a una piattaforma di condivisione tra privati in cui su base d’asta vengono richieste e offerte piccole prestazioni, adattandosi a vivere in un monolocale prestatogli da un familiare pur di portare avanti la sua attività di autore.
(…)

Qui il link per leggerla al completo

 

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Seconda mia intervista per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Stavolta è il turno di Elisa Kirsch, autrice expat, saggiatrice e prosatrice, italianista.

Con lei abbiamo parlato di Gastarbeiterliteraturdi club librari, di stereotipi di genere, identità non solo scrittoria e vita da expat.

«Scrivere significa anche abitare più luoghi contemporaneamente».
Anche stavolta siamo entrate nel dettaglio dell’universo letterario, coniugandolo con le esperienze concrete che la vita ci chiede di intraprendere. Ne emerge il ritratto di un’autrice che vive la scrittura come attraversamento di confini: linguistici, cultirali ed esistenziali.
Buona lettura.

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Nata a Torino nel 1988, Elisa Kirsch vive in Germania stabilmente dal 2013 nella regione della Ruhr in equilibrio perfetto tra due sponde fatte di radici e nuove appartenenze. Membro storico e caporedattrice de Il Club del Libro, community on line di lettori, si è formata e ha lavorato come italianista e comparatista alla Ruhr-Universität Bochum. Ha esordito nella scrittura con un romanzo intitolato E lucevan le stelle, Miraggi (2018), seguito dai saggi editi da Divergenze Primo Levi e la coscienza poetica del 2021 e Gastarbeiterliteratur del 2023. A oggi la sua ultima pubblicazione è il racconto autobiografico Il paese dove (s)fioriscono i limoni vincitore della I edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding per la categoria “nuova emigrazione” parte dell’antologia di AAVV Sconfinamenti edita da Ianieri nel 2024.

Data la par condicio con cui si è dedicata a entrambi questi ambiti, si sente più una saggista o una prosatrice?

I miei saggi sono nati entrambi – non a caso – negli anni in cui ero immersa nel mondo accademico. Si tratta infatti di ricerche compiute in ambito universitario a cui poi ho rimesso mano per pubblicarli in forma di saggi agevoli, divulgativi. Il tipo di approccio rispetto alla stesura di un romanzo o un racconto è completamente diverso: i miei lavori in prosa nascono da una sorta di urgenza interiore, qualcosa di cuore e di pancia che poi, certo, per trovare una forma compiuta ha bisogno anche della testa, ma resta sempre di base poco razionale (…)

Trovate il resto dell’articolo qui 

 

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 4th Lesson

Strong women are not made of stone.

We endure. We build.

And we still need tenderness.

 

Le donne forti non sono fatte di pietra.

Resistono. Costruiscono.

E hanno comunque bisogno di tenerezza.

L. Guida





Lo scatto "A Nice Tender Daisy" è mio.