L’acqua, il ponte, il Fuji: il Giappone nello sguardo di Monet

Iniziamo la settimana con un piccolo reblog, quello del mio articolo uscito ieri sulla rivista Mentinfuga tratto dal mio recente viaggio in Francia.

Un viaggio dentro Giverny e dentro lo sguardo di Monet tra natura, arte e suggestioni giapponesi. Un luogo che è un unicum in cui bellezza, cultura e memoria continuano ancora oggi a dialogare.

Buona lettura a tutti

Lux

L’acqua, il ponte, il Fuji: il Giappone nello sguardo di Monet

Entrare nel giardino di Claude Monet a Giverny significa, in qualche modo, entrare dentro un quadro. Prima ancora di riconoscere ciò che la pittura ha reso familiare — il ponte, l’acqua, le ninfee — si avverte una strana inversione: non è più il paesaggio a ricordare l’opera, ma l’opera ad aver modificato per sempre il nostro modo di guardare quel paesaggio.
Eppure, nel cuore della Normandia, quel giardino racconta anche una storia che conduce molto lontano. Fino al Giappone.
Monet non viaggiò mai nel Paese che tanto lo affascinava. Il Giappone arrivò però fino a lui attraverso le stampe ukiyo-e che, nella seconda metà dell’Ottocento, entrarono con forza nell’immaginario europeo. Dopo secoli di relativo isolamento, l’apertura dei porti giapponesi verso l’Occidente rese disponibili oggetti, ceramiche, tessuti e soprattutto xilografie destinate a esercitare un’influenza enorme sugli artisti europei.
Attorno al primo incontro di Monet con le stampe giapponesi è nata anche una piccola leggenda. Secondo una delle versioni più fortunate il pittore le avrebbe scoperte in Olanda, utilizzate come semplice carta da imballaggio in una bottega. Le ricostruzioni non coincidono e lo stesso Monet avrebbe raccontato diversamente quell’incontro; resta però suggestiva l’immagine di opere destinate a modificare lo sguardo della pittura europea arrivate in Occidente quasi per caso, confuse fra gli oggetti della vita quotidiana.
Monet ne fu un collezionista appassionato. Ancora oggi, nella sua casa di Giverny, le stampe giapponesi occupano le pareti quasi con la naturalezza di una presenza domestica. Hiroshige, Utamaro e, naturalmente, Katsushika Hokusai.
È forse proprio con Hokusai che il dialogo diventa più suggestivo.

L’articolo completo è qui

 

In foto particolare del giardino della Maison de Monet, scatto mio – settembre 2026

 

La sete leggera del tè. Dentro il Sadō a Kyoto

Ci sono esperienze di viaggio che non restano soltanto nella memoria, ma continuano a lavorare dentro, in silenzio.

La cerimonia del tè a Kyoto è stata una di queste.

Ne è nato questo pezzo, pubblicato su Mentinfuga, che condivido anche qui:

La sete leggera del tè – Dentro il Sadō a Kyoto


A Kyoto, prima ancora del tè, c’è stato il silenzio.
Non un silenzio vuoto, ma una soglia. Il momento in cui il passo rallenta, la voce si abbassa, lo sguardo comincia a posarsi sulle cose con una precisione diversa. La stanza, il tatami, gli utensili disposti con cura, la postura di chi prepara e quella di chi riceve: tutto sembrava sottratto alla fretta, ricondotto a una misura più esatta.
Assistere a una cerimonia del tè in Giappone significa entrare in un tempo altro. Non è semplicemente bere una tazza di tè, né partecipare a una parentesi folkloristica dentro un itinerario turistico. La cerimonia del tè – chanoyu, oppure sadō/chadō, la via del tè – è una pratica codificata in cui la preparazione del matcha, il tè verde in polvere, diventa gesto estetico, disciplina interiore, forma dell’ospitalità.


Il resto dell’articolo lo trovate qui




Ph. credit: scatti di Lucia Guida e Kanae Takei, tutti i diritti riservati