Viola Ardone si racconta a Mentinfuga.
Dagli esordi a Tanta ancora vita, un dialogo sulla scrittura, sulla memoria e sulle storie che danno voce a esistenze spesso rimaste ai margini.
Per la rubrica Voci letterarie, ho avuto il piacere di intervistare una delle voci più significative della narrativa italiana contemporanea.
Buona lettura
Voci letterarie. Viola Ardone e il diritto di raccontarsi.
Un bambino diviso tra due madri e due mondi, una ragazza che rifiuta il destino che altri hanno stabilito per lei, una giovane donna cresciuta tra le mura di un manicomio. Amerigo, Oliva ed Elba sono i protagonisti di tre romanzi attraverso i quali Viola Ardone ripercorre alcune delle trasformazioni più significative del Novecento italiano restituendo alla grande Storia la dimensione concreta e contraddittoria delle esistenze individuali.
Ma il suo percorso letterario ha inizio prima con una scrittura già attenta alle relazioni umane, alla complessità dei sentimenti e alle possibilità di cambiamento. Un’attenzione che si intreccia anche con la sua esperienza di docente e con i laboratori di scrittura nell’Istituto penale minorile di Nisida.
Con Tanta ancora vita, il suo romanzo più recente, lo sguardo si sposta sul nostro presente, attraversato dalla guerra e dalle migrazioni. Riemergono così alcuni interrogativi che percorrono tutta la sua produzione. Che cosa significa appartenere a qualcuno o a un luogo? Quanto del nostro destino possiamo scegliere? E quale ruolo possono avere le parole nel dare forma alla nostra identità?
In questa conversazione ripercorriamo con Viola Ardone le tappe della sua esperienza letteraria, soffermandoci non soltanto sui temi civili e storici dei suoi romanzi, ma anche sulle scelte narrative, sulla costruzione delle voci e sulla complessità psicologica dei personaggi.
Nei suoi primi due romanzi troviamo già alcuni temi della produzione successiva. Quali elementi riconosce come fondativi della propria scrittura e quali sente di aver progressivamente abbandonato?
Riconosco soprattutto l’interesse per le persone che a un certo punto si accorgono di vivere una vita decisa da altri. Cambiare, allora, significa anche scontentare qualcuno, rinunciare all’approvazione, sopportare di non riconoscersi per un po’. Questo mi interessa ancora. E già nei primi libri cercavo una lingua che avesse un suono, un andamento riconoscibile: la sperimentazione sulla voce non è cominciata con Amerigo. Quanto a ciò che ho abbandonato, spero di avere imparato a spiegare meno. Scrivendo si può essere tentati di accompagnare ogni gesto del personaggio con la sua interpretazione, quasi si temesse di non essere capiti. Oggi mi interessa di più lasciare uno spazio tra quello che una persona fa e quello che crede di fare. Spesso un romanzo comincia a essere interessante proprio in quella distanza.
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Viola Ardone @ Riccardo Siano





