Visione d’Autore: “Hamnet. Nel nome del figlio” di Chloé Zhao

Ci sono storie che non si guardano soltanto.
Si attraversano.
Dopo i recenti riconoscimenti ricevuti da Hamnet. Nel nome del figlio per la regia di Chloé Zhao, torno con il pensiero a quella narrazione silenziosa e intensa che mi aveva colpita fin dalla prima visione.
Hamnet è un film che parla di amore, perdita e memoria senza mai alzare la voce.
Una storia che non cerca il clamore ma resta.
Ho scritto una riflessione più ampia sulla versione cinematografica dell’omonimo romanzo di  Maggie O’Farrell, co-sceneggiatrice con la Zhao, pubblicato nel 2020. La trovate sulla rivista indipendente on line Mentinfuga.
Buona lettura
A presto

Hamnet. Nel nome del figlio di Chloé Zhao

Quando Will, William Shakespeare (Paul Mescal), protagonista maschile di Hamnet – Nel nome del figlio, incontra Agnes Hathaway (Jessie Buckley) resta folgorato dal magnetismo di quest’ultima. La ragazza, insofferente agli schemi del tempo, conduce un’esistenza da natural woman, secondo i dettami impartiti dalla madre – sensitiva e donna delle erbe, guardata con sospetto dagli abitanti di Stratford-upon-Avon – morta quando Agnes era ancora bambina. Vive con il padre e una matrigna che mal sopporta quella figliastra così sui generis, incarnazione di una diversità che inquieta.

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Visione d’Autore: “Le cose non dette” di Gabriele Muccino

L’incomunicabilità nei rapporti interpersonali è da sempre uno dei mali più grandi del genere umano. Scegliere di non entrare in relazione con l’altro trincerandosi in una miriade di non detti in nome di un silenzio disumanizzante e mortifero una sorta di anticamera della non-vita.
Su 𝘔𝘦𝘯𝘵𝘪𝘯𝘧𝘶𝘨𝘢 la mia recensione de “Le cose non dette”di Gabriele Muccino,in cui questa tematica così attuale e pregnante è trattata con grande lucidità. Il film è tratto dal romanzo “Siracusa” della scrittrice americana Delia Ephron, autrice col regista della sceneggiatura, ed è la mia nuova proposta cinematografica per voi
Buona lettura
A presto

Le cose non dette di Gabriele Muccino

Quanto conta l’incomunicabilità in una relazione affettivo-sentimentale e nella vita più ampia? Le cose non dette, tratto liberamente dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, scrittrice americana che ne ha firmato la sceneggiatura assieme al regista, e ultima opera cinematografica di Gabriele Muccino, lascia allo spettatore il compito di ricavarne il peso specifico, proponendo una storia estremamente calata nella realtà e molto vicina alla quotidianità della gente comune.

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Visione d’Autore: “Primavera” di D. Michieletto

Prima recensione dell’anno, stavolta filmica, per il sito mentinfuga . In deciso e voluto slow motion rispetto all’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche il mio POV sul film “Primavera” per la regia di Damiano Michieletto, liberamente tratto dal romanzo premio Strega 2009 Stabat Mater di  Tiziano Scarpa.
Buona lettura e buona visione a tutti
Lucia

Primavera di Damiano Michieletto

Cecilia (Tecla Insolia) è un’orfana dalle origini incerte ospite dell’Ospedale della Pietà, celeberrimo orfanotrofio veneziano. L’unico elemento che ne individua la provenienza è il frammento di un’immagine custodita in un librone che reca le tracce delle madri biologiche di ciascuna di loro e che potrebbe costituire un elemento probante nel caso qualcuno venisse a reclamarle. Con sua madre Cecilia conserva un rapporto epistolare unilaterale e molto tormentato; scrive, infatti, nottetempo con amarezza e veemenza le sue considerazioni su un abbandono che l’ha segnata in modo indelebile (…)

la recensione in originale è qui  

Ph. credit: filmitaliadotorg

Visione d’Autore: “La Dea Fortuna” di F. Ozpetek

Cari amici, dopo ben due mesi di pausa riprendo a postare qualcosa di mio. Questa volta mi cimento in una recensione filmica, pubblicata sul sito Cyrano Factory il 23 dicembre 2019, a ridosso della sua uscita nelle sale cinematografiche.
Un modo come un altro per riflettere sulla vita e sule cose del mondo. Con il valore aggiunto di aver visionato tra i primi l’ultima opera di un regista che apprezzo tantissimo e da tempi non sospetti.
Buona lettura e buona visione a tutti
Lucia

Solo vita quotidiana e concreta nell’ultimo film di Ozpetek.
Una narrazione fatta di piccoli e significativi episodi che potrebbero avere ciascuno di noi come protagonisti: l’amica storica che ricompare a sorpresa con un problema familiare alle spalle per cui chiede aiuto durante i festeggiamenti per il coronamento di un sogno d’amore di due sposi gay celebrato con una grande kermesse coloratissima, vociante e festosa; una coppia alle prese con le prime avvisaglie di una demenza precoce che ha colpito uno dei due; un vissuto in condivisione, gioie e dolori, con vicini-amici di casa e non semplicemente conoscenti; un rapporto affettivo-sentimentale che pare arrivato al capolinea dopo una lunga convivenza;  Roma con le sue mille contraddizioni e sottofondo pregiato che, tuttavia, emerge a testa alta nel prosieguo della storia; una divinità antica, la Dea Fortuna, dallo sguardo enigmatico e magnetico che pare abbracciare tutti senza toccare intimamente nessuno, pronta a tessere un filo invisibile ma robusto che alla fine riuscirà a legare indissolubilmente i protagonisti della storia.
E poi Sandro e Martina, due bambini cresciuti con la saggezza di chi ha imparato a confrontarsi col mondo adulto con un potente esercizio di resilienza in bilico tra l’autenticità propria dei pochi anni posseduti e la sfrontatezza tenera e caparbia di chi ha appreso presto ad amministrarsi da sé nel mondo dei grandi e che fa dire a Martina “tu sei già vecchio” ad Arturo (Stefano Accorsi), mettendo un freno alla sua accorata e forse un po’ troppo melodrammatica disamina esistenziale personale.
E poi c’è la magia femminile dolente e festosa raccontata dal regista di Annamaria (un tempo innamorata del suo amico di sempre, Alessandro, tanto da chiamare suo figlio con lo stesso nome e artefice della creazione della coppia Alessandro-Arturo); una delicata tratteggiatura dell’universo femminile fatta di determinazione, ingenuità, speranza messa a tacere per poi disvelarsi in un finale per qualcuno buonista ma assolutamente coerente all’intreccio come solo Ozpetek è capace di fare. Annamaria soffre paradossalmente di una patologia congenita cerebrale, lei che per una vita si è barcamenata tra ragione e sentimento, dosando consapevolmente l’uno e l’altro nelle proprie vicissitudini ma anche nell’educazione e nell’allevamento dei propri figli. Una madre single che ‘osa’ replicare una maternità difficile da sola forse per riparare ai danni subìti durante l’infanzia per mano di Elena, algida e spietata nobildonna siciliana, genitrice di fatto ma mai ‘madre’ fino in fondo.
Un film che  conserva di sottofondo l’onirico caratteristico del regista e che val la pena di andare a vedere, non fosse altro che per ricordare che c’è sempre una felicità (o forse serendipità?) possibile a saperla ben intravvedere e, poi, costruire sporcandosi le mani (e cioè agendo fino a reinterpretare regole che al bisogno possono ben essere riscritte per il bene di tutti). Con un’ultima chicca finale: la canzone “Luna Diamante” scritta da Ivano Fossati e interpretata da Mina, valore aggiunto e ultimo tocco di passionalità per blandire la malinconia di questa storia dolceamara.

Lucia Guida

 

trovate la recensione in originale  qui 

 

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ph. credit: Ansadotit