Presentazioni d’autore: “XXI Secolo” di Paolo Zardi

La mia lettura dell’ultima fatica letteraria di Paolo Zardi, finalista al Premio Strega 2015.

Buona lettura e a presto.

Il romanzo

Una vita ordinaria, all’apparenza senza infamia e senza lode a emblema del tempo che la racchiude, è quella del venditore di depuratori d’acqua protagonista di “XXI Secolo” di Paolo Zardi, la cui narrazione è inserita in un frangente storico non troppo lontano dai nostri giorni perché il lettore non si immedesimi e non ne indossi con empatia i panni. Il protagonista si barcamena con abilità col suo lavoro, in bilico tra la determinazione che lo caratterizza e il senso di precarietà trasudante dal nuovo millennio; una famiglia composta canonicamente da moglie e due figli, una casa, infine, di periferia, baluardo della media borghesia di una volta sono il suo punto di partenza e di arrivo giornalieri.

Una tragica fatalità convince l’uomo, che è anche narratore della storia, a fermarsi a riflettere con attenzione sulla propria routine: sua moglie viene colpita da un ictus. Quest’evento cambierà, rinnovandola e, in qualche modo vivificandola, la prospettiva esistenziale sua e delle persone che ama, nonostante lui si muova su un palcoscenico complesso e  difficile da calcare.

Del nome di quest’uomo non sapremo nulla se non che è composto da tre sillabe, pronunciate da sua moglie in un letto d’ospedale solo nelle ultime pagine del libro.

Il XXI secolo di Zardi è accusa forte e potente, per certi versi monito della realtà in cui stiamo lentamente scivolando, glissando sulle nostre colpe, la nostra indifferenza e un certo grado di superficialità che potrebbe tranquillamente afferrare chi preferisce buttarsi ogni cosa dietro le spalle perché troppo pigro per guardare con grinta e coraggio maggiori al presente. All’inizio il venditore porta a porta è prigioniero di una rassegnazione che, tuttavia, non è mera lotta per la sopravvivenza ma resilienza, e cioè capacità di far fruttare in positivo, con un atteggiamento mentale di apertura alle occasioni del mondo nonostante tutto cospiri a fagocitarlo pian piano.

I temi trattati in questo romanzo, che io definirei solo in parte distopico, sono tanti e giocati su paradossi estremamente verosimili che cozzano in modo voluto contro alcuni puntelli consolidati dei nostri giorni. Uno tra tanti la scelta di gruppetti di anziani di consorziarsi in gang per assaltare, specie durante i sempre più frequenti blackout di energia elettrica, ospedali, condomini e centri commerciali contrapposta al desiderio di ragazzi e adolescenti di periferia meno smaniosi di cercare completamento nel piccolo o grande gruppo, certamente più intenti a cogliere a piene mani la vita da soli o in coppia, nelle sue sfaccettature più istintuali e primordiali.

In questo mondo futuro molto più prossimo di quanto si creda la sofferenza è tollerata nella misura in cui rientra in una gestione consumistica di se stessa rappresentata dal “kit di sopravvivenza” consegnato al nostro protagonista dall’efficiente factotum di un albergo con sapienza aperto proprio di fronte al mega ospedale che ospita Eleonore in una camera a lunga degenza: pochi oggetti di uso comune per  consentire ai parenti dei malati di tirare il giorno, aspettando che qualsiasi situazione si evolva o, peggio, s’involva.

La solitudine è nelle pochissime parole delle donne amiche di sua moglie che il nostro decide di incontrare per cercare di dare un senso alla realtà del tradimento subito e scoperto per caso, provando a forzare la privacy della donna della sua vita.  Saranno appuntamenti consumati in appartamenti e bar fatiscenti, residuati bellici di una società che ha cercato aggregazione fittizia costruendo nonluoghi improbabili come una pensilina d’autobus, capace di riunire solo per qualche istante persone di sensibilità differente. Rendez-vous che non forniranno nessun tipo di risposta alle domande dell’uomo/venditore ma che avranno il merito di portarlo finalmente a riflettere su se stesso e a farlo giungere a una conclusione che la decriptazione della memoria del cellulare di Eleonore non potrà che confermare. Trionferà l’amore e sarà un sentimento sfrondato da ogni possibile sovrastruttura distorsiva. Un’attitudine di cuore e di mente priva di senso di possesso e ricca di gratitudine vera, sentita, per una donna che ha scelto comunque di non rinunciare a lui e agli affetti di famiglia, pur rivendicando una possibilità concreta di vivere la propria femminilità.
Le scelte stilistiche di Paolo sono estremamente lineari e approfondite. La narrazione corre su un filo ben teso che cattura il lettore da subito impedendogli di volgere altrove lo sguardo. Definirei quest’opera un concentrato di vita vissuta ed esperita, priva totalmente di qualsiasi velleità didascalica, resa in modo accattivante, mai seduttiva tout court. La filosofia esistenziale del suo autore impregna ogni singola pagina contribuendo a conferire valore aggiunto a fabula e intreccio con un’estrema coerenza scrittoria e personale che viene da principio percepita e accettata rendendone la lettura piacevole dall’inizio alla fine.

L’autore

Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo Edizioni, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013), spingendo molti a definirlo il miglior scrittore italiano di racconti vivente. Suoi il romanzo La felicità esiste (Alet, 2012) e il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti (Caratteri Mobili, Piano B, Ratio et Revelatio, Hacca, Psiconline, Galaad, Neo Edizioni) e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo AmoreRivista Inutile e nella rivista Nuovi Argomenti. È il primo autore italiano ad essere stato tradotto e pubblicato dalla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles) con il racconto “Sei minuti” in Antropometria, con la traduzione di Matilde Colarossi. Cura il seguitissimo blog grafemi.wordpress.com.

“XXI Secolo”, edito da Neo Edizioni nel 2015, è stato finalista al Premio Strega del medesimo anno.

Paolo Zardi, XXI Secolo, ISBN 9788896176313      € 13,00

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Paolo Zardi, XXI Secolo, ISBN 9788896176313      € 11,05

 

Il link originale di questa recensione lo trovate qui.

 

Briciole di precaria e ordinaria felicità

Un lavoro che sfuma via e un figlio inatteso che preme per nascere sono le novità piombate all’improvviso nella routine di Giulio e Maura, sconvolgendo la loro vita di coppia consolidata. Dopo un periodo di comprensibile disorientamento entrambi sapranno trasformare questo terremoto esistenziale in una concreta opportunità di crescita. Assieme a una felicità da centellinare poco a poco e, forse, per questo, molto più intensa da assaporare.

Buona lettura e buon ferragosto

A presto

Briciole di precaria e ordinaria felicità

Giulio respirò a fondo nell’aria frizzantina di primo mattino guardando gli altri pendolari sparpagliati sotto la pensilina che li accoglieva. Incrociare ogni giorno le loro occhiate, durante l’attesa di quella corsa bis extraurbana che li avrebbe portati al lavoro, lo faceva sentire stranamente in compagnia e pervaso da una forza maggiore.

Immerso in una sorta di amarcord dal sapore agrodolce rammentò come appena un anno fa avesse concesso un’attenzione davvero marginale alle indiscrezioni delle segretarie di direzione, tiratissime in pausa caffè, su possibili tagli in ditta. Una trascuratezza, la sua, ampiamente giustificata dalla notizia di un figlio in arrivo.

Maura, la sua compagna, gli aveva detto del lieto evento una sera come tante mentre erano davanti alla portafinestra della loro mansarda, aperta su un cielo illuminato da una luna ruffiana che gli era rimasta impressa dentro. Prima di sussurrargli la novità con voce sbarazzina l’aveva guardato con occhi brillanti ma ciò non aveva impedito che gli mancasse un battito. Scoprire che a breve sarebbe diventato padre, prospettiva sino a quell’istante considerata  piuttosto remota, l’aveva del tutto e irrimediabilmente spiazzato. Stretto a lei aveva contrabbandato vigliaccamente lo smarrimento della propria voce per genuina commozione passando il resto della notte ad ascoltare il respiro regolare della sua donna, già madre conclamata di quel bimbo in viaggio, per lui, invece, immagine ancora così indefinita.

Poi le cose erano precipitate in un attimo.

La sua azienda, apparentemente in ottima salute, si era decisa a delocalizzare, trasferendo la produzione oltremare e smantellando anche gli uffici amministrativi in cui Giulio lavorava dai tempi del diploma. L’aveva riferito di getto a Maura non appena aveva saputo, interrompendola nella vivace descrizione del suo primo sopralluogo in un negozio di articoli di prima infanzia. Lei aveva socchiuso gli occhi, come per proteggerli da una folata traditrice di vento, poi li aveva riaperti sorridendogli incoraggiante. Quella notte avevano fatto l’amore con fantasia e generosità, lo sguardo dell’una avvinghiato a quello dell’altro come ai primi tempi della loro storia. Addormentandosi quasi all’unisono, stremati dalla passione.

L’ultimo mese di lavoro di Giulio era passato in fretta ed erano arrivati alla prima ecografia del bambino. Vedere quel puntino luminoso pulsare già con tanta vitalità gli aveva fatto lo stesso effetto di un giro sulle montagne russe da ragazzo. Aveva ascoltato con attenzione le parole dell’ecografista prestandosi, più tardi, a casa dei genitori di lei, agli sguardi emozionati e alle congratulazioni di tutti, alle pacche di approvazione di suo cognato e alla pianificazione complice del loro matrimonio da parte delle donne di famiglia. Rientrato a casa aveva deciso di concedersi in solitudine l’ultima sigaretta della giornata sul minuscolo terrazzo, incurante del freddo penetrante di quella città di mare così umida e gelida d’inverno.

«Ce la faremo», erano state le uniche parole di lei prima di abbracciarlo e baciarlo su una guancia, piombando poi velocemente nel sonno e lasciandolo ai suoi tanti pensieri.

Il pomeriggio successivo l’aveva trovata a contemplare assorta la sottile striscia di mare grigiazzurro dalla finestra.

«Tutto bene?». Alla sua voce lei era trasalita come una bimba nel pieno di una marachella, annuendo subito dopo con un sorriso senza guardarlo. A poca distanza, in uno scatolone, c’era un bel po’ di roba che aveva tutta l’aria di essere stata cestinata da poco. Maura l’aveva trascinato sul divano chiedendogli con nonchalance di quel rientro anticipato. Si era stretto nelle spalle e aveva risposto che oramai in ufficio non c’era più molto da fare. Allora lei l’aveva finalmente fissato, gli occhi castani appena coperti da un velo in cui lui era riuscito a scorgere fragilità e forza assieme che gli avevano smosso qualcosa dentro. Con tono allegro le aveva proposto una camminata sulla battigia, il viso di entrambi sferzato dalla brezza marina, avvolti dal calore mite dei raggi di sole di novembre.

A casa, mentre lei era sotto la doccia, si era ricordato del cestino cedendo alla tentazione di ispezionarlo velocemente, scoprendovi, accartocciati, campioni di partecipazioni nuziali, un menu del ristorante in cui l’aveva portata al loro primo appuntamento e il modello di un abito da sposa molto romantico che aveva tutta l’aria di essere troppo costoso. Mentre cenavano davanti alla TV, dividendosi tranci di pizza e facendo zapping tra un telefilm e un talk show, lei aveva ricevuto la telefonata di sua madre e, con una smorfia, s’era portata in bagno il cordless per risponderle. In principio lui l’aveva sentita discutere a lungo con foga; poi, silenzio assoluto. Con occhi fiammeggianti e appena un cenno di insofferenza   gli si era nuovamente accoccolata accanto e lui aveva, per quella sera, deciso di glissare sui tanti perché che gli ronzavano dentro, simulando un’indifferenza che non provava e che gli aveva lasciato in bocca un retrogusto fatto d’inquietudine.

L’indomani a pranzo sua suocera l’aveva squadrato in tralice ma non aveva osato dire nulla. Ci aveva pensato suo cognato a illuminarlo col suo solito fare sbrigativo e schietto.

«Allora, un brindisi al Caffé Excelsior e una cerimonia in Comune per pochi intimi mi pare ‘na figata …», aveva esordito tra un caffè e una sigaretta in punta di dita.

«… e chi se lo dimentica il nostro pranzo di nozze, cinque ore di durata, scambio di convenevoli e danze incluse. ‘Na maratona»

Giulio l’aveva ascoltato con ostentata noncuranza senza tentare di replicare, decidendo di stare al gioco.

«Cosa confabulate voi due?» aveva voluto sapere Maura, intromettendosi; e, senza attendere risposta, l’aveva preso per mano e portato via con sé.

In auto lui aveva ripreso l’argomento mentre lei si osservava critica in uno specchio da borsetta.

«Allora, pare che ci sposiamo in Comune e non più in chiesa».

Lei aveva richiuso di scatto lo specchietto.

«Geniale, vero? Pensa a quanto stress ci eviteremo».

«E tua madre che ne dice?» l’aveva solleticata lui con una punta di malizia.

«… proprio nulla. E’ il nostro matrimonio o sbaglio? »

Lui aveva silenziosamente annuito. A quanto pareva la decisione era stata presa e, a mente fredda, gli pareva l’unica possibile, viste le circostanze. Un neonato in viaggio e il lavoro part-time di lei, al momento loro unica fonte di sussistenza, non erano uno scherzo. Quella notte, tuttavia, l’aveva sentita agitarsi parecchio, trattenendosi a stento dallo svegliarla per riportarla a una realtà più benevola. A un certo punto gli era addirittura parso di sentire mormorare il proprio nome e ciò gli aveva procurato una botta d’insonnia senza precedenti che l’aveva condotto insofferente alle prime luci dell’alba. Aiutandolo, tuttavia, a partorire un’idea nuova.

«Buondì!»

Maura aveva atteso pazientemente che lui aprisse gli occhi. Quel giorno per lei c’era l’allettante prospettiva di una mattinata libera con riapertura nel pomeriggio della caffetteria in cui lavorava. Per lui, invece, tanta libertà era conquista amara e recente a seguito della perdita del lavoro. Con dolcezza gli aveva accarezzato con le dita quell’ombra di barba traditrice che gli era spuntata nottetempo e che le piaceva sempre da matti.

Appagato, Giulio aveva poggiato nuovamente la testa sul cuscino prima di rialzarla di scatto, colto da un moto repentino. C’erano un paio di cose da sistemare che non potevano essere rimandate.

Vestito di tutto punto aveva finito in un attimo il suo caffè, pescato un biscotto al cioccolato da una scatola di latta, prima di baciarla e infilare la porta di casa.

«A dopo», l’aveva salutata laconico, strizzando un occhio.

Maura l’aveva guardato perplessa, riflettendo sugli sbalzi d’umore dei futuri padri, che nulla avevano da invidiare a quelli delle loro compagne.

Ringraziando mentalmente di cuore un amico che gli aveva fatto sapere di quell’offerta di lavoro da magazziniere appena accettata, Giulio si era toccato la tasca interna della giacca per assicurarsi che conteneva ancora l’assegno con l’anticipo richiesto al suo nuovo datore di lavoro con una formidabile faccia tosta. Quasi uno stipendio. Poi si era fermato davanti a una gioielleria scrutandone con serietà la vetrina, prima di entrare e uscirne dopo parecchio con un pacchetto minuscolo tra le dita.

Il Caffè delle rose era ancora chiuso al pubblico ma lui era passato dal retro com’era consuetudine per lo staff. Maura era nell’ufficetto di fianco al laboratorio intenta a visionare un file di contabilità, l’uniforme a righine che le tirava sul seno e sulla pancia arrotondata, già pronta a montare di servizio in cassa.

«Ma cosa …»

Lui l’aveva guardata con espressione strana, poi le aveva spinto sulla tastiera la scatolina confezionata con cura.

«Per te. Forse questa è l’unica cosa di valore che ti regalerò. Niente rispetto a quello che tu, che voi, significate per me»

Una perla minuscola, luminosa, incastonata in un cerchietto dorato sottile.

Maura l’aveva tenuta sul palmo della mano senza avere il coraggio di infilarla al dito. Ci aveva pensato a farlo lui con determinazione, con una sorta di amore rabbioso.

«Ti amo. E voglio te e il bambino» le aveva poi detto, con altrettanta foga e un accenno impercettibile e autentico di tenerezza. Allora lei gli aveva afferrato il viso d’impulso, baciandolo con avidità, quasi con sfida. Di quelle briciole di felicità precaria aveva voglia di gustare anche la più infinitesimale a partire da quell’istante unico e perfetto, stabilì.

Dio solo sapeva per quanto tempo ancora avrebbero vissuto in quel paradiso in bilico che era la loro vita dell’oggi. E tuttavia le boccate d’ossigeno di quell’amore sincero sarebbero state per loro sacrosante per vivere e persino per sognare, come l’aria pura del vento di tramontana respirata ogni mattina sul terrazzo della loro casetta di periferia. Sarebbe stata quella voglia d’infinito che li legava così stretti il loro personale tetto del mondo. Un trampolino di lancio da cui spiccare il volo verso l’alto, in un cielo terso e azzurro senza sorprese,  incredibilmente pieno di speranza, oltre le nuvole.

Lucia Guida

              munch-separazione

               “Separazione”, dipinto di E. Munch

Presentazioni d’autore: “Per il bene che ti voglio” di Michele Cecchini

“Per il bene che ti voglio”, seconda pubblicazione per Erasmo Edizioni di Michele Cecchini, scrittore lucchese, è la recensione libraria che oggi vi propongo. Una piccola anteprima alla presentazione di questo bel romanzo presso la Libreria Mondadori di Pescara che si terrà giovedì 9 luglio 2015, ore 18.00, da me introdotta alla presenza del suo autore.
Buona lettura e a presto

Il romanzo

“Io la storia di Antonio Bevilacqua vorrei raccontarla così, senza partire dall’inizio, tuttavia non so se sia il caso di cominciare proprio dalla morte. Il fatto è che vorrei iniziare da un finale. La vita di un uomo è costellata di finali e quello della morte è solo uno dei tanti”.

La citazione è parte dell’incipit di “Per il bene che ti voglio”, seconda fatica letteraria di Michele Cecchini, docente e autore lucchese e ben rappresenta quello che sarà il prosieguo della narrazione. Il romanzo racchiude più di una fine e più di un principio, affidando fabula e intreccio a una progressione temporale variegata, a tratti analettica, e a punti di vista altrettanto diversificati, palesi e impliciti, che permettono al lettore di osservare con attenzione le vicissitudini di Antonio Bevilacqua, in mericano Tony Drinkwater, emigrato nel 1926 in America, maggiante di successo e rampollo di buona famiglia di Fabbriche di Careggine in Garfagnana, invidiato e stimato dai suoi compaesani.
Antonio ha un sogno. Da buon teatrante vorrebbe provare a cimentarsi nell’arte del Muvinpicce, del Moving Picture oltreoceano. In una situazione di assoluta controtendenza, nonostante la Merica non sia più considerata una sorta di paese di Bengodi e l’Italia sia diventata una nazione da cui è difficile partire, si fa aiutare a espatriare imbarcandosi alla ricerca della realizzazione concreta di un sogno. Ma la realtà per i Dagos come lui in cerca di un futuro di maggiore fortuna è difficile da affrontare. Antonio non si perde d’animo. Può contare sulle proprie finanze per poter scegliere, almeno all’inizio, cosa fare. Si stabilisce a San Francisco e lì inizia a lavorare nell’avanspettacolo e a farsi conoscere. La sua grande occasione, la sua cianza, gliela offrirà tuttavia Hollywood nell’attimo in cui verrà scelto e lavorerà per un paio d’anni come “controfigura schermatica” di Charlie Chaplin nella realizzazione del film City Lights.Quest’esperienza, però, sarà destinata a non avere un seguito. E a Tony/Antonio non resterà che fare ritorno a San Francisco, riprendendo a viverci con l’indolenza e la nonchalance tipici di questa città multietnica, grandiosa e bellissima con un retrogusto di malinconia che ben rappresentano il protagonista del romanzo. Una città affascinante, disincantata e poco generosa, o quanto meno prodiga soltanto per coloro che riescono ad adeguarsi ai suoi ritmi da nuovo continente, lenti e al contempo frenetici. A una vita in cui c’è pochissimo spazio per l’arte intesa in senso ampio come moltissimo, invece, ce n’è per chi sa dare prova di buone pratiche di bisiness, lottando, ingegnandosi e tentando il tutto e per tutto per aderire totalmente al sogno americano di fare fortuna a ogni costo.

Antonio non si lascia travolgere da lusinghe di tipo sentimentale, considerando l’amore una specie di male necessario a cui adeguarsi mantenendovisi, però a debita distanza. Stesso atteggiamento mostra per tutte le persone amiche che costelleranno la sua vita di emigrante e nella parentesi americana e nei giorni della disillusione italiana, quelli di una rondine partita che ritorna, paradossalmente, proprio in un maggio mite del 1952. La sua continua ad essere una solitudine ricercata, agita e subita, a cominciare dal gesto educato e distaccato delle sue sorelle ad attenderlo alla stazione al suo rientro e a finire con la separatezza che caratterizzerà i suoi ultimi giorni di outsider nel paese natio. Continuerà, però, ad avere un sogno nel cassetto: la ristrutturazione di un piccolo teatro pubblico, quello di Vetriano, che diventerà per lui l’ultima battaglia da affrontare.

Lo stile di Michele è scorrevole senza rinunciare alla ricercatezza lessicale e formale. Le pagine del suo romanzo invitano a riflettere ma lo fanno con eleganza misurata, suggerendo e mai imponendo al lettore idee o prospettive esistenziali. Accurata la documentazione di cui l’autore si è avvalso e che colloca quest’opera in un’ottica storica oltre che narrativa in senso stretto, raccontando con estrema verosimiglianza uno spaccato di vita italiana del XX secolo. Il romanzo possiede, infine, un piccolo vocabolario di termini di italiese/italiano, ampiamente usati da Cecchini nella sua narrazione, per quei lettori che vorranno calarsi con maggior profondità nella storia per assaporarla anche nelle sfumature più infinitesimali.

L’autore

Michele Cecchini è nato a Lucca nel 1972. Si è laureato presso la Facoltà di Lettere moderne dell’Università di Pisa, indirizzo italianistico. È docente di materie letterarie in una scuola superiore di Livorno, dove risiede. Con la casa editrice Erasmo ha pubblicato nel 2010 il suo primo romanzo, “Dall’aprile a shantih”, che ha aperto a Praga una serie di presentazioni di autori esordienti organizzata dalla Società Dante Alighieri.
‘Per il bene che ti voglio’, uscito nel 2015 sempre per Erasmo, è il suo secondo romanzo.
Michele Cecchini, Per il bene che ti voglio, ISBN 9788898598380     €. 16,00

 

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In fondo al mare

Nell’attesa che la questione dei cookies di profilazione venga chiarita anche per quei blog che, come questo, non dovrebbero utilizzarne, volevo postare uno dei miei racconti scritto a progetto per un concorso letterario ma non per questo meno sentito.
Si intitola “In fondo al mare” ed è la storia di  Samia Yusuf Omar, atleta somala (aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino nel 2008) annegata a Lampedusa nel 2012 tentando di raggiungere prospettive di vita migliori e la possibilità di poter partecipare anche alle Olimpiadi di Londra.
Una storia emblematica e tragica che ce ne riporta alla memoria tantissime altre a noi vicine: le vicissitudini dei molti italiani emigrati alla fine del XIX secolo e per buona parte del XX. Partiti alla ricerca di un’esistenza diversa, più umana ben al di là della mera concretizzazione di un sogno.
Buona lettura e a presto
Lucia

In fondo al mare*

Ho sempre amato il mare, con quell’idea di immenso e di apertura racchiusi in una promessa grigioverde.

L’ho intravisto a occhi chiusi nelle mie notti silenziose trascorse a Bondere, respingendo la polvere sottile e penetrante che la brezza solleva dalla strada, respirata assieme alla frescura e alla speranza di un’alba finalmente luminosa, beneaugurante.

Mi sono immaginata a riva, in piedi sulla battigia, ad aspettare con pazienza un barcone dal colore indefinito, prima che si riempia di noi migranti e dei nostri fardelli pesanti, scomodi. Dei nostri poveri abiti a coprire corpi affastellati gli uni agli altri in una bizzarra composizione cromatica in cui, quasi per caso, si mescolano sfumature pacate a colori brillanti.
Su un carretta del mare non c’è posto per molti oggetti.

A mala pena ci è permesso di portare un sogno ciascuno. Io ne ho uno speciale. Tendere il mio corpo esile e aggraziato in avanti, scattando dopo il segnale di partenza con la determinazione e l’agilità di una gazzella: finalmente verso la libertà e la possibilità concreta di sperare in qualcosa di bello senza dovermi guardare dalla paura di non farcela per la disapprovazione e il disprezzo della mia gente.

Per molti io sono soltanto una donna e le mie braccia tese nello sforzo di far bene, controbilanciando con sapienza e perizia la forza di gravità del mio corpo esile in corsa, potranno semplicemente stringersi a un uomo durante l’amore o serrare a sé un bambino per allattarlo.

Io voglio di più.

Voglio sfinirmi nella durezza di un allenamento quotidiano mettendomi alla prova per potercela fare, lo desidero per me stessa e per tutti quelli che hanno creduto in me. Per l’amore e l’affetto di coloro che mi hanno sempre sostenuta e che ora non ci sono più, e anche per quelli a cui è mancata la forza e la volontà di lottare, e che pure mi hanno incitata, con le loro ultime parole, ad andare via.

Verso un nonluogo, una terra promessa che non oso immaginare e che non sarà mai la casa che mi ha vista nascere e combattere sin dal mio primo vagito ma che spero potrà accogliermi con sufficiente benevolenza. Da principio, forse, con curiosità silenziosa, poi con crescente rispetto per la mia volontà di riscatto. Mia e di tutte quelle donne che hanno pensato di non farcela, smettendo di interrare un desiderio possibile nell’arida sabbia del deserto e di attenderne il minuscolo germoglio verde, primo passo verso una vita finalmente degna di essere vissuta.

Il dondolio di questo barcone stipato di gente e di sospiri appena accennati mi stordisce piano.

Sono stanca e cerco di recuperare le poche forze che mi restano pensando a qualcosa di bello dopo un tragitto lunghissimo attraverso Etiopia, Sudan e Libia: un ricordo d’amore lontano intriso di sensualità e passione; il viso di mio padre, mio primo mentore; la felicità che proverò quando riabbraccerò mia sorella. Con lei potrò parlare ancora fino a notte tarda e tirare l’alba intessendo progetti e ridendo al pensiero di momenti lontani fatti di piccole gioie ricavate con esercizio paziente di positività. Riunite finalmente per volontà di Allah e per nostra determinazione terrena.

Il cielo è ancora indefinito e non sa dare risposte. A lui si sostituisce la protervia dell’uomo, sempre pronta a fornirle.

Nelle acque di questo paese, l’Italia, prima porta verso una riconquistata dignità, ci intimano l’alt. Non vogliono farci sbarcare ma la carretta del mare che ci ha accolti non ha più forza per trattenerci, stentando a navigare dopo gli innumerevoli viaggi sostenuti.

Anch’io mi sento stanca e non ho alternative a cui pensare. Socchiudo gli occhi, appannati e indeboliti dalla salsedine di giorni e giorni di navigazione, cercando di focalizzare con tutta me stessa la sagoma scura, all’apparenza così vicina, dell’isola di Lampedusa, fantasticando che sia una specie di striscione di “arrivo” di una competizione ben lontana dall’essere terminata, tentata con la forza della disperazione.

E’ il momento di agire e mi costringo a tornare vigile. Attorno a me molti hanno smesso di lottare, facendo calare sui volti impassibili, già martoriati da ogni tipo di sofferenza materiale e psichica, una maschera silenziosa di indifferenza.

Ora so cosa fare.

Inspiro profondamente prima di tentare il rush finale. Poi mi getto in acqua.

La prima sensazione è di gelo infinito, paralizzante, che mi toglie il fiato. Cerco di concentrarmi come in una delle tante gare sull’attimo presente, scacciando via qualsiasi cosa possa fungere da zavorra. Ho bisogno di tutta me stessa per farcela e so che stavolta non avrò grida amorevoli d’incoraggiamento a sostenermi.

Il cielo è sereno ma non riesco a scommettere sulla sua sincerità.

Decido di puntare tutto su un capo di fune sottile ma robusta che un marinaio giovane e compassionevole ha lanciato da un peschereccio verso di me a pochi metri. Non mangio da tre giorni e l’ultima goccia d’acqua assaporata è stata il regalo di ieri di un vecchio rugoso che non ha voluto lasciare il ponte dell’imbarcazione, stringendosi al parapetto scrostato per scrutare noi temerari. Nuoto con lentezza, consapevole delle forze che mi stanno abbandonando e per la concentrazione che metto in quest’ultimo gesto. Il polpaccio destro comincia a farmi male, l’acqua fredda la fa da padrone sull’agilità e sulla prontezza dei miei movimenti. Decido di fermarmi per un solo istante. Un solo attimo, un solo respiro, una sola memoria, una sola parola.
Nel mio cuore affaticato c’è ancora tanto sole; non abbastanza, tuttavia, per avere il sopravvento sul mio corpo affranto.

A un passo da me quella corda intrisa d’acqua salmastra sta cominciando ad affondare. Mi tendo in avanti come per spiccare il volo ma non è abbastanza per afferrarla, non ce la faccio.

Il mio braccio proteso verso l’alto è un ramo scarno di un’acacia nelle strade della mia Mogadiscio: sottile e affusolato, slanciato verso il cielo.

Nello stato di gran quiete in cui sono precipitata riesco ancora a percepire il grido dapprima deciso, poi stranito e quasi disperato del mio salvatore italiano che non vuol smettere di puntare sulla mia vita. L’acqua del mare che ora mi avvolge per intero trattenendomi a sé ha lo stesso sapore salato delle lacrime che gli sono spuntate. Con uno sforzo incredibile decido di sorridere. Di dedicargli l’ultimo guizzo felice che mi resta. In fondo se lo merita, ha creduto in me e nella mia voglia di vivere, scommettendo sino all’ultimo istante sulla mia fragile salvezza.

In alto il sole ha deciso alla fine di spuntare.

Sarà una giornata mite e gloriosa per molti ma non per me.

Priva di energia scivolo con dolcezza in fondo al mare, perdendomi nel suo verde intenso sfumato di blu. A occhi aperti cerco di vincere l’oscurità che mi assale, guardando verso l’alto, verso l’ultimo raggio di luce che non è riuscito a trattenermi. So di essere al capolinea, ne sono spaventata ma avverto anche un senso di liberazione, una sorta di pacata rassegnazione

Questa terra che non mi ha voluta sarà il mio ultimo scrigno.

Nel silenzio ovattato che ora mi circonda mi sembra di udire ancora il dispiacere autentico di quell’uomo di mare giovane dal cuore palpitante come unica forma di riscatto e tardivo atto d’amore per me. A lui va la mia ultima benedizione.

Ti libero dal mio ricordo e dalla mia immagine, dal mio carico di frutti ingombranti e troppo preziosi. Pensami per il solo istante di questa giornata di Primavera fugace. Pesca per la tua gente e per le persone a te care. Lotta per la tua felicità quotidiana respirando a polmoni ampi. Centellina con parsimonia il tuo Tempo senza sprecarne un nanosecondo. Ama e fatti amare.

 

Lampedusa, 2 aprile 2012

*A Samia Yusuf Omar

 

Lucia Guida 

INAUGURAZIONE-OLIMPIADI

Photo  Credit: Repubblica.it

Madri per sempre

Si diventa madri poco a poco e la progettualità che ha spinto ogni donna a sceglierlo è solo il primo, infinitesimale passo di un percorso che non le abbandonerà mai. E che durerà per una vita intera.

In questo estratto Marina Federici, protagonista del mio romanzo “La casa dal pergolato di glicine”, Nulla Die, (2013) si abbandona ad alcune riflessioni davanti a un dipinto antico raffigurante una maternità nella Chiesa Madre di Todi. Pensando a se stessa per la prima volta come madre e accettando di esserlo per sempre, nel bene e nel male.
Buona lettura a tutti

Lucia

‘Marina contemplò assorta quel volto estatico di Madonna con Bambino nel frammento di affresco che, a beneficio dei numerosi visitatori e abitanti del luogo, aveva sfidato secoli e secoli prima di toccare anche il suo cuore. La salita alla Chiesa Madre era stata faticosa, affrontata gradino dopo gradino, pian piano, in quel primo mattino di agosto in cui pochi erano ancora i turisti ad affollare la piazza sottostante. Sua madre avrebbe desiderato accompagnarla, ma lei non aveva voluto. Essere circondata dall’amore dei propri cari era una cosa impagabile, ma l’intento principale con cui lei si era recata a visitarli era quello di fare un po’ di luce in se stessa. Decidere di riscoprire le bellezze di quella cittadina medioevale, incantevole e intrisa del suo vissuto infantile

e adolescenziale, poteva essere un’ottima scusa per ritagliarsi qualche frammento di autonomia che potesse sfuggire alla seppur affettuosa ma eccessiva sollecitudine dei suoi genitori.

Aveva deciso di tenere il bambino.

Quel miracolo piovuto dal cielo in un frangente così complicato era un chiaro invito a guardare con attitudine positiva alla vita, dandole senso e concretezza, vivificandola di nuova linfa vitale. Sua madre, con l’intuito di tutte le madri del mondo, aveva già preso a sospettare qualcosa, notando il suo scarso appetito al risveglio e la sua insolita propensione a prendersi piccole pause di riposo nell’arco della giornata da cui attingere energie extra per arrivare, senza eccessiva fatica, alle prime ore della sera, quelle in cui non sempre riusciva a dare il meglio di sé. Nella tranquilla routine di suo padre, eternamente confinato nel suo studio, il suo arrivo aveva apparentemente fatto poca breccia. Lui era certamente contento di rivederla e il suo abbraccio rude gliene aveva data conferma, ma le sue esternazioni si fermavano lì e dopo una decorosa parentesi di convenevoli condivisi con sua moglie era tornato alle sue occupazioni di studioso di storia antica, lasciando che fossero gli altri a fare gli onori di casa.

Seduta all’estremità di un banco lucidissimo di legno Marina rivolse nuovamente lo sguardo a quell’immagine sacra femminile di altri tempi, notando con stupore come questa si limitasse a sorreggere in braccio il suo pargolo rivolgendosi a lui con un’amorevolezza che le parve quasi empatica. Sembrava quasi presagire il carico di sofferenza umana che l’avrebbe condotto via da sé, facendole assaporare soltanto per pochissimo le gioie della maternità. La Madonna e un Cristo minuscolo, in erba; una donna e un bambino come tanti senza un padre accanto; era la giusta dimensione, esclusiva e incondizionata, tra una madre e un figlio. Si toccò il ventre, cercando di stabilire un contatto con la creatura che vi era custodita. Le chiese scusa per la confusione che sentiva dentro di sé e, nello stesso tempo, la rassicurò sulla sua piena volontà di fare presto chiarezza. A un figlio, sia pure in nuce, tutto ciò era dovuto, si disse, augurandosi di trasmettergli quella serenità necessaria per potergli far decidere di restare con lei sino alla nascita, nel calore confortevole del suo grembo. Con gioia assurda sentì un moto d’affetto incredibile per il suo bambino e un coinvolgimento insperato per tutto ciò che lui, con il suo arrivo, avrebbe rappresentato per entrambi.’  *

*in Lucia Guida, (2013), La casa dal pergolato di glicine, Piazza Armerina (EN), Nulla Die

Gustav_Klimt-La-Speranza-II

“La Speranza”, Gustav Klimt

6 febbraio 2015

Il 6 febbraio di quest’anno compirò 50 anni. Al di là dei tanti bilanci che potrei fare e che non farò mi piace pensare di aver realizzato tante cose, alcune ben riuscite e altre meno. Sono soprattutto fiera di aver provato con tutte le mie energie a essere sempre me stessa e a non tradirmi mai. Di aver tentato di rimediare ai miei errori esistenziali quando ho capito di aver sbagliato per potermi guardare con trasparenza allo specchio ogni mattina e, magari, provare a sorridermi un po’.
Per voi amici, oggi, una poesia scritta nel 2007 sul mio primo blog che parla del mio giorno natale, il 6 febbraio.
Buona lettura e a presto

Lucia

6 febbraio 1965

Sono nata in un giorno di neve

e dai cristalli di neve ho preso  trasparenza lieve e freddo intenso che diventa calore su una mano quando li stringi in pugno.

Sono nata in un giorno d’inverno e dall’inverno ho preso il rigore e il lento grigiore delle giornate nuvole. Ma anche la dolcezza inaspettata e il tepore di insperati raggi di sole

Sono nata in Febbraio e da Febbraio ho preso la leggerezza di un corteo mascherato pieno di colori e allegria, stelle filanti e coriandoli in un turbinio di festa. E poi silenzio e quiete nelle strade prima traboccanti di suoni e risate

Sono nata di sabato e dal sabato ho preso il pigro fluire delle ore dopo lo scorrere incessante degli eventi attraverso la settimana.

Sono nata nell’anno della guerra del Vietnam ma anche delle marce della pace,  delle serate al Piper e degli Oscar Mondatori.

Sono nata e poi rinata a nuova vita con consapevolezza a volte sorridente e a volte dolente conservando sguardo schietto e diretto, sempre.

In un cassetto qualche speranza custodita con cura, strette a me le poche certezze raggiunte.

Gli occhi rivolti a cielo e nuvole e il viso offerto al bacio e alla carezza lieve della brezza.

 I miei pensieri accompagnati dalla luna luminosa e silenziosa di un cielo notturno e dal riverbero del sole su onde che muoiono e poi rinascono coraggiose a riva.

Lucia Guida


L’immagine del dipinto “Il compleanno” di M. Chagall è presa dal blog settemuse

Agenzia matrimoniale

Ci sono tanti modi di concepire e costruire un incontro d’amore. Adela, la titolare di un’agenzia matrimoniale del terzo millennio, cerca di unire in tal senso l’utile al dilettevole divertendosi a combinare i desiderata dei suoi clienti per creare nuove coppie a tavolino, in un gioco di specchi in cui molte cose non sono ciò che sembrano.

E’ questa in sintesi la storia di “Agenzia matrimoniale”, racconto breve di qualche anno fa, pubblicato nel mio primo blog Springfreesia

Buona lettura

Agenzia matrimoniale

Adela si sfilò lentamente gli occhiali dalla montatura colorata e dalle lenti non graduate, unico vezzo in un look estremamente classico e rassicurante. Sapeva quanto l’occhio avesse voce in capitolo in certe circostanze ed era decisa a far uso sapiente di questa consapevolezza.

In qualità di unica intestataria dell’agenzia matrimoniale “Cuori solitari” aveva trasformato in necessità lavorativa la virtù posseduta da bambina di favorire il buon esito delle cotte adolescenziali delle sue amiche, offrendosi di buon grado come mediatrice ora come allora. La sua era un’agenzia rigorosamente tradizionale, con pochissimo spazio concesso all’informatizzazione e in cui i profili dei suoi clienti erano ordinatamente conservati in faldoni dalla copertina dal colore diverso che ne individuava la categoria di appartenenza: rossa per i casi di facile collocazione, bianca per quelli di incerta risoluzione, nera per quelle situazioni inquadrate come impossibili o quasi, grigia per le schede di clienti che non era riuscita a mettere bene a fuoco lasciandoli in standby nella speranza che capitasse per loro qualche occasione felice in futuro. Possedeva un ufficio anonimo quanto bastava per dare la giusta idea di privacy a tutti quelli che, nella ricerca del vero amore, quello per la vita, a dispetto di chatlines per single o siti di incontri che imperversavano nel web, continuavano a ricorrere ad approcci più tranquilli e tradizionali, fidandosi del suo buon intuito procacciandosi incontri amorosi scelti sui suoi cataloghi come un tempo avrebbero ordinato un abito o un oggetto acquistandolo per corrispondenza.

Le due sale d’aspetto, una piuttosto piccola e l’altra di ampiezza maggiore, si allineavano a quel tipo di prospettiva; essenziali, completate da piante artificiali, le stesse di un qualsiasi studio notarile o medico, qualche rivista abbandonata su un tavolinetto basso per ingannare l’attesa che poteva a volte rivelarsi lunga prima di un consulto con la titolare.

Il contrasto di quei due ambienti con il suo ufficio era palese. Nella sua stanza tutto trasudava confidenza e familiarità, dal pc sempre spento, alle foto di famiglia sulla scrivania popolata di oggettini tipicamente femminili: fermacarte vivacemente istoriati, cuori di vetro soffiato, una piantina vera. Sulle pareti trovavano posto alcune stampe d’autore, illuminate indirettamente da una piantana relegata in un angolo tra un’altra poltroncina bassa e l’ennesimo tavolinetto. Di fronte alla sedia imbottita di similpelle, riservata agli ospiti, c’era un piattino ben rifornito di cioccolatini alla portata di chiunque avesse voluto servirsene.

In genere l’iter era quello di un colloquio informale in cui lei prendeva scrupolosamente nota dei desiderata della gente, occhiali ben inforcati e solitario ben in mostra all’anulare sinistro. Poi c’era lo spoglio delle schede alla ricerca di una fisionomia che potesse ben combinarsi accompagnato da uno scambio di frasi amichevoli, pronunciate con pertinenza improntate su situazioni di condivisione e complicità, in cui le sue capacità di psicologa dell’animo umano avevano il sopravvento e contribuivano all’impostazione di un clima empatico e partecipativo che rasserenava l’interlocutore predisponendolo positivamente ad accettare l’incontro suggeritogli.

E naturalmente, a fine conversazione, ciliegina sulla torta, il resoconto gustoso, affettivamente colorato, dei rendez-vous sfociati in vere e proprie love story dall’ happy ending, in un crescendo di fiduciose aspettative articolato con maestria dissimulata da malcelata modestia.

Quella sera avrebbe chiuso il suo bilancio giornaliero con una certa soddisfazione. L’incontro tra il medico ospedaliero cinquantenne in cerca di una compagna e l’infermiera trentenne di studio medico associato disillusa da amori veloci e poco appaganti pareva essersi concluso con la promessa da parte dei due di dare un seguito a quella conoscenza. Entrambi le avevano assicurato di tenerla al corrente di ciò che al momento poteva solo immaginare, ne era sicura. Sapeva per certo che non c’è collante maggiore di una solitudine vissuta come pesante zavorra e non più come anticamera di libertà, per legare due persone a stretto filo, dal momento che la convenienza  e l’opportunità hanno, talvolta e per alcuni, lo stesso sapore afrodisiaco e gratificante di una passione genuina. Un po’ come avvolgere in carta preziosa un regalo di media qualità offrendolo a chi si è convinto di trovarvi dentro, una volta apertolo, qualcosa di unico e di raro.

Chiuso il portoncino a doppia mandata, entrò nell’ascensore che la portò con qualche sussulto al pianterreno.

Fuori l’aspettavano le luminarie natalizie predisposte dai negozianti della zona, sfavillanti ai lati dei portici del centro di quella città moderna e distratta. Un tragitto compiuto con un po’ di musica di sottofondo in macchina e poi finalmente a casa dai suoi animali che l’aspettavano e che gioivano del suo rientro riempiendo spazi e tempi della sua quotidianità con appagante presenza. Libera di sfilarsi dall’anulare quell’anello di brillanti indossato a mo’ di specchietto per le allodole, prima di conservarlo in un cassetto del trumeau di camera assieme a quegli occhiali trendy e civettuoli di molta apparenza e poca sostanza che tanto contribuivano al suo phisic du rôle di manager dei sentimenti altrui.

Fino al lunedì successivo, giorno di riapertura dell’agenzia, e in occasione della sua prossima consulenza in qualità di appaiatrice di anime più o meno gemelle.

Lucia Guida

 

in foto acquerello di Muramasa Kudo

Terminare in bellezza – piccoli traguardi di fine 2014

Novembre ha continuato a regalarmi piccole soddisfazioni, spianando la strada a un bel dicembre frizzante e beneaugurante.

La mia poesia “Ode alla Primavera”, ( se avete voglia di rileggerla la trovare in un post di qualche tempo fa ), è stata selezionata per far parte di un’antologia di autori vari, pubblicata da V edizioni, fatta di alcuni dei partecipanti al Premio Zucchi 2014, concorso bandito dall’associazione emiliana “Succede solo a Bologna”. La cosa più bella è che i proventi derivanti dalle vendite verranno devoluti alla sezione AIL bolognese.

zucchi

Ho, poi, tenuto a battesimo un libro da me già recensito, “Il bosco senza tempo”, dello scrittore aquilano Stefano Carnicelli che lo ha presentato presso la Cooperativa “Il Bosso” di Bussi sul Tirino (Pe) venerdì 21 novembre 2014 assieme alla voce narrante di Adriano Sabatini.

Non so voi, ma ogni volta che parlo di un romanzo al grande pubblico mi sembra quasi parlare di una mia creatura: stessa emozione, stessa sensazione “protettiva”, stessa voglia di vederlo volare sempre più in alto.

foto bussi

In foto Lucia, Stefano Carnicelli, Adriano Sabatini e Luciano Alberici

A dicembre, e precisamente sabato 13 dicembre, ci sarà anche il mio piccolo contributo all’evento giornalistico, fotografico e letterario Intorno alle parole – Officina ( e sinonimi ) dei fatti attorno alle parole, organizzato dall’Associazione Il cassetto delle Idee. Si parlerà di editoria, mercato editoriale, scrittura, premi letterari e di arte in senso ampio attraverso installazioni pittoriche e fotografiche, con degustazione finale di “Show Food” al BR1 Cultural Space di Montesilvano Colle (PE). Trovo che sia una bella coincidenza far parte di questa interessante iniziativa nel giorno del mio nome. E’ la seconda volta che mi capita una cosa del genere: l’anno passato, sempre il 13 dicembre presentavo “Pergolato” all’Emporio Primo Vere, Bottega del Commercio Equo e Solidale di Pescara, egregiamente supportata dalla scrittrice Rita Pelusi.
Naturalmente se ne avete piacere siete tutti invitati a intervenire. Inizio ore 16.45, ingresso libero

Locandina intorno alle parole

Nella calza di Babbo Natale o della Befana ci sono, infine, almeno un paio di altre cosette di cui mi riservo di parlarvi quanto prima

Nel frattempo vi abbraccio forte tutti

A presto con nuove letture e nuove parole

Lucia

Appuntidiviaggio

E’ un autunno iniziato con morbidezza, portando in dono giornate insolitamente miti, quasi a scusarsi della pioggia e del cattivo tempo che inevitabilmente sarebbero arrivati con la stessa prevedibilità dei momenti a volte belli a volte meno, che costellano la nostra esistenza. A me la nuova stagione ha portato una bella soddisfazione scrittoria, il secondo posto al Premio Lupo, premio nazionale pugliese, piccolo ma ben consolidato, di grande qualità  e rigorosità attraverso il mio racconto inedito “In un campo d’orzo e di papaveri” da voi già letto nel precedente post e premiato domenica 19 ottobre 2014 a Roseto Valfortore (FG).

premio lupo

Pergamena d’onore con la motivazione della giuria

Una Firenze meravigliosa dal fascino riservato mi ha accolta per conferirmi il premio speciale della giuria per la sezione B, scrittura al femminile, del III Concorso Nazionale “Città di parole” organizzato da “La Città di Murex, Laboratorio Arte e Scrittura di Firenze” grazie a “Un mercoledì perfetto”, racconto edito nel 2012 e parte di una raccolta di racconti “Il cuore delle donne”, a voi già presentato anche attraverso le pagine di questo blog.

Condividere con voi le cose che scrivo per me è un piacere; a me piace la scrittura schietta, pulita, trasparente. Quella che si mostra senza tema di alcun genere, con la voglia e l’entusiasmo di incontrare la sensibilità di un lettore attento, poco avvezzo a rimanere in superficie e mai alla ricerca di facili emozioni.

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in foto Lucia con lo scrittore  Piero Malagoli in un momento della Premiazione di “Città di Parole”

Un Novembre ballerino fatto di pioggia e nebbia ma anche di sorprendenti giornate di sole ha fatto da cornice alla mia partecipazione di autrice L.O.C. ( Letterature di Origine Controllata ) giovedì 6 novembre 2014  alla dodicesima edizione del FLA 2014, Festival delle Letterature dell’Adriatico, con la presentazione del mio “Pergolato”, La casa dal pergolato di glicine, introdotto con sapiente sensibilità da Arianna Di Tomasso, ideatrice e organizzatrice di Settimo Senso, Festival del Cinema e dell’Aurum, eccellenza culturale abruzzese che l’anno prossimo debutterà all’Expo  Milano 2015.

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Nella foto in alto i miei ferri del mestiere del FLA: programma, pass autori e “Pergolato” alla mano; in basso Lucia e Arianna parlano della storia di Marina Federici sedute sulla pedana della Sala Arancio del Circolo Aternino di Pescara, foto di Guerino Di Francesco

A questo punto vorrete sapere cosa farò da grande. La risposta è che al momento non lo so.

Mi piacerebbe continuare a scrivere, intessendo trame forti e robuste su canovacci grezzi per poi provare a ingentilirli con ricami incisivi ma  delicati. Staremo a vedere. A ogni modo sappiate che mi è piaciuto condividere con voi, oggi, questi pensieri sparsi, piccoli appunti di viaggio. Piccole e grandi conferme ricevute che mi hanno fatta riflettere in silenzio sul senso di molte cose, scrittorie e non.

Un abbraccio e un grazie di cuore per avermi seguita sino ad ora con pazienza.  Ce ne vuole tantissima con gli autori emergenti come me, patiti dello slow writing: di quella scrittura portata avanti pian piano, senza fretta, ponderata, che, tuttavia, non tradisce mai.

A presto

Lucia

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In un campo d’orzo e di papaveri

Guardare una fotografia e provare a leggerla ricamandoci sopra un racconto breve. E’ quello che ho cercato di fare un anno fa quando ho pensato a “In un campo d’orzo e di papaveri”, premiato domenica 19 ottobre 2014 a Roseto Valfortore (FG), come racconto vincitore del II posto della VII edizione del “Premio Lupo”, sezione letteraria, promosso dal comune di Roseto Valfortore, sostenuto da buona parte dei comuni del comprensorio del Subappennino Dauno,  con il partenariato dell’Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Spettacolo della Regione Puglia e il patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Foggia.

Il sogno di Lauretta è quello di riuscire a intrecciare una coroncina di papaveri senza rovinarne la delicata sericità. La bimba riuscirà nel suo intento, e il braccialetto di fiori da lei creato con amore e altrettanta delicatezza diventerà per sua zia Maria Luisa, alla ricerca di una vita personale maggiormente soddisfacente, a cui il dono è riservato, metafora e simbolo beneaugurante di un futuro migliore.
Cornice del racconto la terra forte e dura di Puglia, ricca e capace di inaspettati atti di generosità.

Buona lettura

 

 

In un campo d’orzo e di papaveri 

La bambina si guardò attorno circospetta, temendo che qualcuno potesse rimproverarla per la sua sparizione ingiustificata; poi sospirò silenziosamente, rinfrancata da ciò che le compariva davanti. Attorno a lei c’era soltanto la distesa sconfinata di quel campo d’orzo inselvatichito, vivificato dal tripudio di papaveri e fiori selvatici che erano riusciti a sopraffarne la rassegnata uniformità. Ricacciando indietro le ciocche ribelli sfuggite alle treccine castane, si chinò a raccogliere quanti più fiori rossi poteva, noncurante dei cardi e dell’ortica che le insidiavano le gambette nude, a malapena protette dal vestitino di cotonella sottile.

I papaveri erano i fiori che preferiva in assoluto: belli, slanciati, setosi. Peccato che durassero il tempo di un respiro. Decise, tuttavia, di portarli a casa con sé per provare a intrecciarli in una coroncina come aveva visto fare a Natalina, la sua compagna di banco, con una manciata di pratoline. Quando le aveva detto della sua idea l’altra l’aveva guardata con un’ombra di compatimento.

– Non si può – aveva, poi, replicato con fare saccente.

– Perché no? – aveva insistito lei, suo malgrado dispiaciuta dal tono altezzoso dell’altra.

Natalina l’aveva squadrata con sufficienza se possibile ancora maggiore.

– I papaveri sono troppo delicati e muoiono presto – aveva sentenziato seccamente. Abbandonandola di scatto per raggiungere un gruppo di altre bambine che, in cerchio e tenendosi per mano, avevano preso da poco a intonare “La solitudine si deve fuggire”.

Lauretta era rimasta seduta su una panchina del cortile della scuola, all’ombra traforata di un albero di acacia, riflettendo a lungo su quanto l’amica le aveva svelato, le gambette penzoloni altalenanti e il capo chino. Per quella mattina non c’era stato gioco che l’avesse tentata abbastanza da farle lasciare la posizione rinunciataria in cui si era caparbiamente trincerata.

Il gracchiare lontano di una cornacchia la fece tornare al presente di quell’afosa giornata di principio d’estate. Guardando i papaveri raccolti decise che potevano bastare e si buttò a peso morto tra l’erba alta del campo semiabbandonato insensibile ai minuscoli abitanti che ne popolavano le nutrite retrovie. Sopra di lei il cielo, al mattino di un azzurro intenso, aveva preso un colore celestino indefinito, certamente dovuto al gran caldo. Con ponderatezza si scelse una nuvola dai contorni insoliti a cui aggrapparsi per poter fantasticare in libertà.

– Lauretta!

Il grido femminile, lontano ma non abbastanza da non essere da lei percepito con chiarezza, spezzò quell’incantesimo breve. Sollevandosi appena sui gomiti la bambina intravvide una donna vestita completamente di nero, dal fazzoletto che portava in testa al gonnone informe che ne avvolgeva la figura appesantita dallo scorrere impietoso del tempo e dalle tante fatiche domestiche. Sua madre, mani ai fianchi, la stava cercando, e non sembrava per niente contenta di non riuscire a scorgerla da nessuna parte. Riflettendo febbrilmente sul da farsi, Lauretta traccheggiò tra l’idea di riemergere dal microcosmo brulicante in cui si era crogiolata con indolenza sino a pochi istanti prima e quella di aspettare che la donna rientrasse nell’austera casa colonica oltre il campo, piombandole d’improvviso e come per incanto davanti con la cesta di vimini ricolma di uova e l’aria vaga che assumeva quando voleva dare a intendere agli altri di essere qualcuno che non era.

La cesta di vimini, oggetto delle richieste materne, era a pochi passi da lei, invasa da una colonia di formiche operaie ma il suo contenuto le pareva ancora indenne e tanto le bastava. Ricadendo all’indietro tra le sterpaglie Lauretta decise di indugiare per un altro po’, cercando di resistere stoicamente all’intraprendenza di un grillo che aveva preso a passeggiarle sul braccio e non voleva saperne di andar via.

Maria si guardò attorno, tentando di mitigare la luce abbacinante del sole proteggendosi gli occhi con una mano. Di quella figlia pestifera non c’era traccia. Le sembrò di scorgere qualcosa a ridosso del vecchio spaventapasseri ma poi decise che era solo un cardellino alla ricerca di qualche seme da becchettare e lasciò perdere.

A casa avrebbero fatto i conti non appena Lauretta si fosse degnata di farvi ritorno. Si sentì quasi male al ricordo di tutto il daffare in sospeso per la promessa di sua sorella. Mancavano due giorni all’evento e ogni cosa, come al solito, era lì a gravare sulle sue spalle.

Arrancando sulle zolle di terra arida si avviò verso l’aia, a quell’ora deserta, detergendosi le stille di sudore che avevano preso a colarle abbondanti sul volto per il calore solare attirato da tutto quel nero che la ammantava a celebrazione doverosa dell’ultimo lutto familiare.

Lauretta sbirciò con un velo di colpa sua madre attraverso un ciuffo di gramigna e fece per alzarsi ma qualcosa la convinse a non mostrarsi ancora. In quel pezzo di terra incolta non era la sola ad essersi nascosta agli occhi di Maria.

Vattenne, vai via da me, – era il grido accorato e sommesso di una donna giovane, sua zia Maria Luisa, vestita come l’altra di nero, i capelli acconciati in una crocchia castana sulla nuca appena un po’ disfatta, come alla fine di una lunga giornata laboriosa.

Lauretta non capiva con chi ce l’avesse, fino a quando un uomo dai capelli chiari e dalle braccia muscolose da gran lavoratore non le si affiancò velocemente. Era Vincenzo, un bracciante del paese.

– No che non me ne vado, o vuò capì? – l’apostrofò con rudezza, prendendola per le braccia e costringendola a guardarlo negli occhi – Tu, quello, non lo devi sposare!

Maria Luisa lo fissò con aria dolente e non ebbe il coraggio di replicare nulla. I suoi occhi parlavano benissimo da sé. A un certo punto, però, decise di scrollarsi di dosso quella sorta di trance in cui era caduta e, sia pure a malavoglia, si divincolò dalla presa dell’altro e dal suo abbraccio possente, riuscendo a scappar via verso la masseria. Il gigante biondo si lasciò allora cadere come privo di forza contro il tronco nodoso della quercia secolare che li aveva accolti entrambi sotto la sua provvidenziale ombra.

Lauretta restò acquattata tra le erbe a poca distanza da lui, sperando che l’altro sparisse presto; valutando, intanto, con tutta la consapevolezza infantile di cui era capace, quanto la sua punizione sarebbe stata proporzionale al ritardo accumulato.

Con un guizzo repentino l’uomo si sollevò in piedi facendole mancare un battito, guardandosi attorno alla ricerca di qualcosa (forse un ripensamento retrospettivo dell’amata?) che non riuscì a scorgere da nessuna parte. Allora, con un gran sospiro, si rassettò alla bell’e meglio l‘abito da lavoro che indossava, andando via a spalle curve in direzione dell’abitato, dopo aver ripescato, ben mimetizzata dietro un rovo di more al limitare della carreggiata, una bicicletta vetusta.

Fu soltanto allora che Lauretta, dando fondo a tutto il fiato che aveva in corpo, corse verso casa, i papaveri raccolti celati nel cestino assieme al suo prezioso contenuto.

– Dov’eri finita?

La mamma era palesemente di malumore in quella cucina di campagna piena di odori di cibo; aiutata dalla nonna, stava sgranando piselli in una coppa di ceramica sbreccata, mentre le zie Annarella e Maria Luisa provvedevano a lavorare su una spianata di legno un’enorme quantità di massa per il pane.

Lauretta decise di non rispondere. Qualsiasi cosa avesse deciso di dire sarebbe stata contrastata dalla sua interlocutrice, quindi si affiancò alla nonna ben decisa a darle una mano, le manine magre tradite da inconfondibili striature rossastre che fecero corrugare lo sguardo all’anziana ma non produssero fortunatamente altro effetto.

– Ci voglio fare una coroncina per la festa di domenica – le confidò a bassa voce in uno sprazzo di sincerità. La nonna scosse il capo con disapprovazione.

– A lutto, stiamo. Il rosso non va bene

La bambina non ne era pienamente convinta.

– Nemmeno per una coroncina o un braccialetto in un giorno di festa? –  chiese mortificata.

Nonna Fonzina questa volta la guardò con reale durezza e con un tono appena al di sopra di quello usato solitamente le replicò stizzita

– Il rosso è il colore del demonio – Chiudendo, per il momento, la questione.

Preparare una festa di fidanzamento non era cosa semplice per gente di campagna come loro. E tuttavia il gioco valeva la candela perché Maria Luisa si sarebbe imparentata con una famiglia benestante come quella del Contini, macellai da tre generazioni. Il matrimonio, combinato per il tramite di Don Marcuccio, sensale, era da subito apparso come una manna dal cielo per tutti loro. Antonio Contini non era propriamente un pezzo di marcantonio. Di aspetto assai modesto, di contrasto con il lavoro intrapreso in paese dalla sua famiglia, dava l’idea di volare via col primo colpo di vento; ed era certo che più di una delle sue profferte matrimoniali fosse stata rifiutata da altrettante ragazzotte del posto, che avevano visto la prospettiva di accasarsi con lui come il fumo negli occhi. Maria, invece, l’aveva da subito considerata una prospettiva unica e invidiabile per elevare il tenore della propria famiglia per il tramite dell’avvenenza e della gioventù della sorella minore. Dandosi da fare, con ogni mezzo, per condurre quest’ultima per la propria strada.

– Ma io non gli voglio bene …, – aveva protestato accorata la ragazza

– L’amore verrà dopo, – le aveva replicato prontamente lei. L’amore, quello fatto di sentimenti e slanci d’animo, era cosa da canzonette e non per faticatori come loro.

– Pare un morto vivente, davvero. Nessuna l’ha voluto, perché dovrei pigliarmelo proprio io? – aveva continuato l’altra senza demordere, nel disperato tentativo di scampare a quella condanna all’ergastolo

Maria l’aveva guardata cupamente

Maria Luì, lo vuoi capire o no che senza dote o corredo non ti si marita nessuno? Resterai zitella o sposerai un morto di fame ccume annuie!

L’altra aveva spavaldamente alzato la testa.

– E che m’importa? Vado a servizio in città …

– E allora vacci subito, intesi? Sei una svergognata ingrata … – aveva inveito sua sorella e una vena le si era d’improvviso gonfiata al collo, facendo presagire il peggio.

Quella sera era finita davvero male, Lauretta lo ricordava ancora, con sua zia che, in lacrime, era scappata di notte nei campi e non se n’era saputo più nulla fino al mattino dopo, quando suo padre, con infinita pazienza, aveva ripescato sua cognata in un casolare abbandonato riportandola a casa.

A riequilibrare definitivamente le sorti ci aveva pensato il destino con tragica tempestività.

Zio Michelino era caduto in un pozzo perdendo la vita nel tentativo di appurare se poteva ancora fornire acqua e la carenza di quel paio di braccia maschili oramai irrimediabilmente perse si era subito palesata attraverso una montagna di spese e debiti accumulati con sconcertante facilità a cui i Contini, per intercessione di don Marcuccio, si erano offerti con premura di far fronte in men che non si dica.

Maria si era chiusa in camera con Maria Luisa nel tentativo di farla ragionare mentre il resto della famiglia sedeva attorno al tavolo rettangolare senza avvertire più appetito, incapace di consumare anche un solo boccone dell’opulento pasto di riconsolo, offerto, come tradizione, da amici e parenti per la perdita del pover’uomo.

Nonna Fonzina, zia Annarella, suo padre, lei e suo fratello Lino avevano assistito in silenzio, seduti a cena, alla disperazione della loro zia più giovane, fino a quando suo padre, infastidito o forse imbarazzato da tutto quel clamore in una sera che avrebbe dovuto essere di raccoglimento per l’intera famiglia, era uscito di casa nella notte a fumare una Nazionale dall’odore pessimo. Avuto il permesso di alzarsi da tavola per riordinare e conservare gli avanzi di quella cena sfortunata i restanti convitati avevano seguito il suo esempio senza proferire parola. In barba alle occhiatacce della nonna, Lauretta aveva poggiato un orecchio sulla porta della camera da letto dei suoi per cercare di carpire l’epilogo di quella sceneggiata familiare ma non c’era riuscita. A un certo punto, però, la zia ne era uscita di botto, gli occhi arrossati per il lungo pianto, precipitandosi fuori verso la tettoia dove d’inverno conservavano i ciocchi di legno per il camino, e lei l’aveva istintivamente seguita. L’aria di quella serata di fine maggio era ferma e carezzevole. Lauretta le si era avvicinata con un po’ di timore temendo di essere scacciata, ma la zia le aveva sorriso tra le lacrime e l’aveva stretta a sé quasi a confortare se stessa attraverso il calore autentico e generoso di quel corpicino infantile visibilmente in pena per lei.

Scrutando l’oscurità erano rimaste abbracciate a lungo, sedute su ciò che rimaneva di un tronco di ulivo, sradicato qualche settimana prima dalla buonanima di Michele perché quasi del tutto secco. Quando la luna aveva fatto capolino tra il fogliame dei pochi alberi a confine della costruzione, la zia l’aveva presa in braccio e l’aveva riportata dormiente in casa adagiandola sul lettino nella sua stanzetta.

L’indomani suo padre, di ritorno dal paese vestito dell’unico abito buono che possedeva, aveva annunciato a tutti l’avvenuto fidanzamento tra la cognata e Antonio Contini mentre l’interessata, a capo chino, ne prendeva ufficialmente atto con occhi lucenti ma senza versare altre lacrime.

Due giorni alla festa e ancora tantissime faccende da portare a termine.

Maria se lo ripeteva tra sé e sé di continuo, nel vano tentativo di darsi forza e nessuno osava farle da contrappunto vocale, prestando, tuttavia, senza risparmio le proprie energie per la riuscita di quell’avvenimento memorabile.

La domenica arrivò in un baleno accolta con ansia da tutti sin dalle prime luci dell’alba in piedi, ciascuno con un compito ben preciso cui adempiere. L’aia era stata svuotata e debitamente ripulita da suo padre e dal modesto contributo di suo fratello Lino, la tavolata apparecchiata come d’uso per le festività solenni all’ombra di una tettoia ombreggiata da filari d’uva per fornire frescura sufficiente al banchetto dei promessi. Le vivande, preparate per tempo, erano state allineate su ogni superficie libera dell’enorme cucina e in parte anche della stanza da letto dei padroni di casa, lustrata a specchio e prontamente rimessa in ordine, la coperta di broccato sormontata da quella intagliata sul letto matrimoniale rifatto da sua madre alla perfezione.
Maria Luisa era un incanto nell’abitino cucitole dalla sarta di paese; nero regolamentare, manco a dirlo, ma ingentilito da una scollatura a cuore e un vitino sottile con una gonna più ampia di quelle da lei di solito indossate. A Lauretta pareva una delle cantanti del festival di Sanremo sbirciate con curiosità sul giornaletto della signora Irma, bolognese, su cui questa e la mamma avevano scelto per la promessa sposa un modello degno delle circostanze.

La giornata era andata avanti senza scossoni, seguendo un copione prestabilito elaborato con sapiente lungimiranza. Gli ospiti, accolti con deferenza, erano stati fatti accomodare in casa per i primi scambi di convenevoli e poi condotti sotto il famoso pergolato. Maria Luisa e Antonio Contini erano seduti al centro, affiancati ciascuno dai personaggi principali della propria famiglia di origine come in una bizzarra prova generale del pranzo di matrimonio che si sarebbe celebrato a meno di un mese. Lauretta aveva contato una quindicina di invitati, intristendosi al pensiero che nessuna delle donne adulte presenti indossasse abiti dai colori vivaci, beneauguranti, e aveva fatto onore al banchetto, notando, invece, come la zia Maria Luisa spilluzzicasse di malavoglia ciò che con abbondanza sua sorella si affannava a offrirle invitandola, con occhiate più che eloquenti, a servirsene.

Lei e Lino avevano anche provato a familiarizzare con i bambini Contini ma senza successo; le due femminucce in abiti pastello ed enormi fiocchi di nylon tra i capelli, non si staccavano dalle gonne delle rispettive madri e l’unico maschio, dell’età apparente di quindici anni, non aveva intenzione di sporcarsi di terriccio e di pagliuzze dorate il vestito a giacca scuro come, invece, era capitato a Lino. Con sguardo furbo la bimba constatò come l’abbondante e generoso vino rosso e la ratafìa ghiacciata stessero facendo effetto sugli ospiti, decidendo che era arrivato per sé il momento di allontanarsi dalla tavolata, sentendosi come un cuccioletto legato alla catena a cui sia finalmente stata offerta la possibilità di sgranchirsi un po’ le zampe da un padrone severo e intransigente. Le era venuta un’idea luminosa ed era sicura che almeno qualcuno avrebbe gradito la sua sorpresa. Vi si era esercitata per giorni e giorni con risultati eccellenti che non vedeva l’ora di mostrare a tutti Inciampando nel vestitino a sbuffo, grazioso ma scomodo per una bambina en plein air come lei, si spinse coraggiosamente fino al primo ciuffo di papaveri rossi spuntato a ridosso della campagna. Con delicatezza ne colse la giusta quantità, stando attenta a non macchiarsi e a non sgualcirne i petali teneri e impalpabili; poi, col suo bottino si sedette all’ombra della quercia imponente da lì poco distante. Con grande abilità ne intrecciò le corolle riuscendo a non rovinarne nessuna, decidendo di regalare la coroncina di fiori a Maria Luisa. Era sicura che l’avrebbe resa meno triste, forse addirittura più felice.

Due sagome note intrecciate in un abbraccio attrassero la sua attenzione e lei si stropicciò gli occhietti stanchi per il timore di aver frainteso.

Con grande stupore vide sua zia ricambiare inequivocabilmente le affettuosità del gigante biondo e muscoloso baciandolo su una guancia. Questi, allora, la prese per mano aiutandola a salire su un camioncino malmesso poco distante. Un unico attimo di indecisione, poi un’idea veloce come un lampo in un cielo d’estate.

– Zia, aspetta!

Lauretta corse a perdifiato come in quella mattinata lontana ma questa volta per raggiungerli, pronta a consegnare il suo dono campestre con infantile determinazione. I due amanti si volsero di scatto verso di lei, sorpresi, e sua zia, già di lato al suo cavaliere, si sporse dal finestrino e le accarezzò il visetto intelligente sorridendole come per scusarsi, con un luccichio insolito negli occhi che le fece capire che quello era un addio.

Lauretta le tese seria la ghirlandina di papaveri e l’altra l’afferrò veloce con uno sguardo luminoso, ben diverso dall’espressione incolore degli ultimi giorni. Poi le mandò fugace un bacio prima di stringersi al suo cavaliere. L’automezzo si allontanò rombando, sollevando una nuvola di polvere che fece tossire per qualche istante la bimba ma non la intimorì.

Quando li vide scomparire dietro il lungo filare di pini marittimi che delimitava la carreggiata Lauretta s’incamminò sulla strada del ritorno stringendo in pugno l’unico fiore rosso sfuggito al suo capolavoro, con sguardo pensieroso. Di una cosa, però, era abbastanza sicura. I papaveri erano troppo incantevoli per appartenere al demonio. Potevano soltanto essere fiori di angeli provvidenziali se erano riusciti a restituire il sorriso a sua zia. Gongolò al pensiero piacevole di quanto quest’ultima avesse apprezzato il suo braccialetto. Le avrebbe certamente portato fortuna, si disse convinta. Questo pensiero la confortò e la rese più serena.

A pochi passi da lei, al centro dell’aia attorno alla lunga tavolata ancora imbandita a festa, c’era qualcuno che discuteva con concitazione. Con un sussulto leggero lei trasalì credendo di saperne il perché ma non indietreggiò.

Vi si avvicinò, invece, a fronte alta; pian piano, con coraggio e calma estremi, pronta come non mai ad affrontare i rimproveri di sua madre.

Il suo bel vestito della festa era irrimediabilmente macchiato di verde e di vermiglio, ed era una realtà, ma a lei questo poco importava. Attorno a sé avvertiva ancora, forte e persistente, la fragranza discreta dei fiori rossi di campo magicamente da lei intrecciati l’uno all’altro, assieme a un nuovo e misterioso profumo di amore, percepito con lievità di bimba sensibile e da subito riconosciuto e accolto nel suo piccolo cuore.

Lucia Guida 

photo by Jarmilla