Springtime

Da poche ore siamo ufficialmente in primavera. E’ tempo di rinascita, di bilanci leggeri, di apertura verso un cielo oggi pieno di nuvole cinerine  e di sprazzi disinvolti di sole.

Una mia poesia per celebrare questo tempo denso di aspettative che promette bene per andar via senza voltarsi indietro

Ode alla Primavera

 

Sono grata ai petali di ciliegio,

in libera e impalpabile caduta,

di aver coperto le angustie

della mia giornata.

Le piccole ma cocenti

delusioni,

l’attimo sfuggito

alle mie dita

avide di vita;

i buoni propositi

mutati

in rassegnazione

piana, pacata.

Il sole che stenta

ad affacciarsi

attraverso questa coltre

grigioazzurra e dissimulatrice.

Le mie aspettative

che hanno bisogno di rugiada fresca

e di un nuovo mattino.

La mia speranza

racchiusa in un rosa

delicato e persistente,

oggi fiore in boccio

domani frutto goloso

e succulento.

Lucia Guida

photo by weheartit.com

ADOTTA UN EDITORE – INTERVISTA AD ALESSANDRA GAGGIOLI, DIRETTORE EDITORIALE e socio fondatore di FARNESI EDITORE .

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Le case editrici costituiscono un passaggio importante e fondamentale nel “viaggio dell’eroe” di ciascun aspirante scrittore. Specialmente quando un autore ha voglia di debuttare senza incappare nelle pastoie dell’editoria a pagamento.

Nel post di oggi ho il piacere di presentare la Farnesi Editore di Prato, rigorosamente NoEAP, per il tramite della sua direttrice editoriale Alessandra Gaggioli. L’intervista, che qui posto senza soluzione di continuità, è parte dell’iniziativa “Adotta un Editore” proposta dalle versatili e dinamiche bariste di Starbook Coffee, sito e pagina Facebook dedicati a iniziative, novità e notizie scrittorie a 360°.

Buona lettura

Farnesi Editore è una giovane casa editrice No EAP toscana nata nel gennaio del 2012 con sede a Prato. Nel suo progetto editoriale, esplicitato con essenzialità ma anche con un’estrema chiarezza d’intenti nel sito di riferimento, mi colpiscono due frasi, a mio avviso molto significative: il fatto che la Farnesi sia per la “valorizzazione del patrimonio letterario italiano inedito”e la sua determinazione di “portare al pubblico autori che sappiano fare letteratura.  Due mete estremamente ambiziose che mi incuriosiscono e che mi spingono ad approfondire la conoscenza di questa nuova realtà editoriale con un’intervista  a tutto tondo ad   Alessandra Gaggioli, architetto, direttrice editoriale  e supervisore della parte artistica per la Farnesi nonché sua socia fondatrice. Partiamo subito con le domande:

1)      Nella brevissima presentazione digitale di voi sul sito della Farnesi colpisce l’impegno a pubblicare opere di qualità. Oltre a questa puntualizzazione che premia un lettore attento ed esigente nel mare magnum dell’editoria italiana odierna, quali sono i punti cardine del vostro progetto? Quale in breve la Mission della Farnesi per chi sta iniziando a conoscervi adesso?

Farnesi nasce in un periodo difficile per l’editoria, poteva essere una tra tante case editrici minori, eppure la certezza che nei periodi di difficoltà si producono  le cose migliori ci ha spinto a tentare questa avventura. Siamo cinque socie, di cui solo due scrittrici, io (con lo pseudonimo Federica Gnomo Twins) e la signora Maria Lucetta Russotto, tutte animate dalla passione per la lettura e convinte che non bisogna andare a scovare all’estero bravi scrittori. In pratica l’idea base è voler dare spazio alle penne nazionali, agli esordienti, e farci coinvolgere dagli autori in progetti  che possono apparire “vintage” ma che in realtà sono altamente innovativi. Il tutto con una veste grafica curata che dia il giusto risalto all’opera.

Ad esempio abbiamo pubblicato come primo autore uno scrittore di favole, un papà, che sta avendo un grandissimo successo: ero convinta che la favola non fosse solo per bambini, ma potesse arrivare anche l’animo degli adulti. Il libro Melodia infatti tocca  molte corde e molti cuori di ogni età, e l’autore Armando Maschini sta ricavandosi un grande spazio nel panorama letterario “fiabesco”, come dice lui.

2)      Farnesi Editore è manifestamente per la pubblicazione non  a pagamento. In un mercato editoriale variegato come quello italiano in cui spesso “pagare per lavorare” e cioè sborsare cifre esorbitanti per essere pubblicati è un vezzo ancora piuttosto diffuso, quali sono le difficoltà incontrate da un piccolo editore che punta su poche opere selezionate da una prospettiva diametralmente opposta?

Il vero ostacolo per un piccolo editore passionale come noi, non è trovare bravi collaboratori, o lavorare e investire su un autore in cui crediamo, siamo imprenditrici e anticipiamo sempre tutte le spese.  La tragedia grossa è la  distribuzione capillare, viziata da richieste di percentuali altissime( 65%) da parte dei distributori e la riscossione lentissima del venduto(anche un anno e mezzo). Questo porta a dover ponderare ogni uscita con molta attenzione, ma noi non chiederemo mai contributi all’autore, noi siamo l’editore: il rischio è solo nostro.

3)      La vostra proposta editoriale si incentra sulle quattro collane “Verdemela”, “Peperosa”,  “Giallostorie”, “Biancocarta”. Puoi parlarci in breve di ciascuna di esse?

“Verdemela” è nata per prima, e si rivolge ad adulti e ragazzi che amino la freschezza del fantastico. “Biancocarta” raduna il varia, cioè ricette, attualità, esoterismo o esperimenti misti come il nostro secondo libro “Non voglio vedere verde” di Giada Briziarelli  e AA.VV, in cui si alternano ricette e fiabe che hanno per protagonisti gli ortaggi. “Peperosa” vuole essere una collana di commedie rosa, divertenti, frizzanti, ma non banali, vorremmo affrontare temi anche spinosi ma con semplicità e arrivare a un pubblico vasto.” Giallostorie”, come dice il nome, accoglie il giallo, le penne italiane, maschili ma sempre più spesso femminili,  intense, introspettive, addirittura venate di casalingo.Stiamo per uscire anche con la narrativa: un autore sardo molto bravo. Il nome della collana è in fieri. Insomma ci piace scovare belle storie, anche di vita vissuta, che abbiano la forza del quotidiano o la magia delle piccole cose.

4)      La distribuzione è un punto nodale per una piccola casa editrice dal momento che una propaganda mirata, seguita da una buona pubblicizzazione, danno spesso risultati sorprendenti. La Farnesi come si pone in quest’ottica? Preferisce vendere i propri prodotti librari attraverso il proprio sito, proporsi direttamente in libreria oppure affidarsi agli store on-line?

Come ho accennato, e dopo aver preso contatti anche con la distribuzione nazionale, ci stiamo orientando per una rete capillare di librerie fiduciarie. Piattaforme on-line e vendita diretta dal sito attrezzato con  e-commerce. Preferiamo spendere in pubblicità che pagare solo i distributori. Un libro solitario in ogni libreria non ottiene molti risultati … meglio qualche pagina di giornale.

5) Farnesi Editore sponsorizza da quest’anno il Premio Letterario città di Prato. Puoi parlarci di questa esperienza?

Il comune di Prato ci ha proposto  di legare il nostro concorso “Il tuo libro in libreria” alla città  e abbiamo accettato con entusiasmo. Questo ci  permetterà una bella manifestazione di premiazione per l’autore e l’opera prescelta. Non posso dirvi di più in quanto è la direzione marketing che si occupa di questo.

6) Pubblicazioni cartacee o digitali? Quali le prospettive e i margini di crescita e/o diversificazione della Farnesi in un’epoca in cui e-book, kindle, ipad e quant’altro sono oramai parte del vocabolario d’uso di buona parte del pubblico dei lettori?

Per ora noi operiamo in carta e abbiamo una collaborazione con la romana Dalim per la creazione e la diffusione su ogni piattaforma e in ogni formato di tutte le nostre opere, per cui l’autore è coperto anche dal punto di vista digitale in tutta serietà.

7) Una piccola casa editrice indipendente è spesso al centro delle aspettative di aspiranti scrittori esordienti; cosa consiglieresti a un autore in cerca di pubblicazione?

In generale dico di non mollare mai e cercare la casa editrice adatta alla propria opera, nel frattempo  tenere bene aperti gli occhi. Spesso un’opera non adatta  per un periodo lo sarà tra due o tre anni, oppure quello che non piace a x piace a k,  insomma bisogna essere anche  bravi venditori di se stessi. E una volta entrati in una squadra dare il meglio per collaborare ed emergere. Ricordarsi sempre che la stampa del libro è solo il primo passo, il lavoro vero viene dopo.

8) Parlando in generale, al momento ritieni che ci siano dei generi letterari che tirano di più nel mercato dell’editoria? Ammettendo e non concedendo che uno scrittore esordiente possieda in tal senso una certa versatilità e che sia in grado di spaziare dal fantasy al pulp, ad esempio, con una certa credibilità.

Ogni scrittore ha un suo genere congeniale, ma ciò non toglie che possa cimentarsi in altro, sempre che  la cosa nasca da un suo desiderio e non da una imposizione di mercato. Certo è che alcuni generi tirano più di altri, commercialmente parlando. I piccoli editori possono fare scelte commerciali differenziate o di nicchia, e questa nicchia può anche non essere quella che fa  grandi numeri ma avere estimatori costanti. Noi editori alle prime armi dobbiamo dosare vendibilità, visibilità, e qualità.

9) Fiere librarie e presentazioni letterarie contribuiscono spesso al lancio e/o alla pubblicizzazione della casa editrice e degli autori che essa propone. Quale la tua esperienza in merito?

Noi finora abbiamo poca esperienza di fiere, stiamo arricchendo la nostra offerta, ma devo dire che i nostri autori Armando Maschini, Anna Genni Miliotti e Giada Briziarelli hanno fatto e stanno facendo delle meravigliose presentazioni, piene di gente e incentrate molto sulla interazione col pubblico e i bambini.

10) A te l’onore e l’onere di scegliere le copertine delle opere pubblicate dalla tua casa editrice. Quanto conta in tal senso l’immagine visiva di un prodotto editoriale, con riferimento alla prima e quarta di copertina, nel catturare l’attenzione di un potenziale lettore?

Voglio specificare che naturalmente la mia scelta viene poi sottoposta a tutte le socie, e spesso concordata con l’autore, mi piace che quest’ultimo sia partecipe delle dinamiche di selezione, così come quando studiamo il titolo. La parte visiva dell’opera, in un mondo in cui l’immagine è la regola, la ritengo importantissima. L’opera deve emergere dalla massa e colpire l’immaginario del lettore. Poi però assicurare anche ottimi contenuti. Non amo ingannare con false aspettative. Né dare una veste grafica dissonante ai contenuti. Qui entra in gioco la mia formazione artistica.

11) Quali sono i progetti e i sogni nel cassetto della Farnesi Editore?

Già il fatto di avere festeggiato il primo compleanno e avere in campo opere che continuano a vendere bene è un risultato eccezionale, mi auguro di continuare così, e avere in casa editrice sempre autori di cuore, consapevoli del loro valore ma semplici,  felici di scrivere e pubblicare con noi. Non possiamo promettere la visibilità di un grosso editore, però ogni viaggio, come tutti sanno, comincia da un piccolo passo. E magari Farnesi farà tanta strada!

a cura di Lucia Guida

N.B. E’ possibile leggere la presente intervista in due tranches in originale nei seguenti link:

http://starbooks.it/2013/03/18/intervista-al-direttore-editoriale-di-farnesi-editore-2/

http://starbooks.it/2013/03/20/intervista-al-direttore-editoriale-di-farnesi-editore/

PRESENTAZIONI D’AUTORE – “Il cielo capovolto” di Stefano Carnicelli

“Il cielo capovolto” è il titolo del romanzo d’esordio di Stefano Carnicelli, ma anche il titolo di una famosa canzone di Roberto Vecchioni del 1995 e del quadro di Chloé Martin, nipotina dell’autore abruzzese e autrice della bellissima copertina di quest’opera da me presentata domenica 3 marzo 2013 presso l’Associazione Culturale OliS di Montesilvano (PE). Una triplicità che non è affatto ridondante ma che rimanda al colore che la lettura di questo romanzo, pubblicato nel 2011 per Prospettiva Editrice, ci propone: un blu intenso e coinvolgente, caratteristica predominante, nelle sue mille sfumature, del mare e del cielo.

Francesco è un giovane studente universitario diviso tra gli studi di ingegneria, la passione calcistica praticata attivamente e l’affetto profondo nutrito per suo padre, suo unico punto di riferimento affettivo. A un certo punto la sua tranquilla esistenza è sconvolta dalla morte improvvisa di Mario, avvenuta in circostanze estremamente tragiche e in parte misteriose. Facendo buon uso degli insegnamenti di quest’ultimo, Francesco prova a risollevarsi e a cercare un nuovo baricentro. Lo trova ne “Il cielo capovolto”, un villaggio-vacanze in cui decide di andare a lavorare durante la sua prima estate vissuta in completa solitudine. L’allontanamento volontario dal paese natio innescherà in lui un processo di crescita interiore, un vero e proprio “viaggio dell’eroe”, che lo aiuterà a raggiungere consapevolezza maggiore attraverso nuove prove esistenziali condite dal gusto dolceamaro dell’amore e della sofferenza.

Per questo viottolo dal terreno spesso accidentato,  la sensazione, netta, che Stefano proceda di pari passo con Francesco, la sua creatura “di parola e di azione” non abbandona mai il lettore. E può capitare di imbattersi in strofe di  canzoni di Fossati e Vecchioni, in considerazioni filosofico-esistenziali, citazioni letterarie di tutto rispetto affiancate da vecchi adagi popolari pensando a Francesco come ideale portavoce di Stefano, impegnati, entrambi, in un’autentica sinergia narrativa che è anche esistenziale.

Molte le tematiche degne di rilievo trattate nel libro. Ne cito solo un paio. Il primo filo scrittorio annodato da Stefano è quello dell’attesa: l’attesa di poter tornare, per Francesco, alla normalità ma anche l’attesa di poter arrivare a capo della morte di suo padre; aspettando, infine, di poter risentire  e rivedere Stella, la donna della sua vita, unico personaggio femminile descritto a tutto tondo con grande meticolosità. Seguono il sogno  e l’immaginario  come escamotage personale di Francesco per riconquistare, attraverso la dimensione onirica e immaginifica, le cose perdute: l’affetto di suo padre e poi quello di Stella, aprendo a occhi chiusi ogni sera “le porte dei sogni” per ricollegarsi mentalmente a un piano atemporale collocato nella propria interiorità, a dispetto di un mondo reale non sempre all’altezza delle sue aspettative.

Per stessa definizione di Stefano Carnicelli la trama de “Il cielo capovolto” è assai semplice, nell’accezione più positiva del termine: piana ed essenziale, come solo le cose del vivere comune sanno essere; mai, tuttavia, scevra di elementi di positività e speranza, attitudini alla base del messaggio che l’autore ci vuol trasmettere attraverso le pagine di questo libro.

Illuminante in tal senso la motivazione del secondo posto conquistato da quest’opera nel Premio Letterario Nabokov 2012, per la sezione narrativa:

“La vita riserva ad ognuno di noi gioie e dolori. Apre e chiude porte che spesso ci conducono verso scelte dolorose e momenti difficili. Stefano Carnicelli con il coraggio dei grandi scrittori decide di narrare la difficoltà del vivere per farci scoprire la gioia della vita. “

Una consacrazione letteraria che ben riflette l’affetto con cui i lettori hanno, a oggi, accolto il battesimo narrativo di Stefano.

L’autore

Stefano Carnicelli è nato a Tornimparte (AQ) nel 1966. Attualmente risiede  e lavora a L’Aquila per un istituto di credito. Ama leggere opere di narrativa contemporanea e scrivere quando la sua professione e gli impegni di famiglia glielo consentono. Appassionato di musica e di calcio ha collaborato in passato con la testata giornalistica abruzzese del “Centro” occupandosi nel presente della rubrica letteraria di abexpress, digital magazine regionale. Attualmente è impegnato nell’editing del suo secondo romanzo, di prossima pubblicazione  sempre per la Prospettiva Editrice.

Le citazioni

 

A proposito di Stella:

“Sei stata un’onda partita da molto lontano che si avvicinava sempre più a riva, verso di me. Eri lì in perenne e costante movimento; un’onda che cresceva attimo dopo attimo, giorno dopo giorno. Ti sei autoalimentata nel tuo mare per abbatterti con dolcezza su di me. Mi sono sentito invaso da te e da tutte le energie che hai saputo trasmettermi (…) Era come se vedessi le stesse cose con occhi nuovi e ben diversi dai precedenti; sono sparite le ombre tetre e le tristi incertezze che avevo dentro.”

A proposito della morte di Mario e delle implicazioni del destino nelle vicende umane:

“La vita era fatta di tante e piccole verità; c’erano i padri e i figli perché la vita si prende e poi, nuovamente si dona ai figli che verranno. E c’erano anche i cani che guidano le pecore perché alcune figure sono e saranno, nella vita, coloro che guideranno quella massa di gente che si lascerà, nel bene e nel male, condurre. Ma la disciplina della terra era anche quell’insieme di nomi fatalmente dimenticati dalla parte negativa e ostile, quella sinistra, appunto, del destino. Ecco chi era il Suonatore; era la sorte, il fato, e aveva dimenticato Mario sotto la sua mano sinistra.”

A proposito del rapporto uomo-donna e come commento all’ultimo canto di Saffo:

“E’ una caratteristica dell’universo maschile quella di vivere sempre in un clima incerto e burrascoso a differenza dell’universo femminile che è più fermo, deciso, definito, eterno e vero come il cielo. Da una parte il mondo agitato e irrisolto dell’uomo che rappresenta il mare, dall’altra il mondo fermo e reale dell’universo femminile che rappresenta il cielo.”

Con riferimento, infine, alla tenacia con cui bisogna affrontare le alterne vicende della vita:

“ In ogni situazione che vivi, in sostanza, si può essere o martello o incudine. Se hai la fortuna di essere martello, potrai battere; se, invece, sei incudine, puoi solo stare e subire il destino! Francesco amava questo proverbio ed era stato sempre ispirato da queste parole (…) In qualche modo cercava sempre di essere un po’ martello, magari un martello anche piccolo, con battuta leggera e quasi impercettibile, ma pur sempre un martello! L’essere incudine significava subire passivamente. A volte era inevitabile, come era stato nella vicenda di suo padre, ma già la semplice reazione all’imponderabile destino appariva, ai suoi occhi, come un riappropriarsi pienamente della propria vita (…).”

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“Presentazione de “Il cielo capovolto” a OliS, Associazione Culturale di Montesilvano (PE)

3 marzo 2013

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I link del blog di Stefano Carnicelli e della sua pagina facebook dedicata al suo romanzo:

http://www.stefanocarnicelli.it/

https://www.facebook.com/#!/groups/169769379761870/?fref=ts

“Il cielo capovolto” edito da prospettiva Editrice è reperibile qui e nei principali store on-line

Carillon

La maternità è una delle esperienze esistenziali  più complesse offerte a una donna ed è mia ferma convinzione che spetti alla donna in primis scegliere come gestirla. Decidendo della propria e altrui vita con libertà assoluta e parimenti con  estrema consapevolezza.

Il racconto di oggi, intitolato Carillon, si colloca “nel mezzo del cammino”, dando voce alle riflessioni di una donna che aspetta un figlio che non ha scelto di avere. Nella narrazione del fotogramma infinitesimale di una giornata come tante c’è posto per i ricordi passati della protagonista, per un brivido breve ma intenso del suo presente ma non per una conclusione netta, definita.

Sarà responsabilità del lettore dargliene una. Ricordando, tuttavia, che non c’è ferita o gioia al mondo che per ciascuno di noi non si ripercuota per una sola e unica stagione.

 

 

Carillon

La donna tirò lieve la cordicella del carillon e musica odorosa di borotalco e di piume leggere si diffuse nella penombra della camera da letto, rischiarata da un abat-jour dal cappello ampio e chiaro. L’illuminazione soffusa e tenue attutiva percettibilmente i pensieri, tanti e grevi, che le frullavano per la testa da un po’ di giorni. Da quando quel referto di laboratorio le aveva dimostrato inconfutabilmente come la vita conserva sempre una certa tendenza a riaffermare il proprio diritto a sovrastare la storia personale di ciascun essere umano, optando talvolta per  il momento meno opportuno per farlo, incurante di ritmi o equilibri preesistenti ed imponendo scelte.

Ed eccola lì, seduta sul bordo del letto accuratamente rifatto, a interrogarsi sul da farsi. L’unica nota dissonante quella musica per neonati rassicurante e morbida come il topolino di stoffa che la conteneva, vestito in toni pastello, che invitava ad una pacatezza che a lei in quel momento sfuggiva, che non sapeva fare propria.

Quarant’anni, un lavoro di tutto rispetto, una casa di proprietà, begli amici, un amico del cuore. E un figlio in arrivo. Inaspettato, non preventivato e tuttavia in viaggio già da un po’.

Giunto quando oramai lei non se l’aspettava più, rassegnata felicemente ad un avvenire di singletudine conclamata impostole dalle circostanze  e che lei aveva comunque accettato e fatto proprio.

Qualcuno l’avrebbe potuto considerare un segno del destino, un orologio biologico che le ricordava come tutto avesse una fine oltre che un inizio. Un barlume di eternità che le si era paventato a un certo punto del suo cammino esistenziale e a cui oggi, forse, non riusciva  a dare il dovuto risalto.

C’erano stati tempi in cui lei aveva sognato di diventare madre come giusta conclusione di cicli che si compivano. Erano quelli gli anni in cui credeva all’amore di una vita, quello che ti dà la forza di rivoluzionare il tuo mondo adeguandolo in parte  alle esigenze di terzi. Un amore bagnato di eternità, fatto di tranquilla quotidianità, di passione che potrebbe mutarsi in stabile e duraturo affetto. Di anniversari da rispettare e onorare, di spese al supermercato insieme e di cenette elaborate nella piena considerazione dei gusti di un altrui maschile.

Ma quell’epoca era inevitabilmente terminata e sfumata in un addio maturato in maniera graduale  annunciato da piccoli e impercettibili segnali, chiarissimi all’esterno,  che pure a lei erano sfuggiti.  E quando la quotidianità fatta di tenerezza si era tramutata in abitudine priva di rinnovamento ed entusiasmo, lei aveva detto “basta” anche per lui che, grato, l’aveva salutata con la promessa di farsi risentire a scadenze fisse. Da amico affettuoso che continua a volerti bene ma in modo differente. Riservando probabilmente, lei lo sentiva, un’attenzione privilegiata ed esclusiva ad altre. Tanto era servito a farla svoltare senza guardarsi indietro e a dedicare tutte le sue energie ad affermarsi professionalmente, accettando di popolare amichevolmente il suo tempo libero e di scegliersi un amico con cui condividere i suoi momenti di privacy e di relax.

Sorrise al pensiero di annunciare all’uomo che riempiva il suo presente di essere incinta di lui. Impensabile, improponibile. Paradossalmente assurdo.  Come si fa a comunicare a un eterno peter pan che non avrà più tempo da dedicare ai suoi passatempi preferiti perché molto verosimilmente potrebbe trascorrere ore ed ore accudendo un neonato bisognoso di cure infinite? Privato in aggiunta dell’infinita libertà di cui ha sempre goduto? A una persona che si è sempre posta al centro dell’universo vivendo senza vincoli né costrizioni, cominciando dal campare alla giornata senza programmi di sorta che non siano quelli legati alla mera sopravvivenza?

Non gliel’avrebbe detto, non aveva senso alcuno mettere al corrente di un evento così delicato una persona abituata a navigare, sia pure in mari ultra conosciuti, scientemente senza timone e a seconda del vento che spira al momento.

E cosa dire di se stessa e dell’impulso che l’aveva spinta a cedere senza un apparente perché all’acquisto di un carillon? Vederlo in una vetrina di articoli per la prima infanzia   e portarlo via con sé, ben mimetizzato nell’elegante borsa portadocumenti, era stata questione di pochi minuti. Il carillon era finito in un cassetto del comò e lei, con un sottile senso di colpa, l’aveva lasciato sotto  lì per un po’, quasi a riflettere sul da farsi. Sentendo d’improvviso e  inspiegabilmente il bisogno di tirarlo fuori quella sera di fine autunno per farlo trillare nella sua camera da letto minimal chic così perfettamente in ordine.

Sapeva che sarebbero occorsi ancora pochi istanti e il topino di stoffa avrebbe smesso di vibrare cessando di ninnare la sua ascoltatrice silenziosa. Attraverso la tenda accuratamente tirata osservò dalla finestra la sagoma di un albero ondeggiare nel vento della sera, ripetendosi mentalmente che tutto sarebbe tornato a posto, che ogni cosa avrebbe ripreso la sua collocazione solita. Che i suoi pensieri, anch’essi ben allineati, avrebbero seguitato a dipanarsi secondo un ordine prestabilito e rassicurante.

Ma sarebbe stato davvero così?

L. Guida

” Silenzio assordante “, dipinto di Giovimartin

Time Passages

A volte aspettare è l’unica cosa che resta.

Il mondo e le cose vanno come devono andare, secondo ritmi che assai spesso ci sfuggono ma che hanno, tuttavia, la preziosità di farci riflettere su noi stessi e su ciò che siamo secondo ritmi biologici più naturali, certamente più umani.

E la poesia, con il suo andamento lento, aggraziato ed elegante è l’unica possibilità che abbiamo per fermare nel tempo le piccole pause da cui sono scanditi i nostri passi nel flusso dell’esistenza. Con incisiva, profonda verosimiglianza.

 

 

Giorni

 

Non è con affanno

né con mera malinconia.

Non con impaziente scalpitio

né con apatica rassegnazione.

Non sotto una pioggia incessante

né in un deserto senza ombra o palmizi.

E’ sull’onda morbida

dell’altalena  dei miei ricordi

di bimba che aspetto,

pronta a spiccare

quel salto in terra.

Fortunatamente

non ancora sazia di vita.

Curiosa viaggiatrice

del mondo

con fardelli lievi

stretti tra le braccia,

avvolti in tessuto

di brillante

e robusta esperienza.

Lucia Guida

” Daydreaming on Swing “, silk painting by L. Reznikova

Il linguaggio delle cose

Le cose parlano con la voce e l’anima che noi gli conferiamo attraverso i nostri pensieri. Rivestendosi dell’affettività di cui noi le connotiamo. Trasformandosi da semplici oggetti in frammenti di memoria e di vita.

In un racconto brevissimo di qualche anno l’insolita giornata di un comune ciottolo di spiaggia.

Ciottolo di mare

Era un comunissimo ciottolo di mare.

Tondeggiante e oramai senza più angoli da smussare, color ambra portato fin lì forse dalla corrente del fiume o prodotto dall’erosione dei frangiflutti che a una certa distanza dalla riva proteggevano dalla capricciosità dell’Adriatico quel po’ di spiaggia che era rimasta.

Giaceva immobile sulla battigia sottoposto agli umori dei passanti che avevano deciso di spendere quel giorno di arsura e di calura al mare. Gli facevano corona un guscio di conchiglia ormai vuoto, pezzetti lucidi di alga e un rametto di legno levigato dalle onde. In mattinata aveva attratto l’attenzione di un bimbo bruno e paffuto che lo aveva trasformato in vetrata o portone del suo castello di sabbia, costruito con notevole impegno e con l’aiuto attento della sua babysitter e della sorellina poco più grande di lui. Poi il piccino era andato via, lasciando la sua costruzione in balia delle onde che in poco, col risalire della marea, l’avevano rasa al suolo. E il ciottolo era finito nuovamente tra gli altri tesori del mare.

Nel primo pomeriggio era stata la volta di un adolescente magro e altissimo dallo sguardo incupito che se l’era rigirato più e più volte tra le dita, voltandosi di tanto in tanto, furtivamente, a guardare di sbieco una ragazzina allegra e biondissima che giocherellava in acqua con i suoi amici a pochi metri di distanza da lui. Alla fine il ragazzo, stizzito, l’aveva gettato assai lontano dalla riva all’ennesimo strillo di gioia della sua compagna prima di raccogliere la sua sacca e di allontanarsi a passo veloce.

Ma il mare, con  gesto tenero e paziente, l’aveva riportato alla base. E il gioco era ripreso da capo.

Un terranova dallo sguardo umido e gentile l’aveva annusato per poi scartarlo lateralmente con una zampa e proseguire il suo cammino  indisturbato seguito dal suo padrone. Il ciottolo era stato poi raccolto da una signora di una certa età che ne aveva osservate con attenzione le venature iridescenti indecisa se includerlo nella sua selezione di pietre, ma ci aveva ripensato e l’aveva lasciato cadere  nuovamente nella sabbia fluida e scura. Era rimasto a lungo in quella sorta di limbo semi nascosto fino a quando una giovane donna l’aveva notato e se l’era fatto scivolare in una tasca dei cortissimi shorts che indossava. Per il ciottolo era stato un momento di panico e di buio assoluti, per nulla  mitigati dalla sensazione di appartenere finalmente e definitivamente a qualcosa o a qualcuno.

A casa la donna l’aveva tirato fuori e, dopo averlo ben ripulito,  gli aveva scritto sopra a penna indelebile una data e una parola. Conservandolo in una scatola circolare e lucida assieme a un rametto di mirto secco, a diversi bigliettini, a un sacchetto di lavanda, ad altri sassi e conchiglie e a molto altro ancora che sapeva di ricordi e giorni lontani.

Poi era uscita sulla veranda e, con lo sguardo rivolto al mare, ne aveva respirato la brezza pulita; rientrando dopo pochi attimi e richiudendo, dopo di sé, con garbo ma con decisione,  la persiana di legno chiaro sul crepuscolo aranciato e sui suoi pensieri.

Lucia Guida

 

                     photo by alfemminile.com

Vendetta o Vittoria?

La gioia di scrivere

 

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?

Ad abbeverarsi a un’acqua scritta

che riflette il suo musetto come carta carbone?

Perché alza la testa, sente forse qualcosa?

Sostenuta da quattro zampette prese in prestito dalla verità,

da sotto le mie dita rizza le orecchie.

Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta

e scosta i rami

causati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco s’acquattano, pronte a balzare,

lettere che possono mettersi male,

un assedio di frasi

che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta

di cacciatori con l’occhio nel mirino,

pronti a correr giù per la rapida penna,

a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.

Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.

Un batter d’occhio durerà finché lo dico io,

si lascerà dividere in piccole eternità

piene di pallottole fermate in volo.

Non una cosa avverrà se non voglio.

Senza il mio assenso non cadrà una foglia,

né uno stelo si piegherà sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo

di cui reggo le sorti indipendenti?

Un tempo che lego con catene di segni?

Un esistere che a mio commando è incessante?

La gioia di scrivere.

Il potere di perpetuare.

La vendetta di una mano mortale.

 

Wislawa Szymborska

 

 

Essere autori per scelta e per passione. Iniziare con discrezione, quasi in sordina e continuare a farlo per il sottile piacere di vedere concretizzata un’idea peregrina, una storia che prende forma e spicca il volo, lasciandosi alle spalle una routine implacabile, le piccole e grandi contrarietà dell’esistenza, qualche inevitabile delusione per provare a intravvedere un futuro in continuo divenire: quello della propria creatività scrittoria.

Sorvolare con nonchalance l’indifferenza e la poca lungimiranza dell’oggi di qualcuno per continuare a inseguire un sogno leggero; appena legato al filo sottile di un aquilone lasciato a cielo aperto libero di dispiegarsi, seguendo come più gli aggrada le correnti d’aria prima di ritornare da te, ricadendo nelle tue mani. La tua creatura, un libro destinato a far sognare, immedesimare, condividere ad altri le tue sfumature emozionali e le tue scelte esistenziali, i tuoi tableaux di vita vissuta ora colorati a tinte vivaci ora con toni pacati.

Davvero una gran bella vendetta quella dell’autore: disvelare a mezza voce nell’orecchio del lettore verità nascoste e  imprevedibili lasciandogli la possibilità di scoprirne altre, maggiormente vicine alla sua sensibilità, col prosieguo della storia. Una vendetta sapiente a fronte della pochezza, della disonestà, dell’avarizia mentale e sentimentale dilaganti e contagiose.

Vendetta o semplicemente vittoria?

A me piacerebbe che fosse vittoria: trasparente e leggera come acqua di fonte, purificatrice, esorcizzante.

Un grazie di cuore alle intuizioni poetiche della Szymborska. A tutti noi apprendisti affabulatori l’augurio sincero di buon cammino.

 

La Fata della Melagrana

La Melagrana ha segnato indelebilmente quest’anno per me specialissimo e singolare. Vorrei concludere questo dicembre insolitamente soleggiato e quasi primaverile con una piccola fiaba che parla di infanzia, di fantasia, di fate minuscole e benevole e di melagrane beneauguranti. Pensando per voi una fine morbida, senza scossoni, e un principio altrettanto graduale colorato di positività e passione per le cose belle e vere.
Arrivederci, 2012. Benvenuto, 2013.

La Fata della Melagrana

La bambina prese con le mani le due metà della melagrana perfettamente combacianti e simmetriche incerta sul da farsi. Poi decise di separarle con dolcezza, lasciando che copiose gocce di succo agrodolce e vermiglio macchiassero la tovaglia bianca di fiandra con cui la tavola era apparecchiata.
La donna si stiracchiò languidamente, svegliata dalla solerzia della bambina guardandola interrogativamente e poi con maggior indulgenza e disponibilità. Destarsi all’improvviso le era costato parecchio ma comprendeva la curiosità di quella donna in nuce e decise di accontentarla. Fece qualche passo di danza per sgranchirsi le membra intorpidite sul chiaroscuro della tovaglia damascata lasciandosi guidare da una musica immaginaria e dal piacere genuino di quegli occhi infantili colmi d’intelligenza intenti a seguire con interesse ogni sua mossa. Sfoderò tutta l’intraprendenza che possedeva nel percorrere il perimetro quadrato del piano su cui poggiava ben attenta a non scivolare oltre, verso profondità e altezze inesplorate. Continuò fermandosi davanti alla foglia lucidissima e verdissima di un’arancia matura, saggiandone la consistenza provando a dondolarsi con leggerezza, le mani ben salde al picciolo, e la bimba ripensò a pigre giornate estive trascorse nel dormiveglia intrecciando le dita nelle maglie di un’amaca lontana dal vago sapore di salsedine e le sorrise. Decise, allora, di offrirle la polpa sugosa di un acino d’uva maturo e la donna accettò con gratitudine. Insieme ne assaporarono la dolcezza senza pretese a lungo e in silenzio; poi la creatura misteriosa accettò di salire sul palmo di quella manina grassoccia e amichevole per farsi esaminare con la stessa precisione di uno scienziato intento a osservare al microscopio un organismo prezioso e minuscolo poggiato con cura su un vetrino: i capelli lunghi e liscissimi, dalla consistenza setosa. La pelle rosea e compatta del viso. Gli occhi color ambra, mobili ed espressivi. Un corpo femminile sinuoso e morbido appena velato da un abito di consistenza traslucida che alla bimba fece pensare alla sottilissima pellicina dell’acino d’uva appena assaporato. Una fata perfetta e amabile, simile alle tante creature fiabesche da lei conosciute e amate nelle ore di assoluta e compiuta solitudine trascorse nella lettura avida di pagine e pagine di storie senza tempo. A lungo rimasero lì, insieme, avare di parole, comunicando un mondo di idee e sensazioni attraverso le sfumature sottili ed espressive dei loro sguardi sino a quando un rumore improvviso e inaspettato non le fece sobbalzare entrambe, con la sgradevole percezione di essere state appena colte in flagrante.
Il persiano di casa osservò sornione la sua giovane padrona dal basso, strofinandosi contro una gamba tornita del tavolo, riflettendo sulla prossima mossa da compiere. La fata portò l’indice alla bocca chiedendole silenzio e complicità e la bambina con delicatezza decise di lasciarla laddove l’aveva, quel giorno, scoperta per la prima volta, accanto ai grani trasparenti e rossastri del frutto che era la sua dimora e attese. L’altra annuì con un sorriso leggero lasciandosi racchiudere con grazia nella sua prigione dorata. La bambina guardò a lungo le due metà ora saldate alla perfezione e non disse nulla.
Poi, con fare autorevole, si rivolse al suo antico compagno di giochi invitandolo a seguirla come sempre in giardino.
Di quel pomeriggio magico e irripetibile non rimasero che poche stille vermiglie sul candore violato di una tovaglia delle feste e un’aria svagata e pigra ma stranamente appagante offerta dal sole e dal garbino attraverso la finestra aperta su una domenica di dicembre unica e speciale.

Lucia Guida

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photo by Danezz

PRESENTAZIONI D’AUTORE – “Vita senza tempo” di Caterina Regazzi e Paolo D’Arpini

“Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso”

‘Che tu sia per me il coltello’, David Grossman

 

 

Un amore “settembrino”, quasi “senza tempo”, quello narrato da Paolo D’Arpini e da Caterina Regazzi nel loro bel libro “Vita senza tempo”, raccolta epistolare della selezione di un nutritissimo carteggio virtuale che inizia il 24 aprile 2009 e si conclude il 7 luglio 2010.

Ne abbiamo parlato con passione e con sentimento domenica 9 dicembre 2012 a OliS in un’intervista a tre mani, caratterizzata anche dal pieno coinvolgimento empatico del pubblico presente.

Il libro si dispiega in maniera graduale, partendo dall’iniziale fase amichevole della conoscenza reciproca di Paolo e Caterina, nutrendosi di un corposo segmento intermedio di approfondimento e approdando, infine, a una relazione stabile sentimentale. Un ruscello che convoglia le proprie acque in modo equilibrato prima di diventare fiume e sfociare in una conclusione ideale, quella di apertura verso il mare e verso la vita stessa, rivista da Caterina e Paolo in un’ottica di condivisione e comprensione l’una per i punti di forza e i punti di debolezza dell’altro e viceversa, come in un amore maturo e realmente fruibile dovrebbe sempre essere. Un sentimento forte e corposo ma non scevro da  dubbi, piccole incertezze, sussulti dovuti alla frenesia del vivere quotidiano sperimentati da Caterina, veterinaria, accolta in un abbraccio ideale dalla disponibilità  “appassionata/spassionata” di Paolo, spirito libero e pensionato, spesso ago della bilancia della quotidianità di entrambi. Il dialogo  procede secondo ritmi variabili, trattando moltissimi temi attuali e contemporanei: relazioni umane e loro spendibilità nel reale e nel web ( quest’ultimo visto come modalità privilegiata e catalizzante di comunicazione, seguita tuttavia da un’indispensabile conoscenza “de visu” );   accettazione amorevole e consapevole di se stessi come premessa indispensabile per l’instaurazione di rapporti affettivo-sentimentali-relazionali positivi e durevoli di amicizia e amore; scelte esistenziali sentite con particolare riferimento alla salvaguardia dell’ambiente, alla tutela del benessere degli animali anche in rapporto a stili alimentari vegetariani o vegani. Accomunate sempre e comunque dal profondo rispetto di tutto ciò che ci circonda.

L’idea di vivere spensieratamente ma non superficialmente per arrivare gradualmente ma in modo maggiormente sentito e con naturalezza a determinate scelte di vita, senza forzare la mano a un processo che, una volta innescato, porta inevitabilmente alle giuste conclusioni. L’attribuzione, infine, di un peso rilevante al momento presente, da gustare intensamente scevro da ombre passate ( o forse, meglio, non appesantito ma arricchito dalla positività di ciò che è stato ) e di moderata propedeuticità verso un futuro ancora tutto da costruire con i piedi ben piantati per terra in un hic et nunc concreto e costruttivo.

 

Gli autori

 

Caterina Regazzi (classe 1959), veterinaria, è il referente della Rete Bioregionale Italiana per il rapporto uomo-animali. Vive a Spilamberto (MO) dal 2000 dove lavora e “si prende cura del proprio sé”.

 

Paolo D’Arpini (classe 1944), pensionato, è stato uno dei primi ri-abitanti della comunità di sperimentazione artistica, politica, sociale e spirituale di Calcata, alle porte di Roma. Dagli anni ’70 agli anni ’90 ha ripetutamente soggiornato in India ed in Africa. Ha collaborato in qualità di free lance con numerose testate, televisioni e radio. Vive attualmente a Treia (MC) dove si dedica soprattutto alla sua attività di blogger.

 

Le citazioni

 

Ben amalgamate nella narrazione, le riflessioni di Caterina e Paolo abbondano senza, tuttavia, il minimo sentore di  pretenziosità. Una sorta di corollario, fruibilissimo per tutti, di vita vissuta, agita.

 

Paolo D’Arpini

 

“ Viviamo in una società che non tiene conto del valore della vita di altre specie ed è per questo che una dieta vegetariana sarebbe indicata sia per motivi etici, che tuttavia sono meno importanti, che ecologici.”

“Le sensazioni più negative sono solo oscuramenti che sorgono nella mente, tanto vale non tenerne conto e procedere risolutamente nel bene … “

“Occorre accettare la propria solitudine e volersi bene come siamo, senza aspettative né desideri, allora nel silenzio l’amore fiorisce e non è più compensazione ma una semplice espressione di sé”

“Quando sono in viaggio mi muovo come se fossi in sogno, non so mai quello che succede realmente e quali sono le cose da fare, anche se un sottofondo di conoscenza o di ricordo dei percorsi e dei modi mi resta nella memoria”

“Le cose accadono perché ce le cerchiamo ma anche a volte contro la nostra volontà. Io, sinceramente, non credo che il nostro destino sia segnato ma che “attiriamo” o “respingiamo” le persone, gli eventi, le atmosfere a seconda di quello che siamo e che sentiamo e quindi di come noi ci poniamo”

“Non è meglio immergersi nel tutto e accettare, vivendo e basta? Dove per accettare voglio dire anche lottare, se necessario”

“La santità è una cosa diversa dalla saggezza”

“Ognuno di noi ha bisogno di essere addomesticato per poter risultare consono in un rapporto ma questo non significa perdere le proprie caratteristiche, anzi significa capire come accettarle e farle accettare con dolcezza”

“Ama e non preoccuparti … ama e basta”

“Ricordiamo sempre che possiamo solo compiere ciò che è a noi possibile, non ciò che riteniamo dovrebbe essere”

“L’amore è un gran livellatore dell’io”

“ (…) provo per te un infinito amore e cerco una fusione con te, uno stato dell’anima in cui non abbia più “bisogno” di chiederti alcuna spiegazione. Sciogliermi in te, restando me”

“Sii te stessa senza remore e non avrai mai da pentirti”.

 

 

Caterina Regazzi

 

“E’ più difficile fare di ogni scelta che ha risvolti commerciali una scelta consapevole sui risvolti  ecologici, etici, sociali che comporta (…) Tutti dovremmo guardare un po’ di più alle implicazioni che i nostri comportamenti sottendono … senza che il nostro ego ne abbia a gonfiarsi troppo.”

“Ero felice anche prima, Paolo, finalmente dopo tanti anni passati a subire la vita, ora ho imparato ad amarla incondizionatamente come si ama un figlio e forse proprio per questo ho incontrato te”

“L’amore non si può pretendere, ma non solo l’amore tra uomo e donna, tutti i tipi di amore (…) ti amo come sei senza chiedermi neanche più di tanto come sei”

 

“ (…) siamo tutti un po’ “sciroccati” e tutti, chi più, chi meno, ci attacchiamo a delle immagini, a delle esperienze fuori da noi, per poter dare “un valore aggiunto” alla nostra vita”  

 

“Se rinasco vorrei rinascere gabbiano, tanto lo so che dovrei retrocedere nella scala evolutiva ma almeno forse, per una vita di gabbiano mi sentirei più libera”

 

“Meravigliosi i momenti in cui non capisco dove finisci tu e dove comincio io”

 

“La ricerca della felicità è un istinto naturale (…) Per me la felicità si raggiunge essendo in armonia con il creato, provando amore per se stessi e per gli altri”

 

“ (…) sognando, ad occhi chiusi o aperti, a volte si scoprono energie e scenari che ci fanno vedere al di là delle semplici consuetudini e ci mettono in contatto con il nostro Sé”.

 

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Presentazione di “Vita senza tempo” a OliS, Associazione Culturale di Montesilvano (PE)
9 dicembre 2012

 

 

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Il blog di Paolo D’Arpini e di Caterina Regazzi:
http://paolodarpini.blogspot.it/

“Vita senza tempo”, edita da Viverealtrimenti è reperibile qui e nei principali store on-line

Andar per fiere – a Più Libri Più Liberi con la Nulla Die

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Prendete cinque autrici grintose, mettetele insieme a parlare di scrittura al femminile e otterrete  risultati sorprendenti. Le donne, si sa, sono dotate di energia e inventiva inesauribili, pronte a dispensare potenziale umano a piene mani con generosità e obiettività non scevre di concretezza e realtà. L’evento a cui mi riferisco è stato il dibattito “La scrittura  è Donna. E il mercato editoriale?”, promosso il 6 dicembre 2012 dalla Nulla Die, casa editrice siciliana di Piazza Armerina (EN), ospitato nella Bibliolibreria del Palazzo dei Congressi di Roma in occasione della X edizione di Più Libri Più Liberi, fiera nazionale della piccola e media editoria.

Antonella Santarelli, nel duplice ruolo di autrice e moderatrice, ha voluto sondare il terreno parlando di mercato editoriale e di proposte scrittorie con me, Greta Cerretti, Laura De Angelis e Cristina Lattaro in un’ottica rigorosamente femminile richiesta dal dato di fatto più oggettivo: che, cioè, la fetta di lettrici/ compratrici/fruitrici di libri sia a oggi costituita in maggioranza proprio dalle donne.   Nel panorama variegato e complesso dei libri editi in quest’ultimo periodo è palpabile un’attenzione in tal senso, non sempre corrisposta da un livello qualitativo adeguato. Come dire, citando Ogilvy à revers, che nel mare magnum del marketing editoriale non sempre contino realmente le persone che contano, almeno in un’ottica di onestà intellettuale. Molto più facile puntare sul livello di intrattenimento, di puro divertissement della lettura; e poco importa che si finiscano col sottovalutare volutamente e artatamente gusto e background socio-culturale femminile posseduti da buona parte delle lettrici, livellati senza mezze misure per rispondere in modo maggiormente funzionale a logiche di compravendita mordi-e-fuggi, spesso sulla falsariga di diktat esteri a partire dalle famose cinquanta sfumature jamesiane e oltre.

Le succitate autrici Nulla Die, impegnate ciascuna in forme di elaborazione  scrittoria di genere differente, hanno voluto dire la loro, sottolineando come l’erotismo non vada affatto confuso con il mom-porn o soft-porn  dilaganti e debordanti soprattutto negli ultimi tempi tanto da diventare punti di riferimento e offerta narrativa anche di note case editrici italiane. Che la scrittura impegnata ma anche fantasy, noir, di genere possa ben costituire una valida alternativa a ciò che si pone compulsivamente come moda del momento. In particolare Cristina Lattaro, in attivo due pubblicazioni in cartaceo con la Nulla Die e altrettante in versione e-book con la Sesat, si è detta pronta a  sperimentare il genere erotico noir stando bene attenta a non cedere alle lusinghe della pornografia tout court. Dello stesso avviso Greta Cerretti e Laura De Angelis, ciascuna autrice per la Nulla Die di un romanzo edito nella passata stagione, entrambe ben pronte a tentare nuovamente a breve la strada della pubblicazione con lavori inediti già ultimati. Alla domanda rivoltami da Antonella Santarelli,  autrice anch’essa per la Nulla Die di testi poetici e di prosa, se sia ancora il caso di proporre opere “impegnate” ho risposto di si; alle antieroine di “Succo di melagrana” impegnate nella quotidianità più spicciola a scegliere di imboccare strade diverse con una consapevolezza e una costruttività tutta al femminile credo fermamente.  E non è detto che in tal senso letture di qualità incentrate su buoni propositi permeati di positività e non di buonismo non possano fare la differenza. Quanto meno in termini di non omologazione di pensiero.

 

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