PRESENTAZIONI D’AUTORE – “ La figlia del sarto “ di Lucilla Pavoni.

Nel mio caldo autunno scrittorio 2012 c’è anche la conduzione di una rubrica letteraria di presentazioni librarie presso l’Associazione Culturale OliS di Montesilvano (PE), a cui sono iscritta da diversi anni, su espressa richiesta di Michele Meomartino, socio fondatore.

A inaugurazione di questo ciclo di incontri domenica 25 novembre 2012 l’opera prima di Lucilla Pavoni, intitolata “La figlia del sarto”. Il libro, pubblicato nel 2009 per la prima volta, è la narrazione lucidissima e attendibile di uno spaccato d’Italia, con riferimento particolare alla società rurale marchigiana del secondo dopoguerra. La Lucilla di un tempo analizza con silenziosa e attenta curiosità propria di una bimba di cinque anni la ciclicità dell’esistenza nelle sue varie fasi, dai primissimi istanti scanditi dalla descrizione di Marcellina di sua figlia ( “ Sei proprio ‘na contadina! Del resto sei nata su un campo! “ ) in “Le origini”, sino alle battute finali della giovanissima esistenza di “Alberto” nell’omonimo capitoletto, suo compagno di giochi, perito all’improvviso e prematuramente in “(…) un giorno bellissimo, felice più che mai .

Si parte dall’immagine scultorea di Edmondo, il sartore, misuratore sociale del  piccolo microcosmo contadino di appartenenza e personaggio di spicco al pari di artigiani come barbiere e calzolaio, capaci di trasformare, con la loro abilità in signore  “ anche l’ultimo miserabile di questa terra ”, accompagnato nel suo girovagare professionale dalla figlioletta in paese e nelle campagne circostanti, accolto da tutti a braccia aperte, per poi proseguire con Lucilla oramai adulta alla ricerca delle proprie origini fatte di “foglia e ramo e albero e terra su cui tutto poggia”, grata per essere riuscita, sia pure con fatica, a ritrovare se stessa e la propria anima. La rassegna continua con la narrazione di “camilli e donne vestite nude” di colonialistica memoria seguita dalla descrizione particolareggiata di incontro, promessa, corteggiamento e matrimonio in “Li spusi”, con l’elencazione perfetta di tutto ciò che a corollario caratterizzava tale stagione di vita; un esempio tra i tanti la lenta costituzione della “cassa del corredo”, “viatico per tutta la vita” per le donne di una volta. Di pari passo scorrono come perfetti fotogrammi di una vita all’insegna della semplicità  e dell’essenzialità i momenti fatti di ineluttabilità in cui con un conforto dato dalla saggia accettazione  dell’imponderabile “la morte era meno morte” e immagini impresse indelebilmente di cose, personaggi e piccole e grandi creature della natura: Pacì, Annina e una piccola figlia di contadì compagna di scuola, umanità variegata e specialissima nella propria unicità, fatta di tangibilissimi punti di forza e di fragilità. Il volo “impazzito” delle candelore trattate come minuscoli aquiloni viventi e i bachi da seta di Dorina, “insaziabili, ansiosi di crescere” e tuttavia condannati a fine certa sia pure preceduta da un bagno generoso nel sangiovese. Piccoli lussi come la scatola di Idrolitina ottenuta dalla “vergara” in cambio del surplus delle uova prodotte dalle galline del suo pollaio; erbe curative  come “grugni, crispigne e pimpinelle” capaci di togliere di torno ogni male, rafforzate nell’effetto benevolo dall’uso antico di gratitudine, speranza e fede nella positività che è insita in ciascuno di noi e nell’energia potente e rigeneratrice dell’Universo stesso.  La consapevolezza di giudei, contadì e paesà di essere piccoli tasselli di un unico, irripetibile quadro, accomunati da sentimenti, paure ancestrali di malesseri come un fastidiosissimo mal di denti, vissuto come interruzione forzata del fluire incessante e doveroso dell’esistenza, di “ove pinte” di riconosciuta bontà a esorcizzazione di un presente di molti affanni e pochissime soddisfazioni, di amore sviscerato per la terra “bottega dove trovi tutto”, desiderio di “fortuna” e timore della malasorte e voglia  incessante di ”libertà” sacrosanta e imprescindibile, connaturata a tutti gli esseri viventi.

Tutto ciò e molto altro ancora in 124 pagine, prologo e indice inclusi nella ristampa del luglio 2011 a cura di Scriptorama , caratterizzate da un’attestazione costante di profondo e sentito amore per le cose perdute di un tempo, appena velato dalla malinconica consapevolezza dell’autrice che ciò che è stato non potrà più essere.  Affiancato, tuttavia, da altrettanta coscienza di essere a buon punto del proprio cammino di crescita personale per aver saputo rivalutare odori, colori, sapori, sensazioni di vita vera in un oggi possibile e maggiormente sostenibile con una scelta di vita radicale ma necessaria.

L’autrice 

Lucilla Pavoni è nata a Filottrano (AN) nel 1948. Dopo varie perigrazioni che l’hanno portata anche in Africa, ha oggi finalmente realizzato il sogno di tornare a vivere nella campagna marchigiana, a diretto contatto con la natura e gli animali. “La figlia del sarto” è la sua opera prima.

Le citazioni

In “Le origini”:

“ Ci ho messo tanto a ritrovarmi, confusa da mondi che mi avevano fatto perdere la strada, ma poi ho cominciato a ricordare e a  capire dove poter ritrovare l’essenza della mia Anima”

A proposito del “corredo”:

“ In quella cassapanca di legno c’era tutto, il passato, il presente, il futuro; era un viatico per tutta la vita ”

“Anche un semplice orlo può raccontare tante cose: l’imperizia del ricamo nei primi centimetri del lavoro, la confidenza che si prende man mano che si va avanti, le soste forzate quando non si ha più soldi per il filo da ricamo, gli attimi di esitazione e di inutilità del lavoro quando litighi col fidanzato, la ripresa piena di gioia quando si fa pace, la fretta di vederlo già finito sul letto da
sposa”

In “ Profumo di mosto”:

“ I vecchi sapori sono scomparsi. C’era il sudore in quello che mangiavi e la trepidazione di un’annata incerta; c’era l’incenso delle processioni per chiedere pioggia quando la siccità bruciava tutto, e le litanie a Sant’Antonio quando “lu porcu s’ammalava”

In “La mamma dei bachi”:

“ A volte mi sono sentita così, racchiusa in un bozzolo che sembrava una protezione dal quale non avrei voluto uscire perché era bello e rassicurante rimanere all’interno, ma ogni volta mi tornava in mente Dorina con i suoi occhi verdi così belli, il suo grembiule ordinato, le sue mani delicate e gentili, e mi sono ricordata che tutto questo era sinonimo di morte e allora ho ripudiato tutte le Dorine di questo mondo, rassicuranti, amorevoli ma assassine. Ho fatto un buco nel mio bozzolo e ho scelto la vita”

Presentazione de “La figlia del sarto” a OliS, Associazione Culturale di Montesilvano (PE)
25 novembre 2012

Il gruppo creato dall’autrice su Facebook:

https://www.facebook.com/#!/groups/335294759881980/

“La figlia del sarto” è reperibile qui e nei principali store on-line

Case dell’anima

Nelle mie storie la casa, intesa come concentrato di sensazioni e stati d’animo personali, è sempre una sorta di “ locus amoenus “  a revers caratterizzato dall’affettività dei personaggi che la popolano, spazio ideale in cui poter essere per quello che si è realmente, senza limitazioni di nessun tipo. Soprattutto senza dover fingere ciò che non si è. Nel mio immaginario trovano posto con eguale imparzialità case antiche e moderne; ciò che a me importa realmente è che riflettano il temperamento e il carattere di chi le abita, rappresentando nel contempo luogo d’evasione e rifugio ideale dalle piccole e grandi contrarietà di tutti i giorni.

Nel racconto breve che sto per presentarvi Carla, la protagonista, ha la possibilità di tornare indietro nel tempo grazie a un dono imprevisto: una casa d’epoca ricevuta in eredità. Rinunciando a venderla, come all’inizio progettato, per  tenerla per sé. Scegliendo di guardare con occhi consapevoli a un presente connotato dal gusto forte e deciso di un passato riscattato appieno

 

In dono

Carla aprì con uno scatto deciso il portoncino di quella casa. Ne era diventata proprietaria all’improvviso e con così poco preavviso da non rendersi ancora del tutto conto che sua  zia Rachele le aveva lasciato in eredità quella villetta in stile liberty con un gesto di munificenza dovuto, forse, anche al fatto di essere stata la sua madrina di battesimo.

La comunicazione le era arrivata  con una laconica telefonata della segretaria di un notaio dal nome antico e  altisonante che la informava di essere tra gli eredi della signorina Cataldi, sorella di sua madre, destinata da sempre al nubilato per imprecisate ragioni di famiglia; un personaggio decisamente singolare ed eccentrico nel suo conclamato tradizionalismo. Le loro frequentazioni, intense e doverose dai tempi dell’infanzia erano divenute piuttosto sporadiche, soprattutto negli ultimi tempi.  Fino a trasformarsi in incontri occasionali intitolati alla celebrazione di matrimoni  o funerali.

Probabilmente era per questo che la notizia l’aveva colta del tutto impreparata giungendo, per altro, alla fine di una giornata complessa e piena di situazioni tortuose che l’avevano a lungo tormentata fino a quando la sua mente, probabilmente per sfinimento, non aveva elaborato soluzioni idonee di una semplicità disarmante. Quel tipo di spiraglio che talvolta ti si prospetta quando non sai più a che santo votarti e sei sul punto di cedere le armi.

Dopo lo stupore iniziale aveva brevemente ringraziato la sua interlocutrice, assicurando di richiamarla a breve per approfondire i dettagli di quell’evento di cui al momento non era in grado di cogliere la pregnanza perché troppo stanca per farlo.

L’aveva fatto con diligenza il giorno successivo e dopo circa una settimana, tempo necessario per lo studio notarile per sbrigare le formalità del caso, aveva ricevuto da un anonimo corriere un plico di documenti da firmare accompagnati da un mazzo di chiavi e un biglietto scritto di pugno dal professionista che la pregava di recarsi con sollecitudine sul posto per rendersi conto di persona di ciò che in sorte le era toccato.

Il villino era composto da due piani e sorgeva nel nucleo antico di quel paese di provincia in cui per una vita intera si era sdipanata l’esistenza di quella donna divisa tra la cura dei suoi genitori, i suoi nonni, e quella di una sorella minore di salute cagionevole che l’aveva lasciata prima che lei, Carla, nascesse. E lei, giunta tardivamente in un periodo in cui sua madre si apprestava a far la nonna a tempo pieno più che la mamma, ne aveva ereditato il nome. L’arrivo inatteso di quella bimba, quasi coetanea del suo primo nipotino, era stato accettato con stoicità da tutti, contribuendo a regalare a sua madre nuova linfa vitale e ai suoi parenti un nuovo e durevole argomento di conversazione.

Carla sostò per qualche istante nell’ingresso minuscolo rischiarato da una finestra laterale stretta e lunga, ripercorrendo a memoria quegli ambienti conosciuti a menadito prima di farlo realmente con passo lento e ponderato.

Il pianterreno era strutturato in un salotto,  un cucinino a ridosso di un tinello e una stanza quadrata, la camera del cucito, in cui le sue abitanti erano solite riunirsi per confezionare e ricamare capi di corredo destinati alle giovani donne in odore di nozze della famiglia. Al piano superiore, a cui si accedeva per il tramite di una scala dai gradini di marmo e dalla ringhiera arabescata in volute di ferro, c’erano la stanza da bagno e tre  ampie camere da letto. Lei ricordava ancora l’albero di platano che occhieggiava da una finestra delle tre camere, promettendo verde e ombra a sufficienza nelle calde giornate estive a chiunque avesse deciso di trascorrere ore di relax  nel piccolo giardino a ferro di cavallo che circondava la costruzione.

Il pavimento era quello  di sempre, costituito da mattonelle di cotto che in ogni ambiente si riunivano al centro della stanza per dar vita a ordinate simmetrie geometriche; certamente un po’ logore ma non prive di un certo fascino, quello delle cose senza tempo impregnate di ricordi scanditi dal ticchettio di un orologio da tavolo, da un odore indefinito di pietanze cucinate o di lavanda spigata conservata un po’ dappertutto.

Con una sensazione indefinibile dal sapore fané  ammise con se stessa di non sapere cosa fare di quel dono inaspettato. Certo aveva provato una punta di rimorso nell’attimo in cui, per il tramite di quel gesto generoso, aveva scoperto di essere ancora nei pensieri di quella parente visitata da bimba e adolescente con la sistematicità dovuta a una brava ed educata figlioccia. Non c’erano stati un Natale, una Pasqua, genetliaco o onomastico, in cui avesse mancato all’appuntamento, spesso accompagnata da una delle sue sorelle per richiesta di sua madre,  ben lieta di farsi sostituire, in quelle ricorrenze, da una delle figlie maggiori.

Poi per Carla erano arrivati gli anni giovanili dell’affermazione; dopo l’università era andata a lavorare all’estero conoscendo pezzi di mondo ad ampio spettro, richiamata all’ovile da un fidanzato impaziente di impalmarla da cui si era, dopo alcuni anni di matrimonio, separata. In quella circostanza la sua madrina aveva tuonato, spronandola spesso a riconciliarsi con suo marito, fino a perdere definitivamente ogni speranza quando lei, sempre telefonicamente, le aveva dato notizia dell’ottenimento del divorzio. Si era spesso soffermata sulla foga messa dall’anziana donna nei suoi  persuasivi discorsi; un impeto che mal si contemperava con l’esigua esperienza in materia di uomini da quest’ultima posseduta. Ciò non le aveva però impedito di percepire che, dietro a quei toni accesi ci fosse la genuina preoccupazione  che lei potesse rimanere sola, in balia degli eventi, senza un’adeguata e protettiva spalla maschile su cui poggiarsi. Quella che a suo tempo  a lei  era mancata, condannandola ad un’esistenza dedicata alla cura di anziani familiari bisognosi di assistenza continua e nipoti concepiti come figli putativi da gratificare e da guidare con la tecnica del bastone e della carota.

Richiudendo a fatica una persiana scrostata che aveva conosciuto tempi migliori  si disse che l’esplorazione della sua nuova proprietà era finalmente terminata. La casa aveva bisogno di urgenti e radicali riparazioni; i rubinetti dell’ampio bagno superiore avevano finito col macchiare irreparabilmente  di ruggine lo smalto immacolato del lavabo e della monumentale vasca da bagno con i piedi, suo sogno proibito  di  ragazza romantica.

Tracce grigie di condensa dovute a imposte tenute caparbiamente  serrate negli ultimi tempi segnavano impietosamente il candore  e le tinte pastello dei muri di buona parte delle stanze. Il giardino in cui un tempo, stagione dopo stagione, rifiorivano ciclamini nani  e ciuffi di mughetti, adagiati ai piedi di un paio di alberi secolari, era ridotto a un ammasso di rampicanti prepotentemente in rigoglio e di erba infestante cresciuta con vigore inaudito.

Seduta sul sofà foderato di cretonne fiorato dai toni addolciti dal tempo pensò alla fatica fisica e mentale che avrebbe richiesto ristrutturarla e agli infiniti e svariati accomodi  a cui avrebbe necessariamente dovuto sottoporla. Suo malgrado le era infatti balenata l’idea di poterla tenere per sé. Poteva anche provare a convincere i suoi figli a seguirla, magari solo per qualche volta nei fine settimana; prefigurando una serie di rimpatriate collocate in una dimensione temporale che ora non c’era più e che le sarebbe piaciuto in qualche modo ricreare. L’alternativa sarebbe stata, del resto, affittarla, pur non essendo del tutto certa di riuscirvi in maniera soddisfacente:  accingersi a trovare degli occupanti che se ne innamorassero per quella che era, senza inutili e pretenziose sovrastrutture, non era cosa di facile risoluzione.  Il villino di zia Rachele era austero e solido come la sua originaria padrona di cui aveva conservato i tratti severi, rigorosi. Apprezzato probabilmente soltanto da chi, penetratane l’essenza, fosse riuscito a respirare l’aria che conteneva, forte e inebriante come un sorso di quel rosolio fatto in casa, conservato  nella bottiglia di cristallo dal tappo tondeggiante in credenza e offerto ai pochi ospiti che osavano varcarne  la soglia.

Nella sua progettualità immediata non era riuscita, tuttavia, a pensare di alienarla vendendola al miglior offerente; semplicemente perché la sua mente rifiutava di contemplare una simile opzione. Quella dimora ospitale e silenziosa, fortemente accattivante nella sua apparente severità era il suo personale pezzo d’infinito a cui  nell’arco di quel pomeriggio aveva scoperto di non voler rinunciare per nessuna ragione al mondo.

Con un piccolo sforzo tirò dietro di sé il portoncino d’entrata formulando a mezza bocca quasi con discrezione un arrivederci.

Nella tasca del suo impermeabile le pesanti chiavi tintinnarono con complicità, solidali. Per ricordarle che esistevano ancora infinite possibilità di riscatto, che ci sarebbero state ancora e a lungo.

A cominciare da quel tepore insolito in una giornata di metà novembre e dai colori caldi, amichevoli di quell’autunno senza tempo, sospeso nell’aria, sorprendentemente indulgente.

Lucia Guida

 

 

photo by blueprincess 

Passioni creative

La  mia passione per la cucina nasce un po’ per gioco e un po’ per sfida. Ai tempi dell’adolescenza e di pari passo con altre attività con cui mi piaceva trascorrere buona parte del mio tempo libero e che contemplavano situazioni di natura estremamente variegata: dipingere, disegnare, lavorare con i ferri e con l’uncinetto, scrivere poesie e inventarmi storie su cui confezionare racconti lunghi o romanzi brevi. Nonostante il mio periodare lunghetto, nelle mie storie non sono mai stata troppo prolissa, forse perché il timore di non portarle a compiutezza non mi abbandona mai del tutto.
Nell’intervista che oggi vi posto, realizzata da Federica Gnomo per il sito ITODEI.blogspot.it e poi replicata nel suo blog Gnomosopralerighe, parlo di me come autrice di manicaretti oltre che di testi scrittori. Con un finale a sorpresa, l’indicazione di una ricetta di facile e sicura realizzazione, una torta al cioccolato adatta ai gusti di tutti. Uno dei miei cavalli di battaglia storici. Provare per credere.

IN CUCINA CON LO SCRITTORE: Lucia Guida

Interviste culinarie di Federica Gnomo

Oggi salutiamo e ringraziamo Lucia Guida, autrice della silloge di racconti “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” pubblicata dalla Nulla Die, casa editrice NAP di Piazza Armerina, nel gennaio 2012, per averci aperto la porta della sua cucina.

Succo di Melagrana racconta al femminile attimi di quotidianità spicciola. Le protagoniste dei racconti — caratterizzati da diversità di epoche, età e situazioni personali — sono colte nei fotogrammi del loro percorso esistenziale. Le storie sono collocate cronologicamente in senso crescente dal periodo pre e post bellico sino ai nostri giorni in una provincia microcosmo puntuale, punto di forza e di debolezza, dell’esistenza umana più ampia. Tempo e Spazio diventano pretesti per comunicare un messaggio essenziale, quello dell’infinita capacità rigeneratrice di ogni donna, chiaro invito a cercare orizzonti migliori.

      

La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare?

Considero mangiar bene uno dei piaceri della vita e cucinare un’attività creativa e gratificante altrettanto quanto la scrittura. Amo sperimentare nuove ricette pur preferendo andare sul sicuro e ripiegare sui miei “cavalli di battaglia” se ho ospiti a pranzo o cena

 Lo fa per dovere o per piacere?

Dipende. Cucinare può talvolta essere entrambe le cose; diventa un piacere soprattutto se hai a tavola con te qualcuno che apprezzi le tue fatiche culinarie e che te ne dia merito mostrando di gradire con entusiasmo quello che hai preparato per lui

Invita amici o è invitata?

Per me i piaceri si equivalgono; certamente  essere ospitata in casa d’altri ti dà la possibilità di goderti, forse, maggiormente, la circostanza. Invitare, invece, è un po’ più impegnativo, dal punto emotivo oltre che come fatica “fisica” in senso stretto. Quando lo faccio amo coccolare i miei ospiti preparando un’infinità di manicaretti, ad esempio puntando su una serie di antipastini stuzzicanti e di bell’aspetto. In ogni caso le mie sono ricette di facile e veloce realizzazione. Raramente  ho la possibilità di passare molto tempo ai fornelli

Ha mai conquistato amici cucinando?

Un antico adagio recita che per giungere al cuore di un uomo si debba necessariamente passare per la sua gola. Mi sento di condividere quest’affermazione, o forse gli uomini che ho incontrato erano tutti amanti della buona cucina, chissà … Parlando in generale di amicizie, devo dire che in più di una circostanza mi è capitato di sorprenderli piacevolmente: non pensavano che io fossi una cuoca capace. E’ stato gratificante, soprattutto se considera che nell’arte culinaria sono praticamente un’autodidatta: mia madre, bravissima in tantissime cose, non ha mai amato particolarmente cimentarvisi

Vivrebbe con  un compagno che non sa mettere mani ai fornelli?

Per me non costituirebbe affatto un problema. In passato mi è capitato e questa caratteristica non è stata affatto motivo di contrasto. Non ho, però, mai provato cosa significhi vivere con un gourmet che abbia anche una buona dimestichezza in cucina. E’ una cosa che mi incuriosisce parecchio

Quando ha scoperto questa sua passione?

Da bambina nel momento in cui mia nonna materna mi ha insegnato a otto anni a cucinare un’ottima omelette.

Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo?

La sofferenza di non poter mangiare un bacio perugina con gli altri bambini presenti; avevo quattro anni e non riuscivo a capacitarmi come potesse essermi negato un piacere del genere. In realtà ero reduce da una bruttissima intossicazione alimentare e la cioccolata in quel frangente sarebbe stata per me veleno puro

Ha un piatto che ama e uno che detesta?

Non ho mai provato a mangiare la trippa, a mia madre non piaceva e quindi non l’ha mai preparata né io ho mai avvertito il desiderio di provarla. Adoro, invece, le lasagne e in generale i pasticci di pasta e le torte rustiche

Un colore dominante proprio di cibi che la disgustano?

Per me il cibo è anche piacere per la vista. Nei manicaretti che preparo cerco sempre di alternare colori caldi e freddi cercando di stuzzicare la curiosità dei convitati anche attraverso questo.

Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O the, una bibita speciale per stare ferma a scrivere?

Dipende da come prosegue la mia attività. Amando scrivere di primo mattino ( quando mi è possibile e quando non sono al lavoro! ) è fondamentale per me iniziare con una buona prima colazione. Se, invece, provo a farlo in altri momenti della giornata trovo piacevole bere succhi di frutta, colorati e rinfrescanti

Scrive mai in cucina?

Mi è capitato più di una volta per “indisponibilità” di uno spazio tutto mio e non mi ha creato particolari  problemi, anzi. La cucina è un luogo circoscritto, certamente meno dispersivo di altri ambienti domestici e forse per questo maggiormente accattivante

Dove ama scrivere? E a che ora le viene più naturale?

Non avendo a disposizione uno studiolo tutto per me mi rifugio in soggiorno, stanza piuttosto lontana dal resto della casa ( abito in un duplex suddiviso in zona giorno  e zona notte ). Potendo scegliere, come già accennato, preferisco farlo a mente più fresca, nelle prime ore del mattino

 Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto preso dalla scrittura?

Se sono impegnata a risolvere un nodo narrativo un tramezzino veloce da preparare è certamente la scelta migliore per placare l’appetito. Cucinare qualcosa di più elaborato richiederebbe tempo ed energia necessari in quel frangente per altre priorità

Che tipo di cibo desidera di più quando scrive ed è presa dal suo lavoro? Salato o dolce?

Qualcosa di stuzzicante e di salato se sono in un momento di stasi creativa. Un dolce, invece, se sento di aver concluso in modo soddisfacente quello in cui ero impegnata

Ha un aneddoto legato al cibo da raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?

Da piccola mi piaceva moltissimo la pasta di mandorle, dolcissima e ipercalorica, modellata a forma di frutta di vario tipo. E la cioccolata. Una volta, in assenza di mia madre sono stata capace di terminare un’intera scatola di pocket coffee. Poi ho aspettato che rientrasse dal lavoro e con tranquillità le ho annunciato che di lì a poco sarei morta(sic!): era quanto lei mi aveva paventato, nel caso avessi dato fondo a tutti i suoi cioccolatini

Lei è una scrittrice di narrativa; quando esce a cena con i suoi figli o amici  che tipo di locale preferisce?

Adoro girovagare per agriturismi e trattorie, specialmente fuoriporta. Credo che un posto rustico e caratteristico dia “più sapore”, se così si può dire, al cibo che lì viene servito. Sono comunque e sempre una patita dello slow food

Per festeggiare una pubblicazione cosa tende a ordinare in un locale?

Quando hanno pubblicato i miei lavori ho preferito festeggiare a casa da me mettendomi alla prova con qualcosa che piacesse particolarmente ai miei figli

Ha mai usato il cibo in qualche storia?

A oggi non ho mai incentrato interamente le mie storie sul cibo ma i riferimenti a pietanze e bevande ci sono senz’altro. Le basti pensare al titolo della mia raccolta di racconti, “Succo di melagrana” e al mio romanzo, attualmente in visione dal mio editore, in cui c’è posto per più di un riferimento conviviale.

In “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” ci sono passi che ricordano cibi o profumi di cibo?

I riferimenti a sensazioni gustative e olfattive trovano ampio spazio nel mio stile  narrativo. A me piace “tirar dentro” nella storia il lettore, farlo immedesimare nella vicenda anche attraverso descrizioni particolareggiate che lo facciano sentire “ a casa”. A partire dall’aroma intenso evocato da un tè al bergamotto

 Parliamo ancora di “Succo “: a che ricetta lo legherebbe, e perché?

Se potessi paragonarlo a una portata sceglierei di farlo attraverso un dessert: una mousse, ad esempio. Delicata ma incisiva a completamento di un buon pranzo o di un’ottima cena. Questo perché da golosa quale io sono i miei pasti, specie se in buona compagnia, terminano sempre con un  dolce o un sorbetto

Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?

Il cibo è un ottimo elemento aggregante e socializzante e mi è capitato di concludere qualche presentazione con un flute di spumante, dei dolci e degli stuzzichini salati. Un modo per ringraziare piacevolmente gli intervenuti chiudendo l’evento in bellezza e in allegria

Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?

Una torta al cioccolato, facile da realizzare e plurisperimentata. Uno dei miei successi gastronomici.

La ricetta:

 

Torta al cioccolato
Ingredienti:
-125 gr di burro o margarina;
– 130 gr di zucchero;
– 3 uova intere;
– 130 gr di farina;
– cacao amaro q. b. ( da 25 gr in su, se la gradite bella “carica” );
– 1 bustina di lievito x dolci.

Preparazione
Battete le uova con lo zucchero aggiungendo poco per volta la farina e il burro liquefatto e freddo, il cacao in polvere e il lievito ben setacciato. Infornate a cottura tradizionale (forno elettrico) a 150°/175° per 45′ più 5′ a forno spento.
Se preferite potete tagliarla a metà e farcirla con una cremina al cioccolato preparata così:
– 200 gr di panna da cucina ( quella x i tortellini);
– 100 gr di ciocciolato fondente;
– 100 gr di cioccolato al latte.
Mettete la panna in un recipiente a bagnomaria e aggiungeteci i pezzetti di cioccolato fondente e al latte. Rimestate bene sino a quando il cioccolato non si squaglierà e con la panna diventerà cremoso. Lasciate raffreddare e poi utilizzate i due terzi della crema ottenuta per farcire il dolce di cui sopra che avrete provveduto a tagliare a metà. Utilizzate il terzo di cremina avanzato per spennellare la superficie dell’ intero dolce. Ponete in frigo e lasciate riposare per almeno un’ ora. La crema si solidificherà assumendo l’ aspetto di una copertura. Servite questa torta sempre fredda: rende meglio!

 

Quale complimento le piace di più come cuoca? E come scrittrice?

Sono felice quando i miei ospiti fanno onore al menu da me ideato, dando fondo a tutto ciò che ho preparato: per me è il complimento migliore che mi si possa rivolgere. Come autrice è bello sentirsi dire di essere stata capace di trasmettere emozioni e sensazioni attraverso scene che ben evocano un sentire comune, condiviso

Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?

Io credo che la poesia che costituisce il prologo della mia raccolta di racconti sia in tal senso illuminante. Parlando di ciò che rappresenta la mia interiorità recita testualmente così:
“ Io sono   (…)

Succo agrodolce

di melagrana

che ti disseta

con discrezione

lasciando traccia

vermiglia

indelebile

sulla tua mano. “

 

Grazie per la sua disponibilità

Grazie a lei, di cuore

Federica Gnomo

il link dell’intervista in versione integrale su Gnomosopralerighe:

http://gnomosopralerighe.blogspot.it/2012/10/in-cucina-con-lo-scrittore-lucia-guida.html?spref=fb

Il ricordo d’infanzia

“ Il ricordo è un poco di eternità. “

A. Porchia

Il mio primo ricordo risale, credo, a un paio d’anni di vita. Mi rivedo distesa in posizione supina sul letto dei miei genitori in un’atmosfera sfocata, probabilmente pomeridiana ed estiva, avvolta dal biancore di un lenzuolo e da suoni e rumori provenienti dall’esterno, alcuni dei quali già per me riconoscibili.

Gli anni vanno avanti con disinvoltura chiedendomi a gran voce di strutturare la mia quotidianità in modo più o meno consapevole e le memorie di un tempo si affievoliscono fin quasi a scomparire, sostituite da atteggiamenti concreti e vissuti molto più seducenti. Il fascino un po’ fané del passato contrapposto a quello brillante del presente  ha poco mordente per un’adolescente, è risaputo.

Ci sono, tuttavia, cose che non si liquidano con facilità nel bene e nel male e non è detto che ciò non possa, alla fine, rivelarsi una specie di fortuna, specialmente se a prevalere sono quei flashback infantili permeati da una certa serenità.

L’idea di Giulio Mozzi e del suo “Ricordo d’infanzia” è stata per me un’occasione unica per rispolverare ad hoc, lo confesso, e con autentico piacere qualcuna di queste chicche. Certamente la mia è stata una scelta di parte, privilegiando immagini a tinte pastello tra i tanti tasselli di coloritura diversa che costellano i miei quarantasette anni. Credo, però, di avere comunque pagato, per questo, già pegno; guardare retrospettivamente con una certa indulgenza alle cose passate significa in certo qual senso averle accettate. Tanto da provare a trasformarle in parole pensanti con un po’ di fortuna e un briciolo di inventiva. Racconti e storie da narrare ad altri in assoluta libertà e con una certa leggerezza.

Se avete voglia di condividere con noi quest’esperienza scrittoria questo è il primo post di “Ricordo d’infanzia”  sul blog di Giulio Mozzi e questa la pagina dei ricordi concreti di alcuni di noi.

Il “Ricordo”, infine, parteciperà alla fiera della piccola editoria “Più libri più liberi”, venerdì 7 dicembre 2012.

Ricordi d’infanzia: un’estate al mare

Vasto (CH), agosto 1966

Lettera d’Amore

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A chi non è mai capitato, nel periodo del massimo innamoramento, di non scrivere un bigliettino d’amore, telefonare con passione o, ancor meglio, fermare  con compiutezza maggiore su un pezzo di carta emozioni e sensazioni per dar voce concreta a quello che sentiva? Magari scrivendo pagine poi cestinate, mai giunte all’oggetto dei propri desideri.

Alle missive d’amore d’autore le edizioni Noubs hanno dedicato un concorso letterario internazionale, quest’anno giunto alla XII edizione, e un vero e proprio Museo Internazionale della Lettera d’Amore ospitato a Palazzo Valignani a Torrevecchia Teatina (CH).

Quest’anno la manifestazione si è arricchita di un nuovo evento, quello dell’inaugurazione di una sala e un parco in onore di Giovanni Paolo II il 16 ottobre 2012; occasione celebrata con concerti di musica classica e bandistici,  letture di lettere d’amore d’autore e uno speciale annullo filatelico commemorativo della giornata.

Tra i lavori letti al pubblico dei numerosi visitatori accorsi c’era anche il mio testo, rigorosamente in stile epistolare, inviato all’omonimo concorso qualche anno fa dietro suggerimento della mia amica scrittrice Grazia d’Altilia.

Decidendo di ambientarla in un’atmosfera un po’ rétro, in piena seconda guerra mondiale, ho immaginato di narrare  le speranze e le incertezze racchiuse in una notte d’estate nutrite da Giovanna per suo marito Mario partito per il fronte, cercando di riprodurre, per quanto in mio potere, immagini e soluzioni linguistiche d’epoca.

Un esperimento letterario a cui sono molto affezionata e un atto d’amore per due persone, i miei nonni materni, che da sempre occupano un posto esclusivo nel mio cuore.

 

Caro Mario,

sei partito ormai da più di  un mese e mi manchi tantissimo.

Ti abbiamo accompagnato alla stazione io e i ragazzi, in una giornata  di caldo intenso, immersi nel viavai di tanti come te in uniforme grigio-verde in partenza per il fronte, tra un pianto di madre e il bacio di due fidanzati. Mi rivedo come in una pellicola da cinematografo: Marida compresa nel ruolo di figlia maggiore, appena nove anni e già tante responsabilità, Gabriele serioso nel suo completo  giacca e calzoncini corti da ometto, diviso tra il dispiacere per te che vai via e l’interesse per quella locomotiva sbuffante. La piccola Anna, attaccata alle mie gonne, timida, con un grande fiocco bianco per traverso tra i capelli biondi e mossi. Tu, il loro babbo, che parte per andare a far la guerra, di prima stanza a Milano. E io, col cuore che mi batte segretamente all’impazzata, che resto sola qui nella nostra  casa.

Poi un abbraccio forte e tu che sali sul vagone di terza classe. E noi che ti salutiamo sforzandoci di sorriderti.

Qui in paese la vita scorre con i ritmi di sempre. Le scuole sono chiuse per Regio Decreto e io continuo il mio lavoro da maestra in  casa, affollando il tavolo del tinello di alunni che mi pagano con provviste e grano che vado a prendere nascondendoli nella vecchia carrozzina dei ragazzi sotto una copertina di lana ricamata.

I nostri figli stanno bene; anche Annuccia ha imparato a distinguere l’allarme della contraerei e sa che deve prepararsi con sveltezza al suono della sirena per scendere nel rifugio. Ieri, alle prime avvisaglie di un nuovo bombardamento aereo, mi si è avvinghiata al collo lamentandosi per il forte mal di pancia. Sono scesa giù per le scale con lei ancora in braccio reggendo la valigetta dei pochi gioielli di famiglia, preceduta da Marida che teneva, su mia richiesta e per mano, Gabriele.

I ragazzi  avevano, come di consueto, indossato più di un indumento per evitare di portare eccessivi fagotti con sé.

Ti sto scrivendo alla luce di una lampadina azzurrata ben mimetizzata dalla pesante tenda di panno scuro che evita che anche un solo raggio di luce filtri all’esterno. L’estate è ormai nel pieno. Non appena terminata questa lettera proverò ad aprire il battente della portafinestra per respirare la fresca aria notturna, lasciando che i suoni e le voci smorzate dal coprifuoco mi arrivino gentili. Tua madre mi ha insegnato con un rito antico a trarre auspici dalle invocazioni dei rari passanti. Lo farò senz’altro stanotte, aspetto da molto che il portalettere mi consegni tue notizie e il mio cuore è stretto nella morsa dell’incertezza.

Nei giorni a venire giungeranno i tuoi genitori, tuo fratello e tua sorella e questa casa che non ode da tempo la tua voce si riempirà di quella dei tuoi familiari. La loro casa non esiste più a seguito dei pesanti bombardamenti e ciò li ha trasformati in sfollati senza più fissa dimora. Confido nella Provvidenza e spero di saper bene amministrare il poco che abbiamo perché basti per tutti.

Ma il mio cruccio più grande, marito mio, è il non averti più con me a condividere da fratello, padre, amico, amante  le piccole quotidianità, la crescita dei nostri figli, le molte preoccupazioni e le poche soddisfazioni di questi tempi difficili in cui il senso delle cose, anche di quelle più semplici, sembra smarrito. Mi manca l’impronta del tuo capo nel cuscino che è accanto a me e l’odore penetrante della tua ultima sigaretta che   segnava ogni sera l’approssimarsi del sonno.    

Mi mancano i tuoi abbracci e i tuoi baci e il nostro stare insieme. E quel tuo essere burbero per mimetizzare la tua vera natura di buono che tanto timore incuteva nei tuoi allievi ma che non mi ha mai incantata perché io so che il tuo cuore è tenero come l’amore di padre che tu nutri per i nostri ragazzi.

Spero che  questa lettera possa raggiungerti presto.

Con la mia grande speranza per molti e lunghi anni da vivere ancora insieme e tutto quello che di me stessa posso ancora offrirti.

                                                                                           Tua

                                                                                      Giovanna 

S. S., … agosto 1942

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Cortile interno del Palazzo Ducale Valignani di Torrevecchia Teatina (CH)

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Io e la mia “Lettera d’Amore”

Andar per fiere – due buoni motivi per farlo

ConTestiDiversi  è una Fiera della Piccola e Media Editoria alla seconda edizione, quest’anno ospitata, nelle giornate del 5 e 6 ottobre, dal comune di Labico (RM), parte del Sistema Bibliotecario dei Monti Prenestini. In quest’occasione ho avuto il piacere di incontrare finalmente de visu Vera Ambra, consulente editoriale di Akkuaria, Associazione di Web-Promozione artistico-culturale in Internet, da me conosciuta in occasione della IV edizione Premio Letterario “Fortunato Pasqualino” nel settembre 2011. Assieme ad altri autori selezionati nel corso di varie edizioni del predetto contest letterario, ho  tenuto a battesimo “Oro e Argento”, Piccola Enciclopedia di Autori Contemporanei “, nuovissimo progetto editoriale di Akkuaria a oggi composto da cinque volumi incentrati ciascuno su tematiche differenti. Nel volume “I volti delle donne” il mio racconto breve “Dagherrotipi emotivi”, storia della conversazione immaginaria di una bimba di pochi giorni con sua madre.

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L’aspetto positivo di eventi come questo risiede nell’ottima opera di propaganda e pubblicizzazione live delle opere presentate e nel poter condividere con gli autori e il pubblico di lettori presente esperienze scrittorie diverse. Io ne ho approfittato per parlare delle infinite potenzialità del racconto breve, ingiustamente ed erroneamente per lungo tempo considerato un genere letterario minore e, per tale ragione, snobbato dalla grande editoria   se non per proporre opere di autori già affermati. Il discorso, in realtà, è molto più complesso di quanto non si pensi; se, infatti, è risaputo come molte case editrici preferiscano non investire in pubblicazioni di racconti puntando su opere letterarie più corpose come il romanzo o il saggio, è altrettanto palese come la stesura di un buon racconto richieda una certa dose di abilità narrativa. Nel romanzo l’autore può tranquillamente giocare al rilancio grazie alla progressione in capitoli colmando eventuali lacune o defaillance narrative nel prosieguo della storia. La stessa cosa non si può dire del racconto; se quest’ultimo manca di incisività non ci si potrà avvalere di recuperi in differita. E continuando a parlare di racconti e romanzi e delle differenze tra gli uni e gli altri, l’immagine che più mi viene a mente è quella da me usata nell’intervista rilasciata a Tommaso Maria Lovato in cui paragonavo il romanzo a un film e il racconto breve a una scena dello stesso; considerando come sicuramente a ciascuno di noi sia capitato, almeno per una volta, di aver assistito a proiezioni filmiche deludenti conservando, viceversa, il ricordo nitido di  sequenze cinematografiche particolarmente incisive.

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photo by cartoonstock.com

La scrittura resta comunque un gran piacere e un atto creativo di grande importanza  da qualsiasi prospettiva lo si voglia inquadrare. E la lettura, seconda ma non per questo ultima, un atto dovuto  a noi stessi e una passione che aiuta a crescere. Da continuare a coltivare con sistematicità nella nostra quotidianità più spicciola come addetti ai lavori e semplici spettatori, a dieci come a novant’anni.

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ConTestiDiversi, 6 ottobre 2012. Palazzo Giuliani a Labico

Come crochi tra la neve

La Biblioteca Civica Popolare “L. Ricca ” di Codogno (LO) ha sede nell’ex Ospedale Soavi di via Gandolfi, un pregevole edificio risalente alla fine del 700 fulcro delle iniziative culturali promosse localmente. Da ben dieci anni ospita l’edizione del premio nazionale di narrativa intitolato alla scrittrice Anna Vertua Gentile. Una delle finalità del premio, è quella, condivisibilissima, di promuovere ad ampio spettro la lettura di pari passo con la scrittura attraverso un contest che sin dalle prime edizioni è stato di richiamo forte per autori esordienti e affermati.

“Come crochi tra la neve” è un mio racconto breve presentato alla IX edizione dell’ “Anna Vertua Gentile”, classificatosi al II posto per la categoria adulti. La vicenda, ambientata nel secondo dopoguerra, è la storia di un bambino, Luigi, e del suo desiderio forte di “ (…) ricomporre una normalità perduta “ in seguito alla morte di suo padre e allo stravolgimento del proprio microcosmo familiare originatosi da questa perdita affettiva.

 

 

COME CROCHI TRA LA NEVE

 

Luigi aprì gli occhi piano, ancora frastornato e caldo di sonno. Era sicuro di non aver immaginato quel dondolio leggero e la voce di sua madre che gli raccomandava, prima di recarsi al lavoro, di badare a Nina. Fuori il cielo era uniformemente grigio, tanto da non far presagire niente di buono. Sarebbe stata un’altra giornata d’inverno uggiosa e fredda cui far fronte, a cavallo tra Capodanno ed Epifania. Una giornata senza scuola ma anche senza gioia e allegria. Erano tempi difficili, quelli. Duri soprattutto per un bambino di dieci anni come lui. Ripensò velocemente all’emozione del film che lui e Peppe erano riusciti a vedere, intrufolandosi con uno stratagemma nella sala del cinematografo del paese, senza che la maschera, un omone con tanto di baffi neri a forma di manubrio, riuscisse a scorgerli e ad impedire che il misfatto fosse perpetrato. Il difficile era stato, comunque, guadagnare l’uscita e lì avevano dovuto giocare nuovamente d’astuzia e mescolarsi al flusso degli spettatori paganti, sperando che lui non badasse a loro, come poi fortunatamente era stato. Il film parlava di cowboys e pistoleri e di inseguimenti in praterie rigogliose e sterminate; di ladri di cavalli prontamente acciuffati da sceriffi ardimentosi che riuscivano a ristabilire ordine e giustizia con azioni avventurose ed eroico coraggio. Luigi vi si era immedesimato così tanto da evitare per un pelo, e grazie alla provvidenziale gomitata di Peppe, nascondendosi solo all’ ultimo momento sotto la fila di sedili di legno, il controllo incrociato del proprietario della sala, insospettito da quella straordinaria affluenza non giustificata da un incasso decisamente contenuto.

Sospirò piano e con estremo sacrificio decise che era ora di alzarsi sul serio, spinto anche dal languorino che cominciava a solleticargli lo stomaco. La cucina era fredda e poco illuminata dalla portafinestra di vetro schermata da pesanti tendine di filo. La mamma aveva lasciato nella madia per lui e per Nina del pane e del formaggio, il loro pranzo per oggi, e per prima colazione un pentolino di latte incoperchiato sul tavolo di legno lucido. Luigi lo toccò cautamente per verificare se era ancora tiepido ma arricciò il naso quando si accorse dello spesso strato di panna che lo ricopriva. La panna era una cosa che davvero non sopportava, viscida e molle in bocca, decisamente disgustosa. Sospirando nuovamente e con infinita pazienza cominciò con poca fortuna a pescarla col cucchiaio, sicuro che Nina avrebbe, come al solito, fatto storie. La mamma non gli permetteva di mettere in funzione la cucina a legna quando lei non c’era. “Non sei grande abbastanza,“ aveva sentenziato il giorno in cui lui, stanco di dover consumare cibo troppo caldo o viceversa troppo freddo, le aveva espresso quel desiderio. Per loro avrebbe potuto essere troppo pericoloso, aveva aggiunto, soffocando sul nascere qualsiasi altra sua rimostranza e da allora non se n’era più parlato. Troppo piccolo, si era ripetuto lui dispiaciuto. Non si occupava, forse, quotidianamente di sua sorella Nina di sette anni quando la mamma era a servizio in casa del dottore dal mattino presto a sera inoltrata, suo orario solito di rientro? Accompagnandola a scuola o facendole compagnia tutto il giorno a casa tranne che per le rare volte in cui qualche vicina dall’animo sensibile non decideva di tenerla con sé concedendogli pochi attimi di spensieratezza? A volte i grandi erano davvero ingiusti, ingiusti e incoerenti.

“ Luigi, ho fame … “, esordì Nina raggiungendolo a piedi nudi e arrampicandosi una sedia impagliata, aspettando fiduciosa la sua parte. E lui l’accontentò, bravo tanto da non versare neanche un goccio di quel liquido prezioso, spingendo verso di lei due fettine di pane ammassato in casa. Tutto filò liscio come l’olio perché la bimba quel giorno non protestò come al solito, ma terminò senza indugio quella semplicissima colazione per poi dedicarsi alle pulizie personali. Da una brocca di ceramica fiorata versò con infinita precisione un po’ d’ acqua nel bacile lavandosi scrupolosamente con un pezzo di sapone di marsiglia. Non era come le saponette al profumo di rosa che Rita, figlia del sarto e sua compagna di scuola, le aveva mostrato permettendole di annusarle voluttuosamente, ma tanto bastava.

“ Ahi “, si lasciò scappare infastidita, quando Luigi le pettinò con forza eccessiva una ciocca di capelli, annunciandogli con sussiego che avrebbe terminato da sé. E così fu. Entrambi perfettamente vestiti, la cameretta e la camera opportunamente riordinate, le poche stoviglie rigovernate con cura e l’ acqua utilizzata per tali scopi riversata in un secchio sotto l’ acquaio; sarebbe servita per l’orto o per altro. Il pavimento spazzato con diligenza estrema per eliminare inesistenti granelli di polvere. La mamma voleva facessero così. Finalmente ciascuno dei due era libero di dedicarsi a ciò che più gli aggradava.

Nina afferrò la sua bambola di pezza e si buttò addosso una giacchetta di lana fatta ai ferri recipitandosi in cortile dove Giulia e Francesca erano già da tempo impegnate a saltare su una campana tracciata con un pezzetto di gesso. A Luigi non restò che seguirla; aveva avuto tassativo ordine di non perderla mai di vista e così fece, accontentandosi di veder sfilare per la viuzza del centro cittadino frotte di ragazzini liberi da impegni e ben felici di scorrazzare per il borgo mettendo a repentaglio la vetrina di qualche negozietto con un calcio al pallone più poderoso degli altri. Sospirò nuovamente, poi si disse che non aveva senso essere troppo tristi e si guardò intorno alla ricerca di qualcosa da fare. Intanto Nina aveva cambiato occupazione, e dopo aver impegnato le altre a fare scuola con le pupe e a giocare a “mamma e figlia” si era seduta accanto ad un’anziana vicina, sull’uscio della casa di quest’ ultima, intenta a confezionare col tombolo preziose trine per qualche nipote in procinto di sposarsi, seguendone affascinata il rapido movimento delle mani. La bimba, interessata, chiese timidamente se era una cosa troppo difficile, accaparrandosi un sorriso della vecchina che le promise di insegnarle presto qualcosa.

“ Luigi !”, il bambino si volse di scatto, riconoscendo la voce del suo amico più caro e smettendo di levigare col coltellino quel rametto che nel suo intento avrebbe dovuto trasformarsi in bastone o canna da pesca.

“ Com’è che non vai a giocare anche tu?”, gli chiese curioso e segretamente contento di quel mal comune che in quell’ occasione prometteva di diventare per lui mezzo gaudio. L’altro lo guardò corrucciato.

“Sono in punizione per l’altra sera”, spiegò. La sera prima, quella della proiezione a sbafo. Lui era riuscito a farla completamente franca perché al suo ritorno la mamma e Nina, trattenute in casa del dottor Corvelli per faccende dell’ultim’ora non erano ancora rientrate, ma l’altro non c’era riuscito, attirandosi le ire furibonde di padre e madre, già in tavola per la cena e infastiditi dal prolungarsi della sua assenza.

Luigi guardò di sfuggita l’altro sentendosi vagamente colpevole per quanto gli aveva procurato ma Peppe non era ragazzo capace di restare a lungo col broncio. Aveva un carattere aperto e socievole e una notevole capacità di sdrammatizzare anche eventi tragici come quello di una mancata escursione al fiume con gli altri compagni. Fece quindi spallucce seguite da un “Che si fa?” che la diceva lunga sulla sua personale capacità di reinventarsi nuove situazioni di gioco anche col poco a disposizione che aveva.

Luigi gettò uno sguardo su Nina, impegnata a pasticciare con ago e filo con le sue compagne accanto alla nonnina, poi tirò fuori con fare misterioso una grossa chiave di ferro brunito da una tasca.

“ Vieni con me”, lo invitò con simulata indifferenza e tutti e due imboccarono il vicoletto attiguo, quello in cui una volta si apriva la botteguccia da ciabattino di suo padre. La serratura rispose senza indugio alle sollecitazioni del bambino, segno tangibile di una cura costante che mal si spiegava con il disuso in cui il locale versava da qualche anno a seguito della morte dell’ uomo, disperso nella campagna di Russia.

L’atmosfera era la stessa di un tempo, quella in cui l’ ambiente era immerso accogliendo clienti alla ricerca di un qualcosa in più che non consistesse soltanto nell’acquisto o la riparazione di calzature consumate da un uso massiccio. Nicola era anche dispensatore di saggi consigli e ottimo scrivano per tutti quelli che, povera gente come lui, avevano all’estero o in guerra parenti lontani. Luigi sorrise al ricordo dell’intensa frequentazione che lo aveva animato, sentendosi a proprio agio nel calore e nella familiarità dei pochi e semplici arredi che lo costituivano; da quando, piccino, e muovendo i primi passi aveva spesso affiancato suo padre, basco scuro e panciotto, avvolto in un pesante grembiulone per parare macchie d’unto e di colla. Peppe rimase a bocca aperta; non sapeva di quel rifugio segreto, Luigi non gliene aveva mai parlato. Ma la cosa che lo lasciò davvero attonito fu, non appena la sua vista si adeguò alla poca luce che filtrava attraverso le pesanti imposte lasciate semichiuse per non destar troppi sospetti nei passanti, notare quello che qualcuno aveva apparecchiato su ciò che un tempo non lontanissimo era stato il bancone. Un presepio immenso, realizzato con cura e autentica dedizione, in cui sentierini segnati da breccia e bordure di muschio vero erano popolati da statuine inframmezzate da rametti di sempreverde e pezzi di roccia a simulare boschi e paesi. Toccò le montagne e con stupore si accorse che erano fatte di pezzi di morbida pelle e brandelli di cuoio, rinforzati internamente da cartone e stracci reperiti chissà come.

“ L’hai fatto tu ?” chiese, ma la sua era una domanda inutile di cui già sapeva la risposta.

Luigi annuì in silenzio profondamente orgoglioso della sua opera. Restarono ancora per qualche attimo a rimirarla, prodighi l’uno di domande e l’altro di risposte sulle modalità di realizzazione di quella singolare Natività. Poi, in silenzio e quasi con reverenzialità si chiusero piano i battenti alle spalle e, tornati nel vicino cortile, decisero di dare quattro calci a una palla tra le proteste indignate delle bambine distolte dalle loro cose dalla concitazione del loro gioco e poco propense a lasciare campo libero. La giornata passò in tal modo tra scaramucce e rivendicazioni di vario genere, pendendo vicendevolmente dall’ una o dall’ altra parte.

Rachele entrò in casa scrollandosi di dosso il ricordo delle fatiche di quella giornata interminabile. L’indomani a casa dei suoi datori di lavoro si sarebbe celebrata in pompa magna un’Epifania senza precedenti. Il dottore e sua moglie avrebbero infatti festeggiato il fidanzamento della loro figlia maggiore con il suo fidanzato storico, un giovane ingegnere miracolosamente scampato al conflitto a cui pure suo marito aveva partecipato seppure con minore fortuna. Oramai da mesi in quella casa di signori non si parlava d’altro. Ogni angolo era stato tirato a lucido con meticolosità, il menu da servire ai numerosi ospiti architettato con cura senza lasciar niente al caso né tantomeno badare a spese. Sarebbe stato l’evento della stagione, una chiusura in bellezza di festività natalizie celebrate in verità sotto tono ma pur sempre segnale tangibile di vita che riprendeva pian piano similmente allo spuntare dei crochi tra pezzi di roccia e sprazzi di neve ghiacciata in montagna a primavera. Respirò profondamente quasi a farsi forza, preparandosi a salutare con una certa serenità i suoi bambini e li trovò già pronti per andare a letto ma in attesa della cena. Le provviste che la cuoca aveva per lei messo da parte, i resti di un timballo e delle patate al forno, finirono in un baleno, onorati con solennità. Mentre, stanchissima e in camicia da notte, riattizzava il fuoco nel braciere, ascoltò paziente i loro racconti su come avevano trascorso quella giornata, guardando con tutta l’attenzione di cui era capace la piccola stella di tombolo mostratale da sua figlia, fiera di quel nuovo gingillo. Luigi, insolitamente silenzioso, fu quella sera di poca compagnia e spesso le parve assorto in pensieri in cui lei sentiva, con una piccola stretta al cuore, di non avere accesso. Si disse a mo’ di consolazione che gli sarebbe passata presto, prendendo a rimboccare come di consueto a entrambi le coperte. Poi, seduta su una sedia aspettò che si addormentassero, prima di finire anche lei quella giornata che era stata più lunga e più difficile del solito da gestire in termini di fatica fisica e mentale. A un tratto la giacca di Luigi scivolò dal letto producendo per terra un rumore che lei non riconobbe e che l’incuriosì. Con meraviglia scoprì quella chiave sul pavimento quasi ai suoi piedi e, mentre la raccoglieva, si accorse che il bordo della coperta malcelava un involto di carta accuratamente confezionato. Con crescente sgomento lo aprì tirandone fuori il contenuto: l’effigie dei tre Magi, comperati dal bimbo, ipotizzò, con qualche soldino ricevuto a Natale.

In un attimo si gettò addosso uno scialle decidendo di compiere un’operazione che sino ad allora non era stata in grado di portare a compimento. Da casa sua al vicolo il passo fu breve e ancor meno richiese l’apertura del sottano.

Con sguardo dolente socchiuso al fioco riverbero di una lampadina appannata dalla polvere di mesi e mesi accarezzò ogni frammento di quello che un tempo e sino alla sua partenza senza ritorno, era stato regno esclusivo di suo marito: il suo negozio, la sua vita; scorgendo, con un tuffo al cuore, quel presepe minuziosamente allestito con amore da mano inesperta per rinnovare una tradizione, quella del suo Nicola, che era stata in passato celebrazione festosa per tutti loro.

Ripensò anche alla richiesta accorata di Luigi di poterlo fare in casa, da lei caparbiamente negata anche per quell’anno. Serrando fermamente le palpebre non pianse una lacrima e andò via piano, muta.

Quel mattino a Luigi sembrò che la mamma lo avesse salutato prima di uscire con tenerezza particolare. Si preparò stoicamente ad un’ altra giornata in solitudine con Nina con l’unica consolazione che per quel giorno avrebbero avuto compagnia in anticipo, non appena la donna avesse terminato di servire il pranzo, per gentile concessione dei suoi datori di lavoro.

Il cielo, per il tramite di un raggio di luce incolore, gli trasmise la stessa indecisione del giorno precedente ma lui non vi badò e si tirò su come di consueto, pronto a recarsi di là per assolvere ai suoi doveri di fratello e figlio maggiore.

“ Nina!”, gridò a metà tra lo spavento e l’incredulità.

Ciabattando, la bambina lo raggiunse, sgranando, a sua volta gli occhioni neri.

Sul tavolo, in cucina, due calzette di lana grossa facevano bella mostra di sé accanto al solito pentolino. Inspiegabilmente e come da tempo più non avveniva, la Befana si era nuovamente ricordata di loro recandosi nottetempo a visitarli. Con sveltezza le rovesciarono, tirandovi fuori mandarini, qualche biscotto alla cannella e delle vere caramelle, comprate in negozio e non fatte dalla mamma in casa. Sarebbe stata una colazione con i fiocchi, ricca di prelibatezze insperate. A un tratto Luigi si ricordò di qualcosa e si precipitò in camera, frugando a lungo ma invano sotto il letto. Scoprendo, sconfortato, che quello che cercava non era più al suo posto. Allora si vestì in fretta e brandendo la sua chiave scese quattro gradini per volta la scalinata che lo portava all’ aperto, correndo verso la bottega di suo padre e aprendola con decisione. Il suo presepe era lì come sempre, composto nei minimi particolari ma arricchito, quel giorno, da qualcosa di nuovo. C’erano i suoi re Magi sui loro cammelli a ridosso della capannuccia di frasche da lui intrecciata con pazienza per offrire riparo alla Madonna, San Giuseppe e il Bambino.

“ Luigi! “, si sentì chiamare da una voce nota appena velata dall’ ansia e pensò sussultando a Nina, abbandonata così di corsa e senza un’accettabile giustificazione. Distogliendo lo sguardo dalla compiutezza finalmente e miracolosamente raggiunta da quella scena, serrò nuovamente le imposte e fece rapidamente ritorno a casa, soffocato dal rimorso. La vista di sua madre per le scale gli paralizzò il passo.

“ E il lavoro?”, chiese immaginando il peggio. Lei l’ abbracciò forte.

“ Per oggi niente lavoro. A loro, oggi, non servo più “, gli spiegò con dolcezza inusitata. Senza indugiare su quel pianto liberatorio che l’aveva colta all’ improvviso davanti alla signora, sconvolta dall’improvviso cedimento di quella vedova esile e forte e da quel fiume di parole e spiegazioni concitate che erano state la stura di un dolore infinito compresso in petto e lungamente negato. Sul solidale e affettuoso abbraccio che ne era seguito e la concessione di un permesso speciale in una giornata che non poteva essere soltanto gioia esclusiva di pochi.

E, presolo per mano, salì svelta di sopra, accolta dal profumo dei mandarini appena sbucciati e da una Nina incredibilmente contenta, felice come non mai di vederla lì, assieme a loro, in quel giorno di festa come oramai da tempi lontani e immemori in casa De Girolamo non accadeva più.

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photo by 123RF

Mestiere o passione?

Postare a ritmi regolari non fa per tutti quelli che come me  possono a oggi considerare la scrittura soltanto un piacevolissimo passatempo, un arricchimento della propria vita, una sottile soddisfazione ma non il perno dell’universo intero. Chi mi conosce sa che la mia non è una posa ma un’effettiva necessità. E che fissare su un foglio di word i miei voli di fantasia è davvero una fatica immane, a cominciare dal reperire spazi e tempi idonei che non vadano a intaccare i miei mestieri di madre e docente. Forse è per questa ragione che ho lasciato che questa mia passione antica finisse nel dimenticatoio per moltissimo tempo, soffocata da esigenze più contingenti e immediate. Ma non è servito, perché come il fuoco che cova silenzioso sotto la cenere, il gran piacere dello scrivere è riaffiorato non appena la vita mi ha permesso di guardare con maggiore indulgenza alla vera me stessa, bisogni scrittori compresi.

Ieri sera ho terminato la stesura di una cosa un po’ più complessa di una silloge di racconti. E’ un romanzo che ora dovrò sottoporre a una paziente opera di labor limae prima di mandarlo per le vie del mondo e provare a pubblicarlo. Per una impatiens cronica come me la fatica in questo frangente è stata doppia. Da una parte  pensare a scrivere qualcosa che potesse interessare potenziali lettori nel mare magnum delle pubblicazioni di autori esordienti e/o emergenti; dall’altra la possibilità di intravvedere sempre a breve la parola “fine” in tutto quello che faccio. Una mera utopia, lo ammetto, e uno spigolo del mio carattere difficile da smussare. La vita mi ha insegnato che ci sono attimi dalla durata eterna e periodi lunghissimi bruciati nel breve interludio di un battito di ciglia. Il difficile sta nel ricordarsene al momento giusto cercando di tradurre la teoria in pratica reale.

La mia proposta di oggi per voi è una poesia scritta nel 2008 da vedere con semplicità come una finestra sulle sfumature e sulle pieghe nascoste del mio sentire

Buona lettura e a presto

 

Quaderno dell’anima

 

Se un giorno decidessi

di fermare

i miei pensieri peregrini

sceglierei un quaderno

piccolo, compìto, sottile.

Un quaderno discreto

per dare voce ai miei sogni,

del giusto formato

e nulla più.

Da conservare

sotto il cuscino

e da sfogliare spesso.

Lo riempirei di odori

e di profumi,

di colori  dalle mille

e più bizzarre

sfumature,

in un crescendo di sensazioni

visive, olfattive,

tattili.

Gli darei il gusto

forte e deciso

della speranza,

gridata a piena voce,

ma anche sussurrata

sommessamente

e poi

silenziosamente

taciuta.

Ma non per tema

di mostrarla, anzi:

per mantenerne sempre

impronta durevole

nel mio cuore,

serbandola

come

in un prezioso

tabernacolo.

E poi affiderei

la mia anima alla

brezza leggera

primaverile.

La mia anima

e i suoi guizzi infiniti,

pagine svolazzanti

di un piccolo quaderno

affidato a un soffio di vento

dispettoso, scherzoso,

in un giorno di marzo.

Odoroso di sole pioggia e nuvole

e alla fine

trionfo

di arcobaleno cristallino.

Lucia Guida

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photo by Jeannette Woitzik

Cercatrice di perle

La lunga notte,
il rumore dell’acqua,
dicono quel che penso

Gochiku

  “Cercatrice di perle” nasce nel 2008 dalla scoperta di alcune foto di Fosco Maraini (1912-2004) etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta fiorentino, di recente riproposte in una mostra retrospettiva dell’aprile di quest’anno a Firenze. Pensare a una storia da intrecciare ai bellissimi corpi sinuosi delle amah da lui ritratte è stata questione di poco. Decidere di ambientarla a Broome, nell’Australia Occidentale, una mia scelta emotiva. Per quanto mi è stato possibile ho cercato di documentarmi in merito per conferire alla storia d’amore di Nami e Frank la maggior verosimiglianza possibile. Il racconto  appartiene al mio periodo di esordio in web nel blog “Springfreesia” di Libero Community.

Cercatrice di perle

Mi chiamo Nami e sono una pescatrice di perle.

Vivo a Broome, nel Kimberley, da quando avevo sei anni. Mia madre era una amah giapponese pescatrice di awabi. Non so chi fosse mio padre. Forse un semplice pescatore o forse anch’egli un  tuffatore. Non l’ho mai conosciuto. Mia madre me ne ha parlato pochissimo e sempre con occhi fieri, combattivi. Occhi di donna che ha amato e perso irrimediabilmente la sua battaglia con l’ amore.

Della mia infanzia ricordo  poche cose. La festa della Luna Piena di Settembre, con le sue offerte di frutta e fiori  alle finestre della nostra casa  inondata dai suoi raggi, è ancora nel mio cuore e nella mia mente. L’abbiamo continuata a celebrare fin quando non siamo partite per l’Australia alla ricerca di nuova compiutezza, di vita da vivere con trasporto rinnovato, di aria indulgente e mite, di acqua rassicurante e prodiga.

Conosco il mare e al mare sono legata anche dal mio nome. Mia madre ha continuato a immergersi con me in grembo con la stessa abilità di sempre fino a poco prima di partorirmi. E da sempre ho respirato aria salmastra. I miei giocattoli conchiglie delle forme più disparate:  pezzetti di legno levigato e contorto portati dalle onde e collane verdissime e lucenti d’alga. Dal mare sono nata e di mare vivo traendone il mio sostentamento. Ho imparato ad immergermi mentre muovevo i primi passi sotto la guida attenta e amorevole di mia madre. Da sola ho appreso, invece, a trarre la mia forza e la mia serenità dal  movimento ritmico e rassicurante dei flutti.

Dal mare è arrivato l’amore con Frank e con il mare è andato via. Lui fa il marinaio e non è mai stato l’uomo di una sola donna. Ha capelli ricci e occhi nocciola. L’ha portato da me un veliero, uno dei tanti che attraccano al porto. E’ capitato l’estate in cui ho perso mia madre che di lui non ha mai saputo.

Non so se ne avrei ricevuto la benedizione.

Lei ha conservato sempre una tenace avversione per gli uomini di mare portandosi questo segreto che è insieme sottile maledizione con sé nel cimitero giapponese di Broome.

Frank mi ha notata tra la mia gente, pescatrici di perle come me e tuffatori abili e audaci. Ha seguito affascinato i movimenti lenti ed aggraziati del mio corpo snello e seminudo dal ponte del battello su cui depositavo le ostriche pescate. Si è divertito a intrecciare per gioco, dopo l’amore, fiori profumati nei miei capelli neri setosi portandomi spesso di notte sulla spiaggia di  Cable Beach, due corpi in uno sdraiati sulla sabbia fina e bianca morbida e invitante.

Non mi ha mai parlato di sentimenti né mi ha mai fatto promesse. Mi ha soltanto amata per il tempo di un’estate tiepida come solo le nostre estati sanno essere. Poi un giorno mi ha detto con semplicità che sarebbe andato via.

All’alba, nascosta tra le barche ormeggiate, ho assistito alla sua partenza stringendo forte la mia perla azzurra portafortuna. Nella mia gola un urlo silente, nel palmo della mia mano le unghie conficcate a sangue per non cedere alla tentazione di chiamarlo e supplicarlo di non partire, di restare qui con me ancora per poco, in quest’oasi lussureggiante all’ improvviso diventata per me landa deserta e arida senza più respiro.

Quel giorno non mi sono tuffata per pescare le mie ostriche; l’ho fatto per sfogare la mia rabbia e il mio dolore. Immergendomi più rapidamente del solito per mescolare le mie lacrime al sapore salato dell’acqua di questo oceano trasparente fino ad allora sempre estremamente generoso con me. Poi all’ improvviso mi sono calmata e, tornando in superficie, sono rimasta a pelo d’acqua; lasciandomi cullare a lungo da onde carezzevoli e pietose per trarne conforto come da piccola quando la mie giornate si tingevano di blu cupo e odoravano di burrasca. Ricevendo un lungo abbraccio rassicurante dall’origine delle mie albe e dei miei tramonti. Il mare mio principio e mia fine. Mia rinascita.

Anche stasera sono qui, sulla spiaggia di Cable Beach.

Ho assistito al calare del sole accarezzata dalla brezza profumata e discreta e ora celebro con stupore rinnovato il sorgere della luna piena che, luminosamente riflessa sulla superficie scura dell’ oceano, traccia la sua scalinata verso il paradiso  approfittando della benevolenza della bassa marea per congiungervisi.

Ora non ho più offerte da fare.

Sono tuttavia qui in silenziosa e fiduciosa attesa di un qualcosa che non saprei definire ma che so verrà da me, che forse è già qui con me. Con la mia perla lucente beneaugurante al collo, i capelli sciolti come fili scuri d’alga a lambire le spalle nude e un fiore scarlatto,  grande e profumato, dietro un orecchio. Un fiore che è sorriso silente nelle ombre della notte che avanzano piano.

Blandita dal suono melodioso della risacca,  riposta indulgente dell’Oceano Mio Padre alle mie tante domande inespresse e alla mia sete d’ amore.

Nami,  ottobre 1900,  Broome.

Donne del Mare, Fosco Maraini

foto di Fosco Maraini

Vite dalla finestra

Le piccole cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria mi sono sempre piaciute. Probabilmente per il senso di profonda rassicurazione offerto dalla riscoperta quotidiana di oggetti e cose appartenenti al proprio vissuto, da ciascuno di noi agito concretamente o, viceversa, conservato nei ricordi che decidiamo di salvare da una progressione temporale irriverente che spesso non concede tregua.

Questa volta la mia proposta di lettura è un racconto pubblicato sul mio blog Springfreesia della community di Libero qualche anno fa, ritratto dei primi passi da autrice di Lucia, intitolato “Il giardino interno”. Una storia di donna sfumata come ogni cosa alle prime ombre della sera

Il giardino interno

Era per tutti e da tempo immemore la signorina Teresa. Abitava in una casa del centro storico persa in un intrico di viuzze lastricate di pietra locale su cui la camminata dei  passanti rimbombava nottetempo con rumore sordo ma rassicurante; una di quelle dimore  con  portoncino a doppio battente di lucido legno stagionato dipinto, privo di campanello e che recava a una certa altezza due anelli di pesante bronzo che servivano con discrezione ad annunciare visite di parenti e conoscenti. La signorina Teresa, in realtà, non aveva intense frequentazioni. Era l’unica sopravvissuta di un’antica e benestante famiglia del luogo che aveva lentamente e progressivamente visto i propri componenti decimarsi e passare a miglior vita attraverso ben due conflitti mondiali, epidemie e sofferenze di vario tipo. Al pari di un facoltoso personaggio che vede assottigliarsi il patrimonio di famiglia, accumulato  generazione dopo generazione,  minato da tante e non sempre prevedibili difficoltà giunte in rapida successione. I suoi possedimenti, ora, erano tutti lì, in quella casa paterna che si apriva alla sommità di una scalinata stretta e  ripida dai gradini di marmo una volta candido,  in un ingresso, un tinello-sala e un cucinino al primo piano, per poi proseguire con due camerette al piano superiore. Ma la meraviglia di quella modesta sistemazione era tutta nel  giardino interno, invisibile dalla strada principale, a cui si accedeva dalla porta-finestra dell’ampio tinello-sala. Per arrivarci era necessario prendere una scaletta un po’ malmessa che costeggiava e si snodava lungo un muro interrotto da una finestra con un’ inferriata spartana, che contribuiva a fare di quello spazio chiuso a cielo aperto un luogo privilegiato dando, nel contempo,  luce al retrobottega di un locale a fronte strada occupato al momento da un artigiano con il benestare e la tacita approvazione dell’anziana gentildonna sua  proprietaria.

Nel giardino che fungeva anche da orto era concentrato il lavoro paziente e certosino di quella donna sottile dall’età indefinita: bordure di campanule, rose e gerani, un nespolo e un limone, un’acacia che si riempiva di fiori bianchi e profumatissimi in estate. E poi una piccola coltivazione di ortaggi in fondo, quasi a ridosso del muro che delimitava la proprietà e la separava da un altro caseggiato,  anch’essa in rigoglio ed esplosione di colori accesi dalla primavera fino a tutta la bella stagione. Una panchina poggiata a un altro muro con una fontanina di lì a presso e un pergolato di glicini che  assicurava l’ombra a chi avesse deciso di sostare per riempirsi la vista di verde e fioriture insperati, rifinivano l’insieme. Un tempo c’era stata anche una rampicante di bouganville ma non era sopravvissuta ai rigori di un inverno precoce e particolarmente duro per quella latitudine. Teresa non era riuscita a salvarla né aveva  voluto estirparla la primavera successiva e ciò che ne rimaneva era rimasto al posto di sempre, lungo la terza parete di quell’ incredibile  oasi cittadina.

Mariuccia, la ragazza che prestava servizio in quella casa oramai da un paio d’anni, se n’era spesso chiesta il perché; la signorina era di una meticolosità quasi maniacale nella cura di quel pezzetto di verde, eppure non aveva avuto voglia di rimpiazzarla con un po’ d’edera, altro glicine, niente da fare. Ma quella stranezza era solo una delle tante di quella figura così riservata e un po’ misteriosa. La scorsa primavera, per esempio, cercando di dar la caccia a un topolino che aveva preso a fare incursioni notturne per casa, si era imbattuta, frugando nel sottotetto, in una scatola di cartone nascosta sotto un vecchio e logoro copritavolo di gobelin dissimulata da una serie infinita di vecchie cianfrusaglie: un grammofono dalla tromba ammaccata, cornici vuote in stile veneziano, santi e madonne racchiusi in cupole di vetro e molto altro ancora.

Mariuccia non aveva temuto di riempirsi di polvere né di essere rimproverata per la sua innata curiosità e con ardimento si era messa d’impegno per liberarne la superficie che, una volta scoperchiata, aveva rivelato un contenuto inimmaginabile: un abito da sposa nuovo, nuovissimo! Avvolto in più e più strati di carta velina, a prima vista mai indossato e ingiallito  solo in alcuni punti, come se qualcuno lo avesse a lungo accarezzato, quasi con rammarico, per poi decidere a malincuore ma con ragionevolezza estrema di abbandonarlo a un indefinito periodo di oblio.

La vita della signorina Teresa ruotava tutta lì, tra i poveri della parrocchia, le lezioni di piano che impartiva a pochi ma diligenti allievi e il  giardinaggio. Pochissima vita sociale al di là delle due messe giornaliere, quella mattutina e quella vespertina, e qualche tè con due o tre amiche di vecchia data, sue compagne di gioventù.  Mariuccia non riusciva a credere come la sua padrona non si scollasse dal suo nido nemmeno per una passeggiata in piazza nella ricorrenza del Santo Patrono.  E si che a lei piaceva! Come le piaceva scorazzare in sella alla Lambretta del suo fidanzato, andare con lui al luna park e godere dei fuochi pirotecnici allestiti di notte in periferia sotto il cielo sereno e stellato di maggio! Un peccato che la signorina si ostinasse a tenere le persiane delle  camere che davano sulla via principale ostinatamente chiuse, anche al passaggio della Madonna in processione! A quel suo pensiero espresso incautamente ad alta voce  Teresa aveva replicato bruscamente e con così tanta foga da farle venire le lacrime agli occhi zittendola per il resto della giornata. A testa bassa aveva finito le faccende e portato a termine la spesa in drogheria. Ma all’indomani, al termine del lavoro, si era vista consegnare dall’anziana donna un fagotto accuratamente confezionato.

“ E’ per te  “, le aveva detto con la sua espressione di sempre, appena addolcita da un cipiglio meno austero del solito, “ fanne quello che vuoi ”. Lei aveva ringraziato brevemente ed era andata via. Una volta in strada, però, non aveva resistito alla tentazione di disfare l’involto scoprendo che era un abito di seta, di vera seta!, color malva, bellissimo ed etereo: avrebbe chiesto a sua madre di accomodarlo per la festa del paese oramai imminente. Lei e il suo Tonino sarebbero stata la coppia più ammirata, già se lo immaginava! E canticchiando a mezza voce una melodia festivaliera trasmessa a gran volume da una radio poco lontano si era allontanata un po’ più rinfrancata.

Ben celata dietro una tendina di pizzo all’uncinetto della finestra di una delle camere superiori Teresa aveva  sbirciato, seppur parzialmente, la scena. La ragazza bruna che scartava con curiosità il pacchetto, la sua espressione stupita e contenta, il suo passo leggero sui lastroni di pietra irregolare della stradina tortuosa.

Da un cassettino poco in vista del Secretaire di radica della sua camera da letto, monastica ed essenziale, aveva poi tirato fuori un pacco di lettere legate da un nastro e altrettante fotografie. Alla ricerca di quella un po’ logora che la ritraeva, giovane e con i capelli corti al vento, in sorridente compagnia di un bell’ ufficiale. Abbigliata in un elegante abito color malva e radiosa nel suo bel sogno d’amore. Completato da un sorprendente sfondo di bouganville in fiore.

 

 

 

” The Goldfish Window “, F. Childe Hassam