Mestiere o passione?

Postare a ritmi regolari non fa per tutti quelli che come me  possono a oggi considerare la scrittura soltanto un piacevolissimo passatempo, un arricchimento della propria vita, una sottile soddisfazione ma non il perno dell’universo intero. Chi mi conosce sa che la mia non è una posa ma un’effettiva necessità. E che fissare su un foglio di word i miei voli di fantasia è davvero una fatica immane, a cominciare dal reperire spazi e tempi idonei che non vadano a intaccare i miei mestieri di madre e docente. Forse è per questa ragione che ho lasciato che questa mia passione antica finisse nel dimenticatoio per moltissimo tempo, soffocata da esigenze più contingenti e immediate. Ma non è servito, perché come il fuoco che cova silenzioso sotto la cenere, il gran piacere dello scrivere è riaffiorato non appena la vita mi ha permesso di guardare con maggiore indulgenza alla vera me stessa, bisogni scrittori compresi.

Ieri sera ho terminato la stesura di una cosa un po’ più complessa di una silloge di racconti. E’ un romanzo che ora dovrò sottoporre a una paziente opera di labor limae prima di mandarlo per le vie del mondo e provare a pubblicarlo. Per una impatiens cronica come me la fatica in questo frangente è stata doppia. Da una parte  pensare a scrivere qualcosa che potesse interessare potenziali lettori nel mare magnum delle pubblicazioni di autori esordienti e/o emergenti; dall’altra la possibilità di intravvedere sempre a breve la parola “fine” in tutto quello che faccio. Una mera utopia, lo ammetto, e uno spigolo del mio carattere difficile da smussare. La vita mi ha insegnato che ci sono attimi dalla durata eterna e periodi lunghissimi bruciati nel breve interludio di un battito di ciglia. Il difficile sta nel ricordarsene al momento giusto cercando di tradurre la teoria in pratica reale.

La mia proposta di oggi per voi è una poesia scritta nel 2008 da vedere con semplicità come una finestra sulle sfumature e sulle pieghe nascoste del mio sentire

Buona lettura e a presto

 

Quaderno dell’anima

 

Se un giorno decidessi

di fermare

i miei pensieri peregrini

sceglierei un quaderno

piccolo, compìto, sottile.

Un quaderno discreto

per dare voce ai miei sogni,

del giusto formato

e nulla più.

Da conservare

sotto il cuscino

e da sfogliare spesso.

Lo riempirei di odori

e di profumi,

di colori  dalle mille

e più bizzarre

sfumature,

in un crescendo di sensazioni

visive, olfattive,

tattili.

Gli darei il gusto

forte e deciso

della speranza,

gridata a piena voce,

ma anche sussurrata

sommessamente

e poi

silenziosamente

taciuta.

Ma non per tema

di mostrarla, anzi:

per mantenerne sempre

impronta durevole

nel mio cuore,

serbandola

come

in un prezioso

tabernacolo.

E poi affiderei

la mia anima alla

brezza leggera

primaverile.

La mia anima

e i suoi guizzi infiniti,

pagine svolazzanti

di un piccolo quaderno

affidato a un soffio di vento

dispettoso, scherzoso,

in un giorno di marzo.

Odoroso di sole pioggia e nuvole

e alla fine

trionfo

di arcobaleno cristallino.

Lucia Guida

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photo by Jeannette Woitzik

Cercatrice di perle

La lunga notte,
il rumore dell’acqua,
dicono quel che penso

Gochiku

  “Cercatrice di perle” nasce nel 2008 dalla scoperta di alcune foto di Fosco Maraini (1912-2004) etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta fiorentino, di recente riproposte in una mostra retrospettiva dell’aprile di quest’anno a Firenze. Pensare a una storia da intrecciare ai bellissimi corpi sinuosi delle amah da lui ritratte è stata questione di poco. Decidere di ambientarla a Broome, nell’Australia Occidentale, una mia scelta emotiva. Per quanto mi è stato possibile ho cercato di documentarmi in merito per conferire alla storia d’amore di Nami e Frank la maggior verosimiglianza possibile. Il racconto  appartiene al mio periodo di esordio in web nel blog “Springfreesia” di Libero Community.

Cercatrice di perle

Mi chiamo Nami e sono una pescatrice di perle.

Vivo a Broome, nel Kimberley, da quando avevo sei anni. Mia madre era una amah giapponese pescatrice di awabi. Non so chi fosse mio padre. Forse un semplice pescatore o forse anch’egli un  tuffatore. Non l’ho mai conosciuto. Mia madre me ne ha parlato pochissimo e sempre con occhi fieri, combattivi. Occhi di donna che ha amato e perso irrimediabilmente la sua battaglia con l’ amore.

Della mia infanzia ricordo  poche cose. La festa della Luna Piena di Settembre, con le sue offerte di frutta e fiori  alle finestre della nostra casa  inondata dai suoi raggi, è ancora nel mio cuore e nella mia mente. L’abbiamo continuata a celebrare fin quando non siamo partite per l’Australia alla ricerca di nuova compiutezza, di vita da vivere con trasporto rinnovato, di aria indulgente e mite, di acqua rassicurante e prodiga.

Conosco il mare e al mare sono legata anche dal mio nome. Mia madre ha continuato a immergersi con me in grembo con la stessa abilità di sempre fino a poco prima di partorirmi. E da sempre ho respirato aria salmastra. I miei giocattoli conchiglie delle forme più disparate:  pezzetti di legno levigato e contorto portati dalle onde e collane verdissime e lucenti d’alga. Dal mare sono nata e di mare vivo traendone il mio sostentamento. Ho imparato ad immergermi mentre muovevo i primi passi sotto la guida attenta e amorevole di mia madre. Da sola ho appreso, invece, a trarre la mia forza e la mia serenità dal  movimento ritmico e rassicurante dei flutti.

Dal mare è arrivato l’amore con Frank e con il mare è andato via. Lui fa il marinaio e non è mai stato l’uomo di una sola donna. Ha capelli ricci e occhi nocciola. L’ha portato da me un veliero, uno dei tanti che attraccano al porto. E’ capitato l’estate in cui ho perso mia madre che di lui non ha mai saputo.

Non so se ne avrei ricevuto la benedizione.

Lei ha conservato sempre una tenace avversione per gli uomini di mare portandosi questo segreto che è insieme sottile maledizione con sé nel cimitero giapponese di Broome.

Frank mi ha notata tra la mia gente, pescatrici di perle come me e tuffatori abili e audaci. Ha seguito affascinato i movimenti lenti ed aggraziati del mio corpo snello e seminudo dal ponte del battello su cui depositavo le ostriche pescate. Si è divertito a intrecciare per gioco, dopo l’amore, fiori profumati nei miei capelli neri setosi portandomi spesso di notte sulla spiaggia di  Cable Beach, due corpi in uno sdraiati sulla sabbia fina e bianca morbida e invitante.

Non mi ha mai parlato di sentimenti né mi ha mai fatto promesse. Mi ha soltanto amata per il tempo di un’estate tiepida come solo le nostre estati sanno essere. Poi un giorno mi ha detto con semplicità che sarebbe andato via.

All’alba, nascosta tra le barche ormeggiate, ho assistito alla sua partenza stringendo forte la mia perla azzurra portafortuna. Nella mia gola un urlo silente, nel palmo della mia mano le unghie conficcate a sangue per non cedere alla tentazione di chiamarlo e supplicarlo di non partire, di restare qui con me ancora per poco, in quest’oasi lussureggiante all’ improvviso diventata per me landa deserta e arida senza più respiro.

Quel giorno non mi sono tuffata per pescare le mie ostriche; l’ho fatto per sfogare la mia rabbia e il mio dolore. Immergendomi più rapidamente del solito per mescolare le mie lacrime al sapore salato dell’acqua di questo oceano trasparente fino ad allora sempre estremamente generoso con me. Poi all’ improvviso mi sono calmata e, tornando in superficie, sono rimasta a pelo d’acqua; lasciandomi cullare a lungo da onde carezzevoli e pietose per trarne conforto come da piccola quando la mie giornate si tingevano di blu cupo e odoravano di burrasca. Ricevendo un lungo abbraccio rassicurante dall’origine delle mie albe e dei miei tramonti. Il mare mio principio e mia fine. Mia rinascita.

Anche stasera sono qui, sulla spiaggia di Cable Beach.

Ho assistito al calare del sole accarezzata dalla brezza profumata e discreta e ora celebro con stupore rinnovato il sorgere della luna piena che, luminosamente riflessa sulla superficie scura dell’ oceano, traccia la sua scalinata verso il paradiso  approfittando della benevolenza della bassa marea per congiungervisi.

Ora non ho più offerte da fare.

Sono tuttavia qui in silenziosa e fiduciosa attesa di un qualcosa che non saprei definire ma che so verrà da me, che forse è già qui con me. Con la mia perla lucente beneaugurante al collo, i capelli sciolti come fili scuri d’alga a lambire le spalle nude e un fiore scarlatto,  grande e profumato, dietro un orecchio. Un fiore che è sorriso silente nelle ombre della notte che avanzano piano.

Blandita dal suono melodioso della risacca,  riposta indulgente dell’Oceano Mio Padre alle mie tante domande inespresse e alla mia sete d’ amore.

Nami,  ottobre 1900,  Broome.

Donne del Mare, Fosco Maraini

foto di Fosco Maraini

Vite dalla finestra

Le piccole cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria mi sono sempre piaciute. Probabilmente per il senso di profonda rassicurazione offerto dalla riscoperta quotidiana di oggetti e cose appartenenti al proprio vissuto, da ciascuno di noi agito concretamente o, viceversa, conservato nei ricordi che decidiamo di salvare da una progressione temporale irriverente che spesso non concede tregua.

Questa volta la mia proposta di lettura è un racconto pubblicato sul mio blog Springfreesia della community di Libero qualche anno fa, ritratto dei primi passi da autrice di Lucia, intitolato “Il giardino interno”. Una storia di donna sfumata come ogni cosa alle prime ombre della sera

Il giardino interno

Era per tutti e da tempo immemore la signorina Teresa. Abitava in una casa del centro storico persa in un intrico di viuzze lastricate di pietra locale su cui la camminata dei  passanti rimbombava nottetempo con rumore sordo ma rassicurante; una di quelle dimore  con  portoncino a doppio battente di lucido legno stagionato dipinto, privo di campanello e che recava a una certa altezza due anelli di pesante bronzo che servivano con discrezione ad annunciare visite di parenti e conoscenti. La signorina Teresa, in realtà, non aveva intense frequentazioni. Era l’unica sopravvissuta di un’antica e benestante famiglia del luogo che aveva lentamente e progressivamente visto i propri componenti decimarsi e passare a miglior vita attraverso ben due conflitti mondiali, epidemie e sofferenze di vario tipo. Al pari di un facoltoso personaggio che vede assottigliarsi il patrimonio di famiglia, accumulato  generazione dopo generazione,  minato da tante e non sempre prevedibili difficoltà giunte in rapida successione. I suoi possedimenti, ora, erano tutti lì, in quella casa paterna che si apriva alla sommità di una scalinata stretta e  ripida dai gradini di marmo una volta candido,  in un ingresso, un tinello-sala e un cucinino al primo piano, per poi proseguire con due camerette al piano superiore. Ma la meraviglia di quella modesta sistemazione era tutta nel  giardino interno, invisibile dalla strada principale, a cui si accedeva dalla porta-finestra dell’ampio tinello-sala. Per arrivarci era necessario prendere una scaletta un po’ malmessa che costeggiava e si snodava lungo un muro interrotto da una finestra con un’ inferriata spartana, che contribuiva a fare di quello spazio chiuso a cielo aperto un luogo privilegiato dando, nel contempo,  luce al retrobottega di un locale a fronte strada occupato al momento da un artigiano con il benestare e la tacita approvazione dell’anziana gentildonna sua  proprietaria.

Nel giardino che fungeva anche da orto era concentrato il lavoro paziente e certosino di quella donna sottile dall’età indefinita: bordure di campanule, rose e gerani, un nespolo e un limone, un’acacia che si riempiva di fiori bianchi e profumatissimi in estate. E poi una piccola coltivazione di ortaggi in fondo, quasi a ridosso del muro che delimitava la proprietà e la separava da un altro caseggiato,  anch’essa in rigoglio ed esplosione di colori accesi dalla primavera fino a tutta la bella stagione. Una panchina poggiata a un altro muro con una fontanina di lì a presso e un pergolato di glicini che  assicurava l’ombra a chi avesse deciso di sostare per riempirsi la vista di verde e fioriture insperati, rifinivano l’insieme. Un tempo c’era stata anche una rampicante di bouganville ma non era sopravvissuta ai rigori di un inverno precoce e particolarmente duro per quella latitudine. Teresa non era riuscita a salvarla né aveva  voluto estirparla la primavera successiva e ciò che ne rimaneva era rimasto al posto di sempre, lungo la terza parete di quell’ incredibile  oasi cittadina.

Mariuccia, la ragazza che prestava servizio in quella casa oramai da un paio d’anni, se n’era spesso chiesta il perché; la signorina era di una meticolosità quasi maniacale nella cura di quel pezzetto di verde, eppure non aveva avuto voglia di rimpiazzarla con un po’ d’edera, altro glicine, niente da fare. Ma quella stranezza era solo una delle tante di quella figura così riservata e un po’ misteriosa. La scorsa primavera, per esempio, cercando di dar la caccia a un topolino che aveva preso a fare incursioni notturne per casa, si era imbattuta, frugando nel sottotetto, in una scatola di cartone nascosta sotto un vecchio e logoro copritavolo di gobelin dissimulata da una serie infinita di vecchie cianfrusaglie: un grammofono dalla tromba ammaccata, cornici vuote in stile veneziano, santi e madonne racchiusi in cupole di vetro e molto altro ancora.

Mariuccia non aveva temuto di riempirsi di polvere né di essere rimproverata per la sua innata curiosità e con ardimento si era messa d’impegno per liberarne la superficie che, una volta scoperchiata, aveva rivelato un contenuto inimmaginabile: un abito da sposa nuovo, nuovissimo! Avvolto in più e più strati di carta velina, a prima vista mai indossato e ingiallito  solo in alcuni punti, come se qualcuno lo avesse a lungo accarezzato, quasi con rammarico, per poi decidere a malincuore ma con ragionevolezza estrema di abbandonarlo a un indefinito periodo di oblio.

La vita della signorina Teresa ruotava tutta lì, tra i poveri della parrocchia, le lezioni di piano che impartiva a pochi ma diligenti allievi e il  giardinaggio. Pochissima vita sociale al di là delle due messe giornaliere, quella mattutina e quella vespertina, e qualche tè con due o tre amiche di vecchia data, sue compagne di gioventù.  Mariuccia non riusciva a credere come la sua padrona non si scollasse dal suo nido nemmeno per una passeggiata in piazza nella ricorrenza del Santo Patrono.  E si che a lei piaceva! Come le piaceva scorazzare in sella alla Lambretta del suo fidanzato, andare con lui al luna park e godere dei fuochi pirotecnici allestiti di notte in periferia sotto il cielo sereno e stellato di maggio! Un peccato che la signorina si ostinasse a tenere le persiane delle  camere che davano sulla via principale ostinatamente chiuse, anche al passaggio della Madonna in processione! A quel suo pensiero espresso incautamente ad alta voce  Teresa aveva replicato bruscamente e con così tanta foga da farle venire le lacrime agli occhi zittendola per il resto della giornata. A testa bassa aveva finito le faccende e portato a termine la spesa in drogheria. Ma all’indomani, al termine del lavoro, si era vista consegnare dall’anziana donna un fagotto accuratamente confezionato.

“ E’ per te  “, le aveva detto con la sua espressione di sempre, appena addolcita da un cipiglio meno austero del solito, “ fanne quello che vuoi ”. Lei aveva ringraziato brevemente ed era andata via. Una volta in strada, però, non aveva resistito alla tentazione di disfare l’involto scoprendo che era un abito di seta, di vera seta!, color malva, bellissimo ed etereo: avrebbe chiesto a sua madre di accomodarlo per la festa del paese oramai imminente. Lei e il suo Tonino sarebbero stata la coppia più ammirata, già se lo immaginava! E canticchiando a mezza voce una melodia festivaliera trasmessa a gran volume da una radio poco lontano si era allontanata un po’ più rinfrancata.

Ben celata dietro una tendina di pizzo all’uncinetto della finestra di una delle camere superiori Teresa aveva  sbirciato, seppur parzialmente, la scena. La ragazza bruna che scartava con curiosità il pacchetto, la sua espressione stupita e contenta, il suo passo leggero sui lastroni di pietra irregolare della stradina tortuosa.

Da un cassettino poco in vista del Secretaire di radica della sua camera da letto, monastica ed essenziale, aveva poi tirato fuori un pacco di lettere legate da un nastro e altrettante fotografie. Alla ricerca di quella un po’ logora che la ritraeva, giovane e con i capelli corti al vento, in sorridente compagnia di un bell’ ufficiale. Abbigliata in un elegante abito color malva e radiosa nel suo bel sogno d’amore. Completato da un sorprendente sfondo di bouganville in fiore.

 

 

 

” The Goldfish Window “, F. Childe Hassam

 

 

Presentazione de ” La Sibilla delle Erbe “: comunicazione in sinergia di esperienze e idee di vita vera

C’è più emozione nel presentare il proprio libro o quello di un amico?

Per quello che mi riguarda le cose si equivalgono. Se, infatti, parlare del tuo lavoro a un pubblico di potenziali lettori è una cosa estremamente coinvolgente lo è altrettanto interpretare il pensiero di qualcuno, altro da te, che ti ha chiesto di aiutarlo a introdurre al mondo intero la sua ultima creazione. Semplicemente perché in un processo scrittorio non c’è posto per i compartimenti stagni. E può capitare che tenere a battesimo un libro diventi un ottimo pretesto per parlare anche di te stesso, della vita e della gente.

In questo post riporto integralmente il mio intervento nella presentazione del 5 agosto 2012 de La Sibilla delle Erbe, Tracce edizioni, biografia di Maria Sonia Baldoni, naturista, a cura di Michele Meomartino che ringrazio di cuore per avermi offerto nuovamente occasione di parlare di progettualità femminile e non solo.

Buona lettura.

Dal Blog di Maria Sonia Baldoni:

“ Lavora come se non avessi bisogno di denaro. Ama come se nessuno ti avesse mai fatto soffrire.

Balla come se nessuno ti guardasse. Canta come se nessuno ti ascoltasse. Vivi come se il paradiso

fosse sulla Terra. “

Paulo Coelho

Buonasera a tutti.

Il mio primo pensiero per Michele, che oggi ci presenta la sua neonata creatura scrittoria e la mia piena condivisione empatica per lui perché presentare un libro per un autore è come aprire la porta della propria dimora al mondo intero. In questo caso Michele raddoppia la sua ospitalità condividendo con noi presenti questo momento con naturalità e convivialità, come è sua abitudine.

E poi le mie considerazioni sul suo lavoro.

Ho letto con attenzione la storia della Sibilla delle erbe, con una curiosità tutta femminile che si è trasformata in ammirazione profonda per una donna che ha saputo, ha avuto il coraggio di operare scelte decisamente singolari e controcorrente. Il passaggio da promoter finanziaria e assicurativa a raccoglitrice di erbe è già di per sé la chiave di volta di un’esistenza fuori dal comune fatta di profondità, di naturalità ma anche di esercizio di buone pratiche etiche, con una sensibilità che mi sento di definire tutta femminile. Quella che è nella dotazione di serie di tutte noi Donne, a patto che ci si premuri di esercitarla attraverso un uso equilibrato di buonsenso e capacità di intuizione e, soprattutto, di traduzione pratica, concreta, di idee innovative quanto semplici che in Maria Sonia confluiscono tutte nel riappropriarsi con amorevolezza di se stessa, in una visione olistica di benessere psicofisico che è l’unica possibilità che ci resta, oggi, per vivere con dignità e serenità.

Ciò che Maria Sonia ha inteso fare sino a ora, con grande forza non scevra in alcuni momenti da sofferenza, certamente con estrema consapevolezza.

Una delle frasi che mi piace accostare alla progettualità femminile è quella secondo la quale non c’è rivoluzione senza donne. Ed è ciò che Maria Sonia ha scelto di compiere a un certo punto della sua vita mettendo a frutto le sue potenzialità e l’intimo legame che da sempre, sin da piccola, l’ha accomunata alla natura sino a diventare, per definizione di quanti la conoscono, ” emblema vivente della Madre Terra “, origine e punto di riferimento forte per molti di coloro che hanno avuto la possibilità di incrociare il suo cammino. Scardinando equilibri preesistenti, operando scelte di vita estreme che l’hanno portata a rimodulare la sua progettualità di continuo, accettando con semplicità l’imponderabile e trasformandolo in occasione di crescita.

Un’altra cosa che mi ha colpita è l’immensa capacità rigeneratrice che ai miei occhi l’ha da subito connotata come Donna dalle mille stagioni. Nel percorso esistenziale di Maria Sonia ogni istante vitale è funzionale e propedeutico alle scelte passate e future così come la natura nella sua ciclicità temporale accoglie con pazienza e accortezza le cose del mondo: dall’apparente immobilità invernale che è preludio dell’esplosione di colori, suoni, profumi estivi alla primavera che è rinascita e all’autunno che è lenta evoluzione, cambiamento e preparazione alla stasi, alla riflessione e meditazione caratteristiche dei mesi freddi. In un esercizio forte ma al tempo stesso pacato di naturalità che è stato punto di forza dei nostri antenati e che il prevalere di una certa razionalità fine a se stessa ci ha fatto accantonare, a mio avviso immeritatamente e con profonda ingratitudine, spesso soffocando quanto di più intimo e di più genuino era stato accumulato attraverso l’esperienza sostanziosa di chi ci ha preceduti. Negando e soffocando anche le immense potenzialità di mente e cuore che ciascuno di noi spesso ha in sé inespresse e che, volendo!, ha pieno diritto di esercitare.

Un’ultima considerazione.

Sulla finalità della scrittura, intesa come comunicazione potente di significato al di là della parola in sé e dell’esercizio di stile.

Da convinta assertrice della parola ( e quindi pensiero espresso ad alta voce! ) che diventa azione concreta mi piace considerare anche la scelta compiuta da Michele nell’incentrare questo suo ultimo lavoro su una personalità magnetica, carismatica quale è quella di Maria Sonia Baldoni.

Nulla capita a caso.

Il messaggio delle memorie di Maria Sonia raccolte da Michele assieme alle tante testimonianze di amici e conoscenti che hanno percorso un tratto esistenziale al fianco di questa donna straordinaria, ripeto, nella sua estrema essenzialità, è che non tutto è perduto.

Che a ciascuno di noi è offerta di continuo la possibilità di crescere e migliorare, individualmente ma anche nel confronto con l’altro; in maniera costruttiva con esercizio di semplicità, perché nel quotidiano gli altri, che ci piaccia o no, sono specchio di ciò che noi realmente siamo.

Un messaggio di rinascita, questo, che faccio mio, augurando a ciascuno di noi di coltivare con energia positiva il proprio personale “Giardino delle erbe”, ben calati nel presente con uno sguardo all’orizzonte, mettendo nel contempo a frutto con serenità e accettazione piena, compiuta, quello che della nostra vita passata è stato, punti di forza e fragilità. Convogliando le energie migliori in qualcosa di fattivo, che sia fonte di arricchimento proprio e altrui. Consapevoli di quello che siamo e dei riflessi, inevitabili, che produrremo su chi è di fronte a noi.

Accettando, come Maria Sonia ci ha insegnato, con determinazione e speranza le sfide della vita, come pretesto e catalizzatore di crescita incessante. Verso il bello, verso il buono.

Grazie.

L. Guida

Montesilvano (PE), Circolo Culturale OliS, domenica 5 agosto 2012

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Another Interview

Ci ho preso gusto a essere intervistata.

Probabilmente perché conversare parlando di scrittura, lettura e aspetti della mia vita che mi fa piacere condividere con altri è un modo come un altro per trasmettere una parte di me stessa.

L’intervista, qui di seguito riportata integralmente, è stata realizzata grazie alla disponibilità di Tommaso Maria Lovati, admin del sito Libri & Scrittori, Salotto Letterario On-Line.  Per voi, alla fine di questo articolo il link per leggerla in versione originale.

Intervista alla scrittrice Lucia Guida

D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura

R) La mia è una passione antica;  nata da bambina, coltivata nel periodo dell’adolescenza e poi messa da parte per lasciare il posto ad altre priorità. L’apertura di un blog nel 2007 mi ha permesso gradualmente di riprovarci, stimolata anche dagli apprezzamenti dei miei amici virtuali. Ho poi pensato di partecipare ad alcuni concorsi letterari, un po’ per provare a sperimentare nuovi approcci scrittori ma anche, forse, per chiedere qualche conferma, per mettermi alla prova. E’ andata bene e  a questo punto ho pensato di continuare per questa strada …

D) Qual è stato il suo percorso di studi?

R) Mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere nel 1987 con una tesi di letteratura inglese su Thomas Hardy. All’epoca si parlava di analisi testuale. A me sembrava una cosa meravigliosa sviscerare e analizzare nel profondo un autore come il mio che ho amato tantissimo. Anche se in realtà il primo esame dato all’università è stato quello di Filosofia. Ho poi alle spalle un tipo di preparazione a indirizzo pedagogico-didattico che ha segnato i miei primi passi nel mondo del lavoro nella scuola primaria. Esperienze di studio e di lavoro all’estero hanno completato la mia formazione. Vivere in altri paesi ti apre la mente e ti fa vedere le cose certamente in una prospettiva privilegiata. Un percorso sui generis, variegato, come del resto le letture che mi concedo: anche in questo mi piace leggere di tutto,  senza remore o pregiudizi.

D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?

R) A otto anni, un romanzo su un vecchio diario scolastico. Si intitolava “La fanciulla del West”. A lieto fine, chiaramente.  In tempi più recenti, invece, il mio primo racconto breve ufficiale è certamente ‘Il volo dell’aquilone’ (nel post precedente, n.d.a.), arrivato in finale al XII Concorso Letterario bandito dalla biblioteca di Poggio dei Pini di Capoterra (CA) nel 2008. Da bambina scrivevo per raccontare; oggi credo di farlo per lo stesso motivo, soltanto con una consapevolezza maggiore, più sottile: quella di vedere riflessa nel lettore la tua stessa sensibilità. Quando ciò accade per uno scrittore è il riconoscimento migliore a cui si possa aspirare

D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

R) Una volta le avrei risposto parlando dell’effetto terapeutico della scrittura; adesso  aggiungo che scrivere è anche un atto di passione, di puro divertimento

D) Quali sono i suoi libri del cuore?

R) Domanda difficile …Tutti i libri della Austen. “Via dalla pazza folla” di Hardy. “Quel che resta del giorno” di Ishiguro. Ma anche i libri di Brunella Gasperini, “Tutti i nostri ieri” della Ginzburg e molti altri ancora …

D) E quelli che non leggerebbe mai?

R) Ho già detto che mi piace sperimentare e quindi provo comunque a leggere di tutto; se, tuttavia, capita che io abbandoni la lettura di un libro non me ne faccio una colpa: la lettura è un piacere e tale deve rimanere

D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

R) “La ragazza con l’orecchino di perla” della Chevalier

D) E quello che meno le è piaciuto?

R) Devo proprio dirlo?

D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

R) L’Abruzzo mi ha adottata a pieno titolo ed è qui che ho scelto di far nascere i miei due figli e di stabilirmi. Tralasciando il periodo dei miei studi, condotti qui a Pescara,  vi abito da 23 anni. Continuo a mantenere un filo sottile ma robusto con la Puglia, mia regione di origine, in cui vivono i miei genitori. Nei miei racconti, infine, per par condicio do voce a entrambe. In fondo, la Lucia di oggi è il prodotto finale di un mix bilanciato dell’una e dell’altra realtà

D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?

R) Credo sia interessante notare oggi molta più attenzione, da parte delle case editrici, verso gli autori esordienti. E ovviamente sto parlando di editoria non a pagamento e di editori lungimiranti. Ciò determina un’offerta a volte sovrabbondante, ma in questi casi ” melius abundare quam deficere”, non trova?

D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?

R) La frattura che talvolta si viene a creare tra creatori di cultura e fruitori. Un prodotto culturale dovrebbe davvero essere alla portata di tutti ma questo non sempre accade. E’ probabile che sia questione di educazione insufficiente in tal senso, certamente. Ed è un pensiero  terribile; in fondo, come un conosciuto slogan recita, “Sapere è Libertà”, sempre

D) Come è arrivata alla pubblicazione del suo lavoro?

R) Con un’opera certosina di ricerca della casa editrice ideale. In questo ero piuttosto determinata a non incappare, per il mio primo lavoro “serio”, nell’editoria a pagamento

D) Cinema: qual è il suo film preferito?

R)  “Camera con vista “ di James Ivory di qualche anno fa e, più di recente, “Il discorso del re” di Hooper. Sono, infine, un’ammiratrice fedele di Ozpetek

D) Musica: la canzone del cuore?

R) “Fotografie”, di Claudio Baglioni, pur non essendo una sua fan. Per una serie di ragioni troppo lunghe da spiegare

approfondimento NARRATIVA

D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

R) Non ne ho mai avuto la possibilità ma mi avrebbe fatto piacere farlo, tempo permettendo.

D) Ritiene siano utili?

R) Parlandone in termini teorici, potrebbero certamente aiutare a migliorare uno stile narrativo ancora allo stato embrionale

D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

R) Più che buttare giù un canovaccio di una storia, il lavoro di labor limae, di editing, che lo segue. Rendere, cioè, comprensibili al lettore le tue idee, ciò che vuoi trasmettere agli altri. Spesso ciò non accade; l’autore, cioè, crede di averlo fatto anche se poi in effetti non è così. Un’opera letteraria deve essere a mio avviso fruibile per tutti, con pochi chiaroscuri. Suggerire, certamente, ma farlo con chiarezza d’intenti

D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?

R) Decisamente al pc: è più comodo e mi dà la possibilità di ordinare le idee meglio che su un foglio di carta. Di giorno a mente fresca e sicuramente in solitudine, aiuta a concentrare maggiormente e a far fluire con maggior facilità il pensiero

D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?

R) “Succo di melagrana” nasce dall’idea di parlare in concreto e con positività di storie di donne. Credo che oggi ce ne sia un gran bisogno, a volte in uomini e donne si percepisce chiaramente una gran confusione circa i  ruoli da  assumere da parte di entrambi nella quotidianità più spicciola. Nel nostro Paese sopravvive ancora una certa predisposizione a incapsularsi in ruoli ben definiti, incernierati; non è così che dovrebbe essere, in una società che si possa definire realmente democratica e paritaria

D) Cosa significa per lei raccontare una storia?

R) E’ come incamminarsi per un sentiero che potrebbe portarti alla fine da tutt’altra parte. Sai che raggiungerai comunque la meta che ti sei prefissata ma non sei in grado di calcolare la tempistica che ti servirà per farlo né stabilire con precisione i luoghi che visiterai

D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?

R) A differenza di molti che considerano il racconto una forma narrativa minore io credo, invece, che possegga per il lettore una fruibilità maggiore, più immediata. Dal punto di vista tecnico, con il racconto non puoi rischiare di far cilecca, devi comunque provare a dare forma a una storia compiuta in un arco di tempo ben preciso. Nel romanzo, invece, puoi permetterti di giocare al recupero senza correre eccessivi   rischi: per quello che non hai saputo delineare con decisione sino ad ora c’è sempre tempo di farlo in seguito, nel prosieguo della storia

D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?

R) Il racconto è come la scena di un film: intenso, coinvolgente, una scheggia  di esistenza. Il romanzo è il film. Ci sono scene di film che non si dimenticano e film che vorremmo non avere mai visto

D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?

R) Il titolo “Succo di melagrana” si ispira al titolo della poesie  che costituisce il prologo dell’intera silloge. E’ una specie di anteprima che anticipa al lettore la sensibilità dell’autrice del libro

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

R) Se contiamo dalla stesura del primo dei sei racconti, tre anni. In realtà  le sei storie sono state elaborate in periodi diversi della mia vita ma è come se tutte fossero un tassello di quello che è il puzzle della mia avventura scrittoria

D) Ha vinto premi letterari?

R) Il secondo posto alla IX edizione del premio letterario Anna Vertua Gentile nel maggio del 2011;  per il resto sono stata segnalata o finalista in svariati premi letterari. Se, tuttavia, chiede al mio editore se ciò ha influito sulla sua decisione di pubblicarmi, le risponderà di no

D) Crede nei premi letterari?

R)  Ce ne sono di molto validi e di estremamente inconsistenti; personalmente diffido di quei concorsi letterari che chiedono, in cambio della partecipazione, l’esborso di onerose “tasse di lettura” o “spese di segreteria” non bene identificate e chiaramente a fondo perduto

Ha altri progetti in cantiere?

R) Un progetto importante che sto portando avanti pian piano. La fretta di terminare a volte può consigliarci davvero male. E poi non dimentichi che la scrittura per me al momento è un passatempo felicissimo, nella mia vita accanto ad altre cose altrettanto meritorie e importanti

Questo articolo è stato scritto da Tommaso Maria Lovato il 22 luglio 2012
Link dell’intervista:
http://www.libriescrittori.com/intervista-alla-scrittrice-lucia-guida/

” Conversation Avec le Jardinier “, P.A. Renoir

Messages in a Bottle – Messaggi in bottiglia

“ Io ti ho amato, André, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E’ scoppiata tutto d’un colpo. C’erano cocci ovunque,  e tagliavano come lame. “

A. Baricco, “ Oceano Mare ”

Si scrive sempre per una qualche ragione. Per mero “compiacimento del proprio ego” (cit.) o, all’opposto, per comunicare messaggi di varia tipologia, a livelli di partecipazione diversi dettati dalla mission (se è presente! ) dell’autore. Per la valenza terapeutica spesso contenuta nel mettere nero su bianco idee e situazioni ma anche per l’esigenza di condividere con altri stati d’animo, pensieri, riflessioni sulla vita sperando di poter raggiungere lo strato più profondo della sensibilità del lettore. Una sorta di atto estremo di egoismo o di pura generosità, a seconda della prospettiva da cui lo scrittore si pone attingendo dalla propria versatilità.

Per me è soprattutto la possibilità di provare a parlare di uomini e donne cogliendoli nella loro interiorità. Con un’attenzione particolare per una prospettiva au feminin, dovuta, forse, al fatto di trattare con maggior consapevolezza argomenti conosciuti.

Ci sono poi ragioni  inespresse, e cioè motivazioni più o meno consapevoli, che provengono dal vissuto e da tutto ciò che chi scrive ha avuto possibilità di esperienziare nell’immediato e nel tempo. Come ho già sostenuto, non credete mai  a un autore che vi racconti di aver concepito un’opera di pura fantasia. L’autobiografico c’è sempre, volenti o nolenti, costituendo il sostrato da cui partire prima di prendere il volo. Un aggancio realistico indispensabile, a mo’ di trampolino di lancio, per proseguire con scioltezza  e autonomia maggiori nell’intreccio narrativo.

Per il I Concorso Letterario “Donne che fanno testo” bandito dal Messaggero ho deciso di scrivere un racconto breve intitolato “Il mare dalla finestra” in cui le mie riflessioni scrittorie si fondono con idee, voci, immagini attinte dal quotidiano altrui e proprio, partendo dall’incipit proposto dalla giuria. Delinenando un’immagine femminile pronta a spezzare le catene prendendo le distanze da una storia affettivo-sentimentale insoddisfacente per riappropriarsi della sua vita con fragilità e insieme determinazione come spesso può accadere. Con una rinata consapevolezza personale a cui il destino ha deciso di dare una mano.

http://www.donnechefannotesto.it/pdf/Il%20mare%20dalla%20finestra%20.doc%20finale.pdf

“Viaggio in Jugoslavia. Zagabria: giovane donna in costume da bagno seduta su una delle terrazze che costeggiano gli argini del fiume Sava”, F. Patellani

Working in Progress : Editing a Short Story

From Wikipedia:

“ Editing is the process of selecting and preparing written, visual, audible, and film media used to convey information through the processes of correction, condensation, organization, and other modifications performed with an intention of producing a correct, consistent, accurate, and complete work.

The editing process often begins with the author’s idea for the work itself, continuing as a collaboration between the author and the editor as the work is created. As such, editing is a practice that includes creative skills, human relations, and a precise set of methods (…) “

 

L’editing è una delle operazioni più complesse e nel contempo più semplici della pubblicazione di un libro. Una sorta di processo di assimilazione-accomodamento di piagettiana memoria tra  autore ed editor, in cui non ci sono vinti né vincitori ma semplicemente due persone che lavorano a un unico scopo: quello, cioè, di rendere accattivante e funzionale un testo per il pubblico dei lettori. Con competenza ma un briciolo di cuore, almeno secondo la mia personale opinione.

Gli autori, è cosa arcinota, appartengono a una razza estremamente bizzarra: molto spesso ermetici e prigionieri di emozioni, stati d’animo e percorsi di pensiero e altrettanto convinti di fornire sempre chiavi di lettura piane, trasparenti al loro pubblico. Senza curarsi talvolta dei necessari traits d’union.  La loro prospettiva è quella da cui si pone un qualsiasi individuo quando dal chiuso di una stanza prova a rimirare un paesaggio, senza però liberarsi delle vestigia del luogo che lo  accoglie. Del paesaggio riuscirà a percepire tantissimo ma probabilmente non con una visione a tutto tondo offerta, invece, dall’osservazione della stessa veduta dalla sommità di una collina.

Il fatto è che l’autore, specie se esordiente, nutre nei confronti della propria  opera lo stesso atteggiamento amorevolmente protettivo di una madre alle prime armi: vorrebbe che la sua creatura muovesse i primi passi nel mondo circostante pur non essendo sempre pronta ad accettarne gli inevitabili costi emotivi.

Questo perché editare è un atto di umiltà estrema, come farsi passare da capo a piedi da una macchina a raggi X: impietosa, precisa, impersonale, professionale.

Non a caso l’editing è uno dei punti di forza delle migliori case editrici. E qui mi fermo perché di quest’ultimo discorso voglio cogliere solo l’aspetto migliore e non già la propensione, da parte di alcuni editori, a uniformare, a torto o a ragione, le opere da loro pubblicate al loro taglio (sic!) editoriale.

La mia proposta odierna di lettura per voi è l’editing di un mio racconto breve di un paio di anni fa mai pubblicato in cartaceo a cura di Pescepirata.it, un giovanissimo laboratorio di scrittura e forum letterario molto innovativo. Tra le varie proposte ricevute per la mia storia, ho scelto quella di bruno, più vicina alle mie scelte narrative, ma il mio debito di riconoscenza va anche a MasMas che del mio racconto ha fornito una versione “giornalistica” netta e scorrevolissima, e a LICETTI che è riuscita meglio a percepire quello che di evocativo mi sarebbe piaciuto trasmettere al lettore.

 

 

LA BOTTEGA DEGLI OROLOGI *

 di Lucia Guida 

 

Per Valterio il tempo si era fermato nel preciso istante in cui, un mattino di quattro anni prima, aveva aperto i battenti della sua bottega e soffermato lo sguardo incredulo sulle lancette immobili del pendolo francese. Quell’orologio imponente e bifronte, che aveva segnato la giornata di tanti orologiai prima di lui e determinato con rigore la regolazione di mille altri apparecchi, aveva deciso inspiegabilmente di tacere dopo secoli di onorato servizio. Giaceva inanimato tra una corte variegata di orologi a cucù,  su ceramica, con calendario e zodiaco, da tasca, sveglie trillanti e quant’altro serviva agli esseri umani nella loro ricerca di certezze quanto meno temporali.

E dire che  lui aveva sempre provveduto a dare corda al pendolo allo scoccare dei quattordici giorni prescritti, con la premura e il garbo di un giardiniere che si preoccupa  di  potare,  concimare, rinvasare e curare le piante che gli sono state affidate, aspettandosi che queste lo ripaghino delle sue fatiche.

Aveva tentato in mille modi di riportarlo in vita, ma non c’era stato verso. Alla fine, sconfitto,  si era apprestato a terminare la riparazione di un costosissimo cronografo d’epoca Zenith; aveva promesso di restituirlo funzionante in giornata e nell’urgenza del lavoro non si era accorto nemmeno che l’ora di pranzo era passata da un pezzo senza che Irina gli avesse portato da mangiare.

Quando era uscito di casa, come al solito prestissimo, l’aveva lasciata  addormentata sull’enorme letto Chippendale che aveva ereditato dai suoi zii con la casa e tutto il resto. Non aveva avuto cuore di svegliarla da quel sonno così profondo e a pranzo si era arrangiato sbocconcellando una mela.

A sera fatta aveva risposto al saluto del medico condotto, suo committente per lo Zenith, con un sorriso soddisfatto che la diceva lunga sull’esito dell’intervento e poi, serrate le imposte del negozio, aveva lanciato un ultimo sguardo al suo beniamino ridotto a totale inattività ripromettendosi di esaminarlo con cura raddoppiata l’indomani. 

A casa l’aveva accolto un silenzio innaturale, rotto solo dal miagolio nervoso del micio affamato che saltava liberamente da un mobile all’altro del tinello. Nella cucina, pulitissima e in ordine perfetto, niente era cambiato dalla sera prima.

La situazione si era chiarita grazie al biglietto lasciato in bella mostra al centro del tavolo: Irina se n’ era andata, comunicando la sua decisione in quattro parole e senza spiegazione alcuna su un foglio di quaderno.

Valterio si era passato una mano stanca sulla fronte. Andando a ritroso nel tempo aveva esaminato, finalmente con la dovuta attenzione, i tanti campanelli d’ allarme disseminati negli ultimi tempi del loro ménage; segnali a cui non aveva voluto fare caso, deliberatamente e caparbiamente. I lunghi silenzi di lei attribuiti sbrigativamente alla difficoltà di esprimersi in una lingua straniera; gli sguardi senza tenerezza e opachi, la fine delle tante premure che l’avevano conquistato e reso felice nei primi tempi del loro amore,  piccoli rituali scomparsi come neve al sole di marzo. 

Per qualche giorno aveva fluttuato in un’atmosfera irreale; portare a termine la minima azione gli costava un notevole sforzo fisico e mentale.  Ai vicini e ai clienti più affezionati aveva raccontato che sua moglie era dovuta partire all’improvviso per il suo Paese per assistere un familiare gravemente ammalato. Aveva sperato che la pietà e la discrezione prevalessero sulla morbosità e sul gusto del pettegolezzo; era stato accontentato, nessuno aveva messo in discussione pubblicamente quella sorta di recita imbastita alla bell’e meglio. Irina ben presto era stata considerata un’ospite di passaggio nel borgo e la sua permanenza temporanea volenterosamente archiviata.

Soltanto a distanza di più di un anno un suo lontano parente gli aveva riferito di aver intravisto in città una bionda somigliante a lei in maniera stupefacente, aggiungendo però in fretta che no, non poteva essere sua moglie, perché la donna spingeva una carrozzina con un neonato che piangeva a squarciagola. Lui l’aveva lasciato parlare senza alcun commento poi, rimasto solo, aveva ripensato a quei figli cercati lungamente e mai arrivati, frangente da lui accettato con filosofica rassegnazione e celebrato invece da sua moglie con lunghi silenzi e sguardi lucidi di pianto.

Il periodo di lutto era terminato il giorno in cui aveva ripreso in mano il suo ddu botte, l’organetto a due bassi imparato a strimpellare da bambino che era sempre stato di conforto nei momenti meno felici della sua vita. Era successo un pomeriggio di primavera: il ticchettio familiare degli orologi non era riuscito a rinfrancarlo come al solito. Incapace di concentrarsi su quanto aveva tra le mani, si era guardato attorno cercando un salvagente cui potersi aggrappare e l’ aveva finalmente scorto in un angolo del laboratorio, in paziente e muta attesa. L’ aveva afferrato con foga, carezzato con delicatezza i trafori sapientemente intagliati, i tasti candidi perfettamente allineati e il mantice non più libero come una volta di gonfiare il respiro. Aveva scoperto  con dispiacere tra le pieghe di quest’ultimo le minuscole larve dell’insetto che vi si era annidato approfittando dell’abbandono in cui versava lo strumento. Con delicatezza l’aveva ripulito, riportato alla luminosità dei tempi in cui le serenate erano tutte per quella donna dall’incarnato diafano che gli aveva toccato il cuore, quando aveva intonato saltarelli, quadriglie e canzoni popolari della sua terra, con la gioia di riportare un sorriso leggero in quegli occhi azzurri  malati di nostalgia. Era bastato un attimo per riannodare quell’antica storia d’amore; l’organetto aveva ripreso a vibrare sotto le sue dita, riempiendo nuovamente di suoni e colori vividi la stanza per ritemprarlo come un tempo nei momenti di riposo.

La musica e gli orologi erano state da sempre le sue grandi passioni. Era diventato orologiaio per caso e per necessità insieme, per il bisogno intenso di proiettarsi in qualcosa di certo e di tangibile.

I suoi genitori erano rimasti uccisi di ritorno dai campi, in una giornata piena di sole e di lavoro, travolti nel piccolo tre ruote da un camion che aveva perso il controllo in un tornante di montagna. Lui si era salvato perché in ritiro, quel giorno, per la sua prima comunione in un vicino santuario. Aveva appreso la notizia dalla voce tremante della perpetua, alla fine di una domenica di meditazione al profumo d’ incenso in chiesa e poi di giochi all’aria aperta, tra l’odore del grano appena mietuto e il ronzio dei  calabroni. Una giornata speciale che era stata spartiacque tra un passato infantile oramai sfumato e un presente di precoce maturità terribilmente concreto.

L’unico parente stretto, un fratello di suo padre, era a capo di una famiglia numerosa: per lui spazio non ce n’era. L’avevano accolto in casa degli zii in seconda della madre che non avevano figli. Aveva ricevuto comunque la prima comunione, col cuore gonfio per i due perfetti estranei che in chiesa avevano occupato il posto che sarebbe spettato ai genitori.

Quando oramai nessuno più si aspettava che quell’undicenne dagli occhi pieni di ombre potesse provare  interesse per qualcosa, il miracolo si era compiuto. Lo zio, orologiaio, l’aveva invitato più e più volte a recarsi nel suo negozio, ma lui aveva preferito continuare a rifugiarsi nei pressi di quella che un tempo era stata la sua casa, ora passata a un altro massaro, osservando con sguardo impenetrabile la nuova vita che vi si svolgeva, sordo perfino alle lusinghe di due tiri al pallone con i ragazzi del paese; nascosto dietro un cespuglio aveva masticato fili e fili d’erba dal retrogusto amaro, legato a doppio filo a un passato da cui non riusciva a staccarsi. Fino a quando la zia l’ aveva pregato per  l’ennesima volta di portare un certo involto al marito e lui, sfinito da tanta insistenza, le aveva ubbidito per mera educazione, senza una parola o un cenno di assenso.

Tuttavia, una volta giunto a destinazione, si era lasciato ammaliare dal fascino di quei sommessi ticchettii, così diversi l’uno dall’altro. Si era chiesto cosa potesse celarsi dietro la facciata rustica di un orologio a cucù o il ben più sontuoso sportello di un orologio da parete, solo apparentemente mossi dallo stesso scopo. E in questa sorta di rapimento era rimasto sino a quando, all’improvviso, quel coro di leali musici aveva deciso di celebrare l’ora esatta, all’unisono e in mille  variazioni.

Valterio si era riscosso  e con un po’ di vergogna aveva sbirciato il buon uomo, osservando con sollievo come questi fosse talmente intento, monocolo e strumenti alla mano, alla riparazione di un qualche sofisticatissimo meccanismo, da non aver percepito né il cigolio della porta né tanto meno quel tripudio di festosità. Alla  fine lo zio l’aveva salutato, gli aveva chiesto il pranzo ed era tornato in breve alle sue cose, lasciandolo nuovamente libero di esplorare quell’universo tanto accattivante. Da quel momento il ragazzo non si era più rifiutato di eseguire commissioni che avessero come meta finale la bottega e con un filo di voce aveva, tra un recapito e l’ altro, trovato anche il coraggio di chiedere spiegazioni sull’operato dello zio, sino a quando quest’ultimo, dopo diversi mesi, gli aveva proposto di passare parte del pomeriggio da lui, per essere iniziato a quella nobile arte in cui la precisione e l’abilità manuale dovevano per forza sposarsi con una certa sensibilità. 

Valterio poggiò con delicatezza la cassa dell’orologino da donna a cui aveva cambiato la pila, non senza procedere a una pulizia scrupolosa prima di riconsegnarlo alla proprietaria. Gli orologi a funzionamento meccanico continuavano a essere i suoi preferiti, ma era cosa impensabile chiudere la porta alla tecnologia. Ultimamente aveva preso l’abitudine di intervallare i lavori seri e sacrosanti di sempre, per i quali continuava a essere richiestissimo, con lavoretti di poco conto che pure l’aiutavano a sbarcare il lunario.

Chiuso a chiave il cassettino in cui custodiva tutto ciò che, in sospeso, avrebbe terminato nei giorni a venire, aveva abbracciato con gli occhi le pareti della stanza, frementi attraverso le casse di risonanza dei tanti ospiti che vi dimoravano stabilmente. Quella sera sarebbe passato dal bar in piazza per fare due mani di briscola con amici di vecchia data e decise che avrebbe portato con sé il ddu botte. Sapeva che gli avrebbero chiesto di suonarlo.

La vita gli aveva concesso tempo infinito da dedicare ai pensieri e alle riflessioni nella nicchia discreta della sua bottega; ogni istante presente, passato e futuro era prezioso e irrinunciabile.

La mascherina istoriata di un pendolo di legno e metallo gli rimandò il monito conosciuto di  Tempus Fugit  e lui pensò che davvero non era possibile tornare indietro,  ma soltanto guardare avanti. Con quella certezza, in cui erano racchiuse in egual misura residue scintille di speranza e  qualche segreto rimpianto, spense la luce della bottega, con la netta impressione che cento anime trattenessero per lui il respiro. Poi, con il ddu botte a tracolla, prese deciso la stradina che saliva verso il centro del paese pulsante di vita, nella bruma di novembre, accompagnato dal rumore amico dei suoi passi tranquilli e solitari.

 

* Editato gratuitamente dalla community di Pescepirata.it a cura di bruno

” Orologiaio “,  A. Caselli

 

 

Maternità – Motherhood

Si nasce o si diventa madri? E ancora: quando si diventa madri: nell’atto del concepimento o forse ancora prima, nell’istante in cui si comincia a pensare progettualmente al bambino che arriverà? Senza buonismi di sorta sono davvero convinta che la maternità sia un dono immenso per una donna; diventarlo consapevolmente credo sia una preziosità unica.

Un pensiero a tutte le donne e mamme qui di passaggio attraverso i pensieri di Lucia, protagonista del mio racconto breve “Una nuova stagione di vita” in un estratto tratto dalla mia silloge Succo di melagrana.

 
(…)

Strinse lievemente il bordo della copertina di lana lavorata a mano che la avvolgeva, avvertendo un involontario brivido che non era soltanto di freddo. Pensare di essere incinta di un uomo che aveva conosciuto nello spazio di pochissimo tempo le dava le vertigini. Eppure era successo, eppure era realtà. E lo sarebbe stato ancora maggiormente col passare del tempo, quando la rotondità del suo ventre avesse deciso di evidenziarsi in tutta la sua esuberanza e piena affermazione della vita che conteneva piuttosto che celarsi con discrezione come adesso sotto l’abito nero da vedova. Passata l’estate, terminato l’autunno, avrebbero in dicembre avuto, lei e i suoi figli, il loro personale Bambinello in carne e ossa, ninnato nella culletta di legno dalla fattura essenziale che suo marito aveva intagliato prima della nascita di Annuccia e che, dopo un paio di anni, era stato nido confortevole anche per Beppe. Ce l’avrebbe fatta. Non era forse vero che quattro bocche si sfamano con la stessa facilità di tre? E che l’arrivo di un figlio, seppure non desiderato, è sempre da preferirsi a una montagna di guai? Almeno era quello che la saggezza popolare suggeriva con pietosa consolazione a tutte quelle donne che, condividendo la sua stessa sorte, si trovavano di fronte a un evento inatteso di tale portata. Ma cosa aggiungere a beneficio di quelle che, in mala tempora come lei, avevano da fare i conti col fatto di non essere legittimate in quest’attesa dall’avere un compagno che le affiancasse, magari partito per la guerra o all’estero come tanti uomini di quel paesello in cerca di fortuna ma pur sempre in odore di rimpatrio, con cui condividere anche socialmente una responsabilità così gravosa? Avrebbe potuto continuare a recarsi nel suo campicello nelle giornate festive o, da brava sarta, cucire ancora per le donne del luogo? E chi l’avrebbe aiutata a tirar su quel pupetto, le volte che lei non avesse avuto possibilità di occuparsene personalmente? Per quanto per natura fosse avvezza ad affrontare uno per volta i problemi che si prospettavano, stavolta quest’antico atteggiamento mentale, in precedenza assai risolutivo, fatto di intuizione femminile e di una buona dose di buonsenso, oltre a una notevole capacità di ottimizzare qualsiasi difficoltà le si parasse davanti, facendola fruttare anche solo in briciole di positività, le sembrava non funzionare a dovere.

Era a un bivio.

A dire il vero l’aveva addirittura superato. Perché con estrema incoscienza o speranza o qualcos’altro che non sapeva ancora ben definire, forse prematuro istinto materno verso quella creatura ancora troppo piccola per segnalare con un battito d’ali o un guizzo la propria infinitesimale presenza, e tuttavia già radicata con forza nella sua vita, aveva deciso di non chiamare la levatrice per farsi aiutare a sbarazzarsene. Di continuare a farla crescere dentro di sé. Di partorirla e di cercare un nome per lui o lei, vestendo quel neonato con coprifasce e vestitini cuciti a mano che erano stati quelli dei suoi ragazzi da piccolissimi e che sarebbero appartenuti anche a quel nuovo fratellino o sorellina figlio di un semisconosciuto soldato americano.

 

Guida Lucia ( 2012), “ Una nuova stagione di vita “ in Succo di melagrana, Piazza Armerina, Nulla Die

“Sweet Lullaby” by Sascalia 

An Excerpt from ” Succo di melagrana – Storie e racconti di vita quotidiana al femminile “: Bella bella bella

Sara si svegliò di colpo desiderando di poter chiudere gli occhi per riaprirli in un tempo indefinito, lontano da qualsivoglia affanno presente. Ma sapeva che non era possibile; non in quel periodo dell’anno, per lei sempre molto impegnativo, e non di mercoledì, giorno fulcro della sua settimana lavorativa. Il panorama dalla finestra della camera da letto le rimandò la distesa a perdita d’occhio di tetti di varia foggia tipica dell’ assetto urbano di quella piccola città di provincia in cui la sua esistenza scorreva lenta e senza scosse oramai da più di un lustro.Vi si era trasferita per amore, inseguendo un sogno sentimentale sfumato repentinamente dopo pochissimi mesi, lasciando il paese in collina in cui era nata e cresciuta a cui aveva, tuttavia, scrupolosamente continuato a fare ritorno a scadenze fisse, ricorrenza dopo ricorrenza, per visitare con diligente senso del dovere la propria famiglia. Decidendo di stabilirvisi definitivamente a sprezzo di quella storia andata male, nell’ incapacità di salpare per altri lidi più lontani, grata alla piccola nicchia fatta di quotidianità rassicurante che lì era riuscita a ricavarsi: un lavoro accettabile, una cerchia di amici-conoscenti con cui trascorrere i fine settimana e i momenti di relax che le erano concessi, una casetta sufficientemente comoda cui far ritorno dopo l’ufficio. Sara aveva appena oltrepassato i quaranta ma sembrava che la cosa la toccasse marginalmente; era quello che ripeteva spesso con un sorrisetto a chi, ammirato, davvero non glieli attribuiva. Pur avvertendo ultimamente, suo malgrado e con un brivido interno, un profondo senso di inadeguatezza, quasi di fastidio alla comparsa dei primi segni del tempo. La sua silhouette aveva nel complesso conservato la fisionomia di adolescente alta e longilinea di una volta grazie anche alla cura ossessiva e sistematica dedicatagli nello spasmodico sforzo verso una perfezione formale sempre troppo lontana da raggiungere che la impegnava di continuo senza concederle tregua.La sua vita era stata costellata di incessanti tappe obbligate da coprire nella recherche infinita in cui si era lanciata iniziando con la frequenza sistematica di palestre e centri di bellezza perché altri potessero guidarla nel delineare il suo corpo a immagine e somiglianza di un ideale femminile dai contorni ben definiti stampati prima nella sua mente di bimba e poi in quella di adolescente.A poco più di vent’anni aveva deciso di cambiare colore dei capelli scegliendo una nuance di biondo che sentiva maggiormente propria e più in armonia con i suoi occhi verdi. Aveva, quindi, coscienziosamente proseguito imparando trucchi ed artifici del maquillage e una volta appropriatasi della materia non se n’ era più separata, truccando il suo viso impeccabilmente 24 ore su 24, incapace di farne a meno, per sua stessa ammissione, tanto in situazioni di banalissima routine, come ad esempio un acquisto veloce nel supermercato all’angolo della strada, quanto in occasioni specialissime e intime in cui era prevista anche la compagnia maschile. A trent’anni aveva stabilito di migliorare il suo sorriso affidandosi alle cure di un famoso ortodontista ottenendone una dentatura perfetta e smagliante. Possedeva un metabolismo da ragazzina ma badava a non eccedere mai nel cibo. Scherzando era solita raccontare a tutti di nutrirsi di schifezze, attribuendo a ciò i disordini alimentari cui era spesso soggetta. Pur vantandosi di possedere un robusto appetito, in riunioni conviviali era solita spilluzzicare come un uccellino, lamentando una subitanea sensazione di pienezza a giustificazione di pietanze appena assaggiate. Nella scelta dell’ abbigliamento amava destare sensazione e suscitare ammirazione; anche in quest’ ambito nulla nei suoi atteggiamenti e nel suo modo di presentarsi era lasciato al caso, risultando al contrario frutto di un’accurata pianificazione finalizzata a mettere in risalto il meglio di sé. I suoi progetti di vita erano piuttosto circoscritti e subordinati a questo amore sviscerato per l’immagine di donna gelosamente e esasperatamente coltivata nel suo intimo, il cui mantenimento richiedeva uno sforzo continuo e al tempo stesso terribile, reso mastodontico dal fluire inesorabile del tempo e dalla frequenza maggiore con cui cominciavano a emergere piccole falle e impercettibili crepe bisognose ora più che mai di essere appianate con ogni mezzo a disposizione. Un po’ come per un giardino certosinamente curato e abbellito da un giardiniere in costante tensione nel mantenere ordine e rigore a fronte di una natura dispettosa e ribelle, sempre pronta a riaffermare il proprio pieno diritto a esistere e a sovrastare, divertendosi a infestare di erbe spontanee aiuole graziosamente acconciate e ben delineate. Per qualche istante osservò compiaciuta e con occhio da intenditrice le sue natiche ancora ben conformate, ripromettendosi di indossare presto la brasiliana consigliatale dalla commessa del suo negozio di intimo preferito. Un attimo, però, di brevissima durata, spazzato via da un’ impercettibile smorfia della bocca, perfetta e ammodo anche quella. Il suo cruccio più recente era al momento il seno, giudicato troppo piccolo e, forse, in procinto di mostrare segni di cedimento. Sara lo osservò con cipiglio riflessa nel lungo specchio basculante che occupava un angolo della sua camera e a cui affidava di solito la supervisione d’ensemble di se stessa appena abbigliata. Non era affatto rispondente ai suoi canoni estetici, necessitava al più presto di essere rimodellato da un bravo chirurgo estetico. Avrebbe come al solito provveduto al meglio e con sollecitudine.Questo pensiero le dette subitaneamente un senso di sollievo. Offrire di se stessa un’ immagine più che gradevole era lo scopo della sua vita, l’ unico aspetto che sentiva assolutamente di poter fronteggiare con una certa sicurezza, plasmandolo secondo quanto la facesse star meglio.

Peccato, tuttavia, che quel controllo sistematico e intransigente non potesse essere esteso ad altri ambiti. La sua vita affettiva, per esempio, vissuta con insoddisfazione perenne e costellata indelebilmente da esperienze dolorose che preferiva non ricordare. Lì veniva fuori tutta la sua insicurezza di bambina incompresa e trascurata da una madre troppo frettolosa e da un padre cronicamente assente. Si innamorava sempre di uomini che la conducevano alla sofferenza. Uomini a cui immolava tutta se stessa, a cui si dedicava anima e corpo. Uomini rincorsi disperatamente a cui chiedere di continuo conferme. Uomini che puntualmente scappavano lontano da lei a dispetto della sua disponibilità estrema e incondizionata. Compagni per cui aveva recitato con discrezione all’inizio, con disperazione alla fine, un ruolo femminile di autentica, totale dedizione. Che finivano con lo scegliere donne dall’aspetto, a suo avviso, quanto meno improbabile e discutibile. Donne comuni, ordinarie, incredibilmente poco avvezze alla cura di se stesse. Figure femminili della porta accanto, da mercatino rionale più che da bottega per gourmet. Che tristezza, lei pensava, e che profonda ingiustizia nei confronti del santuario pluridecennale da lei eretto a imperitura adorazione di una bellezza narcisistica idealmente e affannosamente ricercata e inseguita per tutti quegli anni.

Immersa in queste riflessioni non piacevolissime si riscosse e, dopo l’ ultimo sguardo alla sua immagine riflessa, raccattò pochette e foulard finalmente pronta per la sua giornata di lavoro. Decentemente a posto. Chiuse con cura l’uscio affrettandosi per le scale; l’ultima sbirciata l’avrebbe data all’enorme specchio posizionato nell’ androne del sobrio ed elegante condominio in cui viveva a mo’ di ulteriore e finale conferma per sentirsi a tono , perfetta come sempre, elemento costante in un algoritmo temporale fatto di settimane e giorni tutti uguali e in fila, l’ uno dopo l’ altro. Questo era ciò che lei si augurava di cuore: resistere stoicamente al fluire incessante e frenetico dell’ esistenza secondo un ritmo uniforme privo di variazioni in tema percepito tuttavia come rasserenante e indispensabile alla propria sopravvivenza fisica e mentale.

L’ improvvisa pioggerella fina la colse per strada di sorpresa costringendola a tirarsi sul viso il cappuccio dell’impermeabile e ad affrettarsi con tono sbarazzino sui tacchi alti verso un taxi fortunatamente posteggiato a breve distanza. Spiando velocemente nel minuscolo specchietto ditartaruga sempre a portata di mano fece per constatare danni inesistenti cui porre eventuale rimedio, concludendo che, davvero!, la vita era una battaglia continua. Poi si appoggiò al sedile ceduto al peso dei tanti clienti di passaggio e la sua attenzione fu tutta per quella variegata umanità celata sotto decine di ombrelli disseminata per le vie del centro. Una moltitudine irresistibile ma troppo lontana, sfumata dal suo respiro simile a quello di una bambina cresciuta troppo in fretta, appannato sulla trasparenza del vetro di un’ auto pubblica in corsa nel grigiore argentato di una giornata di pioggia. *

*  “Bella bella bella”  in Guida, L. (2012) Succo di melagrana – Storie e racconti di vita quotidiana al femminile, Piazza Armerina (EN), Nulla Die

An Interview

http://www.sottoifioridililla.com/2012/04/intervista-lucia-guida-scrittrice.html?spref=fb

Carolina Venturini is interviewing me on her blog “Sotto i fiori di lillà”

A Nice Interview by Carolina Venturini on her blog “Sotto i fiori di lillà” on Blogspot Platform. Talking of my way of telling stories, everyday life, literary contests in Italy today

INTERVISTA A LUCIA GUIDA

  1. Docente di lingua inglese e scrittrice. Lucia Guida e la letteratura paiono un unicum significativo. E’ così? Quanta linfa creativa e scrittoria trai dai classici della letteratura inglese e qual è il tuo maestro o la tua stella maestra, fra i Grandi della tua materia di studio?

Hai detto bene, studiare Lingue non è soltanto conoscere e parlare con fluency l’Inglese ma anche approcciarsi alla letteratura di un popolo e al suo modus vivendi per questo tramite privilegiato. Credo che la letteratura inglese, ma anche quelle francese e italiana!, da me studiate e/o approfondite all’università, abbiano decisamente influenzato il mio stile letterario. Senza trascurare nessuno degli autori da me conosciuti o riscoperti ricordo in particolare Thomas Hardy, Jane Austen, T.S. Eliot ma anche Colette, Simone de Beauvoir, Pea, Natalia Ginzburg e Cassola…

  1. “Succo di melagrana” è la tua creazione letteraria più recente. Com’è nata questa silloge e qual è il messaggio che speri di essere riuscita a trasmettere attraverso i racconti?

La silloge è nata poco alla volta, alla fine di un percorso di crescita personale e letteraria durata qualche anno. Da alcune esperienze nel mondo dei concorsi letterari nazionali e dalla mia voglia di confrontarmi con Donne e Uomini in materia di sentimenti. Il messaggio che ho cercato di trasmettere è stato appunto un messaggio di mediazione, di complementarietà in una società come quella italiana in cui, spesso, convivono con grande difficoltà situazioni estreme nelle relazioni interpersonali tra i due sessi. Complicate da stereotipi o tipizzazioni, a oggi ben radicati, che non aiutano affatto a smussare gli angoli. Della donna si ha un’immagine cristallizzata che non cresce e non aiuta a crescere, nelle piccole cose della quotidianità come nelle grandi cose della straordinarietà. A volte mancano il necessario rispetto o la stima per tutto ciò che è parte dell’universo femminile. Io credo che sia fondamentalmente un problema di educazione e che dipenda principalmente da un imprinting familiare distorto. Mi piacerebbe che ci si ritrovasse a lottare insieme e non da parti opposte della barricata. La unicità di Uomo è Donna è qualcosa di imprescindibile: riconoscerla e prendervi spunto per andare avanti nel riconoscimento l’uno del valore dell’altra sarebbe un buon punto di partenza …

  1. Qual è la tua opinione riguardo la nuova editoria digitale e come ti ci confronti, in qualità di autrice e lettrice?

Io credo che l’e-book sia un  mezzo di diffusione della cultura e della lettura fantastico. Rifiutarsi di        riconoscerne il gran merito è come tentare di fermare il corso naturale delle cose. Fortunatamente la mia casa editrice ne ha ammessa l’importanza proponendo molte sue pubblicazioni anche in formato digitale. Mi piacerebbe che anche la mia raccolta conquistasse popolarità tale da essere proposta anche in questa veste. Naturalmente continuo ad adorare le librerie come da bambina: il profumo della carta stampata è ancora tra le mie “fragranze” preferite!

  1. Il mondo dei concorsi letterari è ricco e variegato. Avrai sicuramente sentito parlare del Festival dell’Inedito e del ritiro del patrocinio da parte del Comune di Firenze in seguito alle tante petizioni e proteste nate anche dal web. Che idea ti sei fatta della vicenda e che cosa ne pensi riguardo la tassa di iscrizione dal costo proibitivo superiore ai 400,00€?

Io penso che i premi letterari ( e ovviamente sto parlando di quelli che offrono una certa garanzia di serietà! ) possano costituire per qualsiasi scrittore esordiente un buon banco di prova. E ne sono convinta proprio perché anch’io nel 2008 ho mosso i primi passi in tal senso: partecipando a un concorso letterario bandito da una biblioteca sarda, quella di Capoterra (CA). Non ho vinto nessun premio ma sono riuscita a classificarmi in finale con un racconto intitolato “Il volo dell’aquilone”. Credo che la cosa mi abbia dato la carica giusta per continuare in tal senso. All’epoca credo che non fosse prevista nessuna quota partecipativa. Devo, tuttavia, dire che ho sempre diffidato dei concorsi letterari che imponevano cifre spropositate come “tasse di lettura” o “contributo di partecipazione”. E leggendo nel web nei vari forum letterari di tante vicissitudini, soprattutto a carico di giovani autori, credo che alla fine  gli organizzatori del Festival dell’Inedito abbiano preso la decisione giusta: non avrebbe certo giovato all’immagine di una tale iniziativa l’idea che si potesse ”fare cassa” sulle aspirazioni letterarie di tanta gente …

  1. Per essere la scrittrice che sei, quanta importanza ha avuto il tuo percorso di vita nel forgiare la tua penna e la profondità, l’ottica, l’approccio alle difficoltà insite in ogni storia?

Tantissima. La mia idea è che in ciò che ciascun autore scrive ci sia sempre un fondo autobiografico. Specialmente in materia di sentimenti, di moti d’animo, di sensazioni che sono alla base di molte  delle mie storie

  1. Come prepari  – se la prepari – la storia che hai in mente, prima di scriverla?

Per una cultrice delle “piccole cose “ del quotidiano a volte può bastare un profumo, un oggetto, un’immagine isolata. Poi le vie della narrazione sono “infinite”:  quando hai la giusta ispirazione non sa mai dove andrai a parare, quale sarà la strada che ti si presenterà davanti. Puoi provare a buttare giù un canovaccio, senza avere la pretesa di rispettarlo sino in fondo perché a volte accade proprio l’esatto contrario …

  1. Quanto è importante, nella tua scrittura, il viaggio dell’eroe, inteso come quel viaggio di evoluzione che spinge in avanti l’azione e, al contempo, permette il cambiamento nei personaggi?

Se per “viaggio dell’eroe” si intende la consapevolezza di fondo di un personaggio che prende corpo con il procedere della vicenda, caratterizzandone, quindi, gli esiti finali, confesso di essere in tal senso “fatalista” piuttosto che “determinista”. Ma fatalista in senso spiccatamente positivo, intendiamoci. Nelle mie storie c’è poco posto per la rassegnazione e molto  per l’esercizio di buone e costruttive pratiche esistenziali. Ciascuno rimane sempre e comunque artefice del proprio destino

  1. Un detto dice: “Non si finisce mai di imparare”. Anche per la scrittura vale lo stesso?

Potrei affiancare al tuo adagio anche quello di “ sapere di non sapere “; nella vita, e quindi nella scrittura come metafora riflessa della vita, conservare i piedi ben piantati per terra aiuta sicuramente a crescere e a migliorarsi

  1. Che cosa significa, per te, essere una scrittrice? Quanto ti ci senti e come questo condiziona la tua vita e alle storie delle persone che ti circondano?

Io credo di essere rimasta essenzialmente quella che ero prima: madre, docente, scrittrice “per passione”. Chi mi conosce a fondo condivide appieno questa affermazione, dal momento che la mia vita spicciola è rimasta nella gran parte quella di una volta.  Mi piacerebbe poter avere molto più tempo per coltivare quello che al momento resta ancora un passatempo. Potrei girare la domanda ai miei due figli: a mia figlia Roberta, mia editor di fiducia, credo che questa mia “evoluzione” esistenziale non abbia creato particolari problemi. Mio figlio Emanuele, invece, farebbe volentieri a meno di un po’ di pubblicità, a cominciare dalla dedica riportata in una delle prime pagine del mio “Succo” …

  1.  Nei tuoi anni di maturazione come scrittrice, qual è stato l’errore “scrittorio” che ringrazi ancora oggi?

Il ricordo, tenerissimo, delle doppie ahimè mancate!, che infarcivano le mie prime produzioni letterarie di bimba. Storie di eroine e di eroi scritte su tovagliolini di carta sottilissimi proposte poi in lettura a mio padre a casa. I suoi brontolii ( mio padre era anch’egli prof! ) per i miei errori ortografici e la mia voglia di migliorarmi nella forma. Non li ho più dimenticati!

Aprile 2012, Carolina Venturini, blogger e social media analyst