Agenzia matrimoniale

Ci sono tanti modi di concepire e costruire un incontro d’amore. Adela, la titolare di un’agenzia matrimoniale del terzo millennio, cerca di unire in tal senso l’utile al dilettevole divertendosi a combinare i desiderata dei suoi clienti per creare nuove coppie a tavolino, in un gioco di specchi in cui molte cose non sono ciò che sembrano.

E’ questa in sintesi la storia di “Agenzia matrimoniale”, racconto breve di qualche anno fa, pubblicato nel mio primo blog Springfreesia

Buona lettura

Agenzia matrimoniale

Adela si sfilò lentamente gli occhiali dalla montatura colorata e dalle lenti non graduate, unico vezzo in un look estremamente classico e rassicurante. Sapeva quanto l’occhio avesse voce in capitolo in certe circostanze ed era decisa a far uso sapiente di questa consapevolezza.

In qualità di unica intestataria dell’agenzia matrimoniale “Cuori solitari” aveva trasformato in necessità lavorativa la virtù posseduta da bambina di favorire il buon esito delle cotte adolescenziali delle sue amiche, offrendosi di buon grado come mediatrice ora come allora. La sua era un’agenzia rigorosamente tradizionale, con pochissimo spazio concesso all’informatizzazione e in cui i profili dei suoi clienti erano ordinatamente conservati in faldoni dalla copertina dal colore diverso che ne individuava la categoria di appartenenza: rossa per i casi di facile collocazione, bianca per quelli di incerta risoluzione, nera per quelle situazioni inquadrate come impossibili o quasi, grigia per le schede di clienti che non era riuscita a mettere bene a fuoco lasciandoli in standby nella speranza che capitasse per loro qualche occasione felice in futuro. Possedeva un ufficio anonimo quanto bastava per dare la giusta idea di privacy a tutti quelli che, nella ricerca del vero amore, quello per la vita, a dispetto di chatlines per single o siti di incontri che imperversavano nel web, continuavano a ricorrere ad approcci più tranquilli e tradizionali, fidandosi del suo buon intuito procacciandosi incontri amorosi scelti sui suoi cataloghi come un tempo avrebbero ordinato un abito o un oggetto acquistandolo per corrispondenza.

Le due sale d’aspetto, una piuttosto piccola e l’altra di ampiezza maggiore, si allineavano a quel tipo di prospettiva; essenziali, completate da piante artificiali, le stesse di un qualsiasi studio notarile o medico, qualche rivista abbandonata su un tavolinetto basso per ingannare l’attesa che poteva a volte rivelarsi lunga prima di un consulto con la titolare.

Il contrasto di quei due ambienti con il suo ufficio era palese. Nella sua stanza tutto trasudava confidenza e familiarità, dal pc sempre spento, alle foto di famiglia sulla scrivania popolata di oggettini tipicamente femminili: fermacarte vivacemente istoriati, cuori di vetro soffiato, una piantina vera. Sulle pareti trovavano posto alcune stampe d’autore, illuminate indirettamente da una piantana relegata in un angolo tra un’altra poltroncina bassa e l’ennesimo tavolinetto. Di fronte alla sedia imbottita di similpelle, riservata agli ospiti, c’era un piattino ben rifornito di cioccolatini alla portata di chiunque avesse voluto servirsene.

In genere l’iter era quello di un colloquio informale in cui lei prendeva scrupolosamente nota dei desiderata della gente, occhiali ben inforcati e solitario ben in mostra all’anulare sinistro. Poi c’era lo spoglio delle schede alla ricerca di una fisionomia che potesse ben combinarsi accompagnato da uno scambio di frasi amichevoli, pronunciate con pertinenza improntate su situazioni di condivisione e complicità, in cui le sue capacità di psicologa dell’animo umano avevano il sopravvento e contribuivano all’impostazione di un clima empatico e partecipativo che rasserenava l’interlocutore predisponendolo positivamente ad accettare l’incontro suggeritogli.

E naturalmente, a fine conversazione, ciliegina sulla torta, il resoconto gustoso, affettivamente colorato, dei rendez-vous sfociati in vere e proprie love story dall’ happy ending, in un crescendo di fiduciose aspettative articolato con maestria dissimulata da malcelata modestia.

Quella sera avrebbe chiuso il suo bilancio giornaliero con una certa soddisfazione. L’incontro tra il medico ospedaliero cinquantenne in cerca di una compagna e l’infermiera trentenne di studio medico associato disillusa da amori veloci e poco appaganti pareva essersi concluso con la promessa da parte dei due di dare un seguito a quella conoscenza. Entrambi le avevano assicurato di tenerla al corrente di ciò che al momento poteva solo immaginare, ne era sicura. Sapeva per certo che non c’è collante maggiore di una solitudine vissuta come pesante zavorra e non più come anticamera di libertà, per legare due persone a stretto filo, dal momento che la convenienza  e l’opportunità hanno, talvolta e per alcuni, lo stesso sapore afrodisiaco e gratificante di una passione genuina. Un po’ come avvolgere in carta preziosa un regalo di media qualità offrendolo a chi si è convinto di trovarvi dentro, una volta apertolo, qualcosa di unico e di raro.

Chiuso il portoncino a doppia mandata, entrò nell’ascensore che la portò con qualche sussulto al pianterreno.

Fuori l’aspettavano le luminarie natalizie predisposte dai negozianti della zona, sfavillanti ai lati dei portici del centro di quella città moderna e distratta. Un tragitto compiuto con un po’ di musica di sottofondo in macchina e poi finalmente a casa dai suoi animali che l’aspettavano e che gioivano del suo rientro riempiendo spazi e tempi della sua quotidianità con appagante presenza. Libera di sfilarsi dall’anulare quell’anello di brillanti indossato a mo’ di specchietto per le allodole, prima di conservarlo in un cassetto del trumeau di camera assieme a quegli occhiali trendy e civettuoli di molta apparenza e poca sostanza che tanto contribuivano al suo phisic du rôle di manager dei sentimenti altrui.

Fino al lunedì successivo, giorno di riapertura dell’agenzia, e in occasione della sua prossima consulenza in qualità di appaiatrice di anime più o meno gemelle.

Lucia Guida

 

in foto acquerello di Muramasa Kudo

Welcome, 2015 …

Sono grata al 2014 per essersi annunciato in sordina e avermi regalato tante piccole soddisfazioni, scrittorie e personali. Di aver reso il mio sguardo più limpido; forse meno disincantato che in passato ma certamente più consapevole.

Non ho avuto tempo di preparare poesie o racconti ad hoc nel turbinio di queste ultime giornate e ve ne chiedo venia; saluterò con voi, quindi, l’anno vecchio che se ne va con una poesia di un’autrice americana, da me tradotta con molta libertà.

Ricordando a me stessa e a voi che siamo sempre noi a connotare nel bene e nel male il Tempo che scivola lentamente tra le nostre mani. Facciamone buon uso, tanto da non rimpiangerlo mai

Auguri di cose belle ma soprattutto buone a tutti

Buon e sereno 2015

Lucia

The Year

“What can be said in New Year rhymes,
That’s not been said a thousand times?
The new years come, the old years go,
We know we dream, we dream we know.
We rise up laughing with the light,
We lie down weeping with the night.
We hug the world until it stings,
We curse it then and sigh for wings.
We live, we love, we woo, we wed,
We breathe our prides, we sheet our dead.
We laugh, we weep, we hope, we fear,
And that’s the burden of a year.”

 

Ella Wheeler Wilcox (1850-1919)

 

 

“Cosa si può dire in rima di un nuovo anno, che non sia stato detto mille volte? Gli anni nuovi vengono, quelli vecchi vanno, sappiamo che sogneremo, sogniamo di sapere. Ci risolleveremo ridendo con la luce, ci sdraieremo piangendo con la notte. Abbracceremo il mondo fino a che non pungerà, lo malediremo e poi sospireremo per un paio d’ali. Viviamo, amiamo, corteggiamo, ci sposiamo, respiriamo il nostro orgoglio, piangiamo i nostri morti. Ridiamo, piangiamo, speriamo, temiamo, e questo è il peso di un anno “.

 

 

 

 

photo by www.bride.ca

Di domenica in una giornata ottobrina di sole

Provare a raccontare con attenzione presente e sguardo retrospettivo fatto di ricordi pescati nel cuore e nella mente   una giornata particolare, quella della cerimonia finale del “Premio Lupo” 2014

Buona lettura e a presto
Baci

Di domenica in una giornata ottobrina di sole

Apro gli occhi su un mattino luminoso. E’ domenica 19 ottobre ed è la giornata della cerimonia finale del Premio Lupo 2014. Sono nella mia cameretta da ragazza a casa dei miei genitori a San Severo e mi diverto per qualche minuto a osservare i raggi di sole che filtrano tra le stecche della tapparella appena sollevata. Dall’aria insolitamente calda so che sarà anche una giornata dal sapore estivo più che autunnale.

Sveglio mio figlio che dorme nella stanza accanto e ci prepariamo al viaggio che ci attende. La distanza tra S. Severo e Roseto non è tantissima, poco meno di sessanta chilometri, ma voglio arrivare per tempo e godermi il tragitto con calma.

Lascio la mia città natale che è ancora assonnata, pochissime automobili e altrettanta poca gente per le strade, intenta a prepararsi per i riti finali, sacri e profani, con processione per le vie del centro e batteria finale in onore della Madonna del Rosario, celebrata pochi giorni prima. Guido con tranquillità tagliando campi lineari dall’aspetto familiare   fino alle prime ondulazioni che preannunciano con gradualità le colline e poi le montagne che incontreremo, quasi a dare a noi viandanti cittadini la possibilità di passare da un territorio all’altro con la dovuta morbidezza e, per una volta tanto, senza nessuna fretta. La strada diventa meno squadrata e più sinuosa, di sicuro impegnativa, regalandoci tuttavia squarci mozzafiato di natura selvaggia alternati ad altopiani che svettano chiari sui colori cupi della vegetazione boschiva. Ricordando le spiegazioni di mio nonno paterno Angelo riesco a riconoscere querce, cirr e, cioè, alberi di acacia, ma anche faggi.
Mi sembra quasi di essere tornata bambina e di passeggiare ancora per la Defensa, il bosco che sovrastava il paese di mio padre, S. Marco in Lamis, meta di tante passeggiate e picnic durante la mia infanzia. Le immagini attuali si mescolano ai ricordi e tutto, quasi per magia, assume contorni di nostalgia ma anche di consapevolezza di essere parte di un unicum, di un universo privilegiato, una sorta di microcosmo nascosto ai più e, forse, per questo ancora più prezioso e speciale, fatto di colori ma anche di profumi e sapori connotati da vita passata e presente.

Sono arrivata nel borgo di Roseto Valfortore e la prima sensazione che sperimento è l’odore di legna bruciata, segno che qualche camino è già acceso nonostante la giornata mite, oltre all’aria pulita e sottile, molto più fresca di quella respirata in pianura prima di partire. Il cielo è terso, di un colore azzurro che non tradisce.

Davanti a me riconosco la sagoma inconfondibile di un edificio scolastico in via G.B. d’Avanzo, sede della manifestazione che mi vedrà tra i premiati e anche questo, per me, è giocare in casa, dal momento che sono un’insegnante da tempo e che la scrittura è un piacevole completamento, un attimo di tregua e di gratificante creatività rubato a una professione che assorbe buona parte delle mie energie e che, spesso, mi vede in trincea, nello sforzo di far bene, nonostante i tanti condizionamenti, le mode del momento e l’aspetto marginale attributo, negli ultimi tempi,  alla Cultura e all’Istruzione da una società affaticata e, per certi versi, malata e talvolta incapace di vedere oltre l’apparenza.

La manifestazione è ben organizzata e non c’è nulla che sia stato lasciato al caso. Momenti letterari si alternano a scorci d’arte e di musica, legati sapientemente da un filo sottile ma robusto rappresentato dall’amore per le cose belle e la speranza che questa mattinata lasci un segno indelebile nel cuore e nell’anima di tutti i convenuti. Mi riprometto di parlarne alla fine con Pasquale Frisi, ideatore del premio e patron della manifestazione per congratularmi con lui delle scelte logistiche fatte. Per un’autrice come me, emersa anche grazie alla partecipazione a premi letterari nazionali, la fase finale di un concorso è un tassello importante, la classica ciliegina sulla torta a ulteriore testimonianza del buon funzionamento dell’intero progetto.

Alla premiazione letteraria è assegnato il momento finale.
Anch’io sono in attesa, le mani sudate e la bocca impastata come ai tempi dell’università prima di un esame. Non è il primo premio che ritiro ma la sensazione di grande emozione è la stessa di sempre, unita alla presa di coscienza di aver regalato un pezzetto di me stessa agli altri attraverso la scrittura, mettendomi per certi versi a nudo, oltre alla soddisfazione di avere incontrato con le mie parole la sensibilità dei giurati. Nel ritirare il bel premio, chiedo di dire anch’io qualcosa. E’ un atto di riconoscenza dovuta ma anche di amore verso una terra che mi ha vista nascere per metà dauna, da parte materna, e metà garganica, da parte di mio padre, prima di andare per la mia strada trascorrendo altrove la mia vita dell’oggi. In Lauretta, la bimba protagonista di “In un campo d’orzo e di papaveri”, il mio racconto premiato, ci sono generazioni e generazioni di donne pugliesi intraviste per strada o, più semplicemente, conosciute attraverso le storie narrate da persone di famiglia. C’è tutta la forza della disperazione ma anche la speranza in qualcosa di diverso, di migliore, conquistato attraverso piccole battaglie quotidiane fatte di gesti semplici, poco appariscenti, a dispetto di destini già segnati, per tentare di arricchirli di briciole di felicità e serenità.

Lascio Roseto con il dispiacere di non aver partecipato al momento finale fatto di convivialità altrettanto significativa tra spettatori, premiati e addetti ai lavori. So che i miei genitori aspettano a S. Severo me e mio figlio per consumare tutti assieme   il “pranzo della domenica” e non voglio che si faccia troppo tardi. Ho desiderio anch’io di gustare questo piccolo intermezzo familiare che per me è un vero e proprio lusso, prima di riprendere a viaggiare verso casa e verso Pescara, città adriatica di fiume e di mare, in cui io, donna di pianura, ho scelto di intessere la mia vita presente.

 

Lucia Guida

Roseto Valfortore (FG), 19 ottobre 2014

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Photo by Gianni Lepore

Terminare in bellezza – piccoli traguardi di fine 2014

Novembre ha continuato a regalarmi piccole soddisfazioni, spianando la strada a un bel dicembre frizzante e beneaugurante.

La mia poesia “Ode alla Primavera”, ( se avete voglia di rileggerla la trovare in un post di qualche tempo fa ), è stata selezionata per far parte di un’antologia di autori vari, pubblicata da V edizioni, fatta di alcuni dei partecipanti al Premio Zucchi 2014, concorso bandito dall’associazione emiliana “Succede solo a Bologna”. La cosa più bella è che i proventi derivanti dalle vendite verranno devoluti alla sezione AIL bolognese.

zucchi

Ho, poi, tenuto a battesimo un libro da me già recensito, “Il bosco senza tempo”, dello scrittore aquilano Stefano Carnicelli che lo ha presentato presso la Cooperativa “Il Bosso” di Bussi sul Tirino (Pe) venerdì 21 novembre 2014 assieme alla voce narrante di Adriano Sabatini.

Non so voi, ma ogni volta che parlo di un romanzo al grande pubblico mi sembra quasi parlare di una mia creatura: stessa emozione, stessa sensazione “protettiva”, stessa voglia di vederlo volare sempre più in alto.

foto bussi

In foto Lucia, Stefano Carnicelli, Adriano Sabatini e Luciano Alberici

A dicembre, e precisamente sabato 13 dicembre, ci sarà anche il mio piccolo contributo all’evento giornalistico, fotografico e letterario Intorno alle parole – Officina ( e sinonimi ) dei fatti attorno alle parole, organizzato dall’Associazione Il cassetto delle Idee. Si parlerà di editoria, mercato editoriale, scrittura, premi letterari e di arte in senso ampio attraverso installazioni pittoriche e fotografiche, con degustazione finale di “Show Food” al BR1 Cultural Space di Montesilvano Colle (PE). Trovo che sia una bella coincidenza far parte di questa interessante iniziativa nel giorno del mio nome. E’ la seconda volta che mi capita una cosa del genere: l’anno passato, sempre il 13 dicembre presentavo “Pergolato” all’Emporio Primo Vere, Bottega del Commercio Equo e Solidale di Pescara, egregiamente supportata dalla scrittrice Rita Pelusi.
Naturalmente se ne avete piacere siete tutti invitati a intervenire. Inizio ore 16.45, ingresso libero

Locandina intorno alle parole

Nella calza di Babbo Natale o della Befana ci sono, infine, almeno un paio di altre cosette di cui mi riservo di parlarvi quanto prima

Nel frattempo vi abbraccio forte tutti

A presto con nuove letture e nuove parole

Lucia

Appuntidiviaggio

E’ un autunno iniziato con morbidezza, portando in dono giornate insolitamente miti, quasi a scusarsi della pioggia e del cattivo tempo che inevitabilmente sarebbero arrivati con la stessa prevedibilità dei momenti a volte belli a volte meno, che costellano la nostra esistenza. A me la nuova stagione ha portato una bella soddisfazione scrittoria, il secondo posto al Premio Lupo, premio nazionale pugliese, piccolo ma ben consolidato, di grande qualità  e rigorosità attraverso il mio racconto inedito “In un campo d’orzo e di papaveri” da voi già letto nel precedente post e premiato domenica 19 ottobre 2014 a Roseto Valfortore (FG).

premio lupo

Pergamena d’onore con la motivazione della giuria

Una Firenze meravigliosa dal fascino riservato mi ha accolta per conferirmi il premio speciale della giuria per la sezione B, scrittura al femminile, del III Concorso Nazionale “Città di parole” organizzato da “La Città di Murex, Laboratorio Arte e Scrittura di Firenze” grazie a “Un mercoledì perfetto”, racconto edito nel 2012 e parte di una raccolta di racconti “Il cuore delle donne”, a voi già presentato anche attraverso le pagine di questo blog.

Condividere con voi le cose che scrivo per me è un piacere; a me piace la scrittura schietta, pulita, trasparente. Quella che si mostra senza tema di alcun genere, con la voglia e l’entusiasmo di incontrare la sensibilità di un lettore attento, poco avvezzo a rimanere in superficie e mai alla ricerca di facili emozioni.

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in foto Lucia con lo scrittore  Piero Malagoli in un momento della Premiazione di “Città di Parole”

Un Novembre ballerino fatto di pioggia e nebbia ma anche di sorprendenti giornate di sole ha fatto da cornice alla mia partecipazione di autrice L.O.C. ( Letterature di Origine Controllata ) giovedì 6 novembre 2014  alla dodicesima edizione del FLA 2014, Festival delle Letterature dell’Adriatico, con la presentazione del mio “Pergolato”, La casa dal pergolato di glicine, introdotto con sapiente sensibilità da Arianna Di Tomasso, ideatrice e organizzatrice di Settimo Senso, Festival del Cinema e dell’Aurum, eccellenza culturale abruzzese che l’anno prossimo debutterà all’Expo  Milano 2015.

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Nella foto in alto i miei ferri del mestiere del FLA: programma, pass autori e “Pergolato” alla mano; in basso Lucia e Arianna parlano della storia di Marina Federici sedute sulla pedana della Sala Arancio del Circolo Aternino di Pescara, foto di Guerino Di Francesco

A questo punto vorrete sapere cosa farò da grande. La risposta è che al momento non lo so.

Mi piacerebbe continuare a scrivere, intessendo trame forti e robuste su canovacci grezzi per poi provare a ingentilirli con ricami incisivi ma  delicati. Staremo a vedere. A ogni modo sappiate che mi è piaciuto condividere con voi, oggi, questi pensieri sparsi, piccoli appunti di viaggio. Piccole e grandi conferme ricevute che mi hanno fatta riflettere in silenzio sul senso di molte cose, scrittorie e non.

Un abbraccio e un grazie di cuore per avermi seguita sino ad ora con pazienza.  Ce ne vuole tantissima con gli autori emergenti come me, patiti dello slow writing: di quella scrittura portata avanti pian piano, senza fretta, ponderata, che, tuttavia, non tradisce mai.

A presto

Lucia

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In un campo d’orzo e di papaveri

Guardare una fotografia e provare a leggerla ricamandoci sopra un racconto breve. E’ quello che ho cercato di fare un anno fa quando ho pensato a “In un campo d’orzo e di papaveri”, premiato domenica 19 ottobre 2014 a Roseto Valfortore (FG), come racconto vincitore del II posto della VII edizione del “Premio Lupo”, sezione letteraria, promosso dal comune di Roseto Valfortore, sostenuto da buona parte dei comuni del comprensorio del Subappennino Dauno,  con il partenariato dell’Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Spettacolo della Regione Puglia e il patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Foggia.

Il sogno di Lauretta è quello di riuscire a intrecciare una coroncina di papaveri senza rovinarne la delicata sericità. La bimba riuscirà nel suo intento, e il braccialetto di fiori da lei creato con amore e altrettanta delicatezza diventerà per sua zia Maria Luisa, alla ricerca di una vita personale maggiormente soddisfacente, a cui il dono è riservato, metafora e simbolo beneaugurante di un futuro migliore.
Cornice del racconto la terra forte e dura di Puglia, ricca e capace di inaspettati atti di generosità.

Buona lettura

 

 

In un campo d’orzo e di papaveri 

La bambina si guardò attorno circospetta, temendo che qualcuno potesse rimproverarla per la sua sparizione ingiustificata; poi sospirò silenziosamente, rinfrancata da ciò che le compariva davanti. Attorno a lei c’era soltanto la distesa sconfinata di quel campo d’orzo inselvatichito, vivificato dal tripudio di papaveri e fiori selvatici che erano riusciti a sopraffarne la rassegnata uniformità. Ricacciando indietro le ciocche ribelli sfuggite alle treccine castane, si chinò a raccogliere quanti più fiori rossi poteva, noncurante dei cardi e dell’ortica che le insidiavano le gambette nude, a malapena protette dal vestitino di cotonella sottile.

I papaveri erano i fiori che preferiva in assoluto: belli, slanciati, setosi. Peccato che durassero il tempo di un respiro. Decise, tuttavia, di portarli a casa con sé per provare a intrecciarli in una coroncina come aveva visto fare a Natalina, la sua compagna di banco, con una manciata di pratoline. Quando le aveva detto della sua idea l’altra l’aveva guardata con un’ombra di compatimento.

– Non si può – aveva, poi, replicato con fare saccente.

– Perché no? – aveva insistito lei, suo malgrado dispiaciuta dal tono altezzoso dell’altra.

Natalina l’aveva squadrata con sufficienza se possibile ancora maggiore.

– I papaveri sono troppo delicati e muoiono presto – aveva sentenziato seccamente. Abbandonandola di scatto per raggiungere un gruppo di altre bambine che, in cerchio e tenendosi per mano, avevano preso da poco a intonare “La solitudine si deve fuggire”.

Lauretta era rimasta seduta su una panchina del cortile della scuola, all’ombra traforata di un albero di acacia, riflettendo a lungo su quanto l’amica le aveva svelato, le gambette penzoloni altalenanti e il capo chino. Per quella mattina non c’era stato gioco che l’avesse tentata abbastanza da farle lasciare la posizione rinunciataria in cui si era caparbiamente trincerata.

Il gracchiare lontano di una cornacchia la fece tornare al presente di quell’afosa giornata di principio d’estate. Guardando i papaveri raccolti decise che potevano bastare e si buttò a peso morto tra l’erba alta del campo semiabbandonato insensibile ai minuscoli abitanti che ne popolavano le nutrite retrovie. Sopra di lei il cielo, al mattino di un azzurro intenso, aveva preso un colore celestino indefinito, certamente dovuto al gran caldo. Con ponderatezza si scelse una nuvola dai contorni insoliti a cui aggrapparsi per poter fantasticare in libertà.

– Lauretta!

Il grido femminile, lontano ma non abbastanza da non essere da lei percepito con chiarezza, spezzò quell’incantesimo breve. Sollevandosi appena sui gomiti la bambina intravvide una donna vestita completamente di nero, dal fazzoletto che portava in testa al gonnone informe che ne avvolgeva la figura appesantita dallo scorrere impietoso del tempo e dalle tante fatiche domestiche. Sua madre, mani ai fianchi, la stava cercando, e non sembrava per niente contenta di non riuscire a scorgerla da nessuna parte. Riflettendo febbrilmente sul da farsi, Lauretta traccheggiò tra l’idea di riemergere dal microcosmo brulicante in cui si era crogiolata con indolenza sino a pochi istanti prima e quella di aspettare che la donna rientrasse nell’austera casa colonica oltre il campo, piombandole d’improvviso e come per incanto davanti con la cesta di vimini ricolma di uova e l’aria vaga che assumeva quando voleva dare a intendere agli altri di essere qualcuno che non era.

La cesta di vimini, oggetto delle richieste materne, era a pochi passi da lei, invasa da una colonia di formiche operaie ma il suo contenuto le pareva ancora indenne e tanto le bastava. Ricadendo all’indietro tra le sterpaglie Lauretta decise di indugiare per un altro po’, cercando di resistere stoicamente all’intraprendenza di un grillo che aveva preso a passeggiarle sul braccio e non voleva saperne di andar via.

Maria si guardò attorno, tentando di mitigare la luce abbacinante del sole proteggendosi gli occhi con una mano. Di quella figlia pestifera non c’era traccia. Le sembrò di scorgere qualcosa a ridosso del vecchio spaventapasseri ma poi decise che era solo un cardellino alla ricerca di qualche seme da becchettare e lasciò perdere.

A casa avrebbero fatto i conti non appena Lauretta si fosse degnata di farvi ritorno. Si sentì quasi male al ricordo di tutto il daffare in sospeso per la promessa di sua sorella. Mancavano due giorni all’evento e ogni cosa, come al solito, era lì a gravare sulle sue spalle.

Arrancando sulle zolle di terra arida si avviò verso l’aia, a quell’ora deserta, detergendosi le stille di sudore che avevano preso a colarle abbondanti sul volto per il calore solare attirato da tutto quel nero che la ammantava a celebrazione doverosa dell’ultimo lutto familiare.

Lauretta sbirciò con un velo di colpa sua madre attraverso un ciuffo di gramigna e fece per alzarsi ma qualcosa la convinse a non mostrarsi ancora. In quel pezzo di terra incolta non era la sola ad essersi nascosta agli occhi di Maria.

Vattenne, vai via da me, – era il grido accorato e sommesso di una donna giovane, sua zia Maria Luisa, vestita come l’altra di nero, i capelli acconciati in una crocchia castana sulla nuca appena un po’ disfatta, come alla fine di una lunga giornata laboriosa.

Lauretta non capiva con chi ce l’avesse, fino a quando un uomo dai capelli chiari e dalle braccia muscolose da gran lavoratore non le si affiancò velocemente. Era Vincenzo, un bracciante del paese.

– No che non me ne vado, o vuò capì? – l’apostrofò con rudezza, prendendola per le braccia e costringendola a guardarlo negli occhi – Tu, quello, non lo devi sposare!

Maria Luisa lo fissò con aria dolente e non ebbe il coraggio di replicare nulla. I suoi occhi parlavano benissimo da sé. A un certo punto, però, decise di scrollarsi di dosso quella sorta di trance in cui era caduta e, sia pure a malavoglia, si divincolò dalla presa dell’altro e dal suo abbraccio possente, riuscendo a scappar via verso la masseria. Il gigante biondo si lasciò allora cadere come privo di forza contro il tronco nodoso della quercia secolare che li aveva accolti entrambi sotto la sua provvidenziale ombra.

Lauretta restò acquattata tra le erbe a poca distanza da lui, sperando che l’altro sparisse presto; valutando, intanto, con tutta la consapevolezza infantile di cui era capace, quanto la sua punizione sarebbe stata proporzionale al ritardo accumulato.

Con un guizzo repentino l’uomo si sollevò in piedi facendole mancare un battito, guardandosi attorno alla ricerca di qualcosa (forse un ripensamento retrospettivo dell’amata?) che non riuscì a scorgere da nessuna parte. Allora, con un gran sospiro, si rassettò alla bell’e meglio l‘abito da lavoro che indossava, andando via a spalle curve in direzione dell’abitato, dopo aver ripescato, ben mimetizzata dietro un rovo di more al limitare della carreggiata, una bicicletta vetusta.

Fu soltanto allora che Lauretta, dando fondo a tutto il fiato che aveva in corpo, corse verso casa, i papaveri raccolti celati nel cestino assieme al suo prezioso contenuto.

– Dov’eri finita?

La mamma era palesemente di malumore in quella cucina di campagna piena di odori di cibo; aiutata dalla nonna, stava sgranando piselli in una coppa di ceramica sbreccata, mentre le zie Annarella e Maria Luisa provvedevano a lavorare su una spianata di legno un’enorme quantità di massa per il pane.

Lauretta decise di non rispondere. Qualsiasi cosa avesse deciso di dire sarebbe stata contrastata dalla sua interlocutrice, quindi si affiancò alla nonna ben decisa a darle una mano, le manine magre tradite da inconfondibili striature rossastre che fecero corrugare lo sguardo all’anziana ma non produssero fortunatamente altro effetto.

– Ci voglio fare una coroncina per la festa di domenica – le confidò a bassa voce in uno sprazzo di sincerità. La nonna scosse il capo con disapprovazione.

– A lutto, stiamo. Il rosso non va bene

La bambina non ne era pienamente convinta.

– Nemmeno per una coroncina o un braccialetto in un giorno di festa? –  chiese mortificata.

Nonna Fonzina questa volta la guardò con reale durezza e con un tono appena al di sopra di quello usato solitamente le replicò stizzita

– Il rosso è il colore del demonio – Chiudendo, per il momento, la questione.

Preparare una festa di fidanzamento non era cosa semplice per gente di campagna come loro. E tuttavia il gioco valeva la candela perché Maria Luisa si sarebbe imparentata con una famiglia benestante come quella del Contini, macellai da tre generazioni. Il matrimonio, combinato per il tramite di Don Marcuccio, sensale, era da subito apparso come una manna dal cielo per tutti loro. Antonio Contini non era propriamente un pezzo di marcantonio. Di aspetto assai modesto, di contrasto con il lavoro intrapreso in paese dalla sua famiglia, dava l’idea di volare via col primo colpo di vento; ed era certo che più di una delle sue profferte matrimoniali fosse stata rifiutata da altrettante ragazzotte del posto, che avevano visto la prospettiva di accasarsi con lui come il fumo negli occhi. Maria, invece, l’aveva da subito considerata una prospettiva unica e invidiabile per elevare il tenore della propria famiglia per il tramite dell’avvenenza e della gioventù della sorella minore. Dandosi da fare, con ogni mezzo, per condurre quest’ultima per la propria strada.

– Ma io non gli voglio bene …, – aveva protestato accorata la ragazza

– L’amore verrà dopo, – le aveva replicato prontamente lei. L’amore, quello fatto di sentimenti e slanci d’animo, era cosa da canzonette e non per faticatori come loro.

– Pare un morto vivente, davvero. Nessuna l’ha voluto, perché dovrei pigliarmelo proprio io? – aveva continuato l’altra senza demordere, nel disperato tentativo di scampare a quella condanna all’ergastolo

Maria l’aveva guardata cupamente

Maria Luì, lo vuoi capire o no che senza dote o corredo non ti si marita nessuno? Resterai zitella o sposerai un morto di fame ccume annuie!

L’altra aveva spavaldamente alzato la testa.

– E che m’importa? Vado a servizio in città …

– E allora vacci subito, intesi? Sei una svergognata ingrata … – aveva inveito sua sorella e una vena le si era d’improvviso gonfiata al collo, facendo presagire il peggio.

Quella sera era finita davvero male, Lauretta lo ricordava ancora, con sua zia che, in lacrime, era scappata di notte nei campi e non se n’era saputo più nulla fino al mattino dopo, quando suo padre, con infinita pazienza, aveva ripescato sua cognata in un casolare abbandonato riportandola a casa.

A riequilibrare definitivamente le sorti ci aveva pensato il destino con tragica tempestività.

Zio Michelino era caduto in un pozzo perdendo la vita nel tentativo di appurare se poteva ancora fornire acqua e la carenza di quel paio di braccia maschili oramai irrimediabilmente perse si era subito palesata attraverso una montagna di spese e debiti accumulati con sconcertante facilità a cui i Contini, per intercessione di don Marcuccio, si erano offerti con premura di far fronte in men che non si dica.

Maria si era chiusa in camera con Maria Luisa nel tentativo di farla ragionare mentre il resto della famiglia sedeva attorno al tavolo rettangolare senza avvertire più appetito, incapace di consumare anche un solo boccone dell’opulento pasto di riconsolo, offerto, come tradizione, da amici e parenti per la perdita del pover’uomo.

Nonna Fonzina, zia Annarella, suo padre, lei e suo fratello Lino avevano assistito in silenzio, seduti a cena, alla disperazione della loro zia più giovane, fino a quando suo padre, infastidito o forse imbarazzato da tutto quel clamore in una sera che avrebbe dovuto essere di raccoglimento per l’intera famiglia, era uscito di casa nella notte a fumare una Nazionale dall’odore pessimo. Avuto il permesso di alzarsi da tavola per riordinare e conservare gli avanzi di quella cena sfortunata i restanti convitati avevano seguito il suo esempio senza proferire parola. In barba alle occhiatacce della nonna, Lauretta aveva poggiato un orecchio sulla porta della camera da letto dei suoi per cercare di carpire l’epilogo di quella sceneggiata familiare ma non c’era riuscita. A un certo punto, però, la zia ne era uscita di botto, gli occhi arrossati per il lungo pianto, precipitandosi fuori verso la tettoia dove d’inverno conservavano i ciocchi di legno per il camino, e lei l’aveva istintivamente seguita. L’aria di quella serata di fine maggio era ferma e carezzevole. Lauretta le si era avvicinata con un po’ di timore temendo di essere scacciata, ma la zia le aveva sorriso tra le lacrime e l’aveva stretta a sé quasi a confortare se stessa attraverso il calore autentico e generoso di quel corpicino infantile visibilmente in pena per lei.

Scrutando l’oscurità erano rimaste abbracciate a lungo, sedute su ciò che rimaneva di un tronco di ulivo, sradicato qualche settimana prima dalla buonanima di Michele perché quasi del tutto secco. Quando la luna aveva fatto capolino tra il fogliame dei pochi alberi a confine della costruzione, la zia l’aveva presa in braccio e l’aveva riportata dormiente in casa adagiandola sul lettino nella sua stanzetta.

L’indomani suo padre, di ritorno dal paese vestito dell’unico abito buono che possedeva, aveva annunciato a tutti l’avvenuto fidanzamento tra la cognata e Antonio Contini mentre l’interessata, a capo chino, ne prendeva ufficialmente atto con occhi lucenti ma senza versare altre lacrime.

Due giorni alla festa e ancora tantissime faccende da portare a termine.

Maria se lo ripeteva tra sé e sé di continuo, nel vano tentativo di darsi forza e nessuno osava farle da contrappunto vocale, prestando, tuttavia, senza risparmio le proprie energie per la riuscita di quell’avvenimento memorabile.

La domenica arrivò in un baleno accolta con ansia da tutti sin dalle prime luci dell’alba in piedi, ciascuno con un compito ben preciso cui adempiere. L’aia era stata svuotata e debitamente ripulita da suo padre e dal modesto contributo di suo fratello Lino, la tavolata apparecchiata come d’uso per le festività solenni all’ombra di una tettoia ombreggiata da filari d’uva per fornire frescura sufficiente al banchetto dei promessi. Le vivande, preparate per tempo, erano state allineate su ogni superficie libera dell’enorme cucina e in parte anche della stanza da letto dei padroni di casa, lustrata a specchio e prontamente rimessa in ordine, la coperta di broccato sormontata da quella intagliata sul letto matrimoniale rifatto da sua madre alla perfezione.
Maria Luisa era un incanto nell’abitino cucitole dalla sarta di paese; nero regolamentare, manco a dirlo, ma ingentilito da una scollatura a cuore e un vitino sottile con una gonna più ampia di quelle da lei di solito indossate. A Lauretta pareva una delle cantanti del festival di Sanremo sbirciate con curiosità sul giornaletto della signora Irma, bolognese, su cui questa e la mamma avevano scelto per la promessa sposa un modello degno delle circostanze.

La giornata era andata avanti senza scossoni, seguendo un copione prestabilito elaborato con sapiente lungimiranza. Gli ospiti, accolti con deferenza, erano stati fatti accomodare in casa per i primi scambi di convenevoli e poi condotti sotto il famoso pergolato. Maria Luisa e Antonio Contini erano seduti al centro, affiancati ciascuno dai personaggi principali della propria famiglia di origine come in una bizzarra prova generale del pranzo di matrimonio che si sarebbe celebrato a meno di un mese. Lauretta aveva contato una quindicina di invitati, intristendosi al pensiero che nessuna delle donne adulte presenti indossasse abiti dai colori vivaci, beneauguranti, e aveva fatto onore al banchetto, notando, invece, come la zia Maria Luisa spilluzzicasse di malavoglia ciò che con abbondanza sua sorella si affannava a offrirle invitandola, con occhiate più che eloquenti, a servirsene.

Lei e Lino avevano anche provato a familiarizzare con i bambini Contini ma senza successo; le due femminucce in abiti pastello ed enormi fiocchi di nylon tra i capelli, non si staccavano dalle gonne delle rispettive madri e l’unico maschio, dell’età apparente di quindici anni, non aveva intenzione di sporcarsi di terriccio e di pagliuzze dorate il vestito a giacca scuro come, invece, era capitato a Lino. Con sguardo furbo la bimba constatò come l’abbondante e generoso vino rosso e la ratafìa ghiacciata stessero facendo effetto sugli ospiti, decidendo che era arrivato per sé il momento di allontanarsi dalla tavolata, sentendosi come un cuccioletto legato alla catena a cui sia finalmente stata offerta la possibilità di sgranchirsi un po’ le zampe da un padrone severo e intransigente. Le era venuta un’idea luminosa ed era sicura che almeno qualcuno avrebbe gradito la sua sorpresa. Vi si era esercitata per giorni e giorni con risultati eccellenti che non vedeva l’ora di mostrare a tutti Inciampando nel vestitino a sbuffo, grazioso ma scomodo per una bambina en plein air come lei, si spinse coraggiosamente fino al primo ciuffo di papaveri rossi spuntato a ridosso della campagna. Con delicatezza ne colse la giusta quantità, stando attenta a non macchiarsi e a non sgualcirne i petali teneri e impalpabili; poi, col suo bottino si sedette all’ombra della quercia imponente da lì poco distante. Con grande abilità ne intrecciò le corolle riuscendo a non rovinarne nessuna, decidendo di regalare la coroncina di fiori a Maria Luisa. Era sicura che l’avrebbe resa meno triste, forse addirittura più felice.

Due sagome note intrecciate in un abbraccio attrassero la sua attenzione e lei si stropicciò gli occhietti stanchi per il timore di aver frainteso.

Con grande stupore vide sua zia ricambiare inequivocabilmente le affettuosità del gigante biondo e muscoloso baciandolo su una guancia. Questi, allora, la prese per mano aiutandola a salire su un camioncino malmesso poco distante. Un unico attimo di indecisione, poi un’idea veloce come un lampo in un cielo d’estate.

– Zia, aspetta!

Lauretta corse a perdifiato come in quella mattinata lontana ma questa volta per raggiungerli, pronta a consegnare il suo dono campestre con infantile determinazione. I due amanti si volsero di scatto verso di lei, sorpresi, e sua zia, già di lato al suo cavaliere, si sporse dal finestrino e le accarezzò il visetto intelligente sorridendole come per scusarsi, con un luccichio insolito negli occhi che le fece capire che quello era un addio.

Lauretta le tese seria la ghirlandina di papaveri e l’altra l’afferrò veloce con uno sguardo luminoso, ben diverso dall’espressione incolore degli ultimi giorni. Poi le mandò fugace un bacio prima di stringersi al suo cavaliere. L’automezzo si allontanò rombando, sollevando una nuvola di polvere che fece tossire per qualche istante la bimba ma non la intimorì.

Quando li vide scomparire dietro il lungo filare di pini marittimi che delimitava la carreggiata Lauretta s’incamminò sulla strada del ritorno stringendo in pugno l’unico fiore rosso sfuggito al suo capolavoro, con sguardo pensieroso. Di una cosa, però, era abbastanza sicura. I papaveri erano troppo incantevoli per appartenere al demonio. Potevano soltanto essere fiori di angeli provvidenziali se erano riusciti a restituire il sorriso a sua zia. Gongolò al pensiero piacevole di quanto quest’ultima avesse apprezzato il suo braccialetto. Le avrebbe certamente portato fortuna, si disse convinta. Questo pensiero la confortò e la rese più serena.

A pochi passi da lei, al centro dell’aia attorno alla lunga tavolata ancora imbandita a festa, c’era qualcuno che discuteva con concitazione. Con un sussulto leggero lei trasalì credendo di saperne il perché ma non indietreggiò.

Vi si avvicinò, invece, a fronte alta; pian piano, con coraggio e calma estremi, pronta come non mai ad affrontare i rimproveri di sua madre.

Il suo bel vestito della festa era irrimediabilmente macchiato di verde e di vermiglio, ed era una realtà, ma a lei questo poco importava. Attorno a sé avvertiva ancora, forte e persistente, la fragranza discreta dei fiori rossi di campo magicamente da lei intrecciati l’uno all’altro, assieme a un nuovo e misterioso profumo di amore, percepito con lievità di bimba sensibile e da subito riconosciuto e accolto nel suo piccolo cuore.

Lucia Guida 

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Presentazioni d’autore: “La pietra di Cesare” di Maurizio Milazzo

Cari amici, qui di seguito troverete la mia recensione dell’ultima fatica letteraria di Maurizio Milazzo, autore romano, di cui avevo avuto in anteprima notizia in occasione della presentazione romana del mio “Pergolato”, avvenuta il 23 maggio 2014 presso la Shakespeare & Co. di Vincenzo Libonati.
Buona lettura e a presto

Il romanzo

“La pietra di Cesare” è il secondo romanzo di Maurizio Milazzo pubblicato per la casa editrice siciliana indipendente Nulla Die. Fa parte di una saga disvelata poco a poco dal suo autore che vede come protagonista Nicola Enaldi, questa volta nei panni di un talentuoso informatico ventenne alle prese con un intrigo a metà tra il paranormale e il fantascientifico con risvolti di tipo giallistico.

La storia si svolge ai nostri tempi ed è incentrata sul personaggio principale di “Strada facendo”, qui ritratto all’inizio della sua affermazione professionale e personale, affiancato da Giulio e Simone, suoi colleghi di lavoro presso la Datatrace S.p.A., società di servizi informatici romana. Nicola è uno studente lavoratore ben deciso a farsi strada da solo, senza agevolazioni che gli provengano dal fatto di avere un padre azionista  di un’industria farmaceutica in cui lui potrebbe certamente trovare occupazione attraverso corsie privilegiate. Grazie alla sua intraprendenza e alla voglia di fare giustizia per sé e per i suoi compagni di lavoro, come lui preoccupati di essere messi in cassa integrazione o trasferiti,   uscirà a venire a capo di un intrigo di tipo finanziario in parte procuratogli dal fatto di aver accettato di aiutare Aulo Tiberio Manlio, centurione della Nona Legio Hispana, giunto a Roma nel terzo millennio grazie ai poteri magici di un amuleto donatogli da Giulio Cesare, suo capo, per catturare Sesto Nasone, l’unico congiurato romano riuscito a sfuggire alla vendetta dei fedelissimi di Cesare grazie a un frammento della stessa pietra magica, carpito con l’inganno all’augusto condottiero nel giorno della sua uccisione.

Nicola e Aulo Tiberio Manlio scopriranno che il loro antagonista ha assunto camaleonticamente le fattezze di “Bellicapelli”, famoso politico locale e incarnazione della politica più becera e opportunistica che possa esistere, cercando di fermarne le malefatte e attirandosene l’ira funesta.

Il romanzo di Maurizio si divora con grande facilità, spingendo il lettore ad andare avanti per poter sapere “come andrà a finire”. Molti gli spunti di riflessione su aspetti salienti della nostra quotidianità offerti dal suo autore: uno tra tanti, quel sottile senso di precarietà alla base del nostro vivere spicciolo, che contribuisce a rendere transitorie tutte quelle cose che una volta duravano per sempre, come un posto di lavoro modesto ma conquistato con fatica. Il narratore si impegna a traghettare ciascuno di noi con estremo garbo attraverso il dipanamento di un intreccio solo all’apparenza facile e scontato, mirando a verificare come, nel corso dei millenni,  in questione di potenziale umano e relazioni interpersonali  sia davvero cambiato poco se peccati capitali come l’ambizione, la sete di potere, un certo “delirio di onnipotenza” propri di tutti coloro che vorrebbero prevaricare i propri simili per assicurarsi, a discapito degli altri, condizioni di vita migliori, siano sempre lì, pronti a venir fuori e a connotare con spietata negatività chi se ne lascia consapevolmente ammantare trasformando la propria esistenza in un modus vivendi d’assalto.

La positività e l’elemento salvifico non mancano: risiedono nella trasparenza dell’ingegner Fiore, preoccupato per il benessere dell’azienda per cui lavora piuttosto che di procacciarsi un’opportunità professionale ghiotta e maggiormente remunerativa altrove; in Mara, amica di vecchia data di Nicola, complice e affidabile senza troppi se e ma; nella lealtà di Giulio e Simone, consapevoli di dover giocare una partita dura e pericolosa per dare manforte all’azienda che ha conferito loro dignità professionale; nel profondo senso del dovere di Aulo Manlio, pronto a inseguire in epoche temporali differenti il suo acerrimo nemico  piuttosto che rischiare di disattendere il compito che si è prefisso di portare a termine: catturarlo e punirlo in modo esemplare.

L’autore

Maurizio Milazzo è nato a Roma nel 1968, si occupa di Sistemi di Pagamento per la Pubblica Amministrazione. Socio della Free Lance International Press, collabora con giornali e riviste, scrive e conduce programmi radiofonici e televisivi su network locali. Da presidente della Promoit Onlus persegue progetti di solidarietà. Nel 2009 pubblica la raccolta di racconti “Sogno o son destro? Incubi di un mancino”. Nel 2012 pubblica in e-book i racconti “Rompete le righe… ma anche i quadretti” e nel 2013 il suo primo romanzo, “Strada facendo”, per le Edizioni Nulla Die.

Maurizio Milazzo, La pietra di Cesare, ISBN: 9788897364962   € 16,00

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The First Time – La prima volta da autrice. Intervista al “Democratico”

Ieri sera mi è capitato di rileggere la mia prima intervista “seria” rilasciata da autrice al web magazine “Il Democratico”. Era il 26 gennaio 2012 e il mio primo libro, la silloge di racconti “Succo di melagrana, Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” era appena stato dato alle stampe. Al di là della foto a corredo, che mi ritrae in “posa da affabulatrice” mostrandomi certamente più giovane ( e, magari, forse meno disincantata riguardo alle faccende legate al mondo dell’editoria e alla pubblicazione di un libro di quanto a oggi io sia ), mi sono soffermata a leggerla con un pizzico di attenzione in più. Giusto o sbagliato che sia mi sono rivista appieno: il tempo è trascorso ed è un dato di fatto. E molte cose della mia vita, personale e di autrice, sono cambiate. Restano tuttavia invariati i capisaldi esistenziali, quelli conquistati  in qualche circostanza a denti stretti. Sono ancora in cammino, poco ma sicuro, portando nel mio fardello quotidiano quelle certezze sulle cose e sulla gente sedimentate e poi gelosamente custodite in me stessa, quasi a darmi forza e a spronarmi ad andare avanti, quando il percorso da intraprendere diventa più faticoso e meno agevole.
Un abbraccio a tutti e buona lettura

 

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Incontro con la scrittrice Lucia Guida

 

Abbiamo incontrato nella città dannunziana la scrittrice emergente Lucia Guida, docente di Lingua Inglese: è una splendida quarantenne che ci accoglie nel suo appartamento nella zona dell’università per sorseggiare un tè al bergamotto rigorosamente inglese. Il soggiorno che ci ospita, luminosissimo, ci regala lo spettacolo incantevole di Majella e Gran Sasso al tramonto appena velati dalle nuvole. La sua prima raccolta di racconti “Succo di melagrana. Storie e racconti di vita quotidiana al femminile” edito da Nulla Die sta raccogliendo il crescente favore del pubblico e recensioni molto positive.  Fra libri, appunti e ricordi di famiglia la prima domanda è d’obbligo: come si diventa scrittrici?

Da un grande amore per la lettura nato precocemente grazie a mio padre e dalla voglia di scrivere storie che ho avuto sin da bambina. Credo che i miei conservino per ricordo ancora qualcuna di queste mie ‘produzioni’. La vita, poi, mi ha portato a scelte importanti come le mie prime esperienze lavorative, all’estero e in Italia, la maternità, che mi hanno fatto temporaneamente accantonare questa mia passione. Scrivere richiede tempo e una certa dose di serenità, anche interiore, almeno questa è la mia opinione. Ho sempre continuato a leggere moltissimo e a scribacchiare postando in un blog i miei ‘appunti di viaggio’, riflessioni sul mio quotidiano più spicciolo…“

Sul suo profilo facebook abbondano citazioni letterarie: colpisce una di Alessandro Baricco tratta da “Questa storia” che recita: “Sono una donna felice, come lo dovrebbe essere qualunque donna nel riverbero di questa età luminosa. Ho debolezze eleganti, e cicatricicharmantes. Non ho più illusioni sulla nobiltà delle persone, e per questo so apprezzare la loro inestimabile arte di convivere con le proprie imperfezioni. Sono clemente, alla fine, con me stessa e con gli altri.” Davvero lei si riconosce in questa frase?

“La citazione è di uno degli autori preferiti miei e di mia figlia. Mi ci riconosco per intero, soprattutto nel riferimento a quelle che l’autore chiama ‘cicatrici charmantes’: vivere appieno è mettersi in discussione e  parimenti accettare anche il rischio di soffrire o di scoprire di se stessi ‘verità scomode’. Credo che questa consapevolezza di fondo, talvolta raggiunta a caro prezzo, ci renda a un certo punto del nostro percorso di vita molto più affascinanti cha a vent’anni e forse più indulgenti verso le fragilità proprie e altrui.“

I suoi racconti descrivono con abilità e disincanto storie femminili
dove spesso le protagoniste vivono amori difficili e contrastati. La sensibilità femminile si scontra inevitabilmente con l’istinto maschile?

“Diciamo che noi donne abbiamo generalmente modalità comunicative verbali maggiori rispetto agli uomini; che investiamo nel sentimento piuttosto che nell’operatività concreta, modalità privilegiata, invece, da voi. Poi ci sono anche moltissimi uomini che hanno scelto di riconoscere (e di accettare!) la parte femminile che è in loro, quella fatta di sensibilità. Come d’altro canto moltissime donne, soprattutto di ultima generazione, che hanno fatto della propria razionalità e lucidità, una volta appannaggio prettamente maschile, un punto di forza del loro agire. Ideale sarebbe, magari, una sorta di complementarietà: accettarsi gli uni e gli altri per quello che si è realmente, per quello che si ha concretamente da offrire, al di là di tipizzazioni ahimè ancora prevalenti nel sentire comune. Una piccola sottolineatura, infine, sulle vicissitudini sentimentali delle protagoniste delle storie: vivono certamente situazioni difficili in cui non c’è sempre posto per l’happy ending, ma alla fine le scelte a cui arrivano sono scelte permeate di speranza, di positività.“

Certe atmosfere del Sud sono lo sfondo privilegiato della sua scrittura. Le sue origini hanno influenzato il suo immaginario emotivo e letterario, ha utilizzato anche spunti del suo vissuto?

“A me piace pensare di essere quella che sono grazie anche alle mie origini e ai valori trasmessi dalla mia terra per il tramite della famiglia. Nei miei racconti, e quindi anche nei sei proposti in ‘Succo di melagrana’, c’è più di uno spunto appartenente al mio vissuto: appunto una storia di famiglia, quella della bambinaia di mia nonna materna nel primo, ad esempio. Ma anche situazioni concrete altrui rivisitate in un’ottica di verosimiglianza in cui, però, c’è sempre posto per una conclusione diversa, personale.“

Quali letture sono state importanti nella sua formazione di scrittrice, considera alcuni modelli imprescindibili per chi voglia accostarsi alla scrittura?

“Da apprendista affabulatrice quale io mi reputo non ho purtroppo potuto avvalermi di corsi di scrittura creativa. Ho sempre, però, letto moltissimo senza limitazioni temporali di sorta con particolare riguardo alla narrativa italiana e straniera; se penso a dei modelli me ne vengono in mente diversi: Thomas Hardy, Jane Austen ma anche Natalia Ginzburg. Sidonie Gabrielle Colette, magari oggi poco apprezzata, Honoré de Balzac. Piacevolissimi i romanzi di Gianrico Carofiglio, scrittore barese di eccellenti legal-thriller, di cui sono una grande estimatrice caratterizzati da uno stile sobrio, essenziale: diretto.“

Ha sempre un libro sul suo comodino e quali libri porterebbe con sé su un’isola deserta per non sentirsi mai sola?

“Il libro attualmente sul comodino è ‘Adamo ed Eva’ di Mark Twain, incentrato sull’eterno conflitto tra uomo e donna, consigliatomi da una cara amica divoratrice di libri come me. Sull’isola deserta porterei decisamente tutti i romanzi di Jane Austen, da me collezionati con certosina pazienza, possibilmente in edizione originale.“

La scrittura al femminile anche in Italia sta conoscendo una stagione di notevole consenso di pubblico. Ama oppure odia qualche autrice in particolare?

“ Consenso e gradimento del pubblico credo siano un omaggio più o meno velato alla grande sensibilità femminile. Ho un ricordo molto tenero dei romanzi di Brunella Gasperini, divorati da adolescente. Credo di non odiare nessuna autrice anche se è capitato talvolta che non portassi a termine la lettura di qualche libro…“

Erotismo e letteratura spesso vanno d’accordo: lei stima più le scrittrici audaci o quelle socialmente e politicamente impegnate?

“Ammiro fortemente chi in maniera aperta e senza pruderie di sorta fa dell’erotismo e della femminilità più intima materia dei propri libri incarnando desideri e fantasie profondi del lettore, anche se le mie simpatie vanno per tutte quelle donne che sono impegnate nel sociale  e nella politica. Sono una bella spinta alla riflessione pubblica, al ruolo della donna nella società e alle sue infinite potenzialità … “

Le donne nel Belpaese non sono mai abbastanza presenti in politica, nel mondo del lavoro e purtroppo anche della cultura. Abbiamo un atavico complesso maschilista?

“Una risposta sincera, scevra da posizioni oltranziste? Io credo di si e lo dico con infinito dispiacere, con quella sottile sofferenza femminile che si prova nell’avere quotidianamente la sensazione di “non essere mai abbastanza” e, di conseguenza, dover faticare il doppio, il triplo per convincere chi si ha di fronte della propria intelligenza e valore intrinseci. In situazioni complesse e straordinarie  come in episodi di vita vissuta e spicciola.“

Pescara è stata a lungo al centro della drammatica scomparsa di Roberto Straccia, lo studente trovato poi morto sul lungomare di Bari. Come ha vissuto questa vicenda piena di ombre che ha smosso una città intera?

“Sono d’accordo, è una vicenda ancora piena di ombre, di chiaroscuri in cui è difficile intravvedere linee precise. Mi ha colpito la determinazione della famiglia di Roberto nello sperare sino alla fine in una conclusione diversa, più umana. Come madre credo che non vi sia al mondo dolore peggiore e contro natura di quello della perdita prematura di un figlio.“

Si dice spesso che i giovani figli di internet non amino leggere: lei oltre che insegnare è anche madre di due figli. Crede che gli italiani siano inguaribilmente pigri o che i docenti non sappiano motivare abbastanza?

“Dovrei rispondere da prof o da mamma? Scherzi a parte, credo di avere spezzato più di una lancia a favore della lettura. Che nell’invogliare in tal senso i propri figli servano innanzi tutto buone pratiche genitoriali:  un buon libro come regalo quale alternativa al più costoso e gettonato video gioco del momento… Ma la lettura come buona abitudine necessita anche di insegnanti sensibili e attenti che sappiano proporre ai propri alunni titoli stimolanti, che li crescano con il gusto della carta stampata. Insomma, che alla teoria più raffinata corrisponda una pratica di sostanza a 360°.“

Vivere e lavorare nella città di Gabriele d’Annunzio ed Ennio Flaiano non la condiziona in qualche modo, scrivere nella città di due mostri sacri non le crea un certo imbarazzo?

“No, affatto. Mettiamola così: la mia è la stessa ammirazione che una brava donna di casa prova di fronte alle raffinatezze preparate da uno chef rinomato. Non c’è contrasto né imbarazzo, dal momento che l’una e l’altro sono impegnati in ambiti differenti. Ciò non toglie che la brava donna di casa non possa cimentarsi nella preparazione di una prelibatezza: non raggiungerà magari la perfezione del primo, ma si divertirà e imparerà senz’altro qualcosa, che poi è, forse, la cosa più importante.“

Sta preparando un seguito alla sua prima silloge di racconti o preferirà  cimentarsi con un romanzo vero e proprio? Vuole darci qualche anticipazione.

“Per scaramanzia non anticipo niente, ma come ho già detto ad altri, dopo questa prima silloge di racconti non intendo mettere limiti alla Provvidenza. Ricorro a un’altra citazione, questa volta di Daniel Pennac che recita: ‘Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.) Rubato a cosa? Diciamo, al dovere di vivere’. Bello è quando al dovere/piacere di vivere si riesce a coniugare la soddisfazione sottile di sviluppare un’idea fino a vederla concretizzarsi in una storia compiuta.“

Grazie per il tè, squisito davvero, come i biscotti preparati con estrema cura, una ricetta segreta naturalmente. Il sapore di melagrana li ha resi ancora più delicati!

“Le ciambelline sono un felice connubio di tradizione culinaria abruzzese e pugliese. La melagrana una piccola e gradevole concessione scaramantica e innovativa all’oggi…“

 

Martino Cristiano*

* Il link originale dell’articolo lo trovate qui

 

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La stanza della memoria

Non è facile parlare di femminicidio senza rischiare di cadere nella retorica o, peggio, di parlarne in maniera scontata e poco incisiva. In questo racconto breve, scritto qualche tempo fa per un reading, ho cercato di calarmi nei panni di una donna vittima dell’ossessione amorosa del proprio partner. Dandole voce per poterle far raccontare con voce postuma “da donna a donna” ma anche “da donna a uomo”  lo strazio di un amore femminile tradito, avvilito e annientato da parte di un uomo che con altrettanto amore e rispetto non è stato capace di ricambiare.

Buona lettura e a presto

 

La stanza della memoria

 

Sul comò di legno bianco laccato c’è ancora una cornice portafoto.

Nella foto che racchiude ci siamo io e te, capelli spettinati dal vento e sorrisi al cielo, il mondo intero stretto nel pugno di una mano in due, felici e irridenti. C’è un velo di polvere sottile e persistente sulla cornice dorata in stile veneziano che nessuno ha avuto il coraggio di toccare. Ciononostante, tutto in questa camera dai toni chiari, volutamente rilassanti, ha conservato la fragranza di un tempo.

Il letto dalla testata in ferro battuto decorato con volute e arabeschi sapienti, il comò sovraccarico dei miei gioielli etnici e di un mazzolino di rose secche lasciate appassire lentamente durante il tempo di un’estate mite, indulgente. Ricordi? Me le avevi comprate da un fioraio ambulante che te le aveva legate con un nastro rosso lucente, contro la sfortuna. Un nastro avvolgente come la passione che allora ci univa. C’è anche il tuo dopobarba, disperso tra le mille cose di poca e grande preziosità della mia quotidianità femminile che attorniano questo ritratto così evocativo di un giorno di sereno tra di noi che pure c’è stato: un’immagine unica, bella, radiosa, spettacolare.

“Siamo una bella coppia”, quante volte me l’avrai ripetuto? Non me lo ricordo più. So, però, per certo che all’epoca ci credevo davvero.

Sulla toeletta di legno scuro intarsiato troneggia una lampada dalla base di porcellana chiara con un’impercettibile fessura sul lato posteriore, nascosta all’occhio dei più. Deve quella crepa a un tuo atto di intemperanza, di cui a suo tempo mi hai prontamente chiesto scusa con un sorriso pentito, offrendoti di ripararla. Di comprarne addirittura un’altra.

Io ti ho celato il mio sguardo lucido e ho fatto finta, quel giorno, di osservare, attraverso le tende avorio della portafinestra, la collina e il biancore immacolato delle montagne antiche che tanti nostri risvegli hanno celebrato e salutato. “No”, ho, poi, trovato la forza di risponderti, nell’attimo in cui ho ritrovato un filo di voce. “Non occorre, vedrai che si potrà aggiustare”.

E, giorno dopo giorno, mettendoci tutto l’impegno di cui sono stata capace ci ho lavorato con amore, con speranza, incaponita com’ero a riportarla al suo splendore originario: quello dei nostri momenti migliori in cui felici, innamorati, frugavamo dalla prima all’ultima bancarella dei mercatini di paese alla ricerca di un oggetto qualsiasi che potesse suggellare i nostri primi attimi d’infinito insieme.

La poltroncina in stile è ancora nell’angolo in cui io l’avevo collocata, impregnata dell’odore maschile del tuo corpo sprigionato dai vestiti che eri solito poggiarvi. Le prime volte che facevamo l’amore non occorreva neppure che tu li sistemassi lì: i miei abiti, la tua camicia e il tuo maglioncino finivano frettolosamente in terra e nessuno di noi si dava peso di raccoglierli per lungo tempo. A coprirci bastavano il mio desiderio di te e il tuo di me.

Se spalanco le ante del nostro armadio riesco a percepire ancora la fragranza, sottile e persistente, della mia essenza di donna unita a quella tua, di uomo,  nei cassetti, negli scomparti e nei ripiani ora desolatamente vuoti. La nostra vita insieme mi ritorna in mente col suo ritmo lento e pacato iniziale; furioso e tumultuoso, inspiegabilmente frenetico e inumano al suo epilogo. Una fine impietosa, inusitata, brutalmente violenta, che qualcuno ha stentato a credere, leggendo di noi sulla pagina di cronaca nera di un quotidiano locale.

E’ incredibile notare come oggi i muri di questa camera sospesa nel tempo e nello spazio, luogo privilegiato dei nostri pensieri migliori, siano immacolati e perfetti come una volta.

Niente pare averli scalfiti o insozzati. E le parole durissime e le grida di rabbia e di rancore, di timore che pure ci sono state sembrano quasi essere rimbalzate verso l’esterno, verso quell’orizzonte, a volte più nitido da scorgere a volte meno, così speculare e simile alle fasi altalenanti della nostra relazione d’amore.

In questo sentimento io ci ho creduto sino alla fine, sai? Coprendomi il capo di cenere e passando sopra alla tua furia e alle tue giustificazioni pietose, alla profanazione del mio corpo di donna e al cilicio che a un certo punto, sempre più spesso, hai voluto che io indossassi. Per motivi futili, hanno detto alcuni. Per non averti amato abbastanza, mi sono ripetuta a mente io, restando ostinatamente, pervicacemente fedele al giuramento che ti avevo fatto davanti a tutti.

Ho cercato di sorridere anche quando mi sono costretta a guardami per metà nello specchio tondo di camera, nel tentativo maldestro di celare un’ombra violacea su uno zigomo, segno tangibile della tua profonda insoddisfazione verso di me e verso il mio modo di esistere, o un labbro spaccato e dolente, colpevole di aver portato un rossetto per te troppo colorato e vistoso. Le mie scelte estetiche ti sono apparse di volta in volta troppo audaci o troppo poco appariscenti, procurando il tuo fastidio, la tua collera. Un mutare d’accento continuo, il tuo, per me destabilizzante e poco indicativo del tuo reale sentire del momento. Una iattura che non mi ha portato affatto bene e che mi ha condannata a un lento, inesorabile declino, facendomi perdere consistenza e consapevolezza umana, di persona.

Non sono stata capace di guardare al di là del mio naso e la colpa è stata solo ed esclusivamente mia. Forse avrei dovuto e potuto fare diversamente. E’ questo l’ultimo pensiero con cui ho colmato il mio sguardo attonito, interrogativo, mentre il tuo coltello affilato frugava impietoso all’altezza del cuore di questo mio corpo troppo docile, desolatamente arrendevole. Impossibile pensare e credere che tu potessi arrivare a tanto. Eppure l’hai fatto.

Tu, il mio primo e unico amore, il mio compagno di vita, il mio uomo.

In questa stanza dai toni tenui e rassicuranti il mio spirito ha voglia di trattenersi ancora sino a quando il tempo delle risposte non si sarà compiuto.

Di aprire cassetti ossessivamente svuotati. Di accarezzare con la punta delle dita ogni cosa poggiata su quel comò antico con i gesti familiari di un tempo; ridando vita a oggetti che nessuno ha avuto il coraggio di chiudere in uno scatolone e dimenticare nel fondo di un magazzino buio e senz’aria. Sono stata io a suggerirlo con voce bassa e suadente, a farli desistere da questa incombenza pietosa per loro certamente rassicurante. Tutto deve restare così com’era allora sino a quando ce ne sarà ancora bisogno.

Perché io avverto ancora l’esigenza di far ondeggiare e tintinnare le stampelle dell’armadio come al soffio d’aria benevolo e leggero di brezza di primavera, prima di richiuderne con cura le ante fino al prossimo utilizzo.

Desidero coprirmi con leggerezza con un lenzuolo freschissimo di lino ricamato a mano, quello della nostra prima volta insieme, lasciandolo scivolare sulla mia pelle nuda, liscia e levigata di ragazza di un tempo.

Voglio spegnere con dolcezza l’abat-jour sul comodino al lato del letto aspettando pian piano che i miei occhi spalancati sul nulla si abituino al buio profondo e prendano a sondare attraverso le ombre della sera i contorni conosciuti della nostra quotidianità di coppia, mia e tua. In attesa di te e del tuo spirito che ora, ne sono certa, sta vagando in un altrove impensabile e indescrivibile, certamente disumano e ben lontano da questo limbo che mi è stato concesso di popolare con silenzioso e rinnovato dispiacere.

Ancora per qualche giorno, ancora per qualche ora, formulando domande a cui nessuno, per l’eternità, potrà forse più rispondere per noi.

Questa stanza della memoria sarà il nostro sentiero battuto per altri che non avranno scusanti per non pensare, per fingere di non ricordare e poi fuggire con colpevole leggerezza dal dolore e dal prevedibile orrore del mio sangue versato per noi, per loro, per tutti nel chiarore di un’alba ancora troppo vicina per poter dimenticare.

 

Lucia Guida

 

Tramonto_aldo sterchele

Il dipinto “Tramonto” è di Aldo Sterchele