Che la scrittura sia una parte essenziale della mia vita a cui, ahimè, spesso non do il giusto spazio a causa delle contingenze del momento e della mia emotività spiccata (che non mi consente di scrivere se non in situazione di assoluta serenità), credo sia chiaro a chi mi conosce bene. In questo lungo periodo di ‘riflessione narrativa’, chiamiamola così, non me ne sono stata totalmente con le mani in mano. Ho ricevuto un paio di proposte di pubblicazione per il mio ultimo romanzo inedito su cui ho molto riflettuto (per me pubblicare bene non è semplicemente pubblicare), partecipato a un concorso letterario nazionale in cui sono arrivata in finale. Contribuito alla realizzazione di due antologie di A.A.V.V., la prima di imminente pubblicazione a cura della Lùdo Edizioni, intitolata “Abbracciamo il mondo” dal taglio positivo e costruttivo incentrata sulla progettualità di tutti noi durante il periodo di quarantena stretta. Il mio secondo contributo sarà di tipo sensoriale ad ampio spettro e verrà edito da una casa editrice abruzzese di cui per scaramanzia non dico nulla. Un’altra mia storia apparirà a fine settembre nella rubrica “Il sabato del racconto” a cura di Tito Pioli per la Cronaca di Parma di Repubblica.it Con le dovute accortezze e nel rispetto delle misure di contenimento era bene riprendere dimestichezza nella dimensione pubblica della scrittura. Ciò mi ha, infine, convinta a contribuire attivamente come autrice a un reading letterario nella città in cui vivo e lavoro. Nella ‘vitadaLucia’ ho cambiato sede lavorativa per mia libera scelta Ho,poi, ricominciato a viaggiare regalandomi una parentesi breve ma meravigliosa in Sardegna che, ne sono certa, mi offrirà tanti spunti di arricchimento personale oltre che scrittorio. Insomma, sono consapevole che la vita continui e che sia un peccato non approfittare delle piccole e grandi gioie che offre. Del doman non v’è certezza, forse mai come in questo periodo. C’è tuttavia la necessità di ricordarci che abbiamo il dovere di sfruttare tutte le possibilità esistenziali che ci vengono offerte. Magari stando bene attenti ad attraversare sempre sulle strisce pedonali col verde al semaforo.
Lucia
Torre delle Stelle, Maracalagonis, (CA), luglio 2020, R.Di Nicola ph.
Più di tre mesi senza scrivere un rigo. Una pandemia ancora latente (che ha cambiato radicalmente il nostro modo di vivere e di rapportarci col prossimo) a cui prestare la giusta e dovuta attenzione continuando a vivere al meglio, più di un progetto scrittorio e non in essere. Il bisogno di riflettere ma soprattutto di agire sulle cose, imprimendo alle mie giornate un nuovo impulso. Ricomincio qui su WordPress con una nuova rubrica intitolata “Tre Storie” da una cosa che penso di saper fare bene: leggere e poi recensire libri sul filo delle mie memorie letterarie e delle suggestioni personali. Perché la lettura è atto di consapevolezza e metascoperta ma anche libera interpretazione personale.
Buona lettura a tutti e a presto
Gentili lettori,
a partire da oggi inauguro un nuovo tipo di recensione letteraria incentrata su tre opere elaborate dal medesimo autore nell’arco della propria carriera scrittoria. Ho deciso di rompere il ghiaccio partendo dal grande Thomas Hardy, autore a me particolarmente caro sin dai tempi dei miei studi universitari, esaminando la sua produzione meno nota per il tramite delle impressioni di lettura ricevute attraverso “Estremi rimedi”, opera del 1871, per poi proseguire a intervalli regolari con “Sotto gli alberi” (1872) e “Due occhi azzurri” (1873). Tre romanzi scritti in perfetta successione cronologica e molto evocativi, a mio giudizio, della sensibilità del loro artefice. Per la mia analisi ho scelto di affidarmi alla traduzione di Chiara Vatteroni elaborata per la collana Le strade di Fazi Editore (2019). Buona lettura a tutti
ESTREMI RIMEDI
Quando Thomas Hardy inizia a scrivere il suo Desperate Remedies, in italiano “Estremi Rimedi” è il 1871 ed egli ha già abbandonato la professione di architetto per dedicarsi a quella di scrittore trasferendosi nel Dorset, contea da lui ribattezzata Wessex come uno dei sette regni anglosassoni. Un ravvedimento professionale arrivato al momento giusto, il suo. Con una prosa intrisa di Realismo Vittoriano e di Romanticismo in questo romanzo, pubblicato in forma anonima, cercò di risollevare le sue sorti letterarie con una narrazione al passo dei migliori sensation novels dell’epoca (in origine opere forse un po’ troppo macchinose nell’intreccio) ma tuttavia permeando questo nuovo lavoro del proprio senso esistenziale in materia di amore, religione, riconoscimenti sociali, lavoro. Tutte tematiche trattate con grande verosimiglianza attraverso uno sguardo attento e non falsamente benevolo sulle tante contraddizioni alla base di un way of living tipicamente vittoriano, fatto di chiaroscuri e profonde ingiustizie sociali. La trama è accattivante e ruota tutta attorno alla figura di Cytherea Gray, giovane orfana di belle speranze, ben decisa a conquistarsi un posto di autonomia e indipendenza anche economiche nella comunità in cui vive senza per questo rinunciare ad aspirazioni tipicamente femminili caratteristiche dei suoi tempi: amare romanticamente qualcuno reputato alla propria altezza ma non in maniera preponderatamente passionale, con giudizio e senso delle circostanze concrete. Nelle sue vicissitudini è presente uno dei leitmotiv hardiani: la stretta interconnessione tra ambiente e personaggi che tanto ha avuto peso nella poetica di questo autore. I protagonisti dei suoi romanzi amano, soffrono, agiscono e spesso cercano di fare buon viso a cattivo gioco con un sapiente uso di resilienza nelle circostanze più avverse, mantenendosi tuttavia fedeli al ruolo che il loro creatore ha ad essi attribuito con precisione chirurgica e sottile ironia anche con riferimento alla Natura e a ciò che il Fato ha per essi in serbo. Altri personaggi di spicco del romanzo sono Miss Adclyffe, anziana notabile che prende a occuparsi di Cytherea con l’azzardato compito di riequilibrare le sorti di un destino che non le è stato in gioventù benevolo; Aeneas Manston, sovrintendente della gentildonna, dalla figura ambivalente e ricca di ombre, altrettanto manipolatore quanto la sua datrice di lavoro, a questa legato da circostanze misteriose ma facilmente intuibili nel prosieguo della storia. Edward Springrove, innamorato di Cytherea e da lei ricambiato, piccolo proprietario terriero locale convince poco con un atteggiamento non sempre incisivo, almeno a principio della storia, riscattandosi soltanto nelle ultime battute laddove riesce finalmente a contrastare in maniera accettabile Aeneas, suo antagonista. Il romanzo, diviso in tre libri, fu ideato in tale formato per poter essere forse pubblicato a puntate corteggiando a episodi il pubblico di lettori cui era destinato. Gli amanti di Thomas Hardy troveranno assai apprezzabili le descrizioni paesaggistiche e quelle di introspezione psicologica a fronte di un andamento in generale di velocità variabile riscontrando, tuttavia, più di un’occasione per leggerlo sino alla fine e portare a compimento il patto narrativo all’inizio contratto con l’autore. Ricevendone un happy ending seduttivo ma di certo coerente con fabula e intreccio.
È un itinerario letterario-esistenziale quello rappresentato in “Nea-polis, ovvero contro l’ovvietà del presente”, da Antonio Fresa, giornalista, docente di filosofia nella scuola secondaria di secondo grado e presidente dell’università della Terza Età di Narni. Un viaggio che inizia da Portici, sua città natale, per poi ampliarsi e inglobare Napoli, da lui eletta come città dell’anima, discettandone a tutto tondo.
Un percorso che si snoda con gradualità, flessibilità e morbidezza attraverso la vita di Antonio dell’ieri e dell’oggi; un vero e proprio viaggio dell’eroe, complesso e circolare, in cui tutto contribuisce consapevolmente a far rientrare il protagonista alla base reggendo saldamente tra le dita un fil rouge sottile e robusto, ben assicurato a quel patrimonio fatto di memorie proprie e terze e di cultura personale ed extrapersonale, elementi vissuti e metabolizzati in modo inalienabile. Antonio Fresa sente scorrere nelle proprie vene un forte senso di appartenenza e di napoletanità, punti di forza e punti di debolezza, nonostante egli abbia ‘per scelta’ consapevolmente deciso di recarsi altrove per continuare a costruire la propria biografia. E non c’è racconto, o riflessione o semplicemente cronaca di eventi che lo hanno visto protagonista a non risentirne in modo forte e chiaro.
Si parte da poche pagine che costituiscono la ‘Premessa’ di questo lavoro e che rappresentano un modo garbato per accogliere il lettore e mostrargli ciò che di lì a poco andrà a verificare brevi manu, per il tramite della lettura, di persona: sei capitoli muniti ciascuno di un titolo ben preciso e un’appendice finale in cui Fresa regala piccoli frammenti preziosi altrettanto significativi ed evocativi di quel senso di “miseria e nobiltà”, estremi potenti, compenetrati l’uno nell’altro e così ben amalgamati da non poter essere scissi rendendo per chi vi si reca unica e irripetibile l’atmosfera partenopea sin dalla primissima visita.
Non c’è spazio per luoghi comuni né per stereotipi o tipizzazioni in “Nea-polis”, né la possibilità di indulgere in episodi evidenziati sic et simpliciter per le note di folklore locale che possano offrire; a cominciare dal concetto di ‘accento’, inteso nella sua accezione migliore e non come particolare cadenza vocalica, per alcuni primo elemento inequivocabile per etichettare la provenienza di chi abbiamo di fronte e poi, in seguito, associato tout court a tutto un mondo interiore, spesso solo immaginato e non già esperito; e a terminare con l’idea di ‘mediterraneità’ considerata da Antonio come summa esistenziale di ciò che egli ha voluto proporci dal primo istante sino al termine di questo percorso virtuoso, fatto di compimento e crescita: un ritorno alle origini con un elisir di ben-vivere generosamente condiviso con chi ha avuto l’accortezza di seguirlo in quest’avventura:
Ecco la magia assoluta del Mediterraneo: luoghi e persone sono la stessa cosa; ci si presenta nella discendenza o nella città d’origine; si è figli di un re o si può essere re di Itaca; si è perché si fa parte di un luogo o comunità; si è perché si conosce il proprio volto nel volto dell’altro; si è perché ci si riconosce nelle parole che gli altri ci presentano e nell’attenzione che gli altri ci riservano (…) E questo racconto vale per ogni punto del Mediterraneo (…)
E così comprendiamo, pienamente, dove noi siamo, guardandoci nello sguardo di chi giunge o in quello di chi parte o ritorna; e chi parte sa di allontanarsi da uno sguardo che continua a reclamarlo, definirlo, interrogarlo.
Lucia Guida
L’autore
Pubblicista, docente di filosofia e presidente dell’Università della Terza Età di Narni (TR), Antonio Fresa ha partecipato ad antologie di A.A.V.V. e pubblicato da solista nel 2016 la raccolta di racconti Delitti esemplari nel bel paese, l’Erudita, e nel 2019 NEA-POLIS ovvero contro l’ovvietà del presente per INTERMEDIA Edizioni da cui è stata tratta un’opera teatrale portata sulle scene.
Si dichiara convintamente cittadino europeo senza barriere e senza preclusioni.
Antonio Fresa, NEA-POLIS ovvero contro l’ovvietà del presente, ISBN 978-88-6786-165-1, € 10,00
Le finestre sono occhi aperti o chiusi sulle cose del mondo.
Sta a noi decidere se utilizzarle o meno e, nel caso decidessimo di aprirle, selezionarne l’ampiezza.
Qui di seguito troverete alcuni scatti miei e di mia figlia Roberta* presi a Siviglia in occasione di un nostro recente viaggio accompagnati da citazioni d’autore indicative delle emozioni e sensazioni che ciascuno di essi mi ha ispirato.
Buona visione e buona lettura a tutti.
Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere.
S. Benni
Guarderò attraverso la finestra dei tuoi occhi per vedere te.
F. Kahlo
Siamo tutti prigionieri, ma alcuni si trovano in celle con finestre, altri senza.
K. Gibran
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra catene d’oro da stella a stella, e danzo.
A. Rimbaud
Sei la finestra a volte verso cui indirizzo parole di notte, quando mi splende il cuore.
A. Merini
Quando una camera ha una finestra, si ha la propria porzione di cielo. Cos’altro da desiderare?
A. Nothomb
La mia casa è piccola ma le mie finestre si aprono su un mondo infinito Confucio
Tutto ciò di cui uno aveva bisogno era un cortile pieno di luce.
H. Roth
Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra per occultare il vuoto della stanza. Dalai Lama
*Le foto sono state scattate nel centro storico di Siviglia e presso il Real Alcazar, La Casa de Pilatos, la Torre del Oro. (All Rights Reserved)
Cari amici, dopo ben due mesi di pausa riprendo a postare qualcosa di mio. Questa volta mi cimento in una recensione filmica, pubblicata sul sito Cyrano Factory il 23 dicembre 2019, a ridosso della sua uscita nelle sale cinematografiche. Un modo come un altro per riflettere sulla vita e sule cose del mondo. Con il valore aggiunto di aver visionato tra i primi l’ultima opera di un regista che apprezzo tantissimo e da tempi non sospetti. Buona lettura e buona visione a tutti Lucia
Solo vita quotidiana e concreta nell’ultimo film di Ozpetek. Una narrazione fatta di piccoli e significativi episodi che potrebbero avere ciascuno di noi come protagonisti: l’amica storica che ricompare a sorpresa con un problema familiare alle spalle per cui chiede aiuto durante i festeggiamenti per il coronamento di un sogno d’amore di due sposi gay celebrato con una grande kermesse coloratissima, vociante e festosa; una coppia alle prese con le prime avvisaglie di una demenza precoce che ha colpito uno dei due; un vissuto in condivisione, gioie e dolori, con vicini-amici di casa e non semplicemente conoscenti; un rapporto affettivo-sentimentale che pare arrivato al capolinea dopo una lunga convivenza; Roma con le sue mille contraddizioni e sottofondo pregiato che, tuttavia, emerge a testa alta nel prosieguo della storia; una divinità antica, la Dea Fortuna, dallo sguardo enigmatico e magnetico che pare abbracciare tutti senza toccare intimamente nessuno, pronta a tessere un filo invisibile ma robusto che alla fine riuscirà a legare indissolubilmente i protagonisti della storia. E poi Sandro e Martina, due bambini cresciuti con la saggezza di chi ha imparato a confrontarsi col mondo adulto con un potente esercizio di resilienza in bilico tra l’autenticità propria dei pochi anni posseduti e la sfrontatezza tenera e caparbia di chi ha appreso presto ad amministrarsi da sé nel mondo dei grandi e che fa dire a Martina “tu sei già vecchio” ad Arturo (Stefano Accorsi), mettendo un freno alla sua accorata e forse un po’ troppo melodrammatica disamina esistenziale personale. E poi c’è la magia femminile dolente e festosa raccontata dal regista di Annamaria (un tempo innamorata del suo amico di sempre, Alessandro, tanto da chiamare suo figlio con lo stesso nome e artefice della creazione della coppia Alessandro-Arturo); una delicata tratteggiatura dell’universo femminile fatta di determinazione, ingenuità, speranza messa a tacere per poi disvelarsi in un finale per qualcuno buonista ma assolutamente coerente all’intreccio come solo Ozpetek è capace di fare. Annamaria soffre paradossalmente di una patologia congenita cerebrale, lei che per una vita si è barcamenata tra ragione e sentimento, dosando consapevolmente l’uno e l’altro nelle proprie vicissitudini ma anche nell’educazione e nell’allevamento dei propri figli. Una madre single che ‘osa’ replicare una maternità difficile da sola forse per riparare ai danni subìti durante l’infanzia per mano di Elena, algida e spietata nobildonna siciliana, genitrice di fatto ma mai ‘madre’ fino in fondo. Un film che conserva di sottofondo l’onirico caratteristico del regista e che val la pena di andare a vedere, non fosse altro che per ricordare che c’è sempre una felicità (o forse serendipità?) possibile a saperla ben intravvedere e, poi, costruire sporcandosi le mani (e cioè agendo fino a reinterpretare regole che al bisogno possono ben essere riscritte per il bene di tutti). Con un’ultima chicca finale: la canzone “Luna Diamante” scritta da Ivano Fossati e interpretata da Mina, valore aggiunto e ultimo tocco di passionalità per blandire la malinconia di questa storia dolceamara.
Il bello di godere di ampia autonomia personale è poter decidere all’ultimo momento di partire e farlo in fretta e furia, scegliendo di viaggiare in treno per diletto e non semplicemente sull’onda emotiva scatenata da Greta Thunberg e dalla necessità di buone pratiche ecosostenibili.
E così, in molto meno tempo di quanto non si crederebbe, nasce il mio fine settimana trascorso in Svizzera, a Lucerna nell’ottobre di quest’anno. Per voi alcuni scatti alla Lucia’s Way of Life: brevi e intensi, assolutamente non convenzionali o programmati.
Buona visione
Lucia
Partire al mattino presto dalla tua città scoprendo che il Frecciarossa che ti porterà a Milano per la tua prima tranche di viaggio nasce proprio da Pescara ripaga dalla levataccia e dall’ansia di dover aspettare in stazione su un binario solitario
La sera sopraggiunge con morbidezza consentendo uno scatto nella Old City, cuore di Luzern, popolata come in pieno giorno e sfavillante di luci
Giochi di luce riflessa sul Reuss e ancora cielo che non ha voglia di abbracciare la notte
Lucerna ripresa dal Kapellbrücke, foto di Roberta Di Nicola
Una visita veloce a questa città bella ed elegante val bene un giro al Sammlung Rosengart, pregevole museo che racchiude opere d’arte di Klee, Picasso e oltre 20 maestri del XIX e XX secolo. Consigliatissimo.
Amo da sempre i ponti e l’idea di congiunzione di rive opposte che veicolano attraverso la loro concretezza. Affacciarmi da un parapetto di ferro battuto come questo, decorato e vaporoso, ha dato leggerezza e brio ai miei pensieri.
L’autunno è meraviglioso anche in riva al fiume, specialmente se è benedetto da un raggio di sole inaspettato
Ruote panoramiche e riflessi di luce colorati sul lago, foto di Roberta Di Nicola
I congedi e i viaggi di rientro sono più accettabili se addolciti dalla musica di un pianoforte verticale nella Luzern Bahnhof
Undici storie legate l’una all’altra dalla medesima ricerca di amore sono il leitmotiv esistenziale e scrittorio de ‘Il sapore del vino e altri racconti’, ultimo lavoro di Roberta Andres per Le Mezzelane. L’autrice declina a tutto tondo questo paradigma sondando da prospettive diverse cosa spinga ad amare. La sua narrazione parte inizialmente dal mondo reale e dai primissimi anni di vita di ciascun essere umano arrivando a toccare l’età adulta; procede, quindi, con l’indagare nei meandri fumosi della virtualità, ultima frontiera nelle relazioni interpersonali di tipo emotivo-sentimentale soprattutto per le apparenti poche implicazioni che parrebbe comportare. Dietro lo schermo di un pc o il display di un cellulare molto si può tacere e/o mistificare e molto altro ancora immaginare, in una prospettiva in cui spesso realtà parallele faticano a combaciare in un’ottica di coerenza riservando a entrambi gli attori di questo processo comunicativo sorprese inimmaginabili.
La sua disamina procede con lucidità chirurgica, portando alla superficie ciò che di buono questo sentimento rappresenta assieme a sedimenti grezzi: e sono pagliuzze preziose mescolate a detriti sul setaccio di un cercatore d’oro impegnato, in riva al fiume, in un paziente e faticoso lavoro di cernita nel flusso irreversibile della quotidianità.
Una ricerca d’Amore totalizzante racchiusa nel gusto aspro, contro natura, dei granelli di detersivo della protagonista del primo racconto e che continua a essere presente con la stessa intensità nel grido di dolore della protagonista dell’ultima storia, straziata dalla fine di un sentimento nato per caso e poi cresciuto sino a essere soffocato con capricciosità dal suo stesso ispiratore.
Nel percorso emotivo tracciato dall’autrice non ci sono vinti o vincitori; uomini e donne giacciono sullo stesso piano e mostrano la stessa fragilità, lo stesso bisogno di essere accettati appieno, dalla nascita sino alla maturità. L’esperienza acquisita temporalmente che, in teoria, dovrebbe mettere ciascuno di noi al riparo dagli errori compiuti evitando di ricadervi, in realtà non protegge dalla speranza/illusione di poter un giorno incontrare una persona che ci comprenda, ci accetti nella nostra finitezza umana e ci sublimi grazie a un sentimento intenso e duraturo, marcato dal retrogusto di poche gocce di vino o dall’incertezza di un buio non semplicemente fisico e concreto di un blackout. Uno stacco forzoso che permette, tuttavia, a chi ha voglia di cimentarvisi, di fermarsi a riflettere sul senso della vita e su ciò che resta quando ogni cosa perde consistenza e sfuma in ombre indistinte.
Roberta Andres utilizza varie tecniche scrittorie giustificate probabilmente dall’aver elaborato i vari racconti in momenti diversi della sua vita; questa caratteristica, tuttavia, è l’ennesima riprova di quanto si continui a crescere e di quanto ci si possa evolvere anche attraverso l’uso della parola e la capacità di affabulare in un processo sinergico in cui non ha troppa importanza pensare a quanto la scrittrice Roberta sia disgiunta da Roberta donna e persona. L’ultima parola resta al lettore a cui viene conferita dignità decisionale e interpretativa per trarre in autonomia, se vuole, una personale morale in tutto ciò.
Lucia Guida
L’autrice
Roberta Andres, laureata in lettere, è neodirigente nella scuola statale pubblica italiana. Ha insegnato scrittura creativa e autobiografica e partecipato a svariate antologie di A.A.V.V., pubblicando da solista ‘Le foto di Tiffany’ (2015) , ‘Perfetto Blu’ e ‘Flora la Pazza’ nel 2017, ‘Lingerie’ (2018) con lo pseudonimo di Demetra Kanakis nella collana ‘Live &Love’ sempre per Le Mezzelane.
Roberta Andres, Il sapore del vino e altri racconti, ISBN 9788833282701, € 12,00
Visitare Lisbona, sia pure per pochi giorni, era da tempo sulla mia travelling wishlist.
Alla fine di questo mese sono finalmente riuscita a partire e tra me e lei è stato subito colpo di fulmine. Purtroppo, per mancanza di tempo, non mi è stato possibile vedere tutte le cose che mi sarebbe piaciuto scoprire, ma ho comunque un appuntamento in sospeso con questa città onirica e luminosa in cui ogni cosa assume una consistenza singolare e insolita.
E quindi, Lisboa minha, aspettami perché , prima o poi, ritornerò da te.
Lucia
Per visitare una città speciale occorre un punto d’appoggio altrettanto particolare. Per il mio breve soggiorno a Lisbona io ho alloggiato presso la guest house Palacio Vila Flor, nel pittoresco quartiere di Alfama, in cui ogni cosa, anche la più piccola, era stata scelta con cura, creando un’atmosfera lievemente rétro, molto informale ma calda e accogliente.
in foto Praça do Comércio, cielo di Lisbona e Teatro Nacional Dona Maria II
La luce è una caratteristica meravigliosa di questa città ponentina, persino al tramonto. E la sera, scesa ad accogliermi con il suo benvenuto riservato fatto di brezza fresca e di buio stemperato, non ha fatto eccezione.
Palazzi d’epoca a Lisbona
La spigolosità è solo apparente nelle linee rigorose e lineari dei palazzi d’epoca che ben delineano l’essenza di questa città. Tutto appare mitigato: il caldo dai refoli di aria fresca che ti investe a ogni angolo di strada, la luce dalle molte zone d’ombra presenti, la praticità della gente in perfetto equilibrio con la sua gentilezza e pacatezza estreme. Un paradiso urbano fatto di pregi, molti, e difetti, pochi, in cui tutto è il contrario di tutto, multiculturalità inclusa, convivendo in armonia.
Nella prima e seconda foto il Ponte 25 de Abril visto in prospettive diverse; nella terza foto Oceano Atlantico e parte terminale del Tejo visti dal Chapalimaud Centre for the Unknown di Lisbona.
La vita è sempre questione di prospettive, da qualsiasi parte la si voglia guardare. E allora divertiamoci a scrutare l’orizzonte, qualunque esso sia: se sia fatto di aria, d’acqua, di terra. Ne scopriremo di belle. E, forse, riacquisteremo un senso più autentico delle cose che abbiamo o che vorremmo avere.
Nella prima foto, decorazioni caratteristiche di alcuni palazzi del secolo scorso del centro storico di Lisbona; nella terza e quarta foto, alcuni degli azulejos custoditi nel Museu Nacional do Azulejo presso l’ex Convento Madre de Deus della città
Oltre che caratteristica decorativa di ambienti esterni e interni, gli azulejos sono un modo di vivere e agire. Di percepire la realtà, da quella più spicciola a quella più altisonante. Offrono del mondo un aspetto vivido, lucente, colorato. Sono inalienabili. La loro anima è intrisa di semplicità complessa
vista di Lisbona dalle mura del Castelo di S. Jorge
caratteristica viuzza di Lisbona nei pressi della Rua do Recolhimento
La struttura di questa città è dolce nel degradare con lentezza verso le rive del Tejo, imponente e maestoso, che la bagna. Una piccola promessa di tranquillità silente.
pasteles de nata, ph. credit: portuguesefooddotpt
Torta de laranja
Dolcezza per dolcezza, credo sia fondamentale ricavarsi un piccolo spazio di beatitudine golosa per assaggiare i ‘pasteles de nata’ o uno dei tanti dolci aromatizzati agli agrumi e alla cannella, ingredienti ricorrenti che mi hanno riportata alla mia infanzia e all’uso che le donne della mia famiglia ne facevano realizzando dolci tradizionali natalizi.