Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Seconda mia intervista per la rubrica Voci letterarie di Mentinfuga, rivista on line indipendente. Stavolta è il turno di Elisa Kirsch, autrice expat, saggiatrice e prosatrice, italianista.

Con lei abbiamo parlato di Gastarbeiterliteraturdi club librari, di stereotipi di genere, identità non solo scrittoria e vita da expat.

«Scrivere significa anche abitare più luoghi contemporaneamente».
Anche stavolta siamo entrate nel dettaglio dell’universo letterario, coniugandolo con le esperienze concrete che la vita ci chiede di intraprendere. Ne emerge il ritratto di un’autrice che vive la scrittura come attraversamento di confini: linguistici, cultirali ed esistenziali.
Buona lettura.

Voci letterarie. Una conversazione con Elisa Kirsch

Nata a Torino nel 1988, Elisa Kirsch vive in Germania stabilmente dal 2013 nella regione della Ruhr in equilibrio perfetto tra due sponde fatte di radici e nuove appartenenze. Membro storico e caporedattrice de Il Club del Libro, community on line di lettori, si è formata e ha lavorato come italianista e comparatista alla Ruhr-Universität Bochum. Ha esordito nella scrittura con un romanzo intitolato E lucevan le stelle, Miraggi (2018), seguito dai saggi editi da Divergenze Primo Levi e la coscienza poetica del 2021 e Gastarbeiterliteratur del 2023. A oggi la sua ultima pubblicazione è il racconto autobiografico Il paese dove (s)fioriscono i limoni vincitore della I edizione del Premio Italia Radici nel Mondo-Toto Holding per la categoria “nuova emigrazione” parte dell’antologia di AAVV Sconfinamenti edita da Ianieri nel 2024.

Data la par condicio con cui si è dedicata a entrambi questi ambiti, si sente più una saggista o una prosatrice?

I miei saggi sono nati entrambi – non a caso – negli anni in cui ero immersa nel mondo accademico. Si tratta infatti di ricerche compiute in ambito universitario a cui poi ho rimesso mano per pubblicarli in forma di saggi agevoli, divulgativi. Il tipo di approccio rispetto alla stesura di un romanzo o un racconto è completamente diverso: i miei lavori in prosa nascono da una sorta di urgenza interiore, qualcosa di cuore e di pancia che poi, certo, per trovare una forma compiuta ha bisogno anche della testa, ma resta sempre di base poco razionale (…)

Trovate il resto dell’articolo qui 

 

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 4th Lesson

Strong women are not made of stone.

We endure. We build.

And we still need tenderness.

 

Le donne forti non sono fatte di pietra.

Resistono. Costruiscono.

E hanno comunque bisogno di tenerezza.

L. Guida





Lo scatto "A Nice Tender Daisy" è mio.

Quando è quasi ora di Primavera

Non mi stancherò mai di dire – e di scrivere- del grande valore e della grande presa che hanno su di me gli haiku. Brevi, essenziali e intensi, per me rappresentano una summa poetica di eccezionale bellezza, forse perché nella loro sintesi estrema sono la quintessenza della semplicità e della grazia.
In queste giornate di febbraio primaverili troppo precoci caratterizzate dalle mie parti da sole e tepore insoliti sono forse la forma letteraria in versi più azzeccata per cogliere le singole sensazioni di un mondo in lenta ma costante ripresa.
Ve ne propongo uno a firma di  Yamaguchi Sodō, poeta giapponese del periodo Edo e grande amico di  Matsuo Bashō. In queste poche righe c’è tutta una filosofia di vita che spinge a  considerare due termini di paragone all’apparenza contrari, il tutto e il nulla. Pare quasi di vederla questa capanna, spoglia di ogni cosa ma pronta ad accogliere l’interezza di una Primavera in tutto il suo splendore. Una piccola ma significativa promessa di infinito nel più puro stile 侘寂  (wabi-sabi) fatto di un’estetica umile e incompleta ma paradossalmente benvenuto di un mondo di infinite possibilità.

Primavera
nella mia capanna
non c’è nulla e c’è tutto
Yamaguchi Sodō (1642-1716)

宿の春

何もなきこそ

何もあれ

山口 素堂



photo by JJ Ying on Unsplash

 

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 3rd Lesson

On writing.

 

Writing is not a way to escape life.

It is a way to enter it more deeply.

 

 

Scrivere non è un modo per sfuggire alla vita.

È un modo per entrarvi più in

profondità.

L. Guida

 

“Oltre la porta socchiusa”, dentro l’Amore – quando un libro diventa dialogo tra autore e lettore

Quando Evelina Frisa, giornalista e coordinatrice didattica del progetto “Università della Libera Età” Valle del Fino elaborato dall’Associazione Tramand’Arti mi ha chiesto nel luglio 2025 di incentrare la mia lectio sull’amore (“L’amore e le relazioni affettivo-sentimentali, Oltre la porta socchiusa” il titolo previsto) programmandola per gennaio 2026 confesso con onestà di aver leggermente sottovalutato la sua richiesta. In fondo cosa mai significherà parlare di amore? In un’epoca in cui la quotidianità di un sentimento così inclusivo annaspa nella liquidità imperante infarcita di pura virtualità (social docent) dietro paraventi digitali compiacenti?, mi sono detta.

E ho rimandato a data da venire il doveroso compito di sviluppare in poco più di un’ora l’argomento del mio intervento continuando a godermi le mie vacanze, il mio viaggio a Exeter e le giornate di mare al sole.
Ma i nodi, si sa, al pettine ci arrivano sempre. Ed è capitato che le mie parole di relatrice dovessero trovare ancoraggio in un periodo per me complesso, in una fase di ricalibratura esistenziale in cui mi sentivo tirata da una parte all’altra senza avere possibilità di muovermi per un verso o per l’altro. “Oltre la porta socchiusa” per i tipi di Arkadia (2024), mio ultimo romanzo dato alle stampe, è stato un formidabile assist per organizzare un intervento ad hoc per gli iscritti all’a.a. 2025-2026. Ed è stato un bene, perché ha impedito di cadere in inutili tecnicismi e psicologie da bar a una come me che prova a difendersi bene come prosatrice ma non ha ricette da proporre a nessuno di nessun tipo.

Ne è venuta fuori una chiacchierata empatica centrata su Alice e sugli uomini della sua vita, Carlo e Paride, protagonista e personaggi secondari ma comunque significativi di una danza affettivo-relazionale atemporale quando è imperniata su un sentimento vissuto con il principio di non tradirsi mai, neanche sull’onda di impulsi meravigliosi ma potenzialmente rischiosi. Nella penombra di un’aula dell’ex edificio scolastico di Appignano (TE), sede dell’Ule, ho parlato a cuore e mente aperti di Amore (questa volta lo scrivo con l’iniziale maiuscola) dividendo la mia dissertazione in questi sei segmenti su un filo scrittorio diacronico basandomi sulla successione degli eventi così come si presentano nel romanzo:

  • L’Amore come esperienza comune
  • Alice, una donna comune non un’eroina
  • Le relazioni socchiuse: quando non è “sì” ma non è neanche “no”
  • Quando l’amore chiede di essere fermato
  • Quando l’amore smette di essere relazione e diventa possesso
  • L’amore maturo, non bisogno ma possibilità: perché la riconciliazione non è una fiaba.

ph. credit: pinterestdotcom

 

Alla fine di questa mia ipotesi di lettura del mio libro è seguito un vivace dibattito che ha visto la partecipazione in assoluta par condicio di studenti e studentesse. Con gratitudine ho apposto la mia firma sul libretto di tutti loro, felice di questa possibilità di interpretazione di un sottotesto ulteriore (per me inimmaginabile, ai tempi della stesura di questo lavoro) racchiuso tra un’interlinea e l’altra. Perché il discorso di fondo è sempre lo stesso: un libro si fa in due, in una sinergia completa tra autore e lettore, in cui ciascuno di questi due termini di paragone dà ciò che può realmente dare. Il risultato finale è un’opera che si trasforma e si arricchisce del contributo personale di entrambi acquisendo significati sottesi che non vedono l’ora di essere con pazienza disvelati. Un approfondimento assolutamente paritario, direi democratico, che arricchisce in maniera reciproca il narratore e il ricevente rafforzando l’idea di circolarità del testo narrativo scritto.

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 2nd Lesson

Il mio primo aforisma dell’anno. Con il gusto un po’ speciale di un quadretto di cioccolata extra dark.

Buon 2026 a tutti
A presto

Sometimes Love

is not Enough  

Les Amants, Magritte, seconda versione (1928)

Amare

a volte

può non bastare

L. Guida

Éblouir Paris: elogio della Bellezza Luminosa al Musée d’Orsay

Ho sempre adorato i “pittori luminosi” e non semplicemente per un mio personale atteggiamento mentale. La Luce è vita, prospettiva, cammino da perseguire sempre. E quindi in visita al Musée d’Orsay a Parigi nei giorni scorsi la prima cosa che ho scelto di vedere è stata d’emblée la prima mostra monografica francese retrospettiva dedicata a John Singer Sargent realizzata  in collaborazione con il MOMA di New York intitolata Éblouir Paris, Abbagliare Parigi. Ed è questa la sensazione che mi ha avvolta con morbida leggerezza nella mia visita: un senso di stupore luminoso sentito attraverso alcune delle opere più significative del primo periodo di questo pittore nato in Italia ma americano sino al midollo. Capace di contaminare con generosità la sua arte  mettendola in bilico tra passato e presente in una prospettiva decisamente sui generis: sua e propria, come soltanto a pochi è concesso.
Qui di seguito troverete alcuni scatti da me realizzati brevi manu con il mio solito POV di pancia: da mera spettatrice di Bellezza, di quella che ti nutre e ti dà la capacità di andare avanti mantenendoti sempre a pelo d’acqua, sguardo rivolto verso il cielo.
Buona lettura e buona visione a tutti

Lucia*  

                                        “Una vita fatta di piccoli e significativi passi” (n.d.r)

"In the Luxembourg Gardens" J. Singer Sargent (1879) 
 
I left my soul there, down by the seaI lost control here, livin' free
(cit.)

"Atlantic Sunset"  (1878)

 

“lasciami in questo incantesimo di Sole” (n.d.r)

"Dans les Oliviers à Capri" (1878)
 
"io e te al di là dello spazio e del tempo" (n.d.r)

Particolare di "The Daughters of Edward Darley Boit" (1882)

“è solo una folata di vento leggero” (n.d.r)

 Continua a leggere  "Éblouir Paris: elogio della Bellezza Luminosa al Musée d’Orsay"

Ninna Nanna

Il Festival del Tratturo è un evento organizzato annualmente dall’Associazione Tratturo Magno 4.0 nata in terra d’Abruzzo nel 2021 per valorizzare e rigenerare in chiave “green” il territorio e il tracciato dell’antico Tratturo Magno. Questa lunghissima e antica via erbosa in epoca passata univa, infatti, Abruzzo e Puglia collegando L’Aquila al Tavoliere delle Puglie. Costituiva il percorso principale per la transumanza, ovvero il trasferimento stagionale di greggi alla ricerca di pascoli più ricchi specialmente nei mesi freddi in cui era difficile trovare per loro sostentamento ad alta quota. Al Festival è connesso un premio letterario internazionale intitolato “Il Tratturo Magno” articolato in quattro sezioni (poesia, prosa, saggi e progetti) a cui ho partecipato quest’anno con un racconto breve inedito intitolato “Ninna Nanna” classificatosi al secondo posto.
È la storia dell’amore di Ninetta per Giovanni, lei bracciante e lui pastore, appartenenti a due mondi differenti ma complementari uniti nel desiderio di condividere la stessa sorte con entusiasmo e passione.
Buona lettura a tutti

A presto

Lucia  

Ninna Nanna

Tegne na criatura ch’è nu sciore,
sope ssu sciore ascegne na farfalla,
la farfalla te porta argento e iore:
addùrmete, trasore.*

Ninetta baciò tenera il suo bambino. Il giorno in cui aveva conosciuto il padre di suo figlio era d’ottobre e i filari della vigna erano già stati spogliati dei loro grappoli bruni. Le piaceva spizzicare di nascosto qualche acino dalle ceste dei braccianti come lei intenti con pazienza in quell’impresa. Statta soda, era la raccomandazione più frequente di sua madre impegnata con pazienza in quell’arte antica ma lei la ignorava e continuava sfrontata come niente fosse. Ninetta preferiva la vendemmia alla trebbiatura del grano o alla raccolta delle olive. Le piaceva quell’aria festante di fine estate che si diffondeva lenta nella masseria permeando allo stesso identico modo l’operaio e il vignaiolo esperto. I canti e i balli, le tavolate serali a fine coglitura quando l’aria era ancora dolce e i grilli e le lucciole continuavano a percepirsi nel buio della notte. Lo zelo dei lavoranti, intenti a pigiare nei tini l’uva di cui lei, piccolina, riusciva solo a sentire il profumo oltre l’orlo di legno consunto. Era stata una sorpresa quel luccichio di occhi scuri nell’imbrunire della campagna oramai al tramonto. Lei gli si era avvicinata impavida ma l’altro con un dito sulle labbra le aveva chiesto il silenzio. Voleva restare invisibile ai margini di quell’allegria frutto di lunghe giornate di lavoro altrui, lui che nella vita non era contadino ma pastore. E lei l’aveva assecondato. Non aveva detto una parola né lo aveva tradito consapevole che loro due appartenevano a due mondi diversi anche se complementari. Giuva’ aveva fatto la sua comparsa ufficiale alla masseria qualche giorno dopo con una fiscella di ricotta in mano per barattarla con un po’ di pane appena fatto. Il cane legato alla lunga catena di ferro gli aveva ringhiato e poi abbaiato contro ma lui non s’era scomposto avvezzo com’era alla fama che precedeva a torto o a ragione quelli come lui. Gli uomini erano in campagna, impegnati in altre fatiche, le donne a panificare. L’unica ad andargli incontro era stata quella ragazza esile simile a na iattaredda, una gattina, come sua nonna l’appellava spesso con affetto. Pelle luminosa appena scurita dalla vita nei campi, occhi celesti come l’acqua sulfurea di un fiume che scorreva nei pressi del suo paese in Abruzzo e capelli lisci sfuggiti alla treccia. Incredibilmente biondi, schiariti dal sole che il fazzoletto d’ordinanza in testa non era riuscito a contenere. Lei aveva finalmente notato il vigore delle sue braccia fasciate in una camiciola di tela tessuta in casa, i calzoni corti al ginocchio, i capelli neri e ricci lasciati liberi e non nascosti sotto il cappellaccio informe che portava piegato in tasca. Se l’era tolto per lei, per non spaventarla e per rispetto. Un pezzo di roccia in parte ricoperta da incrostazioni di quarzo come quelle che da bambino trovava in collina e poi barattava col figlio del farmacista del paesello natio in cambio di qualche biglia: luccicante sotto il sole, comunissima all’ombra. Quello erano loro due, una pietra anonima lui abbellita da una promessa di splendore lei.

Nisciune penza che, senza li ruve
e spine, non sciurisce la staggiona,
e senza neve, senza lampe e trone,
non po menì lu magge bell’e nnove.*

All’inizio avevano fatto all’amore in modo sommesso, Ninetta e Giovanni, attenti che nessuno scoprisse che erano quasi una cosa sola. Giuva’ era accampato in una casupola con altri pastori e le greggi a poca distanza dalla masseria nei pressi del tratturo. Ma davvero tiene un castello lu patrone toa?, gli aveva chiesto lei mentre con gli occhi azzurri sgranati ascoltava le storie che lui le raccontava su di sé e sulla sua terra. Scine, sì. Giovanni l’aveva guardata quasi in tralice. Quella citiletta che sembrava scomparire al primo soffio di vento si sorprendeva delle parole di uno come lui, diventato pastore per campare sua madre e i suoi fratelli, avvezzo alle intemperie della natura e a quelle degli uomini… Ma la tenerezza era prevalsa e lui se l’era prima mangiata con gli occhi e poi l’aveva stretta a sé. Ninetta era temeraria. Per carpire qualche momento di complicità tra di loro era capace di inventarsi le faccende più disparate: la necessità di cogliere un po’ di cicorietta selvatica nei terreni limitrofi, di cui suo padre, Andune u sangiuvanner, era ghiotto; la fantomatica ricerca di un coniglio scappato dalla garenna lasciata aperta da qualcuno per sbaglio; il giorno di mercato settimanale in paese a cui di recente non mancava mai e che le serviva per incrociarsi quasi per magia col suo innamorato. Quel pomeriggio aveva convinto Mariuccia, sua coetanea, ad accompagnarla nell’oliveto più lontano dalla masseria proponendole di raccattare da terra e dai rami più bassi qualche oliva risparmiata dalla bacchiatura in cambio di una blusetta ancora nuova che cominciava ad andarle stretta e che all’altra piaceva assai. L’amica aveva accettato ma poi aveva storto la bocca quando aveva riconosciuto la figura alta e muscolosa di Giovanni. Aveva però abbozzato limitandosi a sbirciarli a doverosa distanza con un misto di invidia e curiosità mentre qualche oliva la coglieva davvero per riportarsela a casa. Lei lo sposo non lo teneva, ma cionondimeno aveva deciso di essere solidale con la sua compagna, almeno per quella volta. Giuva’ e Ninetta avevano continuato a fabbricare castelli di carta baciandosi con trasporto dietro il muretto di pietra a secco tra l’imbarazzo e il desiderio. Nessuno si era accorto del sopraggiungere di Antonio che voleva vederci chiaro, insospettito dallo zelo mostrato da quella figlia a cui il lavoro di raccattatura non era mai piaciuto.

“Quanno te vòde, mi sento ‘u core ‘mbacce, Nine’.”

“Nun pozze cchiu stà’ senza ‘e te, Giuva’.”

Possibile che si fossero spinti così in là? Possibile. Ma proprio con un pastore doveva finire sua figlia? Con uno come lui un pastoricchio,  arte de mazze, nu frustire bbruzzèse di cui poco si conosceva. Un anno lì da loro e l’anno successivo chissà dove.

Uaglio’, e mo’ t’a ddà piglià

E non era, la sua, una richiesta ma un’imposizione. Ninetta si era alzata di scatto ravviandosi i capelli e lisciandosi la camiciola scrollandosi di dosso polvere e senso di colpa mentre Giovanni le si metteva davanti con fare protettivo sfidando la collera dell’altro trattenuto a stento da un bracciante. Si erano guardati velocemente negli occhi, pieni di lacrime quelli di lei, di orgoglio e ostinazione quelli di lui scambiando una promessa muta prima che il padre incollerito la trascinasse via.

«Nun m’scuordà, Giuva’»

«Te vôi bene, Nine’»

Il mucchietto di olive picchiettate di marrone di Mariuccia era rimasto sotto il tronco di una pianta. Abbandonate in fretta, sarebbero diventate cibo per qualche animale selvatico o qualche uccello. Ninetta sospirò. Non era così che aveva immaginato il giorno della sua richiesta di matrimonio. Sapeva bene che dalla stanzetta che divideva con i suoi fratelli ci sarebbe uscita solo nel giorno delle nozze celebrate di sicuro alle prime luci dell’alba com’era d’uso per quelle come lei compromesse che avevano necessità di riabilitarsi agli occhi del mondo assumendo il ruolo di moglie senza troppo clamore.

La vucelluzza inte lu nide è stracqua,

lu nide è calle mo che sta la mamma,

la mamma l’ha purtate n’atu sciore:

addùrmete, trasore.*

Fare la transumanza con suo marito, il suo mezzo pane, era stato faticoso ma meraviglioso. Ninetta aveva conosciuto la struggente bellezza del cielo stellato sopra di loro, il sapore deciso della micischia masticata come companatico quando non c’era niente di meglio da mangiare. Il tepore degli agnellini appena nati e il freddo penetrante delle ultime folate di strina, come Giuva’ chiamava il grecale. Le era talmente piaciuto da tacere a tutti, marito incluso, il motivo di quella pancia che cresceva sotto la veste dall’orlo sempre più corto. Ma poi si era arresa e quel bambino aveva scelto di partorirlo accarezzata dai primi refoli di favonio attorniata dalle donne di famiglia.

La vi’, la vi’, camina na mureia
sope la nannavicula ‘nnucenta.
Addùrmete, trasore, non è nente:
iè l’ombra mia che te nazzecheia.*

Sua madre lo ninnava quando lei era stanca per il sonno che le mancava per la fame continua di latte e di vita di quel piccino desiderato più dell’aria. E intanto la mala fortuna se ne andava sconfitta da un amore che non temeva né spazio né tempo.

Bbellu comu u sule, stu criatur: brunu cu l’uocchi chiaru, u piantu putenti, le bracce versu l’alte cu li pugni chiusi. Pare ca cerca giustizia pe’ tutti, era stato il commento di Concetta la massara forestiera, sua commare d’anello. Ninetta aveva sorriso pensando che presto padre e figlio si sarebbero finalmente conosciuti e che a lei in dono sarebbe toccato l’abbraccio di un uomo forte e silenzioso che sapeva di aria buona, di sole, di terra e di speranza. Di preziosità segrete solo a lei note.

Lucia Guida

*
Le strofe citate nel racconto, presentate dall’autrice in ordine sparso per questione di coerenza narrativa, sono tratte dalle poesie di Joseph Tusiani “Verne bbone pane megghie” e “Ninna nanna”  e parte della raccolta  Storie dal Gargano, Poesie e narrazioni in versi dialettali (1955-2005) a cura di Antonio Motta, Anna Siani e Cosma Siani, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud (2006)

"Popolana abruzzese", Francesco Paolo Michetti (1895)

Recensioni d’antan. “Questo indomito cuore” di Pearl S. Buck

Secondo anno consecutivo come articolista freelance per Mentinfuga, rivista web  indipendente con la prima recensione di un romanzo della scrittrice americana Pearl S. Buck.
Buona lettura a tutti
A presto


RECENSIONI D’ANTAN. “QUESTO INDOMITO CUORE” DI PEARL S. BUCK

Che cosa accade quando in una vecchia libreria domestica trovi libri di grande narrativa straniera nelle loro prime edizioni italiane? Incuriosita provi a leggerli. E scopri che accanto alla traduzione che rispecchia fedelmente gli standard linguistici dell’epoca c’è la freschezza e l’attualità di capolavori senza tempo. Ecco Questo indomito cuore di Pearl S. Buck.*
(…)

*Letto nell’edizione del 1940 di Arnaldo Mondadori per la collana Medusa

Note biografiche su Pearl S. Buck (ndr)

Pearl S. Buck nasce nel 1892 a Hillsboro, West Virginia. Figlia di migranti di origine europea si trasferisce da bambina con i suoi genitori missionari della chiesa presbiteriana in Cina dove assorbe molto della civiltà del popolo con cui vive a stretto contatto. Nonostante i frequenti rientri in America conserva un legame forte con la Cina ritornandovi più volte dopo aver conseguito negli Stati Uniti la laurea in letteratura inglese che le varrà la docenza in quest’ambito all’Università di Nanchino prima di riparare successivamente in Giappone. Vincitrice dell’ American Academy of Arts and Letters , del premio Pulitzer nel 1932 per il romanzo The Good Earth e successivamente nel 1938 del premio Nobel per la letteratura. Sensibile a tematiche sociali con riferimento soprattutto all’infanzia deprivata dei bambini di tutto il mondo fonda la “Pearl S. Buck International”. Lascia un’eredità letteraria consistente pari a oltre ottanta opere di varia tipologia di cui alcune scritte sotto pseudonimo. Muore nel Vermont nel 1973 di cancro chiedendo che il suo nome venga riportato sulla lapide in caratteri cinesi come omaggio alla sua patria di elezione.

NB: L’articolo in originale è qui 

Thinking and Writing as a Former English Teacher – 1st Lesson

Passano gli anni, cambiano le situazioni e gli stati d’animo ma in fondo in fondo si resta sempre un po’ prof. Il mio primo aforisma da just retired per voi. Con la promessa di rileggerci presto, prestissimo

                                                  Between the True and the False,

there is always a neutral Maybe

                                                               Tra il Vero e il Falso

c’è sempre un Forse

a tinta neutra

L. Guida